Ogni venere di sera. Monteverdi e gli spazi musicali di Palazzo Ducale

15 settembre 1590, Roma. Al soglio papale viene eletto Giovanni Battista Castagna con il nome di Urbano VII. Dopo tre giorni si ammala di malaria. Resiste per altri 10 giorni. Il 27 settembre muore. Gli succede Gregorio XIV.

Nello stesso anno arriva a Mantova un nuovo suonatore di viola e assunto anche con la funzione di cantore. È il cremonese Claudio Monteverdi. Al servizio di Vincenzo I lo troviamo nel 1595 in Ungheria e quattro anni dopo nelle Fiandre. Nel settembre del 1599 Vincenzo farà tappa anche a Bruxelles dove ingaggerà il pittore Frans Pourbus. Nel 1601 Monteverdi diventa “maestro e de la Camera e de la Chiesa sopra la musica”. Ha dovuto attendere la morte di ben quattro predecessori tra cui Giaches Wert e Alessandro Striggio junior. La data che farà la differenza nella sua carriera – forse non tanto in vita ma sicuramente dopo – fu la il 24 febbraio 1607 quando si tenne la prima rappresentazione della Favola di Orfeo. Due giorni prima si era tenuta invece nell’Accademia degli Invaghiti. Il 14 marzo 1608 nella sala detta de’ specchi – in realtà è la Sala dello Specchio – si è tenuta invece la prova di Arianna in cui si conoscerà la voce portentosa di Virginia Andreini che stava sostituendo Caterina Martinelli appena morta di vaiolo. Lo spettacolo, dopo due mesi di prove, avrà luogo il 28 maggio in occasione dei festeggiamenti della nuova coppia ducale Francesco IV Gonzaga e Margherita di Savoia. Per la prima volta si esce dal chiuso delle adunanze degli intenditori e si offriva lo spettacolo anche al grande pubblico. Per l’occasione viene allestito lo spazio del cortile della Cavallerizza.

CLAUDIO IN PALAZZO. La musica era ovunque a Palazzo ma gli spazi essenziali pensati con questa funzione erano la Sala dello Specchio – che verrà confusa con il Logion serato chiamato nel 1779 Galleria degli specchi – dove “ogni venere di sera si fa musica”, la Sala degli Arcieri ovvero “il salon dove si balla” e ovviamente il Teatro Grande di corte. Durante le feste del 1608 qui ebbero luogo Manto, L’idropica e il Ballo delle Ingrate. Le sue musiche furono messe in scena anche nel cosiddetto Teatro Piccolo o dei Comici anche se non documentate. Probabilmente le sue musiche si sentirono anche all’interno delle due chiese interne al Palazzo ovvero Santa Croce e la Basilica di Santa Barbara dove venne suonato l’inno Ave maris stella.

CLAUDIO PRIVATO. Non visse all’interno della corte ma ha scelto un’abitazione collocata nell’attuale vicolo Freddo che faceva parte della parrocchia dei Santi Simone e Giuda. Qui infatti, nella chiesa, Monteverdi il 20 marzo 1599 si sposa con Claudia Cattaneo, cantante di corte. Ebbero tre figli ma Claudia morì appena otto anni dopo. Il 1612 segna la fine della sua esperienza mantovana. Morto Vincenzo I, Monteverdi non ha mecenati in Palazzo, venne licenziato e fu costretto a fare ritorno a Cremona.

10 luglio 1613, Venezia. Succede un fatto che Monteverdi non pensava potesse essere così connesso alla sua vita. Muore Giulio Cesare Martinengo il maestro di cappella della Basilica di San Marco. Il 19 agosto Monteverdi prese il suo posto. Non lasciò più Venezia fino al 29 novembre 1643 quando morì sotto forma di note.

 

Bibliografia: Paolo Fabbri, Monteverdi, Biblioteca di cultura musicale 2018 | Claudia Burattelli, Spettacoli di corte a Mantova tra Cinque e Seicento, Casa editrice Le Lettere, 1999 

Immagine: Bernardo Strozzi, ritratto di Claudio Monteverdi 1630 – Kunstgeschichtliche Sammlungen (particolare delle mani e dei madrigali)

 

Ingegneri, feste e prodigi. Le naumachie sui laghi di Mantova

Le leggi di Keplero vengono teorizzate tra il 1608 e il 1609. Nell’aria europea si sta raccogliendo l’eredità di Copernico e dell’astronomo Tyge Brahe. Le formule spiegano – anche per iscritto – la dinamica dei moti dei pianeti. Il mondo viene letto e raccontato attraverso la meccanica.

