La prima ferrovia in Italia e la voglia di futuro. Alle porte del Risorgimento

1839, è l’anno giusto per le invenzioni che faranno la storia. Il 19 agosto viene ufficializzata la scoperta della fotografia presso l’Accademia delle scienze francese, il 3 ottobre è la volta dell’inaugurazione della linea ferrovia Napoli-Portici. Le città si collegano, la realtà può essere copiata non solo con i pennelli e gli stati chiedono l’indipendenza. Il 19 aprile il Lussemburgo si stacca dai Paesi Bassi. Il futuro, la modernità e la richiesta di diritti animeranno l’Ottocento e siamo solo all’inizio.

Regno delle Due Sicilie. La ferrovia Napoli-Portici è da considerarsi come la prima italiana nonostante l’impiego di risorse e materiali europei. Il capitale era francese mentre la locomotiva era inglese proveniente dalle Officine Longridge e Starbuk di Newcastle. La linea era a doppio binario e misurava 7,25 chilometri. La convenzione è di qualche anno prima ovvero il 19 giugno 1836 quando veniva concessa la costruzione della linea all’ingegnere Armando Giuseppe Bayard. La stazione di Napoli non era ancora pronta e così si decise di partire da Portici. Il primo convoglio era composto da una locomotiva a vapore – battezzata ovviamente “Vesuvio” e pesante 13 tonnellate – e seguita da otto vagoni.  Il re Ferdinando II si porta nella Villa del Carrione a Portici dove era stato preparato il padiglione reale. La partenza è fissata alle ore 12. I vagoni portavano 48 personalità dell’aristocrazia, una rappresentanza militare costituita da 60 ufficiali, 30 fanti, 30 artiglieri e 60 marinai. Nell’ultima vettura invece venne messa la banda della guardia reale. I sette chilometri di percorso vennero compiuti in nove minuti e mezzo alla velocità di 50 km/h. Nei quaranta giorni successivi la ferrovia venne utilizzata da 85.759 passeggeri. In realtà questo tratto di ferrovia faceva parte di un progetto più ampio che nel giro di 10 anni collegò Castellammare, Pompei, Nocera Inferiore, San Severino e Avellino.

Il pittore napoletano Salvatore Fergola dipinge la scena della prima partenza. Faceva parte della cosiddetta Scuola di Posillipo ovvero un gruppo eterogeneo di pittori – anche stranieri come l’olandese Anton Sminck van Pitloo – che dal secondo decennio dell’Ottocento si dedica esclusivamente al paesaggio. Van Pitloo fu tra i primi pittori a dipingere en plein air e portò a Napoli la luce europea di Corot e Turner. Non a caso il pittore inglese è in città tra il 1819 e il 1828.

Mentre in Europa e in Italia si mettevano le basi per i moti del 1848, il mondo stava guardando anche verso altri orizzonti e mostrava la sua voglia di futuro. In fondo chiedere una costituzione, pretendere maggiori diritti e ribellarsi alla censura erano atti di profonda evoluzione sociale. Tutte le maggiori personalità del tempo avranno letto la notizia dell’inaugurazione della linea ferroviaria italiana. Verdi e Wagner avevano 26 anni, Cavour ha 29 ed è sindaco di Grinzane in provincia di Cuneo, Garibaldi ha 32 anni e si trova in Sud America ed è il comandante della flotta del Rio Pardo. Per Radetzky – che aveva 73 anni – sono gli anni della consacrazione e della tranquillità. Dapprima comandante dell’esercito austriaco a dal 1836 diventa Feldmaresciallo. Il Regno Lombardo-Veneto non è ancora minacciato da forze esterne o da ribellioni interne, il potere è assoluto, la censura massima. Eppure bastano pochi anni per cambiare lo scenario. Ne sarebbero bastati appena otto.

Bibliografia: Alberto Mario Banti, Il Risorgimento italiano, Laterza 2009 | Renato Ruotolo, La Scuola di Posillipo, editore Franco di Mauro 2002 | https://it.wikipedia.org/wiki/Ferrovia_Napoli-Portici 

Immagine: L’inaugurazione della Ferrovia Napoli-Portici. Salvatore Fergola, 1840 

 

Ogni venere di sera. Monteverdi e gli spazi musicali di Palazzo Ducale

15 settembre 1590, Roma. Al soglio papale viene eletto Giovanni Battista Castagna con il nome di Urbano VII. Dopo tre giorni si ammala di malaria. Resiste per altri 10 giorni. Il 27 settembre muore. Gli succede Gregorio XIV.

