Rigoletto e gli altri. Buffoni, giullari e nani nelle corti d’Europa

Rigoletto, protagonista dell’opera di Verdi, è un personaggio inventato e che traduce Triboulet, il buffone di Hugo nel Le Roi s’amuse. Il francese però è stato effettivamente un personaggio realmente esistito. Nicolas Ferrial, il suo vero nome, nasce a Blois nel 1479, al servizio prima del re Luigi XII e poi di Francesco I di Valois fino al 1536. Gli successe Brusquet, buffone di Enrico II, che ne diventa poi guardarobiere e cameriere. Una volta cessato il suo incarico alla corte, ricopre la figura di maitre de la poste a Parigi e pare facendo fortune. Muore nel 1565. Negli stessi anni a Firenze Braccio di Bartolo è conosciuto come Morgante – nome del gigante nel poema del Pulci – ed è il più celebre dei cinque buffoni della corte di Cosimo I de’ Medici. Lo vediamo riprodotto da Giambologna, nel doppio ritratto di Bronzino in cui la pittura sfida le tre dimensioni della scultura e poi nei giardini di Boboli a cavalcioni su di una tartaruga.

Mantova, qualche anno prima. Ercole Albergati, conosciuto come Zafarano, nasce a Bologna verso la metà del Quattrocento, è attore e scenotecnico diviso tra le corti di Mantova, Ferrara e Bologna. Probabilmente ha preso parte alla prima rappresentazione dell’Orfeo di Poliziano nel 1480. Già nel 1484 risulta stabilmente al servizio di Federico I Gonzaga quando viene richiesto anche dagli Sforza. Nel 1487 è al servizio dei Bentivoglio dove allestisce una sala per il matrimonio di Annibale e Lucrezia d’Este. Tra il 1501 e il 1502 è chiamato a Gazzuolo dal vescovo Ludovico Gonzaga. Dopo questa data non ci sono più documenti che ne parlano. In una lettera del 3 ottobre 1508 – scritta da Francesco Gonzaga alla moglie Isabella d’Este – si fa riferimento a “femmine giullaresse”.

Ferrara, 1475. La Camera Picta è terminata da un anno e muore Giovan Battista Scocola, il buffone alla corte di Ercole I d’Este. Il nuovo astro nascente è Diodato che verrà conteso anche con i Gonzaga. Scocola è raffigurato nel Salone dei Mesi, in corrispondenza del Mese di Aprile e proprio insieme a Borso. In questo periodo – ovvero negli anni 70 – era già cittadino ferrarese. Lo stipendio pare fosse ottimo ma non bastava, così giocava d’azzardo e aveva sempre debiti per i quali rischiava anche la pelle. Così lo descrive il Muratori: “uomo di vivacissimo ingegno, fatto di Ebreo Cristiano”. Apprendiamo così che era un ebreo convertito. Nel luglio 1462 è a Milano, ospite di Gabriella Gonzaga e di suo marito Corrado Fogliani.  In una lettera scritta la marchese di Mantova Ludovico II, si nota che la firma autografa è Scocola buffonus. 

Inghilterra, 1525. Il mercante Richard Fermor presenta ad Enrico VIII il buffone Will Summers. Il re e Thomas Cromwell rimangono molto colpiti dal suo spiccato senso di humor e gli offre subito un posto nella sua corte. A differenza dei buffoni e giullari italiani, quelli europei ricoprivano un incarico ufficiale. Appare, tra l’altro, alla destra di di Enrico in un dipinto del 1545 che rappresenta il re e la corte. Will morirà nel 1560 e fa in tempo ad assistere all’incoronazione di Elisabetta I, avvenuta due anni prima.