31 maggio 1608, Mantova. Il ciclo di festeggiamenti in onore di Francesco IV Gonzaga e Margherita di Savoia è cominciato da una settimana, era il 24 maggio. Andrà avanti fino al giorno 8 giugno. La sera di sabato viene offerto agli ospiti e alla popolazione lo spettacolo a cui Vincenzo I teneva di più ovvero la battaglia navale tra le armate cristiane e quelle turche allestita nelle acqua del Lago di Sotto ovvero il lago Inferiore. La messinscena è frutto delle sapienti arti meccaniche di Bertazzolo e scenografiche di Viani, entrambi presenti a Mantova. Tutto era stato costruito: le navi, la fortezza, i costumi, il copione. Oltre ai resoconti di corte c’è anche un cronista d’eccezione, Federico Zuccaro, a quel tempo in città e spettatore interessato e stupito. Essendo sera il lago viene illuminato con quattro zattere di bitume ardenti per renderlo “luminoso e chiaro”. Lo spettacolo comincia. Così racconta l’ambasciatore Annibale Roncaglia a Cesare d’Este. Sette galere attaccano la Fortezza “che prima fecero bellissimi fuochi con raggi, girandole et altre sorti. […] Preso, abbruggiato e saccheggiato il castello, cominciarono raggi et fuochi così belli d’allegrezza che durarono assai che pareva stupore, et fatti si chiamò alla raccolta con trombe et tamburi et soldati. Quasi tutti se ne tornarono all’armata nelle galere, onde fu finita la festa alle cinque hore, et ognuno se n’andò a cena. Era illuminato tutt’il lago alle ripe con fuochi grandi”.

Non si trattava della prima naumachia mantovana. C’erano stati tre antecedenti. Il primo fu il 22 ottobre 1549 in occasione dell’ingresso di Caterina d’Austria sposa di Francesco III Gonzaga. Fu preparato sul lago di Sopra un assalto di “sette navi acconcie a modo di fuste e di bergantini” a “un picciolo castello fabricato di legame” difeso da dodici uomini vestiti alla turchesca. L’altro spettacolo, sempre allestito nel Lago di Sopra, venne organizzato il 26 aprile 1561 per accogliere l’arrivo di Eleonora d’Austria sposa di Guglielmo. Le manifestazioni erano goffe, di breve durata e incentrate sulle manovre delle navi e delle soldatesche. Non erano ancora stati aggiunti i fuochi d’artificio. La manifestazione del 22 settembre 1587 fu la più curata e l’antecedente più diretto di quella che sarebbe avvenuta vent’anni dopo. Il pubblico, a differenza dei precedenti, assiste dall’alto e staccato dalla scena e non più su di un’imbarcazione in movimento. Il punto di vista era fisso e non relativo replicando così l’esperienza del teatro.

Nel 1608 Mantova è il più importante laboratorio teatrale d’Europa. Bertazzolo venne richiesto addirittura dai Medici, primi rivali dei Gonzaga in tema di spettacoli. La stagione di Vincenzo aveva davanti a sé ancora quattro anni di meraviglie.

 

Bibliografia: Claudia Burattelli, Spettacoli di corte a Mantova tra Cinque e Seicento, Casa Editrice Le Lettere, 1999 | ASMO, Estense, Ambasciatori, Mantova, b. 8, fasc. 6, cc. 10r-11r  | Giancarlo Malacarne, Le feste del Principe, Il Bulino edizioni d’arte, 2002

Immagine: Battaglia navale, 1608 – Gabriele Bertazzolo, tecnica incisione. Didascalia: disegno della Battaglia Navale / et del castello de fuochi trionfali / Fatti nelle felicissime nozze del Sereniss. S. Prencipe di Mantova et Monferrato / Con la Serenissima Infante di Savoia / Per opera et architettura / di Gabriele Bertazzolo ingegnero / dell’Alt. Sereniss. di Mantova. 

Fonte: Fondazione Giorgio Cini 

 

Avventure e disavventure dei Bonacolsi. Famiglia di politici, condottieri e mummie

Prima del 1164, anno imprecisato. La famiglia Bonacolsi si trova a Villa Garibaldi ovvero Carzédole così come veniva chiamata fino 1867 dal nome del carice, una tipica pianta palustre. Nel 1164 invece è attesta la loro presenza in città.

