1506. Muore Andrea Mantegna, rinasce il Laocoonte e molti altri fatti

14 gennaio 1506. Quell’anno doveva essere speciale e lo si capisce dalla meraviglia che esce dalla terra di Roma. Si rinnova l’interesse per l’antico e le rovine attraverso gli scavi, strumento di conoscenza e di appropriazione di nuovi materiali edili. Quasi si grida al miracolo: viene riportata alla luce la statua del Laocoonte in una vigna sul Colle Oppio.

Fine settembre 1506, Mantova. Lorenzo Costa termina L’allegoria della corte di Isabella, quarto quadro che doveva allestire i suoi personalissimi spazi in Castello. Il quinto sarebbe arrivato solo nel 1511 ancora per mano del Costa. Non poteva saperlo Lorenzo, o forse in parte sì, che cosa stava accadendo o cosa sarebbe accaduto in quel stretto giro di mesi. Una notizia la sapeva e lo riguardava da vicino. Il 13 settembre era morto Andrea Mantegna, il ruolo di pittore di corte sarebbe spettato a lui. A Mantova è di nuovo turno di peste: i cittadini rimangono, i Gonzaga fuggono. Francesco a Gonzaga, Isabella con i figli nella residenza di Sacchetta. Il 25 settembre muore Filippo il Bello, marito di Giovanna d’Aragona e Castiglia (detta la Pazza ma in fondo aveva i suoi buoni motivi per non essere del tutto lucida). Forse avvelenato da Ferdinando d’Aragona, suo suocero. A Ferrara, per la serie “fratelli coltelli” è tempo di congiura. Giulio e Ferrante d’Este provano a usurpare il potere ad Alfonso I e Ippolito. Lucrezia Borgia è in cinta e si ritrova in losche trame familiari che le ricordano Roma. E’ l’anno della posa della prima pietra del nuovo cantiere di San Pietro affidato a BramanteGiulio II, il papa guerriero, riconquista i territori di Perugia e soprattutto Bologna, conseguenza i Bentivoglio lasciano la città e il loro palazzo distrutto un anno dopo dalla furia dei cittadini.

Isabella d’Este si chiude in una parentesi d’arte. Commissiona ai fratelli Mola le otto tarsie lignee per creare gli sportelli che rivestiranno le pareti della Grotta. In quegli stessi mesi, prima della morte di Andrea Mantegna, aveva portato a termine il suo acquisto più cinico e ostinato. Il busto della Faustina di Mantegna, opera antica a lui tanto cara.

Bibliografia: Daniela Pizzagalli, La signora del Rinascimento, BUR 2013

Immagine: Lorenzo Costa, Allegoria della corte di Isabella, 1506 (Louvre)

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Le Muse della delizia di Belfiore e il primo studiolo italiano

Isabella d’Este dà avvio a Mantova al suo personalissimo programma iconografico già prima del 1497, anno in cui compare per la prima volta il termine di “grotta” allestito sotto lo studiolo. Posizione sotterranea, umbratile e luogo della collezione. Sicuramente fu la prima donna a realizzare uno studiolo inteso come luogo personale e privato di oggetti di collezione. L’aveva anticipata di circa vent’anni il duca Federico da Montefeltro. Ma aveva anticipato tutti Lionello d’Este che nel 1447 vuole decorare uno degli ambienti delle prime ville di piacere a Ferrara ovvero la delizia di Belfiore. Costruita da Alberto V nella seconda metà del Trecento fu poi decorata e ulteriormente abbellita da Lionello e Borso d’Este. La distrusse un incendio nel 1632. Si trovava nell’attuale Corso Ercole I all’incrocio con la chiesa di Santa Maria degli Angeli, anch’essa perduta. Alla fine del Trecento significava campagna. Lionello affida il programma iconografico a Guarino Veronese che pensa per lo studiolo ad un ambiente raffinato decorato con tarsie lignee e i ritratti delle Muse. Un formidabile compendio di quello che sarebbe stata la scuola ferrarese: gusto per l’antico “alla padovana”, profili delle figure decisi e spigolosi, panneggio scultoreo, spazialità che guardava a Firenze. Gli autori sono infatti Cosmè Tura, Angelo Maccagnino (suo collaboratore), Michele Pannonio (di origine ungherese) e molti anonimi.

Le opere furono salvate e oggi le nove muse si corrispondono in diversi musei d’Europa: Ferrara, Budapest, Londra, Berlino, Milano. Alla Pinacoteca Nazionale di Ferrara si trovano Erato e Urania.