Nello stesso anno arriva a Mantova un nuovo suonatore di viola e assunto anche con la funzione di cantore. È il cremonese Claudio Monteverdi. Al servizio di Vincenzo I lo troviamo nel 1595 in Ungheria e quattro anni dopo nelle Fiandre. Nel settembre del 1599 Vincenzo farà tappa anche a Bruxelles dove ingaggerà il pittore Frans Pourbus. Nel 1601 Monteverdi diventa “maestro e de la Camera e de la Chiesa sopra la musica”. Ha dovuto attendere la morte di ben quattro predecessori tra cui Giaches Wert e Alessandro Striggio junior. La data che farà la differenza nella sua carriera – forse non tanto in vita ma sicuramente dopo – fu la il 24 febbraio 1607 quando si tenne la prima rappresentazione della Favola di Orfeo. Due giorni prima si era tenuta invece nell’Accademia degli Invaghiti. Il 14 marzo 1608 nella sala detta de’ specchi – in realtà è la Sala dello Specchio – si è tenuta invece la prova di Arianna in cui si conoscerà la voce portentosa di Virginia Andreini che stava sostituendo Caterina Martinelli appena morta di vaiolo. Lo spettacolo, dopo due mesi di prove, avrà luogo il 28 maggio in occasione dei festeggiamenti della nuova coppia ducale Francesco IV Gonzaga e Margherita di Savoia. Per la prima volta si esce dal chiuso delle adunanze degli intenditori e si offriva lo spettacolo anche al grande pubblico. Per l’occasione viene allestito lo spazio del cortile della Cavallerizza.

CLAUDIO IN PALAZZO. La musica era ovunque a Palazzo ma gli spazi essenziali pensati con questa funzione erano la Sala dello Specchio – che verrà confusa con il Logion serato chiamato nel 1779 Galleria degli specchi – dove “ogni venere di sera si fa musica”, la Sala degli Arcieri ovvero “il salon dove si balla” e ovviamente il Teatro Grande di corte. Durante le feste del 1608 qui ebbero luogo Manto, L’idropica e il Ballo delle Ingrate. Le sue musiche furono messe in scena anche nel cosiddetto Teatro Piccolo o dei Comici anche se non documentate. Probabilmente le sue musiche si sentirono anche all’interno delle due chiese interne al Palazzo ovvero Santa Croce e la Basilica di Santa Barbara dove venne suonato l’inno Ave maris stella.

CLAUDIO PRIVATO. Non visse all’interno della corte ma ha scelto un’abitazione collocata nell’attuale vicolo Freddo che faceva parte della parrocchia dei Santi Simone e Giuda. Qui infatti, nella chiesa, Monteverdi il 20 marzo 1599 si sposa con Claudia Cattaneo, cantante di corte. Ebbero tre figli ma Claudia morì appena otto anni dopo. Il 1612 segna la fine della sua esperienza mantovana. Morto Vincenzo I, Monteverdi non ha mecenati in Palazzo, venne licenziato e fu costretto a fare ritorno a Cremona.

10 luglio 1613, Venezia. Succede un fatto che Monteverdi non pensava potesse essere così connesso alla sua vita. Muore Giulio Cesare Martinengo il maestro di cappella della Basilica di San Marco. Il 19 agosto Monteverdi prese il suo posto. Non lasciò più Venezia fino al 29 novembre 1643 quando morì sotto forma di note.

 

Bibliografia: Paolo Fabbri, Monteverdi, Biblioteca di cultura musicale 2018 | Claudia Burattelli, Spettacoli di corte a Mantova tra Cinque e Seicento, Casa editrice Le Lettere, 1999 

Immagine: Bernardo Strozzi, ritratto di Claudio Monteverdi 1630 – Kunstgeschichtliche Sammlungen (particolare delle mani e dei madrigali)

 

Di terra e di acqua. Sant’Agnese il monastero scelto dall’imperatore Carlo V

25 maggio 1230, Assisi. Viene inaugurata la Basilica Inferiore. In quell’anno risulta già fondato il Monastero di Sant’Agnese fuori di Porta Mulina dall’eremita mantovano Giovanni Bono. In anni successivi alla morte del futuro santo, gli eremitani di Sant’Agostino – il cui ordine è del 1256 – si insediano in città in un’area in espansione. Negli Statuti bonacolsiani del 1313 si ha notizia della necessità di adattare la chiesa. Gli agostiniani si impegnano anche nella progressiva bonifica delle aree paludosi circostanti vista la presenza della vicina Ancona che verrà chiamata di Sant’Agnese. Negli anni trenta del Quattrocento addossati alla chiesa vengono realizzati altri locali come la sagrestia, il capitolo, il refettorio e il dormitorio. La famiglia Gonzaga finanzia e dà concessioni nel 1454 e nel 1485. Nel gennaio 1460 si registra la presenza di Papa Pio II. Altro rinnovamento sul finire del secolo. Nel 1495 l’architetto e ingegnere Pellegrino Ardizzoni può lavorare perché finanziato da Caterina de Torculis appartenente ad un’antica e ricca famiglia mantovana. Nel 1501 fa realizzare la facciata della Chiesa.

1530, è l’anno di Carlo V a Mantova. Il monastero – ingrandito e arricchito – fu l’alloggio dell’imperatore anche nel 1532 e nell’occasione concede un privilegio alla comunità agostiniana associando alla carica di priore il titolo di conte palatino e conferendo anche la facoltà di assegnare la laurea per i diversi gradi universitari dell Studium del Convento.

La chiesa fu ornata di opere di artisti quali Francesco del Costa, Lorenzo Costa il Giovane, Rinaldo Mantovano, Bernardino Malpizzi, Denys Calvaert, Antonio Maria Viani, Francesco Borgani, Karl Santner, Carlo Dolci. Alcuni di questi oggi sono conservati nel Museo di Palazzo Ducale come il San Francesco prega la Madonna per la cessazione di un’epidemia di Francesco Borgani e datata 1618.