 

Bibliografia: Tito Saffiotti, Gli occhi della follia. Giullari e buffoni di corte nella storia e nell’arte, Book time 2013 | http://www.treccani.it/enciclopedia/albergati-ercole-detto-zafarano_(Dizionario-Biografico)/ 

Immagine: Marx Reichlich, il giullare – 1519 (Yale University Art Gallery, New Haven, Connecticut)

 

Il buffone, il pittore e il viaggio in Italia. Molte ipotesi di una piccola tavola

Cremona, 25 ottobre 1441. Va in scena il matrimonio tra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza. I festeggiamenti sono proseguiti per diversi giorni con tornei, carri allegorici e un sontuoso banchetto nuziale. Per l’occasione agli ospiti fu servito il primo torrone. Qualche mese prima, a giugno, era morto a Bruges Jan Van Eyck.

Ferrara. Nello stesso anno va in scena la morte di due personaggi opposti, un marchese e un buffone ovvero Niccolò III d’Este e Pietro Gonella.

IL VIAGGIO. Data imprecisata, forse prima forse dopo. Jean Fouquet compie il suo viaggio in Italia dove visita Roma, Napoli, Firenze e poi approdo alla corte estense di Leonello d’Este, figlio del marchese Niccolò III morto solo quattro anni prima. Il pittore di Tours, poco più che ventenne, ha una formazione artistica parigina e fiamminga, borgognona nello specifico. In Italia ha modo di conoscere l’arte dei contemporanei Beato Angelico, Domenico Veneziano, Piero della Francesca e apprezzare la pittura di Masaccio. Il viaggio gli permetterà di conoscere i monumenti italiani – che inserirà con sempre maggiore insistenza – la prospettiva, la luce razionale e limpidissima di Beato e il rigore matematico di Piero. Durante la sosta nella corte estense esegue il ritratto a lui attribuito del buffone Gonella.

IL BUFFONE. Si trattava di un nome comune tra i comici alla corte di Ferrara, infatti tra il XIV e il XV secolo se ne contano tre e spesso le loro storie e le loro epoche si sovrappongono. Una vera dinastia. Quello dipinto da Fouquet è il secondo in ordine di tempo, Pietro, che ha intrattenuto la corte di Niccolò III d’Este fino al 1441, data della morte per entrambi. Pietro Gonella era nato a Firenze nel 1390. Carlo Ginzburg, in un suo celebre testo dedicato all’opera, osservava che probabilmente, si tratta del «più antico esemplare rimasto di ritratto autonomo di un buffone.

DOMANDE. La piccola tavola – 36 x 24 centimetri – porta con sé tutta una serie di domande che ne potrebbero costruire o ricostruire la storia. Fouquet l’ha eseguito mentre era a Ferrara o al ritorno in Francia? è possibile anticipare il viaggio di Fouquet al tempo in cui Gonella era ancora vivo? se invece il viaggio è stato compiuto dopo la morte del comico come è riuscito il pittore ad eseguire il ritratto? era già stato eseguito dipinto che lo ritraeva? c’era un disegno? l’autore del dipinto è Fouquet oppure un altro pittore sempre di area fiamminga? Magari fatto a distanza senza necessariamente aver compiuto il viaggio a Ferrara?

IL RITRATTO. Mai un buffone era stato registrato con un primissimo piano come ha fatto probabilmente Fouquet. Gonella, rappresentato con un forte realismo, è inserito in una inquadratura che taglia fuori alcuni dettagli della figura ma al contempo si espone verso lo spettatore. Il ritratto, svincolato dalle convenzioni del tempo, non un intento canzonatorio o di metterne in luce gli aspetti buffi. C’è invece tutta l’umanità e la connotazione psicologica tipici del ritratto fiammingo su cui proprio Van Eyck aveva lavorato. La resa è epidermica tanto che si contano le rughe, si vede la barba fatta da poco e brizzolata – aveva circa 50 anni – e la veste tipica dei giullari con una giubba a strisce verticale alternate di colori sgargianti.  Grandi bottoni e sonagli sull’abito, come prevedeva la prassi, per anticipare con il suono l’arrivo del giullare. In testa uno zuccotto molto semplice ma decorato con una striscia di pelliccia esterna.

