Giovani, bravi e furbi. I collaboratori che rubarono i disegni di Giulio

Vi immaginate dei disegni rubati a Bramante, Michelangelo o Antonio da Sangallo mentre stavano progettando San Pietro o altri monumenti per il Papa? Significava perdere l’autorità su quella costruzione e rischiare che venga replicata. Diverso dall’emulazione per vanità e lusso a cui invece si sperava.

Il cantiere di Palazzo Te ha avuto certamente un forte potere attrattivo portando a Mantova artisti provenienti da altre città. Non di primissima qualità – se si esclude il Primaticcio che però lavoro solo un anno – ma soprattutto giovani, volenterosi e disposti ad imparare. Oltre all’occasione di lavoro offre la possibilità di stare a contatto con Giulio Romano e si presenta come una fonte di invenzioni da assimilare, replicare e addirittura rubare. E’ il caso di Dionigio Brevio veronese e Aurelio da Crema fuggiti da Mantova con molti disegni. Così scriveva Federico II a ai rettori di Verona il 19 novembre 1530: appresso le priego che le vogliano contentarsi de fare pigliare subito et de mettere in pregione uno Dionigio Brevio, pittore in Verona che sta su la piazza del domo all’incontro della barbaria sul canto, quale ha un fratello prete, che questo Dionigio ha robbati al mio superior delle fabbriche messer Iulio Romano molti dessegni che m’importavano e non vorrei che su quella forma ne fossero fatti di altri, perché voglio farli metter in opera nel mio palazzo che faccio fare e temo che costui non ne faccia copia ad altri et che in altri laghi siano messi in opera. 

Non si trattava di spionaggio ma di appropriazione indebita per ritornare nella proprio città e cercare fortuna. Non c’è da stupirsi. Non furono gli unici artisti ad essere stati allontanati dal cantiere di Palazzo Te. Molti nomi sono presenti nei registri di pagamento solo per qualche settimana o mese e poi non sono più menzionati. Giulio docet.

Bibliografia: Daniela Ferrari (a cura di), Giulio Romano. Repertorio di fonti documentarie, 1992

Immagine: Progetto della Basilica di San Pietro di Bramante (1505)

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Bosch e il gusto contagioso per i fiamminghi

Hieronymus Bosch nasce nel 1453 – anno della caduta di Costantinopoli – e muore nel 1516, lo stesso del trattato di Noyon in cui Milano diventa francese, dell’apertura del primo ghetto a Venezia e della pubblicazione di Utopia di Tommaso Moro. Giorgione era morto da 6 anni, Tiziano aveva circa 25 anni e Raffaello da appena due anni aveva terminato la Madonna della Seggiola. Questa era la temperatura dell’arte in Italia e che diventa modello anche per l’Europa dominata dal rapporto Venezia-Fiandre e paesi nordici. Bosch si inserisce in questo contesto. Viene apprezzato anche da un pittore ferrarese come Dosso Dossi che nel 1520 realizza Il viaggio degli Inferi citando partiture e pose di Raffaello e bizzarrie di Bosch derivate dal Trittico delle tentazioni di Sant’Antonio del 1505.

I fiamminghi piacevano ai Gonzaga, soprattutto ad Isabella d’Este, e a Vespasiano che infatti ingaggia per le decorazioni di Sabbioneta Giovanni da Villa, pittore fiammingo morto tragicamente nel 1562 annegato nel fiume Oglio. Nel 1589 Vespasiano scrive ad Alessandro Farnese, che si trovava in Fiandra, il desiderio di “un par de quadri di pittura di Geronimo Bosio o almeno di quei buoni pittori suoi seguaci”. Il principe di Sabbioneta, oltre alle doti politiche, dimostra di avere sensibilità e fiuto per l’arte anche più “visionaria” come gli altri grandi imperatori-collezionisti: Carlo V, Rodolfo II, Ferdinando II e il suo castello di Ambras.

Bibliografia: Chiara Tellini Perina, Sabbioneta, Electa 1991

Immagine: Particolare tratto da Trittico delle Tentazioni di Sant’Antonio, Lisbona. 

