Nella Chiesa di Terni c’è la corretta misura del tacco

Le leggi suntuarie regolamentavano la moda soprattutto per evitare gli eccessi e gli sprechi. In questo l’attività di repressione contro lo sfarzo andava di pari passo rispetto alle prediche e ai sermoni. Non è un caso infatti che i magistrati alle leggi suntuarie erano spesso uomini di Chiesa. Particolare è la normativa contro le stravaganze delle calzature. A Bologna si proibiva di portare pianelle con punte più lunghe di mezza oncia, dipinte, intagliate o con ricami o col altri colori rispetto al bianco e al nero. La multa era di cinque lire sia per chi le indossava che per il calzolaio che le aveva confezionate. In questa categoria di stravaganze erano chiaramente proibite le scarpe dalla punta lunghissima dette “à la poulaine” di moda tra XIV e XV secolo. Altre forti critiche erano riferite alle pianelle. L’illustre predicatore Bernardino da Siena accusa questi “trampoli” perché modificavano le proporzioni del corpo femminile oltre allo spreco di stoffa necessario a colmare la smisurata altezza. Era proprio peccato indossare pianelle alte più di un palmo. Al Museo Correr di Venezia sono conservati due esempi di calcagnetti che risalgono alla metà del Quattrocento. Di cuoio bianco, traforate e un’altezza incredibile: 50 e 52 centimetri. In Spagna si criticava lo spreco di sughero per alzare il tacco della calzatura. Per togliere qualsiasi dubbio nel 1444 Giacomo della Marca a Terni fece scolpire nella Cappella di Sant’Anastasio la misura massima del tacco, fissata a 4 dita. Immaginiamo la sequela di donne per entrare nella Chiesa di S. Maria. Amore sacro e amor profano.

Bibliografia. Maria Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba medievale, il Mulino, 1999.

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Vai a Roma, te lo dice Giulio!

Quando Giulio Romano arriva a Mantova trova un contesto culturale fortemente intriso di un classicismo quasi archeologico. Mantegna, Falconetto e Leombruno sono i pittori che promuovono un’attenzione quasi d’antiquariato verso la forma classica. Paride da Ceresara, l’umanista e astrologo di Corte, ha creato in simbiosi con Isabella d’Este un programma iconografico teso al racconto di personaggi dalle sfumature morbide, linguaggio erudito, simboli e favole. Giulio Romano irrompe sulla scena artistica con tutto il frastuono che può fare uno dei suoi giganti che tramortisce al suolo. Anche la Corte di Mantova segue la direzione romana e nel 1526 assume la direzione di ogni cambiamento divenendo il Prefetto delle Fabbriche. L’architetto Giovanni Battista Covo, declassato a suo assistente, viene allontano da Mantova. Alla “tenera” età di 46 anni gli viene suggerita una visita di Roma con tanto di lista dei luoghi da visitare (ovviamente preparata da Giulio). Nelle lettere che scrive al duca Federico II si firma “Baptista ch’impara architettura”. Leombruno invece nel 1524, mentre è alle prese con la decorazione della loggia del palazzo di Marmirolo, viene sostituito dal nuovissimo Giulio. Così finisce l’epoca del Mantegna e inizia quella di Giulio Romano. Nella continuità della forma classica e del precedente progetto di renovatio urbis ma con diversa, anzi, “nuova e stravagante maniera“.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987 