ACCOSTAMENTI. Sicuramente è ben presente la formazione fiamminga di Fouquet visibile nei dettagli della veste. Guardando ai dipinti dello stesso e cercando una vicinanza stilistica per confermare la paternità di Gonella, c’è la stessa introspezione psicologica del ritratto di Guillaume Jouvenel del Louvre (1460-65) o del ritratto di uomo del Museum of Arts di Indianapolis. Nel Dittico di Melun del 1450, oltre ad una straordinaria eleganza, mostra una attenzione alla matericità delle vesti e un amore da miniatore – quale era – per i dettagli. Potrebbe essere lo stesso artista che tra il 1452 e il 1460 realizza il Libro d’Ore di Étienne Chevalier? Fouquet era sicuramente rientrato dal viaggio in Italia e ha fatto tesoro di luce, prospettiva e rigore. Un lavoro da cesellatore più che miniatore che ben si allineano con la straordinaria prova ritrattistica del buffone Gonella.

Bibliografia: Carlo Ginzburg, Ritratto del buffone Gonella, Franco Cosimo Panini, 1996 | 

Immagine: Ritratto del buffone Gonella, attribuito a Jean Fouquet (1447-50?) – Kunsthistorisches Museum di Vienna. 

 

 

I Groppelli aromatari e le altre spezierie di Mantova

Prima di tutto il termine. In origine detti aromatari, poi sostituito da speziali e in seguito da fondeghero. Solo nell’Ottocento si procederà con il più comune “farmacista”. Gli aromatori a Mantova non si limitavano a confezionare i farmaci ma erano anche droghieri e lavoravano la cera. Oltre alle attività cittadine gli speziali avevano relazioni con la corte. A Ferrara Giacomo Arrivabene nel 1424 stipula un contratto con Niccolò d’Este per rifornire la corte di zucchero, cera, carta e spezie. A Mantova il Paratico degli aromatari va dal 1401 al 1773. La prima bottega è quella all’insegna della bianca cervetta diretta da Antonio e Luigi Groppelli, di origine milanese. Antonio diventa anche il massaro della corporazione. La tassa per entrare a far parte dell’Honoratum Collegium Aromatarium corrispondeva a lire 3. Era necessario superare una minuzioso esame davanti ad una commissione. La professione generalmente veniva passata di padre in figlio. Lo stipendio annuo di uno speziale di corte era di circa 72 ducati. Gli aromatori avevano bisogno di un terreno in cui coltivare le erbe officinali. Non erano insolite le richieste come quella di Leonorius aromatarius nel 1491 che chiede in affitto un terreno nei pressi di San Sebastiano. Nel Cinquecento le botteghe erano circa una ventina. Tra il 1530 e il 1550 erano molte le spezierie che hanno insegne bizzarre o che si richiamano ai nomi delle chiese vicine: del corallo, dell’eclipsis, del re, della giustizia, del Gesù, di San Paolo, della fontana, della pigna, del melone, di San Giorgio, di Sant’Agnese, della luna, della columbina, di San Marco, della sirena.

Nel 1944 viene distrutta la farmacia Groppelli che si trovava dove oggi ha la sede lo IAT. La Cervetta accoglieva tra il piano inferiore e quello superiore una serie di negozi: quello delle sorelle Rosati (filati, ricami), Guelfi (calzature), Gasparini (carta, spaghi, bomboniere), Brozzola (tessuti), Tedeschi (mercerie), Carnevali (oreficeria). E le abitazioni dei Carnevali, dei Brozzola, del fotografo Gatti e dei Chiodarelli che si occupavano di tessuti in via Verdi. Lo stabile nel Duecento viene già affittato dalla famiglia Strada che lo adibisce a spezieria detta “del cantone”.

Bibliografia: Rita Castagna, Mercanti ed artigiani nella Mantova dei Gonzaga, 1980

Immagine: Vaso usato in farmacia per contenere un principio attivo, un essenza o altro. La dicitura sul corpo del vaso indica il nome del contenuto essiccato: “SALSA PARILLA”. La salsa pariglia era un medicamento molto noto. La dicitura mutuata dallo spagnolo indicava un “rovo sarmentoso”. Così riporta il medico Mattioli (1500-1577): ” le virtù sue sono di scaldare, d’assottigliare e di provocare sudore, e vale in specialità non solamente di curare il mal francese, ma tutti i dolori delle giunture e a tutte le infezioni cutanee del corpo, e ulcere maligne, e difficili”. Museo della Scienza e della Tecnica, Milano (1600-1799).