Il Monastero, delimitato dai vicoli dell’Aquila e di Gattamarcia, occupava più di un isolato e doveva avere una struttura complessa con la presenza di due chiostri, due gradi orti, la chiesa e lo studium.

Nel 1716 inizia l’altra vita del Convento ovvero la sua trasformazione in caserma e poi magazzino per il legname. La soppressione arriva nel dicembre 1755 e lo spazio viene destinato ad ospitare il nuovo orfanotrofio che il governo imperiale voleva installare in città. Ma non se ne fece niente. Nel 1776 fu atterrato il campanile. Dieci anni più tardi di nuovo destinato a caserma. La nuova facciata verso piazza Virgiliana – o meglio verso l’ancona – portano la firma di Paolo Pozzo e la data del 1795. Napoleone aveva 26 anni, la campagna d’Italia doveva ancora partire. Piazza Virgiliana era ancora acquatica.

 

Bibliografia: Le Chiese della città di Mantova nel Settecento. Repertorio, Quaderni di San Lorenzo 17, Mantova 2019 

Immagine: Chiostro Museo Diocesano (area del secondo chiostro del monastero di Sant’Agnese) 

Fonte: Regione Lombardia 

Ingegneri, feste e prodigi. Le naumachie sui laghi di Mantova

Le leggi di Keplero vengono teorizzate tra il 1608 e il 1609. Nell’aria europea si sta raccogliendo l’eredità di Copernico e dell’astronomo Tyge Brahe. Le formule spiegano – anche per iscritto – la dinamica dei moti dei pianeti. Il mondo viene letto e raccontato attraverso la meccanica.

31 maggio 1608, Mantova. Il ciclo di festeggiamenti in onore di Francesco IV Gonzaga e Margherita di Savoia è cominciato da una settimana, era il 24 maggio. Andrà avanti fino al giorno 8 giugno. La sera di sabato viene offerto agli ospiti e alla popolazione lo spettacolo a cui Vincenzo I teneva di più ovvero la battaglia navale tra le armate cristiane e quelle turche allestita nelle acqua del Lago di Sotto ovvero il lago Inferiore. La messinscena è frutto delle sapienti arti meccaniche di Bertazzolo e scenografiche di Viani, entrambi presenti a Mantova. Tutto era stato costruito: le navi, la fortezza, i costumi, il copione. Oltre ai resoconti di corte c’è anche un cronista d’eccezione, Federico Zuccaro, a quel tempo in città e spettatore interessato e stupito. Essendo sera il lago viene illuminato con quattro zattere di bitume ardenti per renderlo “luminoso e chiaro”. Lo spettacolo comincia. Così racconta l’ambasciatore Annibale Roncaglia a Cesare d’Este. Sette galere attaccano la Fortezza “che prima fecero bellissimi fuochi con raggi, girandole et altre sorti. […] Preso, abbruggiato e saccheggiato il castello, cominciarono raggi et fuochi così belli d’allegrezza che durarono assai che pareva stupore, et fatti si chiamò alla raccolta con trombe et tamburi et soldati. Quasi tutti se ne tornarono all’armata nelle galere, onde fu finita la festa alle cinque hore, et ognuno se n’andò a cena. Era illuminato tutt’il lago alle ripe con fuochi grandi”.

Non si trattava della prima naumachia mantovana. C’erano stati tre antecedenti. Il primo fu il 22 ottobre 1549 in occasione dell’ingresso di Caterina d’Austria sposa di Francesco III Gonzaga. Fu preparato sul lago di Sopra un assalto di “sette navi acconcie a modo di fuste e di bergantini” a “un picciolo castello fabricato di legame” difeso da dodici uomini vestiti alla turchesca. L’altro spettacolo, sempre allestito nel Lago di Sopra, venne organizzato il 26 aprile 1561 per accogliere l’arrivo di Eleonora d’Austria sposa di Guglielmo. Le manifestazioni erano goffe, di breve durata e incentrate sulle manovre delle navi e delle soldatesche. Non erano ancora stati aggiunti i fuochi d’artificio. La manifestazione del 22 settembre 1587 fu la più curata e l’antecedente più diretto di quella che sarebbe avvenuta vent’anni dopo. Il pubblico, a differenza dei precedenti, assiste dall’alto e staccato dalla scena e non più su di un’imbarcazione in movimento. Il punto di vista era fisso e non relativo replicando così l’esperienza del teatro.

Nel 1608 Mantova è il più importante laboratorio teatrale d’Europa. Bertazzolo venne richiesto addirittura dai Medici, primi rivali dei Gonzaga in tema di spettacoli. La stagione di Vincenzo aveva davanti a sé ancora quattro anni di meraviglie.