Immagine. Giulio Romano, Polifemo, Camera di Amore e Psiche

Tre contrade, tre case. Gli indirizzi di Giulio Romano a Mantova

Le case d’artista a Mantova si raccolgono soprattutto attorno al nome di Andrea Mantegna. Infatti solo in città ne cambiò circa una decina prima di arrivare all’ultima vicinissima alla Chiesa di Sant’Andrea da dove poteva dirigere i lavori per la costruzione della sua cappella funeraria. E Giulio Romano? Appena arrivato a Mantova trova dimora in una casa (oggi non individuata) presso la Contrada di Pusterla ovvero tra via Principe Amedeo, Acerbi, Mazzini e Sauro). La permanenza è di breve durata perché il 13 giugno del  1526 riceve in dono dal marchese Federico II una casa in Contrada del Leopardo, proprio contigua alla Chiesa di Sant’Andrea. Qui nel 1528 venne accolto anche Benvenuto Cellini. Quanto vicina a quella ex di Andrea Mantegna lasciata nel 1506? Non lo sappiamo ma le ipotesi degli studiosi Marani e Amadei concordano nell’ipotizzarla in via Broletto a ridosso del transetto della Chiesa. vogliamo immaginare in questo fatto quasi un passaggio di consegne. Però non finisce qui perché nel 1544 Giulio si realizza la sua nuova dimora in Contrada dell’Unicorno ovvero nell’attuale via Poma. Acquistato nel 1538 dagli eredi di Ippolito degli Ippoliti per la somma di 1000 scudi d’oro, l’edificio viene ristrutturato e ricostruito secondo i suoi dettami che già aveva visto a Roma per esempio a Palazzo Caprini realizzato da Bramante e divenuto nel 1517 dimora di Raffaello. Bugnato al pianterreno e ordine binato al piano nobile. Il Maestro va seguito, sempre. Ad un primo sguardo già si capisce tutto. Mascheroni, invenzioni, regole portate all’eccesso, finestre a edicola. Il gusto classico non può mancare. Sopra il timpano una statua di Mercurio saluta i passanti. Originale marmo classico restaurato da Francesco Primaticcio. Nel 1800 viene restaurata da Paolo Pozzo. Oggi ci perdiamo molto della facciata originaria, soprattutto i colori che ci descrive Vasari contagiato da quell’arte stravagante, eccessiva, possente e comunque classica. Chissà che elogi quando venne ospitato nel 1541.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987. 

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Palazzo Caprini, Bramante 1510. Casa di Raffaello dal 1517

Le calze a maglia di un mercante mantovano

Giuseppe Domenichini era un mercante mantovano che realizzava calze lavorate a maglia. Non sappiamo dove si trovasse la sua bottega ma nella città dei Gonzaga chi lavorava la lana e altri tessuti si trovava tra Piazza Purgo e zone limitrofe. Nell’inventario dei suoi beni del 1586 solo elencante 2.300 paia di calze e 2.000 aghi. L’articolo in cui commerciava era la calza agucchiata che faceva confezionare da alcuni agucchiatori che si trovavano in campagna utilizzando filo di seta, lana o refe. Nel Rinascimento era ancora molto forte il lavoro a domicilio.

Le calze a maglia, che a noi oggi sembra l’ovvietà, per quel tempo fu un’autentica rivoluzione. Divenne una moda europea che modificò il gusto e la produzione e, per la prima volta, accadde una cosa incredibile. Non c’era bisogno del sarto. Le calze, realizzate con questa preparazione, sono uno dei primi prodotti che si potevano indossare subito dopo l’acquisto. E’ il primo pret-à-porter. In Inghilterra alla fine del ‘500 William Lee amplifica la rivoluzione perché si inventa il telaio da calze. Così si passo per un solo paio di calze dalle due settimane a mezza giornata. Tempi moderni.

Bibliografia. Maria Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba medievale, 1999

Carnevale ma non troppo! La maschera del medico della peste

Tempo di Carnevale! Ma anche in questa occasione cerchiamo storie, dettagli e bizzarrie che mostrano l’altro lato delle cose. Non so voi ma tra tutte le maschere veneziane mi ha sempre affascinato quella del Medico della peste con quel suo becco ricurvo bianco che ricorda un avvoltoio. A Venezia il medico faceva visita ai pazienti colpiti dal morbo e questo era il suo travestimento: occhiali o lenti di vetro, tunica nero di lino e tela cerata, maschera bianca, guanti e bacchetta. Nella forma allungata del becco si nascondeva un altro dettaglio: all’interno veniva applicata un tampone di spugna imbevuto di aceto ed erbe officinali. Una sorta di disinfettante per non interagire con i miasmi della peste. Secondo i dettami del tempo si pensava che il contagio – non solo della peste ma di tutte le malattie – avvenisse con i cattivi odori presenti nell’aria. Questa figura fece visita ai pazienti durante le devastanti epidemie del 1347-49, 1575-77 e 1630-31. Gli appestati dovevano rimanere in quarantena (non un numero casuale) presso le Isole del Lazzaretto Vecchio e Nuovo. Qui potete vedere la riproduzione di un abito e degli strumenti utilizzati dai medici dal grande becco. L’idea di creare un abito per i medici che curavano tale morbo pare sia venuta a Charles de Lorme, medico di Luigi XIII. La maschera era già presente ma suo fu lo spunto di completarla con la veste nera idrorepellente in tela cerata che arrivasse fino ai piedi, con guanti e cappello nero a tesa larga. Cadde in disuso nel XVIII secolo quando la peste venne debellata e certamente i veneziani ne fecero volentieri a meno.