 

Mentre si spegneva il sorriso di Cangrande. L’Italia e l’Europa durante il colpo di stato dei Gonzaga

15 agosto 1328, Mantova. Già è notissima la battaglia tra Bonacolsi e Corradi e il colpo di stato avvenuto per mano di questi ultimi provenienti da Gonzaga. Da lì poi il nome della famiglia. Ma come era la situazione italiana ed europea in quella data? cosa stava succedendo mentre erano in gioco le sorti – scontate – della città attorno a piazza Sordello? Si possono dividere gli avvenimenti in poco prima, durante e poco dopo.

POCO PRIMA: Nel 1321 muore Dante, nel 1324 Marco Polo ormai tornato dal viaggio in Oriente nel 1295. Nel 1322 si forma una delle prime compagnie di ventura ovvero la Compagnia di Siena con cui si formulerà una nuova concezione della battaglia e delle milizie cittadine.

DURANTE: Cangrande della Scala è il signore di Verona. Obizzo III è il signore di Ferrara, anzi è marchese, titolo di cui può fregiarsi da tempo immemore (pare che gli Obertenghi siano marchesi dal 1011). Nel 1328 muore Galeazzo I Visconti. Galeazzo II Visconti è il nuovo signore di Milano.

POCO DOPO: Nel 1329 morirà Cangrande della Scala, probabilmente avvelenato. Nel 1337 inizia la guerra dei Cent’anni che continuerà a più riprese per ben 116 anni. Nel 1339 si scatena la seconda ondata di carestia del secolo. Nel 1348 inizia la devastazione della peste nera mentre Boccaccio inizia a scrivere il Decamerone.

 

Immagine: Statua equestre di Cangrande della Scala (Museo di Castelvecchio)

Lettere, affetti e doni. I trigoli inviati ad Urbino per Elisabetta Gonzaga.

Trigolo o Trapa natans, castagna d’acqua. E’ una pianta di lago il cui frutto contiene un seme farinaceo che si può mangiare arrostito. Proprio come una castagna. E’ l’evoluzione diretta del latino classico tribulus ovvero un adattamento del greco trìbolos, “a tre punte”. Il significato arcaico del tribolo era un arnese a quattro punte per arare.

In una lettera Isabella d’Este parla della castagna d’acqua mantovana. Il frutto, da bollire a lungo per poter togliere la polpa dalla puntuta scorza, piaceva molto a Isabella e lo inviava come donativo. Ad esempio lo manda alla cognata Elisabetta Gonzaga, duchessa d’Urbino. “Et per esso [cavallaro] mandiamo alla S.V. un cisto de trivoli, sapendo che ne piaceno, et che non haveti in quel paese”. Lettera datata 20 settembre 1510 (ASMn, AG, b. 2996, L.28, c.46 v.). Un sapore che avrebbe dovuto rinfrancare Elisabetta che dal 1508 è vedova di Guidobaldo da Montefeltro. Nel 1516 verrà cacciata da Urbino, insieme alla corte, dal papa Leone X e trovò rifugio a Ferrara. Per sottolineare il suo carattere raffinato è sufficiente affermare che il Cortegiano verrà scritto da Castiglione quando si trova a vivere la meravigliosa esperienza di letterato all’interno della corte urbinate di Elisabetta.