 

Bibliografia: Claudia Burattelli, Spettacoli di corte a Mantova tra Cinque e Seicento, Casa Editrice Le Lettere, 1999 | ASMO, Estense, Ambasciatori, Mantova, b. 8, fasc. 6, cc. 10r-11r  | Giancarlo Malacarne, Le feste del Principe, Il Bulino edizioni d’arte, 2002

Immagine: Battaglia navale, 1608 – Gabriele Bertazzolo, tecnica incisione. Didascalia: disegno della Battaglia Navale / et del castello de fuochi trionfali / Fatti nelle felicissime nozze del Sereniss. S. Prencipe di Mantova et Monferrato / Con la Serenissima Infante di Savoia / Per opera et architettura / di Gabriele Bertazzolo ingegnero / dell’Alt. Sereniss. di Mantova. 

Fonte: Fondazione Giorgio Cini 

 

Il mondo attorno a quel bacio. Darwin, Garibaldi e lo strano omicidio di Road Hill House

9 settembre 1859, Milano. Il dipinto noto con il titolo Il bacio. Episodio della giovinezza. Costumi del secolo XIV viene presentato ed esposto nel museo di Brera. L’apparizione è fugace perché poi andrà ad abbellire una parete della casa del suo committente ovvero il conte Alfonso Maria Visconti di Saliceto. Solo nel 1886, un anno prima della morte del Conte, il dipinto si trasferì definitivamente a Brera.

La funzione è simbolica, patriottica e italiana. Francesco Hayez, il pittore, fece tre versioni: a quella del 1859 si aggiunsero quelle del 1861 e del 1867. Le date – e i colori cambiati – non sono banali. Il bacio a quella ragazza, e quella posa, significava abbracciare l’Italia ed essere italiani. A quella data ufficialmente e non solo in modo sovversivo. Infatti Hayez, come molti altri artisti in campi diversi, fu costretto a scontrarsi e ad eludere l’intervento della censura del governo austriaco.

Il dipinto si pone immediatamente dopo la fine della seconda guerra di indipendenza conclusasi il 12 luglio 1859 con l’armistizio di Villafranca e il declino del controllo austriaco sul territorio italiano. Facevano da sottofondo le musiche del Va, pensiero di Verdi (opera del 1842), il Canto degli Italiani (del 1847) e di altri canti popolari cantati da eserciti e volontari come l’Inno di Garibaldi. Forse nei salotti viennesi si sente sempre meno la Marcia di Radetzky che Strauss aveva composto nell’agosto del 1848.

24 novembre 1859, Londra. Viene pubblicata da John Murray  L’origine della specie di Charles Darwin che presentava al pubblico il tema dell’evoluzione degli organismi. Le 1250 copie, al prezzo di 15 scellini, si esaurirono subito. L’impatto fu incredibile perché delle idee mai sentite prima diventano accessibili e diffuse anche ai non specialisti. La scienza rompe il vetro della sua torre d’avorio.

29 giugno 1860, Road, Contea di Wiltshire. Mentre Garibaldi si trovava in Sicilia – era sbarcato con i Mille a Marsala l’11 maggio – a Hill House veniva commesso un omicidio che divenne un caso fondamentale che segna l’inizio della figura del detective. Il piccolo Francis Kent, dopo ore di ricerca, fu trovato da una delle tate in una delle latrine degli inservienti situata in giardino. Come da prassi interviene la polizia locale. L’ispettore Foley punta dapprima tutte le sue attenzioni sulla tata di Francis, Elizabeth Gough, che al tempo dell’omicidio dormiva nella stessa camera del bambino. Ma non si fanno passi in avanti, le indagini sono ferme con troppi dubbi, nessuna buona idea e l’opinione pubblica che mormora. Il magistrato locale chiede l’intervento di un esperto inviato da Londra ovvero Jonathan Whicher. Per la prima volta si manda a chiamare un investigatore considerato “forestiero”. Amico di Dickens e definito dal suo editore “l’uomo dei misteri”, Jonathan – anche se veniva chiamato più in breve Jack – si occupò dei rivoluzionari, tra cui Felice Orsini, che attentarono alla vita di Napoleone III. All’epoca aveva 46 anni, con una carriera alle spalle già di tredici anni, ed era uno degli otto membri del nuovo Detective Branch di Londra che fu fondato da Scotland Yard nel 1842. Il caso con l’intervento di Whicher sembra per tutti prossimo alla risoluzione. Questione di giorni, si pensa. Il detective, modello del prossimo Sherlock, indaga, raccoglie le prove meno evidenti, segue le tracce, legge i gesti silenziosi del corpo e del volto. Capisce chi è il colpevole e lo accusa. Ma non è così semplice.

La soluzione non può essere svelata così velocemente. Vi lascio il piacere della ricerca o la letture del libro che vi lascio nella bibliografia.