Dieci cavalli di legno per Vespasiano

I cavalli corrono anche a Sabbioneta, per meglio dire marciano in modo trionfale. Non sono affrescati come a Palazzo Te ma sono scolpiti in legno. Si tratta di statue equestre policrome fermate nel loro incedere fiero e celebrativo. Le quattro statue si trovano nella Sala delle Aquile nel Palazzo Ducale di Sabbioneta. La serie completa era di dieci e si trovava nella Sala del duca d’Alba. Le statue sono andate perdute nell’incendio del 1815. Al centro troneggia la figura di Vespasiano Gonzaga.  Dietro di lui i suoi antenati: il padre Luigi detto Rodomonte, il bisnonno Gian Francesco (primo signore del feudo di Sabbioneta) e Ludovico, terzo capitano del popolo, appartenente al ramo principale dei Gonzaga di Mantova.

Vespasiano indossa già il Toson d’oro, onorificenza conferita nel 1585. Questo dato è confrontabile con un’altra informazione relativa alle statue. In una lettera del 4 luglio 1587 Paolo Moro scrive a Vespasiano da Venezia e afferma la commissione ad uno scultore veneziano. La soluzione della marcia equestre a fondo dinastico ha ispirazione spagnola ma il tema è tutto mantovano. I cavalli come segno di forza famigliare. Un carillon di dieci cavalli inizia la sua corsa nella città lagunare e terminerà a Sabbioneta.

Bibliografia: Chiara Tellini Perina, Sabbioneta, Electa 1991

Immagine: Sala delle Aquile

Le residenze suburbane di Mantova al tempo di Giulio Romano

Mantova, fine dell’anno 1526. Iniziano i lavori al cantiere di Palazzo Te. Giulio Romano non è alle prese con una assoluta novità. Le ville suburbane erano già presenti più o meno distanti dal cuore politico della città. La prima fu costruita nel 1506 appena al limite della terza cerchia e di fronte all’isola dove sorgerà il Palazzo Te. Si tratta del Palazzo di San Sebastiano, realizzato per volere di Francesco II Gonzaga sotto la regia dell’architetto e ingegnere Girolamo Arcari. Svago, distanza dal Palazzo Ducale, difesa e bastioni. Lo stesso che nel 1508 sulle rive del lago di Mezzo la villa di Poggio Reale allo scopo di fare ricevimento, portare gli ospiti e godersi l’affaccio naturale. Abbandonata e distrutto nel 1723. Le altre residenze extra urbane, più distanti dalla città, sono quelle di Gonzaga, Marmirolo (le preferite di Federico II) e Pietole. Quest’ultima è presente negli elenchi di Stivini con 13 camere. Tutte sono state realizzate con mattoni seguendo la tradizione e il materiale locale. Le decorazione pittoriche e i nomi delle camere si richiamano come una costellazione di corrispondenze. Cavalli, cani, imprese, mappamondi e i cicli dei trionfi che inneggiano alla genealogia dei Gonzaga e al mondo classico. Famiglia, svago e potere. Palazzine di piacere che costituiscono il modello per le seicentesche La Favorita e Palazzina di caccia di Bosco Fontana.

Bibliografia: Giulio Romano e l’arte del Cinquecento, a cura di Ugo Bazzotti, Panini 2014

Immagine: Palazzo di San Sebastiano 

Il giovane Federico fa tirocinio alla corte del Papa

Agosto 1510. Federico II arriva a Roma come ostaggio d’onore di papa Giulio II, ha dieci anni e una madre di nome Isabella d’Este. La città vede compiersi le meraviglie di Raffaello, Michelangelo e Bramante. Queste sono le premesse per la sua formazione culturale che è stato, a tutti gli effetti, un precoce tirocinio politico. A Roma Federico è accompagnato da una piccola corte costituita da due maestri di casa, Stefano Gaudio e Matteo Ippoliti, il medico personale Luca Coffani, il maestro di canto Domenichino e poi paggi e servitori. Così Stefano Gaudio scrive a Isabella: è alloggiato nelle più belle stantie che siano in questo pallatio et stassi ad manzare in una bellissima logia che scopre tutto il piano, che veramente si può chiamare Belvedere; per quella logia, camere e giardini de naranzi e pini tutto il giorno se spassa con grandissimo piacere et solazo, non sì scordando però di attendere al canto così ad dir l’officio. Ammirando le statue collocate nel Giardino del Belvedere il piccolo Federico non può che pensare alla madre e vorrebbe inviarle addirittura il Laocoonte. La lettera, che descrive le giornate di Federico, prosegue con la passione per i cavalli, una cavalcata al Campidoglio e Colosseo e maestri che gli fanno da guida alle antichità, come Bernardo Accolti. Il rientro a Mantova avviene il 3 marzo 1513. Otto giorno dopo sarebbe stato eletto il nuovo papa Leone X. Nel frattempo Niccolò Machiavelli aveva ormai scritto buona parte de Il Principe. Tutto era quasi pronto sullo scacchiere politico italiano.