 

Bibliografia: Alessandro Badiali, Etimologie mantovane, Mantova 1983 | Giancarlo Malacarne, Il trionfo del gusto, Publi Paolini 2013

Immagine: Illustrazione del trigolo

 

I primi tre mesi di Isabella a Mantova. Nostalgia canaglia, tante lettere e una gita sul Garda

Tutto è stato scritto della coppia Isabella d’Este e Francesco II Gonzaga. E’ meno raccontata la cronaca delle loro nozze o almeno i momenti che hanno portato al loro matrimonio avvenuto il 15 febbraio 1490. Il 12 febbraio Isabella dà l’addio alla sua città, Ferrara, cavalcando, secondo costume, per le vie principali. La futura sposa giunge in carretta a Ficarolo e alla Stellata dove il 13 febbraio si imbarca su di un bucintoro per arrivare a Mantova via acqua. Qui, il 15 febbraio, viene celebrato pubblicamente il suo matrimonio. Segue una messa solenne, la benedizione e i festeggiamenti.

Isabella aveva 16 anni e Francesco 24. I primi mesi a Mantova furono avvolti da una forte nostalgia per gli affetti lasciati a Ferrara. Tra febbraio e marzo del 1490 Isabella scrive moltissime lettere. Appena dopo una settimana dal suo arrivo presso i Gonzaga scrive a sua sorella Beatrice – prossima sposa di Ludovico il Moro – e poi al fratello Alfonso e successivamente agli altri: Ferdinando, Sigismondo, Giulio e Lucrezia. Così scrive alla sorella: “non potendo personalmente, la visitarò continuamente cum l’animo et spesso cum littere […]. Et ogni sera, quando andarà a tuore la benedictione de la ex. sua madre, per lei voglia etiam piliarla per me et basarli le mane in nome mio”. Molti altri personaggi della corte ferrarese scrivono a Isabella esprimendo un sincero sentimento di tristezza per la sua lontananza.

Il 15 marzo 1490 la sua prima gita fuori porta, tutta al femminile. Insieme alla cognata Elisabetta Gonzaga e alla moglie di Fracasso Sanseverino partirono da Mantova verso il lago di Garda. Passarono per Cavriana e restarono sul Garda per due giorni. Il 19 e il 20 marzo. Visitarono Desenzano, Tuscolano e Sirmione. Un mese dopo, il 20 aprile, è una data speciale per lei: il ritorno a Ferrara per la prima volta. Accompagnata da Francesco, rimangono una settimana. Questo evento legò in modo significativo Isabella a suo marito tanto che, il 30 aprile, gli scrive: “parendome dece anni, ho voluto cum queste poche parole visitarle et augurarli felice viaggio et presto retorno. Io non posso stare senza affanno sì per non essermi concesso vederla ogni zorno”. Francesco era appena partito da 10 ore. Me fu viva cortella al core.

 

Bibliografia: Marilena Dolci, Isabella d’Este e Francesco Gonzaga. I segreti di una coppia 1490-1496, Sometti 2018

Immagine: Isabella d’Este, castello di Ambras

Pisanello e le corti del Quattrocento. Le residenze di un pittore errante

Il luogo di nascita di Antonio di Puccio è incerto. Probabilmente nasce a Pisa dato che il padre, Puccino da Cerreto, nel 1395 risulta essere residente e al 22 novembre dello stesso anno il padre nomina la madre Elisabetta erede universale ed usufruttaria di tutti i suoi beni. La madre si sposerà altre due volte, l’ultima con il drappiere Filippo del fu Galvano – originario di Ostiglia – che risiede a Verona in contrada San Silvestro.

Tra il 1409 e il 1422 Pisanello risulta attivo a Venezia per realizzare gli interventi all’interno della Sala del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale. I documenti tacciono sulla sua abitazione.

Il 4 luglio 1422 Pisanello è attestato a Verona – dove aveva aperto una bottega – ma da questa data comincia a frequentare la Corte mantovana. Anche se possibile anticipare il suo arrivo di almeno uno o due anni in funziona ad una grida di Gianfrancesco Gonzaga che assicurava provvigioni per cinque anni agli artisti che si fossero trasferiti. Risulta abitare a Mantova – si legge proprio habitator – dove è al servizio per Gianfrancesco. Si tratta del primo documento che ne attesta la paternità e il soprannome: emptio antonii dicti Pascinelli quondam Pucii de S. Paulo. Pisanello abita a Verona nella contrada di San Paolo in Codalunga nell’immobile che si trova sull’odierno Lungadige Porta Vittoria subito dopo il Palazzo Pompei realizzato da Sanmicheli. Il prezzo della casa è di 170 ducati d’oro da pagarsi in due rate. Il 10 agosto del 1423 per la prima volta viene indicato come pittore.