1168. Viene fondata la città di Alessandria in onore di Papa Alessandro III. Nello stesso anno Otolino de Bonacosa viene ricordato nei documenti come il primo Bonacolsi. Otobono, insieme al figlio Gandolfo, viveva in una casa merlata nel Quartiere di San Martino, contrada di Sant’Egidio. Gandolfo ricopre la carica di consul negaciorum nel 1191, procuratore del Comune nel 1193 e console del Comune nel 1200. L’inserimento politico in città è ormai avvenuto. Il figlio Martino nel 1231 viene investito di alcune terre appartenenti alla Chiesa di San Paolo all’interno della civitas vetus, a fianco della Cattedrale, e risiedeva in un palazzo compreso tra la perduta Chiesa di Santa Maria Mater Domini e il Fossato dei buoi. Due anni dopo è uno dei rectores Mantuae. Martino è il padre di Pinamonte che nel 1259 fu tra i consiglieri che ratificarono la pace con Verona dopo anni di lotta tra il conte Ludovico di San Bonifacio da Verona e il marchese Azzone d’Este per il dominio sul Comune mantovano. Secondo gli Annales Mantuani nel 1268 Pinamonte è a capo della fazione alleata con i conti Casaloldi che cacciò dalla città Roffino Zanicalli e la famiglia Gattari.

Bologna 1272. Muore Enzo di Svevia nel Palazzo Nuovo. A Mantova il 28 luglio Pinamonte e il conte di Federico di Marcaria, con l’appoggio del popolo e di altre famiglie tra cui i Gonzaga, cacciano dalla città il rappresentante del conte di San Bonifacio, il podestà Guido da Correggio e costringendo anche i conti di Casaloldo a ritirarsi nei loro feudi. Pinamonte e Federico prendono il governo della città con il titolo di rectores. Un anno dopo Federico verrà espulso e nel 1279 Pinamonte è ufficialmente il Capitano del Popolo.

1291. Tutti i vetrai di Venezia vengono costretti a trasferire la loro attività sull’isola di Murano e da Genova Ugolino e Vadino Ugolini salpano per raggiungere l’India senza fare più ritorno. Nello stesso anno a Mantova i Bonacolsi hanno il potere da 15 anni ma è in vista un cambiamento. Pinamonte ha già deciso che il suo successore sarà il figlio Tagino ma Bardellone allontana il padre, fa incarcerare i fratelli e si prende il titolo di Capitano del Popolo e rettore perpetuo. Nel 1293 muore Pinamonte. Dopo 8 anni di governo Bardellone viene cacciato dal nipote Guido detto Bottesella aiutato da Bartolomeo I della Scala. Bardellone morirà nel 1300 in esilio a Ferrara dopo aver fatto edificare la Magna Domus e avviando il nucleo antico del Palazzo Ducale. Guido era uno dei cinque figli di Zagnino o Giovannino detto Gambagrossa che ricoprì per due volte la carica di podestà di Verona. Guido nel 1308 si associa al potere con il fratello Rinaldo detto Passerino. Gli altri figli di Zagnino – e fratelli di Guido e Passerino – erano Samaritana, Berardo e Bonaventura detto Butirone.

Canarie 1312. Lanzerotto Malocello, mercante e navigatore della Repubblica di Genova, scopre l’isola più a nord delle Canarie e le dà il nome di Lanzarote. A Modena invece Rinaldo diventa il signore della città, carica che passerà nove anni più tardi al figlio Francesco. Nel 1325 Passerino si allea con le più potenti famiglie ghibelline, vince contro Bologna la battaglia di Zappolino. Sembra l’inizio di una espansione politica e territoriale destinato a durare a lungo. Invece nel 1328 arrivano i Corradi di Gonzaga e rovesciano il tavolo per quasi quattro secoli. Passerino muore il 16 agosto.

America 1625. Gli olandesi fondano New Amstardam. Passerino intanto è una mummia, esposto insieme ad altre curiosità nella Wunderkammer dei Gonzaga. Nato qualche anno dopo l’ultima crociata, si ritrova ad essere ancora visto – con orrore – quando il suo tempo è ormai trapassato e il mondo intorno a lui è tutto cambiato.

Bibliografia: S. Davari, Per la genealogia dei B., in Arch. St. lomb., 1901, S. Davari, Notizie storiche topografiche della città di Mantova, Adalberto Sartori Editore, Mantova 1975 | http://www.treccani.it/enciclopedia/pinamonte-bonacolsi_%28Dizionario-Biografico%29/ | La scienza a corte, Bulzoni editore, 1979

Immagine: Mappa di Gerusalemme 1170-1180 ovvero nel periodo in cui i Bonacolsi arrivano nella città di Mantova

 

La grande nube del vulcano Samalas. Storie di carestie, battaglie e trattorie

Palermo 1258. Mentre Manfredi, figlio illegittimo di Federico di Svevia e Bianca Lancia, viene incoronato re di Sicilia, erutta in modo esplosivo il vulcano Samalas sull’isola di Lombok in Indonesia. La grande nube generata ebbe delle ripercussioni anche nelle regioni europee provocando un periodo di carestia.