Fonte: Venipedia | Immagine: Paul Furst, Il Medico della Peste

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Milano, Piazza San Babila durante la peste del 1630 (Melchiorre Gherardini)

Quando il Doctor Who ha visto l’ultima Fiera del ghiaccio

Londra, 1814. Durante l’inverno di quell’anno avvenne l’ultima gelata del Tamigi e di conseguenza l’ultima grande Fiera del ghiaccio. Il fiume ospitava per mesi negozi, street food, giochi, spettacoli e divertimenti. Il periodo tra Cinquecento e Ottocento è noto per essere stato il più freddo della Piccola Età Glaciale. In precedenza ci furono altri episodi. Nel Duecento il gelo durò dal 25 dicembre 1233 al 2 febbraio 1234. Nell’inverno del 1408 durò per 14 settimane tra dicembre e marzo. Ma il primo vero resoconto sulla creazione di una fiera sul ghiaccio è da registrare nel 1564. Tra il 1607 e il 1608 il Tamigi venne prese d’assalto dai londinesi. Tra il 10 e 15 gennaio vennero aperti direttamente sul ghiaccio negozi di barbieri, vendita di carne arrostita e spettacoli di danza. Infatti la Fiera presentava i più svariati passatempi: carrozze, barche trainate da slitte, pattinaggio su pattini di legno, giochi con la palla (si presume un antenato del calcio) e un centro stampa che immortalava l’incredibilità dell’evento. Un vero Luna Park dei nostri tempi. C’è anche una possibile spiegazione tecnica. Alla fine del XVIII secolo si pensò di sostituire il vecchio London Bridge – che già aveva 600 anni – e la sua demolizione avvenne nel 1831. Il ponte passò da 20 a 5 arcate modificando lo scorrimento del fiume e diminuendo le possibilità di gelate.

Se volete essere testimoni di questo straordinario evento potete guardare la puntata del Doctor Who, Thin Ice (terza puntata della decima stagione).

Bibliografia. Ian Currie, Frosts, Freezes and Fairs 1996

Immagine. Frost Fair, Luke Clenell 

I due William ladri di cadaveri

Edimburgo, 1827. Attenti a quei due. William Burke e William Hare ovvero i più famigerati resurrection man che in meno di un anno uccisero almeno 15 persone. Veniamo al motivo. Nell’Ottocento i cimiteri, simili ai nostri, non venivano però considerati luoghi sicuri per varie ragioni. Soprattutto per sepolture premature e furti di cadaveri. Londra era sede di 23 scuole di medicina e anatomia e ognuna aveva bisogno di un rifornimento continuo di cadaveri. Di solito per studi di questo genere venivano utilizzati i corpi dei criminali giustiziati. Un numero non così alto. Di 1600 prigionieri condannati a morte ne vennero giustiziati appena 52. La domanda di corpi era dunque molto alta e il furto di cadaveri un’attività che attraeva molti criminali perché considerata un reato minore. Qui entrano in scena i due William. La loro strategia era molto astuta. Facevano amicizia con i miserabili e i vagabondi, li facevano ubriacare di notte e poi li uccidevano in modo grottesco. I corpi venivano dati al professore Robert Knox che pagava 7-14 sterline per ogni cadavere fresco. Knox non ignorava queste strane circostanze ma non toccava a lui indagare. Dopo un anno però Hare collaborò con la giustizia, Burke confessò ma venne impiccato e il suo corpo offerto a una scuola di anatomia. Si dice che i brandelli della sua cute furono messi in salamoia e donati ai turisti come souvenir. Mentre Hare si fece alcuni mesi di prigione e poi venne rilasciato. A questo punto dovete vedere il film Burke and Hare diretto nel 2010 da John Landis.