Il ciclo di affreschi del Torneo all’interno del Palazzo Ducale di Mantova, dopo numerosi dibattiti, è stato individuato in due periodi: tra il 1432-33 – dopo il cantiere romano di San Giovanni in Laterano – e tra il 1437-38 – prima della partenza per Ferrara. Dopo il processo a Verona il 17 ottobre 1442 Pisanello viene confinato a Venezia ma ha l’autorizzazione di andare a Ferrara. Qui mette su casa nella contrada di Santa Maria in Vado vicino al Palazzo Schifanoia. Con la morte di Gianfrancesco, avvenuta nel 1444, probabilmente non si interrompe il rapporto con Mantova anche se il 14 febbraio del 1449 Pisanello viene accolto da Alfonso V d’Aragona nella corte di Napoli. La sua provvigione annua è di 400 ducati. Probabilmente risiede a corte ma non ci sono documenti che attestano l’acquisto di una casa in città. Viene citato con il nome di Pisanelli de Pisis pictoris anche se lavorerà soprattutto come medaglista e allestitore di spettacoli effimeri.

 

Bibliografia: A cura di Lionello Puppi, Pisanello. Una poetica dell’inatteso, Silvana Editoriale 1996

Immagine: Affresco San Giorgio e la principessa 1433-1438 (Chiesa di Santa Anastasia, Verona)

Mantegna replicante. Fortune dell’oculo tra Ferrara, Cremona e Roma

Secondo la tradizione Palazzo Costabili era il rifugio politico ferrarese di Ludovico il Moro ovvero nella città natale della sua sposta Beatrice d’Este. Probabilmente si tratta invece del palazzo per l’ambasciatore Antonio Costabili, legato degli Sforza presso gli Este. I lavori vennero ovviamente affidati all’onnipresente Biagio Rossetti e terminarono già nel 1504. Degli interni e della decorazione rimane poco a parte la magnifica Sala del Tesoro destinata ad accogliere la musica, la biblioteca, la raccolta di opere d’arte e oggetti preziosi o addirittura il riposo dell’ambasciatore. La sala, decorata tra il 1503 e il 1506, porta la firma di Benvenuto Tisi detto il Garofalo. Il soffitto è una diretta ripresa dell’oculo della Camera degli Sposi: la finta balconata, le figure affaccendate che guardano, con strumenti musicali e con tappetti traboccanti. La lettura ferrarese appare certamente più distensiva, più cortigiana e molto più bramantesca con il rosone ligneo dorato al centro di una cupola che forma un dodecagono. Il Garofalo guarda a Mantegna anche se realizza il soffitto appena dopo il suo viaggio a Mantova datato 1506. Nel 1500 andò a Roma, poi a Bologna fino 1504 presso la bottega di Lorenzo Costa il Vecchio, prima che anche lui si dirigesse verso la città di Gonzaga per esserne pittore di corte. Nel 1504 tornò a Ferrara per lavorare con i fratelli Dossi.

Nello stesso giro di anni si annotano altre due repliche dell’oculo mantegnesco. Nel 1500 a Subiaco, nella Chiesa di San Francesco, il Sodoma ripropone l’illusionismo dei putti che guardano in basso appoggiati sul limite dell’oculo. C’è la stessa esuberanza dei putti del Mantegna visto che uno afferra per gioco un uccelletto. Tra il 1500 e il 1505 Alessandro Pampurino realizza a Cremona, nel Monastero della Colomba, un soffitto che riporta al centro un piccolo oculo dove si affacciano dei personaggi cortesi, un vaso pericolante e una nuvoletta vaporosa.