Mantova, stessi anni. La dinastia dei Corradi era arrivata a Guidone, figlio di Abramino. La città è in lotta con Reggio per il dominio di Gonzaga. Guidone è  tra i sostenitori guelfi lombardi che nel 1266 combattono a fianco di Carlo I d’Angiò nella battaglia di Benevento contro i ghibellini di Manfredi. Vincono gli Angioini, vince Guidone che porta a casa la pelle e qualche anno dopo riottiene tutti i suoi territori confiscati nel 1264 dalla famiglia dei Casaloldi.

Londra, 1258. Le scorte insufficienti di pane provocano 15.000 morti, tutti poveri. Il pane era un fondamento dell’alimentazione di Londra. Nel XIII secolo esistono differenti tipologie di panettieri: chi sfornava il wasterl (pane bianco raffinato), il bis (quello nero), il tourte (quello di qualità inferiore), il pouffe (quello francese). La dieta dei cittadini in questo periodo comprendeva la carne di bue, montone, maiale e poi pollame, piccioni e allodole. La verdura più richiesta era il cavolo per la preparazione della zuppa, una vera ghiottoneria. Un altro piatto che veniva apprezzato era una sorta di spezzatino di carne mista, maiale e pollo. Per i giorni di magro la scelta di pesce era assai variegata: aringhe, anguille, lamprede, salmoni e storioni. Le ostriche e i molluschi erano a buon mercato.

LAVORATORI E POTERE D’ACQUISTO. Negli anni di carestia 1392 e 1393 i documenti registrano che i poveri erano costretti ad un regime alimentare di mele e noci. Nei periodi di prosperità la paga media di un lavoratore a Londra era di 6 pence al giorno. Cosa poteva acquistare? Un pasticcio di cappone costava 8 pence, uno di gallina cinque, un arrosto sette, dieci uccellini e dieci uova sode costavano un penny. Una succulenta coscia di maiale ne costava tre. Questi prodotti, venduti nei moltissimi mercati, potevano essere consumati per strada come street food oppure all’interno di trattorie che fungevano anche da mensa ospitando le persone con il proprio cibo da cuocere al momento. Il costo del consumo del fuoco e della manodopera era ci uno o due penny.

Bibliografia: Alessandro Luzio, I Corradi di Gonzaga signori di Mantova, Università di Torino 1913 | Peter Ackroyd, Londra. Una biografia, Neri Pozza 2014

Immagine: La battaglia di Benevento, da Grandes Chroniques de France, XIV secolo

Il mondo mentre partiva Gulliver. Lillipuziani, città in aria e cavalli parlanti

Mantova, 1699. Ferdinando Carlo ha 47 anni, Casale era stata riconquistata ma ormai priva del suo valore strategico e militare. Mancava un anno alla guerra di successione spagnola, ne mancavano 8 alla fine della dinastia Gonzaga e 9 alla sua morte personale.

Madrid, 1 novembre 1700. Muore Carlo II di Spagna e si estingue la linea spagnola degli Asburgo. Ha origine così la guerra di successione spagnola. Prima di morire Carlo II decise di affidare tutto l’Impero spagnolo al suo pronipote Filippo, ovvero il nipote di Luigi XIV di Francia che già gongolava al pensiero di riunire due dei troni più potenti d’Europa. La stabilità europea stava per essere compromessa.

Bristol, 4 maggio 1699. Il primo viaggio viene intrapreso dal protagonista per mancanza di denaro: Lemuel Gulliver decide di imbarcarsi su una nave come chirurgo di bordo. Appartiene alla borghesia inglese, è nato nel Nottinghamshire, ha studiato a Cambridge e poi medicina all’Università di Leiden, apprendista a Londra ed è alto 195 centimetri.

Gulliver salpa dal porto di Bristol il 4 maggio 1699. Dopo sette mesi di navigazione naufraga a causa di un terribile temporale sulle coste di una terra sconosciuta agli uomini. Al suo risveglio si trova legato da uomini alti circa 15 centimetri, sono gli abitanti delle isole vicine di Lilliput e Blefuscu. Altro viaggio, altra tempesta e nuovo approdo misterioso nell’isola di Brobdingnag. Qui viene accolto da un contadino che misura 22 metri di altezza. La regina ordina la costruzione di una piccola casa per l’ospite, che viene definita “scatola da viaggio”. Gulliver, durante il soggiorno, si trova ad affrontare delle vespe giganti. Tornato in Inghilterra, decide di partire con la nave Hopewell diretta verso le Indie Orientali. La nave viene attaccata da pirati olandesi e Gulliver si ritrova abbandonato su un’isola rocciosa vicina all’India prima di venir salvato dalla città volante di Laputa. Gli abitanti sono attivi in numerosi esperimenti inutili: l’estrazione dei raggi del sole dai cetrioli, l’ammorbidimento del marmo per produrre cuscini, la miscela di vernici in base all’odore e l’indagine di cospirazioni politiche tramite l’analisi delle feci dei sospettati. L’ultimo viaggio Gulliver lo fai n Giappone come capitano di un mercantile. Viene abbandonato in una terra sconosciuta dove incontra gli houyhnhnm ovvero i cavalli razionali perché dotati di intelligenza e parola. Nelle stesse terre vivono gli yahoos, simili agli esseri umani ma più abbruttiti.