Bibliografia. Bill Bryson, Breve storia della vita privata, 2011

Immagine. Lezione di anatomia, Rembrandt

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Angeli e funamboli. Il primo turco che volò su Piazza San Marco

Venezia è la città che va bene per ogni stato d’anima. Tristezza, malinconia e allegria. In occasione del Carnevale diventa ancora di più centro dello spettacolo e della meraviglia. Ma a Venezia bisogna continuamente porre domande. Perché il volo dell’angelo? da dove deriva questa tradizione? Torniamo indietro fino al Cinquecento. Venne realizzato un evento straordinario. In piazza San Marco avremmo visto una fune tesa che dal molo della Piazzetta arrivava al Campanile di San Marco. Sopra la camminata di un giovane acrobata turco che nella discesa si ferma nella balconata del Palazzo Ducale porgendo un saluto al Doge. Questo evento venne denominato “svolo del Turco” e programmato per i giovedì grasso degli anni successivi. Nel corso degli anni si cambiano i connotati funambolici, si costruiscono macchine spettacolari fino a vestire l’acrobata con un paio di ali. Così nasce il “volo dell’angelo”. Nella metà del Settecento succede la tragedia. L’acrobata cade durante lo spettacolo. Così si decide di sostituire la figura umana con un grande uccello meccanico che distribuiva coriandoli sopra la folla.

Oggi il volo è ritornato umano con un accuratissimo sistema di sicurezza. Si trattiene il fiato e negli occhi un’immagine invidiabile. Piazza San Marco, la folla acclamante, i colori del Carnevale. Prospettiva veneziana.

 

Gli agucchiatori ovvero l’arte mantovana delle berrette

Mantova oggi è una città di riferimento per la moda, basta pensare alle note Aziende in città e provincia che con i loro marchi promuovono anche il made in Mantova. Nel Rinascimento la città dei Gonzaga era conosciuta come uno dei più importanti centri di manifattura della maglieria con aghi. La berretta di lana ne era il principale prodotto. Nel 1513 venne istituita l’Arte delle berrette o dei berrettai, da non confondere con quella della Lana. Due parrocchie distinte. Dai documenti apprendiamo che sono circa 400.000 i capi realizzati. Venivano indossate sotto al cappuccio. Dopo il Cinquecento alle berrette si sostituiscono i cappelli. Quanto costavano? Dai 7 ai 30 soldi. Ancora oggi rimane traccia di questo antico mestiere nella toponomastica. Nel quartiere di San Leonardo si trova vicolo Agucchie ovvero gli agucchiatori che lavorano berrette e calze fatte a maglie. Il termine dialettale “gucia” significa proprio ferro o uncinetto utilizzato per lavorare ancora oggi maglie, calze e berrette. Chiedete alle nonne!

Bibliografia. Mria Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba Medievale, Il Mulino, 1999. 

Giulio Romano arriva a Mantova e diventa Mantovano

Roma, 1524. La missione di Baldassarre Castiglione è andata a buon fine, Giulio Romano si trasferirà a Mantova e presterà i suoi servigi a Federico II Gonzaga. Il conte e l’artista partono da Roma il 5 ottobre e arrivano a Mantova il 22. L’accoglienza dedicata a Giulio è quella che oggi si dedica alle pop star. Scrive il Vasari che il Marchese “gli mandò parecchie canne di veluto e raso, altri drappi, e panni per vestirsi”. Il kit di cortesia non finiva di certo qui: Federico gli dono uno dei suoi cavalli. Si chiamava Luggieri. Senza perder tempo i due raggiunsero a cavallo la zona chiamata il T. Riporta Vasari: “disse il Marchese che arebbe voluto, senza guastare la muraglia vecchia, accomodare un poco di luogo da potervi andare a ridurvisi tal volta a desinare, o a cena per ispasso“. Nella testa di Federico prendeva forma l’honesto ocio.

Nel giro di due anni Giulio ottiene tutto. Il 1526 è il suo anno. Il 5 giugno ottiene la cittadinanza onoraria, il 13 giugno riceve in dono una casa per gli eredi, il 31 agosto gli viene conferito il titolo di Vicario di Corte ed è nominato Prefetto delle Fabbriche della città e dello Stato. Scusate se è poco. Giulio più che Romano diventa Mantovano.

Immagine. Sala dei Cavalli

Bibliografia. I giardini di Palazzo Te, Del Gallo Editore, 2018