 

Immagine: Il bacio, Francesco Hayex 1859 (Museo di Brera)

Bibliografia: Kate Summerscale, Omicidio a Road Hill House, Einaudi 2008 

 

Rigoletto e gli altri. Buffoni, giullari e nani nelle corti d’Europa

Rigoletto, protagonista dell’opera di Verdi, è un personaggio inventato e che traduce Triboulet, il buffone di Hugo nel Le Roi s’amuse. Il francese però è stato effettivamente un personaggio realmente esistito. Nicolas Ferrial, il suo vero nome, nasce a Blois nel 1479, al servizio prima del re Luigi XII e poi di Francesco I di Valois fino al 1536. Gli successe Brusquet, buffone di Enrico II, che ne diventa poi guardarobiere e cameriere. Una volta cessato il suo incarico alla corte, ricopre la figura di maitre de la poste a Parigi e pare facendo fortune. Muore nel 1565. Negli stessi anni a Firenze Braccio di Bartolo è conosciuto come Morgante – nome del gigante nel poema del Pulci – ed è il più celebre dei cinque buffoni della corte di Cosimo I de’ Medici. Lo vediamo riprodotto da Giambologna, nel doppio ritratto di Bronzino in cui la pittura sfida le tre dimensioni della scultura e poi nei giardini di Boboli a cavalcioni su di una tartaruga.

Mantova, qualche anno prima. Ercole Albergati, conosciuto come Zafarano, nasce a Bologna verso la metà del Quattrocento, è attore e scenotecnico diviso tra le corti di Mantova, Ferrara e Bologna. Probabilmente ha preso parte alla prima rappresentazione dell’Orfeo di Poliziano nel 1480. Già nel 1484 risulta stabilmente al servizio di Federico I Gonzaga quando viene richiesto anche dagli Sforza. Nel 1487 è al servizio dei Bentivoglio dove allestisce una sala per il matrimonio di Annibale e Lucrezia d’Este. Tra il 1501 e il 1502 è chiamato a Gazzuolo dal vescovo Ludovico Gonzaga. Dopo questa data non ci sono più documenti che ne parlano. In una lettera del 3 ottobre 1508 – scritta da Francesco Gonzaga alla moglie Isabella d’Este – si fa riferimento a “femmine giullaresse”.

Ferrara, 1475. La Camera Picta è terminata da un anno e muore Giovan Battista Scocola, il buffone alla corte di Ercole I d’Este. Il nuovo astro nascente è Diodato che verrà conteso anche con i Gonzaga. Scocola è raffigurato nel Salone dei Mesi, in corrispondenza del Mese di Aprile e proprio insieme a Borso. In questo periodo – ovvero negli anni 70 – era già cittadino ferrarese. Lo stipendio pare fosse ottimo ma non bastava, così giocava d’azzardo e aveva sempre debiti per i quali rischiava anche la pelle. Così lo descrive il Muratori: “uomo di vivacissimo ingegno, fatto di Ebreo Cristiano”. Apprendiamo così che era un ebreo convertito. Nel luglio 1462 è a Milano, ospite di Gabriella Gonzaga e di suo marito Corrado Fogliani.  In una lettera scritta la marchese di Mantova Ludovico II, si nota che la firma autografa è Scocola buffonus. 

Inghilterra, 1525. Il mercante Richard Fermor presenta ad Enrico VIII il buffone Will Summers. Il re e Thomas Cromwell rimangono molto colpiti dal suo spiccato senso di humor e gli offre subito un posto nella sua corte. A differenza dei buffoni e giullari italiani, quelli europei ricoprivano un incarico ufficiale. Appare, tra l’altro, alla destra di di Enrico in un dipinto del 1545 che rappresenta il re e la corte. Will morirà nel 1560 e fa in tempo ad assistere all’incoronazione di Elisabetta I, avvenuta due anni prima.

 

Bibliografia: Tito Saffiotti, Gli occhi della follia. Giullari e buffoni di corte nella storia e nell’arte, Book time 2013 | http://www.treccani.it/enciclopedia/albergati-ercole-detto-zafarano_(Dizionario-Biografico)/ 

Immagine: Marx Reichlich, il giullare – 1519 (Yale University Art Gallery, New Haven, Connecticut)

 

La Mantova di Antonio Maria Viani. Metamorfosi, spettacoli e costruzioni

1591. Sul libro dei viaggi del tipografo belga Theodor de Bry appaiono le prime raffigurazioni dei costumi e delle tradizioni dei nativi americani. Si conosceva un altro pezzo di mondo mentre in tutte le corti le parole d’ordine erano stupore e teatro.

Mantova, 1592. Dopo un’esperienza di cinque anni a Monaco presso il duca Guglielmo V di Baviera arriva in città il cremonese Antonio Maria Viani, architetto, pittore e scenografo. Tre anni dopo riceve l’incarico e ruolo di Prefetto alle fabbriche ducali che mantenne fino alla morte avvenuta nel 1630 che segnava anche l’epilogo delle glorie dei Gonzaga. Ha partecipato ai cambiamenti architettonici ma anche politici del Palazzo seguendo le imprese e le ambizioni degli ultimi quattro duchi: Vincenzo I, poi i suoi figli Francesco IV, Ferdinando e Vincenzo II.