1715. Il mondo è cambiato. Il 3 maggio In Inghilterra si verifica un’eclissi solare totale. Il 1 settembre muore Luigi XIV a Versailles. John Lethbridge, a 40 anni, sviluppa la prima tuta da palombaro con una autonomia d’aria di 15 minuti. Gulliver può ritornare in Inghilterra da moglie e figli ma niente sarà più come prima.

 

Bibliografia: I viaggi di Gulliver, Mondadori 2003 

Immagine: Francesco Brunacci, Planisfero del globo celeste 1687 (Dusseldorfer Auktionshaus). Dimensioni: 420 x 560 mm. L’artista Mariotti illustra le 67 costellazioni in uso nel Seicento. 

Nella casa di Bertazzolo. La collezione dell’uomo della mappa

Mantova 1626. Muore Gabriele Bertazzolo, architetto e ingegnere di corte, dopo un lungo servizio di 35 anni per la famiglia Gonzaga. La sua casa era vicina dal Palazzo Ducale, anzi era proprio nella stessa estensione della dimora “nella contratta dell’Aquila in corte di sua altezza serenissima”, a fianco del giardino dei Semplici. Ma come era l’interno della sua residenza? cosa collezionava? Entriamo tra le stanze dell’artista diventato quasi esclusivamente famoso per la mappa della città. In verità c’è molto altro.

LE STANZE. L’inventario dei beni conservati nella sua casa viene realizzato nel novembre del 1626. Bertazzolo aveva 74 dipinti suddivisi così: 58 nella sua casa di Mantova e 16 a Governolo nella sua residenza estiva. Inoltre si registra la presenza di 34 sculture collocate nel suo studio. I dipinti nella casa mantovana sono distribuiti soprattutto in tre stanze ovvero nella sala e nei due camerini, uno dei due “bislongo” e con la funzione di piccola galleria. Nel camerino 18 dipinti, in quello bislongo 21 (di cui 4 paesaggi) e 20 formelle per la realizzazione della stampa ad incisione della mappa di Mantova. Vicino a questa stanza c’era lo studio che conteneva circa 400 volumi, 7 dipinti, 13 medaglie in bronzo e una collezione di 24 sculture in bronzo, argento, cera e argilla. Nello stesso spazio si segnala un presepio copia da Jacopo Bassano, una piccola copia del Laooconte, un toro, un cavallo, due Ercole con l’Idra e uno forse con Anteo. Forse una coincidenza ma corrispondono ai soggetti lavorati da Giambologna.

GRANDI FORMATI. Nella Sala si trovavano le opere di grande formato, circa 250×150 centimetri: “un’ancona grande con sopra l’angelo custode, alta braccia 5, larga braccia 3”, un ‘altra ancona “con sopra la Madona, Nostro Signore et santo Gioseppe, alto brazza 5 et largo 3”. Oltre a questi ci sono tre dipinti mitologici: il ratto di Proserpina, il ratto d’Europa e Venere e Cupido che misura 150×120 centrimentri. Si registra anche la presenza di un albero genealogico della famiglia Gonzaga, due raffigurazioni in acquerello di un elefante, una scena notturna e un atlante.

I DIPINTI. Si segnalano: due ritratti del padre Lorenzo Bertazzolo e del nonno, tre ritratti di Magellano, Vespucci e Colombo, “una pietà grande di mano del Zanbellino” (Giovanni Bellini), “un ritratto d’una donna antica di mano di Ticiano, un altro simile di mano dell’istesso” e “una Madonna con il santo Giovanni battista et santo Andrea di Titiano”, una “Artemisia copia del Fetti”, un “angelo che sona de leauto copia d’Alberto Duro, fatta dal Parmesanino” e un “ballo delle Muse del Schiavone”. Del Durer potrebbe trattarsi della copia dell’angelo che suona il liuto della famosa Pala del Rosario.

TIRAR LE SOMME. La collezione del Bertazzolo si dimostra in linea con quella dei suoi contemporanei Borgani (morto due anni prima) e Antonio Maria Viani (morirà nel 1635). Il primo avrà una collezione più modesta fatta di 24 dipinti e 12 sculture, mentre quella del secondo conta oltre un centinaio di dipinti. Si può evincere un interesse comune e ormai consolidato per la pittura fiamminga. Gli artisti-collezionisti del Seicento mantovano si dimostrano più attivi dei loro predecessori del Cinquecento, le cui collezioni si aggiravano al massimo ad una decina di dipinti.