Bibliografia: Giovanni Agosti, Su Mantegna I, Feltrinelli 2006

Immagine: Soffitto di Palazzo Costabili, Ferrara (Benvenuto Tisi, 1503-1506)

Quanti sono gli studioli nel Castello di San Giorgio? Non uno ma tre!

Il primo studiolo di un principe in Italia fu quello realizzato per Lionello d’Este nel 1447 all’interno della Delizia di Belfiore – oggi scomparsa – decorato con tarsie lignee e tavole raffiguranti le Muse ad opera di Michele Pannonio e Cosmè Tura. Quello che Isabella d’Este, non tradendo le sue origini, farà realizzare dal 1497 all’interno del Castello di San Giorgio non è stato il primo dei Gonzaga. Viene preceduto nel 1483 da quello di Federico I e ancora prima da quello di suo padre Ludovico II. Entrambi pensati come luoghi della memoria personale, della riflessione e della raccolta di opere d’arte tra cui molti pezzi antichi. In una lettera del 9 maggio 1460 scritta da Zaccaria Saggi si fa cenno ad una “cameretta secretta del nostro I. S. in castello”. Alla decorazione di questo spazio per il marchese Ludovico II probabilmente lavorò Luca Fancelli tra il 1460 e il 1462 al quale si riferiscono una serie di lettere. In conclusione gli studioli a Mantova sono stati tre e sempre probabilmente coincidenti tutti con lo stesso ovvero quello che farà realizzare Isabella.

Bibliografia: Giovanni Agosti, Su Mantegna I, Feltrinelli 2006

Immagine: Andrea Mantegna, Il Parnaso (1496-1497 Louvre)

Tra Andrea e Giulio. Mantova città laboratorio di molti pittori

Cosa succede a Mantova tra il 1506 e il 1524? Si tratta di un periodo storico e artistico iniziato e finito con due eventi fondamentali: la morte di Andrea Mantegna e l’arrivo di Giulio Romano. Tra queste due date si assiste ad una serie densa di contatti con artisti di area romana, veneziana e veneta, ferrarese ed emiliana. Solo per fare qualche esempio si segnalano: fra Bartolomeo e Francesco Maineri nel 1506, Francesco Francia tra il 1510-1511, Vittore Carpaccio e Vincenzo Civerchio nel 1511, Lazzaro Grimaldi tra il 1511-1512, Dosso Dossi a più riprese nel 1512, 1522 e 1523, Raffaello nel 1512, 1514-15 e 1519 con il progetto per il monumento funebre di Francesco II Gonzaga, Correggio nel 1512, 1514 e 1522, Sodoma nel 1518 e nello stesso anno probabilmente Girolamo Genga in compagnia di Francesco Maria della Rovere, Pordenone tra 1519-1522, Tiziano nel 1523 quando iniziò la sua amicizia con il marchese Federico II e Sebastiano del Piombo nel 1524.

Qualche appunto più specifico. Il primo documento su Lorenzo Costa riporta la data del 29 novembre 1506. Con questo il pittore ferrarese diventava l’erede e pittore di corte al posto di Mantegna. Si abbandona la petrosità e la secchezza mantegnesca per sprigionare tutta la dolcezza di Perugino. Questa la pittura che piaceva a Isabella d’Este. Alcuni degli artisti nominati torneranno anche dopo il 1524 come ad esempio Girolamo Genga per aggiornarsi sull’architettura e i motivi giulieschi e Tiziano nel 1536 con la nota serie dei Cesari per il camerino di Corte Nuova a Palazzo Ducale. Raffaello invece poteva diventare il Prefetto alle fabbriche dei Gonzaga. Chissà come avrebbe risposto l’urbinate ai continui flirt di Federico II e Baldassarre Castiglione. Prima la morte e poi l’arrivo di Giulio stroncano ogni fantasticheria.

Bibliografia: Giovanni Agosti, Su Mantegna I, Feltrinelli 2005

Immagine: Dettaglio di una Venere, Lorenzo Costa il Vecchio (1515-1518). Museum of Fine Arts di Budapest