Bibliografia: Le corti italiane del Rinascimento, Mondadori 1985

Immagine: Probabile ritratto di Federico II ad opera di Francesco Francia nel 1510

La corte della cucina. Gli instancabili funzionari di famiglia

La Corte di Mantova era certamente numerosa e comprendeva almeno 800 persone tanto che ai tempi del cardinale Ercole ci fu un’azione simile ad una spending review attuale passando a meno di 400 bocche. Si è trattato di una riduzione molto temporanea. Per avere un’idea delle altre corti basta confrontarlo con Ferrara (500) e con le corti di Torino, Parma e Firenze più moderate con 200 bocche. Il maggior numero dei funzionari si occupano delle cucine. La Ducal Scalcheria è formata da 20 persone tra cui: maggiordomo maggiore, primo maestro di casa, maestro di casa, scalco maggiore, trinciante, scalco dei signori cavalieri foresti, dispensiere, canevaro, facchini della caneva, superiore del legnarolo, credenziere, lava piatti, bottigliere, porta fiaschi. In cucina altre 23 persone tra cui: cuoco, pastizziere, gargione della cucina, gargione del pastizziere, guattero di cucina, volta rosto, maestro di salla, cuoco della duchessa, custode delle camere. Più di 50 era impiegate per i servizi di camera tra cui camerieri, paggi, servitori dei paggi, cappellani, aiutanti di camera, nani, usieri, spazatore, scoppatori, medico, barbiere, scrimiatore (maestro di scherma), amiralio, lacché, trombette (per annunciare il pasto pronto). E poi funzionari che doveva servire alla camere della duchessa e la famiglia ducale: servente, serve della servente, serve delle dame, servitori delle dame, scalco boccamaggiore, gentilhuomo della bocca, caroziere da timone, caroziere davanti, aiutante ai predetti.

Alcune figure sono state tralasciate per non fornire un mero elenco. Stupisce la specializzazione di molte funzioni tanto da risultare ancora prive di un reale significato. Quando si visita il Palazzo Ducale non va mai dimenticato che doveva avere l’effetto di un Grand Hotel in cui si muovevano come formiche centinaia e centinaia di addetti. Somiglia alla struttura di un alveare ovvero un cosmo di attenzioni per l’ape regina. Ovvero i Gonzaga.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli editore, Roma 2015

Il Palazzo delle cento stanze. Marmirolo quasi come il Ducale

La residenza di Marmirolo era la seconda preferita dei Gonzaga, ovviamente dopo Palazzo Ducale. Le attenzioni della famiglia verso questa località si riscontrano già nel Quattrocento quando il primo marchese Gianfrancesco costruisce il Palazzo Vecchio. SI trattava di un edifico a pianta rettangolare, molto allungato e sviluppato in altezza. Merlato, turrito e sul fianco del canale Re dei fossi. Perpendicolare a questo Federico II fa costruire il Palazzo Nuovo. Ampio cortile, porticato sui quattro lati e un ponte che univa alla struttura più antico passando il fossato. E’ qui che Giulio Romano si trova a lavorare nei primi mesi dal suo arrivo. Tra il vecchio e il nuovo si possono leggere una serie di camere dai nomi che evocano decorazioni meravigliose. In totale le stanze erano 100. Nel Palazzo Nuovo: camera della colombara, camerino dell’uccelliera, camerino delle teste, camera dei corami, camera della vigna, camerino della fontana, camerino del zardinetto, camera della pontesella. Nel Palazzo Vecchio: camera dello struzzo, de Santo Antonio dove stano li falchoneri, dell’aquila bianca, due camere francesi, del cavallo, dei mirti, del grifone, del crogiolo, delle colonne, del lupo, dei cani, della volpe, degli uccelli, della cisterna, della torre, sala dei barbari, camerino dei falconi, delle armi, camerino delle ali, delle tortore, della museruola, del troncone, della ruota, del cane, della cerva, del sole. Lo splendore non finisce qui. Era stato fatto preparare l’appartamento di Margherita Paleologa moglie di Federico. Ecco allora una camera ditta la Marchesa, una dei melograni, due della cicogna, da le man in fede, camarino di Rodi, de la maiolicha, del mapamundj. La lunga descrizione sembra l’ordito che ricama un tappeto orientale.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore 1979 

Immagini: Impresa del guanto (su ceramica)

Oggi nulla è rimasto del Palazzo di Marmirolo. Solo documenti, una lunga serie di nomi e immagini del catasto teresiano.