VIANI SOLIDO. Il Palazzo Ducale, nei suoi 35 anni di servizio, si compone di altri luoghi specifici. Nel 1595, lungo il muro del Giardino del Baluardo, viene ricavata la Galleria delle Metamorfosi e qui troverà spazio la collezione scientifica di Vincenzo. Dal 1601 interviene sulla fabbrica di Corte Vecchia realizzando la Sala degli arcieri e gli spazi privati del duca Vincenzo. E poi la Galleria della Mostra e il Logion Serato o Lozone de’ quadri – che nel 1602 è ancora aperta e chiusa probabilmente nel 1614.  A lui si deve la definitiva comunicazione dei diversi ambienti del Palazzo attraverso un sistema di corridoi che riprendeva la funzione di quelli medicei. Viani lavora anche in contesti esterni alla corte. In ambito religioso: si occupa della cripta nella Chiesa di Sant’Andrea, realizza le chiese di San Maurizio e di Sant’Orsola, quest’ultima per Margherita sorella di Vincenzo. Fuori città prosegue la costruzione della Palazzina di Bosco Fontana – avviata alla fine del Cinquecento dal cremonese Dattari – e la sfarzosa Villa a Maderno sul Garda per Vincenzo, in realtà mai abitata. Quasi di fronte alla casa di Giulio Romano, realizza il Palazzo Guerrieri Gonzaga che nel Cinquecento appartenne Guerrieri, originari di Fermo.

VIANI EFFIMERO. Essere prefetto alle fabbriche voleva dire occuparsi anche degli apparati effimeri – pitture e architetture – per gli spettacoli e le cerimonie sacre e profane. Già nel 1595 – anno della nomina – la firma del Viani è presente sulle note di spesa e sugli ordini di pagamento per allestire una barriera nel cortile della Mostra, per il teatro di corte e la costruzione di un catafalco per le esequie del duca di Nevers. Così Viani ha preparato, in modo tecnico e creativo, per gli oltre trentanni di carnevali, giostre e tornei. Di lui non c’è rimasto un singolo disegno o bozzetto della sua attività che doveva comunque comunicare il gusto per gli artifici di prospettiva, i giochi ottici, gli elementi del paesaggio e quello bizzarri. Affascinante ma ancora tutta da definire, perché non convalidato dai documenti, la realizzazione dei due teatri, quello di corte e dei comici, quest’ultimo già in funzione nel 1609.

VIANI PITTORE. L’attività meno nota di Viani è quella di pittore. Nel 1593 realizza insieme ad Ippolito Andreasi gli affreschi del catino absidale del Duomo di Mantova. Per la chiesa di Sant’Orsola realizza la pala La Vergine presenta Santa Margherita alla Santissima Trinità. Posta sull’altare sinistra nel 1619, è un’opera dalle notevoli dimensioni – 450×374 cm – che mostra, rispetto agli esordi della carriera, una tavolozza più fredda, una grande regia della luce e un’impostazione spaziale più ardita. La tela è firmata e datata 1619, un anno dopo la morte di Margherita.

Questa è la città spettacolare che avrebbe abitato Rigoletto, il personaggio inventato da Verdi e in fondo trasposizione italiana del vero Triboulet.

Bibliografia: Claudia Burattelli, Spettacoli di corte a Mantova tra Cinque e Seicento, Casa Editrice Le Lettere, 1999 | Raffaella Morselli, Le collezioni Gonzaga. L’elenco dei beni del 1626-27, Silvana Editoriale 2000 | Stefano L’Occaso, Museo di Palazzo Ducale di Mantova. Catalogo generale delle collezioni inventariate. Dipinti fino al XIX secolo, Publi Paolini 2011

Immagine: Antonio Maria Viani offre a Margherita Gonzaga il modello della Chiesa di Sant’Orsola, 1618-20 (olio su tela, Palazzo Ducale di Mantova). Particolare

Canocchiali, astronomia e New York. La mummia di Passerino vede cambiare il mondo

1609, il mondo si apre al nuovo. L’astronomo Keplero pubblica Astronomia nova, viene introdotto il tè in Europa, Galilei utilizza per la prima volta un canocchiale. Probabilmente, allo stesso anno, risale la prima esplorazione della Baia di New York da parte degli olandesi a bordo della nave Mezzaluna capitana da Henry Hudson che poi diede nome al fiume e all’area.

Mantova, 1609. Mentre Vincenzo I Gonzaga finanzia la spedizione in Perù dove incarica Evangelista Marcobruno di cercare il gusano, il prefetto alle fabbriche Antonio Maria Viani sta progettando la Galleria delle Metamorfosi.

America, 1624. La Compagnia Olandesi delle Indie Occidentali fonda Nuova Amsterdam, una cittadella nella punta meridionale nell’isola di Manhattan ovvero nel punto strategico che permette la gestione del commercio di pellicce nella valle del fiume Hudson. Difesa, controllo, economia. Così nasceva Fort Amsterdam, un villaggio fortificato che puntava quasi tutto sullo sfruttamento della pelle dei castori, una merce molto pregiata sui mercati europei. Fece seguito una mappatura dettagliata del territorio. L’area rimase di possesso olandese fino al 1664 quando cadde nelle mani inglesi prima di essere ancora orange nel 1673 ed essere ceduta definitivamente nel 1674 agli inglesi. Il nome New York – utilizzato durante la prima conquista inglese – è stato dato in onore del Duca di York ovvero il futuro re Giacomo II.