 

Bibliografia: Guido Rebecchini, Private collectors in Mantua 1500-1630, Sussidi Eruditi 56, Roma 2002

Immagine: Urbis Mantuae descriptio, pianta prospettica della città, Gabriele Bertazzolo, 1628 (BCMn, stampe rotolo 1). Foto da Mantova Fortezza

Aliprandina. Bonamente, il pilastro di Fancelli e la cronaca di Mantova

Mantova, 26 marzo 1414. Contrata Leonis Vermilis. Nel Palazzo degli Aliprandi viene rogato il testamento di Bonamente Aliprandi. I quattro metri di pergamena confermano che l’intero patrimonio verrà lasciato e gestito dalla moglie Margherita Robba.

IL PERSONAGGIO. Bonamente vivrà altri tre anni. In quel momento era uno dei personaggi più in vista della nobiltà mantovana. La famiglia Aliprandi, originaria di Milano, vantava una tradizione longobarda e c’è chi la faceva discendere addirittura dal re Liutprando. Il patrimonio di Bonamente si allarga grazie ad una serie di passaggi chiave tra cui la carriera militare a sostegno dei Gonzaga che lo porterà ad essere banchiere e consigliere di Ludovico e di Francesco I. Nel 1380, insieme con la moglie Margherita Robba partecipò alle nozze di Francesco Gonzaga con Agnese Visconti. Nel 1382 lo troviamo ad Avignone nel ruolo di ambasciatore per manifestare la fedeltà gonzaghesca al papa avignonese Urbano VI. Anche nella città ricopre cariche di prestigio: nel 1388 fa parte del Consiglio degli Anziani e nel 1389 è Massaro del Comune. La riconoscibilità è massima. Diventa infine Priore del collegio dei giureconsulti.

IL MECENATE. Oltre alle questioni politiche, Bonamente si interessa anche alle questioni di natura sociale. Finanzia, con ricche elargizioni e donazioni, gli abbellimenti e le ristrutturazioni delle chiese come la vicina San Giacomo e il Santuario di Grazie. Altre elargizioni vengono fatte al consorzio di Santa Maria della Coroneta che si occupava di dare accoglienza e sostegno ai poveri della città. Nel 1398, nei pressi del Palazzo del Podestà, fa edificare un oratorio in onore della Vergine, in seguito affidato alla Confraternita della Morte, incaricata di assistere i condannati alla pena capitale.

IL TESTO. Bonamente studiò giurisprudenza e non si dichiarava letterato, eppure scrive la Cronica de Mantua un poema in terza rima che racconta la storia di Mantova dalla sua fondazione fino al 1414. Anche se nel Novecento il suo lavoro venne giudicato da Pietro Torelli come attendibile e verificato da fonti d’archivio, l’opera di Bonamente è scritto in una forma dialettale del tempo mescolando fatti reali ad altri relativi al mito. L’opera fu proseguita fino al 1460. Il soprannome aliprandina viene attestata per la prima volta nell’edizione del Seicento.

LA DISCENDENZA. Crescimbene, il figlio di Bonamente, ottiene altre importanti cariche all’interno della famiglia Gonzaga. Il suo patrimonio deve essere ancora cospicuo visto che decide di far apportare migliorie alla casa da Luca Fancelli, l’architetto che rifà il look alle case delle nobili famiglie mantovane. Crescimbene muore nel 1468.

1417, IL CONTINUATORE. Non se ne conosce il nome, continua l’opera e segnala la tomba nella Chiesa di San Francesco.
Per seguitare l’opera alipranda
bela narativa cum intelecto
seguitar volgio pur non peservanda.
Homo naturale di bel aspecto,
asay neli altri homo saputo,
non dico gramaticho nel suo acepto,
Bonamente chiamato e chonosciuto
era nela cità bon citadino,
richo et astuto fidìa tenuto.
Per lui et ancho lo Signor divino
nel suo testamento fe’ legato
el qual è noto a ciaschun citadino.
In Santo Francischo è fabrichato,
ciaschuno che entra il po vedere,
la magnitudine di quel nobel stato
nel coro di fradi dove sta a sedere,
gran quantitade d’arçento certamente
costorono di certo al mio parere,
forsi duchati doc. mille amantinente,
pagati per lo consortio mantuano.
Como vedere se po certamente
nel processo passato non invano
so argomento pare certamente,
il suo intelecto come pare sano
a tante cose e di tanta gente.
Apresso di luy mi non serìa scolaro
che pur a luy fuosse sufficiente,
ma melgio che saprò perseguitarò
dirò alchuna cosa seguitando
pur che lo mio dire non sia in arro
Darò principio, non sagio como e quando,
a tanta fantasia como in processo
primayo d’Aliprandi pur prussando. 
Bibliografia: Antonio Bisceglia, Per una nuova edizione critica della “Cronica de Mantua”, in Civiltà Mantovana, Primavera 2012, 133, anno 47 | http://www.treccani.it/enciclopedia/bonamente-aliprandi_(Dizionario-Biografico)/
Immagine: pilastrino angolare del Palazzo degli Aliprandi