Nani e giganti alla corte dei Gonzaga

La rarità e la stramberia hanno da sempre affascinato le corti italiane ed europee. Già nel 1345 erano al servizio dei Gonzaga un gigante di nome Guglielmone e il nano Frambaldo. I loro ritratti sono visibili nella Camera dei Capitani del Castello di San Giorgio. Nello stesso periodo si cita anche Rizza molinara conosciuta per la sua straordinaria forza. Un primo museo dei freak degno di Barnum. Andrea Mantegna rende evidente questa attenzione anche nella Camera degli Sposi e sulla parete che immortala la famiglia c’è posto anche per la nana Lucia. In fondo era una balia e aveva un fondamentale compito verso le giovani future spose di casa Gonzaga. Anche nel ciclo dei Trionfi di Cesare si nota un nano nel denso fregio di personaggi che sfilano. Isabella d’Este aveva già un nano chiamato nanino e gli procurò una compagna che chiamò nanina. Un nano armato lo si trova in sella nella Giostra raffigurata da Pisanello. A Palazzo Te i giganti sono ritratti nella loro caduta mentre salgono sul monte Olimpo. Muscoli, tendini e vortici di membra in caduta libera. Per Giulio Romano è materia scientifica da studiare fino a leggerne l’estrema tensione. Il gigante Polifemo nella Camera di Amore e Psiche è invece colto nella sua tensione amorosa verso la giovane Galatea innamorata di Aci e non di lui. Omnia vincit amor.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore 1979 

Immagine: Particolare della Camera dei Giganti 

La fine dei cavalli di Casa Gonzaga. Epilogo di un marchio storico

Dopo almeno due secoli di dominio assoluto i cavalli dei Gonzaga agli inizi del Seicento si avviano verso il tramonto. Ne aveva appena decantate le qualità addirittura Ulisse Aldrovandi. E tempo prima Paolo Giovio scrive “non v’era niuno re in tutta l’Europa, il quale tenesse più numero né più eccellenti cavalli da guerra di tutte le sorti, di quel che faceva il marchese di Mantova“. Nel 1608, al tempo di Vincenzo, accadde l’inverosimile. Gli allevamenti furono decimati da una malattia contagiosa che in tre giorni decimò il numero dei cavalli. La cosiddetta “raza da casa nostra” quasi si estinse e al tempo di Ferdinando Gonzaga le stalle accoglievano 250 cavalli di cui solo 50 nobili e per il maneggio. Triste epilogo di un marchio che ha tradotto l’ambizione di una famiglia.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore 1979

Immagine: Cavallo con otto zampe, Ulisse Aldrovandi 1642 

Numeri, sale e sorprese. Quattro residenze dei Gonzaga nel 1540

1539 Mantova. Muore Isabella d’Este. Un anno dopo la segue anche il figlio Federico II. L’inventario del 1540-42 stilato dal notaio di Corte Odoardo Stivini, oltre a fare il resoconto degli oggetti conservati negli spazi di Isabella, fa la conta delle sale presenti nelle maggiori residenze dei Gonzaga. L’approssimazione è per difetto. Al primo posto il Palazzo Ducale con 135, segue a sorpresa il Palazzo di Marmirolo con 100 mentre Palazzo Te e Corte Spinosa ne hanno rispettivamente 22 e 20. Si registrano alcune riflessioni. Il totale delle sale a quel tempo su quattro residenze è di 277. Quasi la metà delle stanze odierne solo di Palazzo Ducale. Nel 1540 era appena terminato il cantiere di Giulio Romano nell’appartamento di Troia che consegna al Castello nuove sale a funzione celebrativa. La residenza di Marmirolo era la seconda preferenza dei Gonzaga che, a buon diritto, può essere definita un prolungamento suburbano e bucolico della Corte.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989. 

Immagine: Pianta del Palazzo Ducale, 1870