Mantova, 1627. Galleria delle Metamorfosi. Qui, nella wunderkammer della famiglia Gonzaga, è esposto il corpo di Rinaldo Bonacolsi, conservato dal 1328. Nato qualche anno dopo l’ultima crociata, si ritrova ad essere ancora visto – con orrore – quando il suo tempo è ormai trapassato e il mondo intorno a lui è tutto cambiato e alle cose si mette vicino l’aggettivo nuovo. Il giorno di Natale porterà un’altra novità. Muore Vincenzo II, finisce senza eredi la dinastia che sarà nota col nome Gonzaga-Nevers. Forse viene perduta durante il sacco del 1630? Lo scrittore tedesco Martin Zeiller in visita a Mantova riferisce di aver visto la mummia e quello che rimaneva della collezione.

Bibliografia: Edward Rutherfurd, New York. Il romanzo, Mondadori 2011 | Raffaella Morselli, Le collezioni Gonzaga. L’elenco dei beni del 1626-27, Silvana Editoriale 2000 | Marco Venturelli, Mantova e la mummia, Editoriale Sometti 2018

Immagine: Johannes Vingboons, la città di Amsterdam, 1664 

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La mappa originale di Nuova Amsterdam, 1660 

Tristano Martinelli, il comico con un ricco conto in banca

Mantova, 1 marzo 1630. Muore nella contrada del Mastino il comico Tristano Martinelli “di febre et cataro in due giorni”. Da due anni la città ha visto il passaggio dai Gonzaga ai Nevers. Quattro mesi dopo Carlo I si arrende all’assedio delle truppe imperiali, le truppe saccheggiano la città e finisce davvero la stagione delle risate che aveva caratterizzato tutto il primo Seicento.

IL COMICO RICCO. Tristano Martinelli rappresenta tuttavia la straordinaria eccezione di un comico che è riuscito ad arricchirsi contrariamente a quanto avveniva per tutti gli altri che dovevano arrabattarsi tra la corte, le piazze e altre città. Nato il 7 aprile del 1557 a Marcaria, Martinelli si ritrova fin da subito nelle dinamiche del teatro anche grazie al fratello Drusiano. Nel 1576 compare già come attore ad Anversa. Il suo corpo, longilineo e flessuoso, era plastico e adatto a tutte quelle parti più istrioniche. Si lega a molte compagnie, le lascia e poi vi ritorna. Gira l’Italia e l’Europa, soprattutto la Francia. Il 29 aprile 1599 riceve a Mantova l’incarico di soprintendenza su “tutti li comici mercenarii, zaratani, cantinbanco, bagattiglieri, postiggiatori, et che mettono banchi per vender ogli, balotte, saponeti, historie et cose simili”. Il nuovo decreto diventa l’inizio della sua ascesa e indipendenza economica: riscuote la terza parte dei beni sequestrati, una mercede fissa per ciascuna licenza concessa, una percentuali sui guadagni dei comici, sei soldi giornalieri per ogni venditore in piazza, una quota per ogni giocoliere, una tassa sull’infrazione del decreto e una tassa per ogni festino organizzato durante il periodo carnevalesco nelle case cittadine, borghesi e nobili. Praticamente guadagnava anche senza recitare. Martinelli accumula “colane, gioie, argentarie, anelli, gioielli, et altre cose di oro et argento”.

IL CONTO IN BANCA. Firenze, novembre 1597. Martinelli recita nello Stanzone delle commedie della Dogana e per l’occasione il granduca Ferdinando I gli concede il privilegio di depositare i suoi risparmi presso il Monte di Pietà. Le registrazioni delle operazioni bancarie risultano molto oculate e chiariscono l’entità cospicua del suo patrimonio. il 12 luglio 1597 effettua il suo primo versamento: 638 scudi, 9 soldi e 9 denari. Dopo un anno il suo capitale di base era di 900 scudi mentre al 31 dicembre 1599 il deposito del comico era di 1.150 scudi netti.

IL MULINO. Nel 1618 acquista da Alessandro Gonzaga per la cifra di 7.500 scudi il mulino di Bigarello stabilendone la perpetua inalienabilità. La prima parte dell’epigrafe posta esternamente recita così: “mi sono quel bel molin de Bigarel aquistat d’Arlechin, comic famos”. Sì perché Tristano era conosciuto soprattutto per aver portato alla ribalta il personaggio di Arlecchino ma non troverà qui lo spazio lo sterile dibattito sull’invenzione di tale maschera della Commedia dell’Arte.

PARENTI ALLARGATI. Ad un solo anno di distanza dalla morte della prima moglie Cassandra Guantari, nel 1609 si risposa la ventenne Paola Avanzi che fino al 1627 gli darà 7 figli. Oltre a collezionare le lettere – erano più di cento – di tutti i più potenti d’Europa, Martinelli adopera i suoi contatti per chiedere proprio a loro di fare da padrini e madrine ai suoi figli. Più questi aumentavano e più accresceva la parentela. Cercata, esibita, ramificata.