 

 

Saladino, Riccardo cuor di leone e Corbellino. Il primo Gonzaga si trasferisce a Mantova

La prima genealogia attendibile della famiglia Gonzaga si deve a Jacopo Daino. Notaio, storico e sovrintendente degli archivi ducali al tempo del marchese Francesco II. La sua opera, dal titolo Series Chronologica Capitaneorum, Marchionum ac Ducum Mantuae. Probabilmente nato attorno al 1500, muore nel 1563 ovvero sotto al ducato di Guglielmo. Finisce il Concilio di Trento, Annibale Caro inizia la sua traduzione dell’Eneide di Virgilio e viene pubblicata a Venezia la prima gazzetta ovvero un foglio che raccoglie fatti e avvisi e chiamati così per il valore di una moneta d’argento. In veneziano Gazeta.

La voglia di ricerca, di celebrare la famiglia e le origini di una città qui incontrano le volontà di una corte, la floridezza del momento e le abilità del funzionario. Guglielmo sarà l’artefice di un racconto mitico di Mantova e ne sono una prova gli affreschi della Sala di Manto, un nome che evoca le origini epiche e che si sposa benissimo con la narrazione virgiliana. Qui però non c’è l’intento di produrre una eziologia mitologica quanto piuttosto un lavoro di recupero della memoria storica per rispondere alla domanda “Ma a quando risalgono veramente questi Gonzaga?”. Jacopo Daino può imbattersi in documenti originali e risalire la corrente di nomi, dispacci e notizie fino alle radici dell’albero gonzaghesco. Jacopo si imbatte in Corbellinus de Gonzaga, figlio di Filippo Corradi e originario probabilmente di Gonzaga, feudo dei conti Casaloldi. Quasi certamente fu il primo ad insediarsi in città e ricoprendo nel 1189 una carica pubblica all’interno della podesteria. Con lui si inaugura una lenta e paziente morsa che permetterà a Luigi di rovesciare il governo.

1189 – Mentre Corbellino sbrigava i suoi dispacci dall’altra parte del mondo allora conosciuto si combatteva. Era tempo della terza crociata. Saladino da una parte e dall’altra Riccardo I d’Inghilterra cuor di Leone, i crociati francesi, cavalieri templari e Guido di Lusignano a capo dell’esercito cristiano. L’assedio di San Giovanni d’Acri durò due anni, finì nel 1191 con la sconfitta di Saladino.

 

Bibliografia: Giancarlo Malacarne, I Gonzaga di Mantova,Una stirpe per una capitale europea, vol. 1, Il Bulino 2004 | Guido Vigna, Storia di Mantova, Marsilio Nodi 2016 | Stefano Davari, Notizie storiche topografiche della città di Mantova, Adalberto Sartori Editore, 1975 | Leopoldo Camillo Volta, Compendio cronologico-critico della storia di Mantova dalla sua fondazione sino ai nostri tempi, Agazzi 1807

Immagine: Assedio di San Giovanni d’Acri – Biblotheque Municipale de Lyon, Ms 828 f33r (1280)

La presa di Gerusalemme e la nascita di Filippo, primo dei Corradi

1096, parte la prima crociata. In realtà era partita l’anno prima con una “non ufficiale” appena dopo il Concilio di Clermont di Papa Urbano II. L’idea era di organizzare un vasto pellegrinaggio della cristianità occidentale verso l’Oriente e finì invece come una spedizione militare per conquistare Gerusalemme e i luoghi santi caduti sotto il controllo dei musulmani. Nel 1099 la prima crociata, guidati fra gli altri da Goffredo di Buglione, vede la conquista della città santa. L’anno dopo Goffredo muore, era il 18 luglio.

Nello stesso anno nei documenti matildici sono citati i Corradi. Il giorno 13 agosto viene rogato a San Benedetto Po un atto dove figurano i nomi di Careto, Paganino, Manfredo, Opizzo, Raticherio. I primi Corradi – futuri Gonzaga – erano milites dei Canossa. La loro origine non chiara – longobardi? germanici? – non li scoraggia ed è a San Benedetto che irrobustiscono le loro fortune fino a che il territorio da loro gestito gli è insufficiente. Mentre si consumano gli assedi di Antiochia, di Arqa e di Gerusalemme veniva alla luce Filippo Corradi, il capostipite della famiglia. La data ancora non è conosciuta. Filippo viene investito delle terre di Gonzaga dall’abate dell’Abbazia di San Benedetto Po, in precedenza feudo dei Casaloldi, futuri acerrimi rivali e si capisce perché.