 

Bibliografia: Claudia Burattelli, Spettacoli di corte a Mantova tra Cinque e Seicento, Casa Editrice Le Lettere, 1999 | http://www.treccani.it/enciclopedia/tristano-martinelli_(Dizionario-Biografico)/ 

Immagine: Compositions de rhétorique de Mr. Don Arlequin – 1601. Tristano Martinelli come Arlecchino 

Il buffone, il pittore e il viaggio in Italia. Molte ipotesi di una piccola tavola

Cremona, 25 ottobre 1441. Va in scena il matrimonio tra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza. I festeggiamenti sono proseguiti per diversi giorni con tornei, carri allegorici e un sontuoso banchetto nuziale. Per l’occasione agli ospiti fu servito il primo torrone. Qualche mese prima, a giugno, era morto a Bruges Jan Van Eyck.

Ferrara. Nello stesso anno va in scena la morte di due personaggi opposti, un marchese e un buffone ovvero Niccolò III d’Este e Pietro Gonella.

IL VIAGGIO. Data imprecisata, forse prima forse dopo. Jean Fouquet compie il suo viaggio in Italia dove visita Roma, Napoli, Firenze e poi approdo alla corte estense di Leonello d’Este, figlio del marchese Niccolò III morto solo quattro anni prima. Il pittore di Tours, poco più che ventenne, ha una formazione artistica parigina e fiamminga, borgognona nello specifico. In Italia ha modo di conoscere l’arte dei contemporanei Beato Angelico, Domenico Veneziano, Piero della Francesca e apprezzare la pittura di Masaccio. Il viaggio gli permetterà di conoscere i monumenti italiani – che inserirà con sempre maggiore insistenza – la prospettiva, la luce razionale e limpidissima di Beato e il rigore matematico di Piero. Durante la sosta nella corte estense esegue il ritratto a lui attribuito del buffone Gonella.

IL BUFFONE. Si trattava di un nome comune tra i comici alla corte di Ferrara, infatti tra il XIV e il XV secolo se ne contano tre e spesso le loro storie e le loro epoche si sovrappongono. Una vera dinastia. Quello dipinto da Fouquet è il secondo in ordine di tempo, Pietro, che ha intrattenuto la corte di Niccolò III d’Este fino al 1441, data della morte per entrambi. Pietro Gonella era nato a Firenze nel 1390. Carlo Ginzburg, in un suo celebre testo dedicato all’opera, osservava che probabilmente, si tratta del «più antico esemplare rimasto di ritratto autonomo di un buffone.

DOMANDE. La piccola tavola – 36 x 24 centimetri – porta con sé tutta una serie di domande che ne potrebbero costruire o ricostruire la storia. Fouquet l’ha eseguito mentre era a Ferrara o al ritorno in Francia? è possibile anticipare il viaggio di Fouquet al tempo in cui Gonella era ancora vivo? se invece il viaggio è stato compiuto dopo la morte del comico come è riuscito il pittore ad eseguire il ritratto? era già stato eseguito dipinto che lo ritraeva? c’era un disegno? l’autore del dipinto è Fouquet oppure un altro pittore sempre di area fiamminga? Magari fatto a distanza senza necessariamente aver compiuto il viaggio a Ferrara?

IL RITRATTO. Mai un buffone era stato registrato con un primissimo piano come ha fatto probabilmente Fouquet. Gonella, rappresentato con un forte realismo, è inserito in una inquadratura che taglia fuori alcuni dettagli della figura ma al contempo si espone verso lo spettatore. Il ritratto, svincolato dalle convenzioni del tempo, non un intento canzonatorio o di metterne in luce gli aspetti buffi. C’è invece tutta l’umanità e la connotazione psicologica tipici del ritratto fiammingo su cui proprio Van Eyck aveva lavorato. La resa è epidermica tanto che si contano le rughe, si vede la barba fatta da poco e brizzolata – aveva circa 50 anni – e la veste tipica dei giullari con una giubba a strisce verticale alternate di colori sgargianti.  Grandi bottoni e sonagli sull’abito, come prevedeva la prassi, per anticipare con il suono l’arrivo del giullare. In testa uno zuccotto molto semplice ma decorato con una striscia di pelliccia esterna.

ACCOSTAMENTI. Sicuramente è ben presente la formazione fiamminga di Fouquet visibile nei dettagli della veste. Guardando ai dipinti dello stesso e cercando una vicinanza stilistica per confermare la paternità di Gonella, c’è la stessa introspezione psicologica del ritratto di Guillaume Jouvenel del Louvre (1460-65) o del ritratto di uomo del Museum of Arts di Indianapolis. Nel Dittico di Melun del 1450, oltre ad una straordinaria eleganza, mostra una attenzione alla matericità delle vesti e un amore da miniatore – quale era – per i dettagli. Potrebbe essere lo stesso artista che tra il 1452 e il 1460 realizza il Libro d’Ore di Étienne Chevalier? Fouquet era sicuramente rientrato dal viaggio in Italia e ha fatto tesoro di luce, prospettiva e rigore. Un lavoro da cesellatore più che miniatore che ben si allineano con la straordinaria prova ritrattistica del buffone Gonella.

Bibliografia: Carlo Ginzburg, Ritratto del buffone Gonella, Franco Cosimo Panini, 1996 | 

Immagine: Ritratto del buffone Gonella, attribuito a Jean Fouquet (1447-50?) – Kunsthistorisches Museum di Vienna.