Come riporta il Luzio è del 1288 il primo documento in cui compare il cognome Corradis de Gonzaga. Si fa riferimento a numerose bolle di papa Niccolò IV che conferivano alcuni benefici a Petrozzano, figlio di Corrado o Guido Corradi, canonico della Cattedrale di Como e vicario della Cattedrale di Mantova. La nona e ultima crociata era terminata 16 anni prima. È l’anno 1272, il primo dei Bonacolsi. Pinamonte comanda.

Bibliografia: Giancarlo Malacarne, I Gonzaga di Mantova: una stirpe per una capitale europea, vol. 1, 2004 | Alessandro Luzio, I Corradi di Gonzaga signori di Mantova, Varese, 1913 | Galeazzo Nosari, Franco Canova, I Gonzaga di Mantova. Origini di una famiglia dinastica, Reggiolo, 2019

Immagine: Miniatura del 13 secolo. Presa di Gerusalemme, Bibliothèque Nationale in Paris

Vasari e l’idea del primo hub moderno. Il modello per il Ducale di Mantova

1565. A Firenze è l’anno del matrimonio del figlio Francesco I e Giovanna d’Austria, figlia dell’imperatore Ferdinando I d’Asburgo. È lo stesso anno  della costruzione del corridoio vasariano per volontà di Cosimo I de’ Medici. Tempo di realizzazione 5 mesi. Cosimo era il secondo – e ultimo – duca di Firenze e quattro anni dopo sarebbe diventato il primo granduca di Toscana. Un passo avanti deciso verso la costruzione di uno stato moderno.

Un corridoio per collegare, proteggere, privatizzare. Si trattava di realizzare un percorso sopraelevato per congiungere Palazzo Vecchio, Ponte Vecchio e Palazzo Pitti che dal 1549 era stato acquistato da Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo. Il libero movimento della famiglia è da leggere nell’idea di un “palazzo diffuso” dove le singole parti, di epoche diverse, sono tenute insieme da collegamenti per un totale di oltre 500 metri. Non mancava l’aspetto teatrale e quello religioso lambendo proprio per il Teatro della Baldracca e la Chiesa di Santa Felicita.

IL MODELLO FIORENTINO. L’idea di un polo nevralgico e smart – quello che oggi chiameremmo hub – era venuta a Cosimo cinque anni prima. Era stato ingaggiato Giorgio Vasari per riunire le 13 più importanti magistrature fiorentine – dette Uffici – in un unico edificio posto sotto la tutela e la sorveglianza del Duca. A fianco infatti c’è il Palazzo Vecchio – all’epoca Palazzo Ducale – e dall’altra parte dell’Arno invece la residenza “suburbana” ovvero Palazzo Pitti. Dagli Uffizi al Giardino di Boboli passando per Ponte Vecchio che viene adeguato alla funzione: il celebre e tradizionale mercato delle carni fu trasferito e al suo posto inserite le più consone botteghe degli orafi.

L’APPLICAZIONE MANTOVANA. Un tale modello costruttivo viene ben presto assimilato e usato anche nelle altre corti che hanno simili “problemi” di spazio. Un caso analogo è quello del Palazzo Ducale di Mantova. Tanti edifici diversi, di epoche diversa, con funzioni diverse. L’azione di cucitura viene avviata con il duca Guglielmo Gonzaga che dal 1562 avvia la costruzione della chiesa di Santa Barbara. Tale struttura – la cappella palatina e privata della famiglia – sarà la stella polare dell’intero complesso di 35.000 mq. Dal 1595 con il duca Vincenzo I – il figlio di Guglielmo – il complesso sarà dotato di un ulteriore incremento di corridoi e gallerie coperte ad opere di Antonio Maria Viani, prefetto alle fabbriche ducali. È sorprendente la stessa analogia che prevede la comunicazione tra Corte Vecchia, Magna domus, il Duomo, la chiesa palatina, il castello e la Corte Nuova. Inoltre serviva per facilitare lo spostamento della famiglia. tra di diversi luoghi dello spettacolo. Il duca così si poteva spostare da un teatro all’altro, da quello privato a quello dei comici a quello aulico.

 

Bibliografia: Claudia Burattelli, Spettacoli di corte a Mantova tra Cinque e Seicento, Casa Editrice Le Lettere, 1999 – G. F. Young, I Medici, Salani Editore 2016 

Immagine: Veduta di una parte del corridoio vasariano