Immagine: Calliope, anni 50 del XV secolo. National Gallery di Londra

Il pittore della culla dove dormì Federico II Gonzaga

Ercole de’ Roberti fa parte dei protagonisti della cosiddetta Scuola Ferrarese. Roberto Longhi coniò la felice espressione Officina ferrarese che comprendeva anche Francesco del Cossa e Cosmè Tura. Rappresentavano l’artista di Corte alle prese con i lavori più trasversali come la decorazione di bandiere, stemmi per il Castello, un elmo da dare al vincitore di una giostra. Per Isabella d’Este Ercole eseguì alcune opere che segnarono le tappe della sua vita: la culla dipinta utilizzata solo per l’erede maschio Federico, il carro trionfale sul quale sfilò prima di lasciare Ferrara direzione Mantova e i tredici forzieri che contenevano il corredo. Per decorarli Ercole acquistò personalmente a Venezia pietre dure e undicimila foglie d’oro.

Attorno al 1567-68 è coinvolto, insieme a Francesco del Cossa, nella decorazione del Salone dei Mesi del Palazzo Schifanoia. Giovanissimo – probabilmente aveva circa 17 anni – a lui è riferito il mese di Settembre.

Bibliografia: Daniela Pizzagalli, La signora del Rinascimento, BUR 2001

Immagine: Salone dei Mesi, settembre

Le dame, i cavalier, gli amori e soprattutto l’arme. Lo abominoso ordigno

24 febbraio 1525. A Pavia si combatte la battaglia tra due schieramenti: l’esercito francese condotto da Francesco I e l’armata imperiale costituita da fanteria spagnola e lanzichenecchi tedeschi. Dalla parte imperiale di Carlo V il ducato di Milano e il marchesato di Mantova. Lo scontro vede affrontarsi circa 43.000 fanti, 6.000 cavalieri pesanti e leggeri, un impiego di 70 cannoni oltre ad alabarde e picche. L’esercito francese perde circa 12.000 uomini, lo stesso numero che corrisponde nello schieramento imperiale ai lanzichenecchi. Sono loro a portare in campo un nuovo strumento, l’archibugio, chiamato lo “abominoso ordigno”. Ludovico Ariosto lo aveva inserito nell’Orlando Furioso tratteggiando già nel 1516 – anno di pubblicazione della prima edizione – la visione nostalgica della figura ormai passata del cavaliere cortese. Ormai i nuovi cavalieri sono come Orlando: furiosi, con nuove armi, anche pazzi, che ricercano la fama, la gloria e tutte le altre cose vane che finiranno poi abbandonate sulla Luna. L’archibugio comporta nuove ferite, mortali, più perdite e un azzeramento del mondo cortese. L’arte della guerra si è fatta democratica.

Così Ariosto parla dell’archibugio nei versi 28-30 del IX canto. Da leggere a voce alta per sentire la musicalità cadenzata e scoppiettante, proprio come colpi sparati.

Oltre che sia robusto, e sì possente,
che pochi pari a nostra età ritruova,
e sì astuto in mal far, ch’altrui niente
la possanza, l’ardir, l’ingegno giova;
porta alcun’arme che l’antica gente
non vide mai, né fuor ch’a lui, la nuova:
un ferro bugio, lungo da dua braccia,
dentro a cui polve ed una palla caccia.

Col fuoco dietro ove la canna è chiusa,
tocca un spiraglio che si vede a pena;
a guisa che toccare il medico usa
dove è bisogno d’allacciar la vena:
onde vien con tal suon la palla esclusa,
che si può dir che tuona e che balena;
né men che soglia il fulmine ove passa,
ciò che tocca, arde, abatte, apre e fracassa.

Pose due volte il nostro campo in rotta
con questo inganno, e i miei fratelli uccise:
nel primo assalto il primo; che la botta,
rotto l’usbergo, in mezzo il cor gli mise;
ne l’altra zuffa a l’altro, il quale in frotta
fuggìa, dal corpo l’anima divise;
e lo ferì lontan dietro la spalla,
e fuor del petto uscir fece la palla. 

Immagine: Artista fiammingo, battaglia di Pavia, XVI secolo 

Erano i capei d’oro a Lucrezia sparsi

2 febbraio 1502, Ferrara. Lucrezia Borgia entra in città ricevuta con gioia e i fasti necessari. La trattativa fu come al solito lunga. Il contratto di nozze reca la data del 26 agosto 1501, per procura il 1 settembre e poi il corteo che il 6 gennaio 1502 parte da Roma attraversando tutta l’Italia centrale. Quasi un mese di soste, attese e, secondo la tradizione, numerose lavate di testa che Lucrezia dedicava ai suoi capelli. Si dice che le tappe fossero state organizzate in modo da permettere lavaggio e asciugatura ogni otto giorni. C’è una certa verità? Famosa per i suoi capelli biondissimi, Lucrezia interpretava la moda del tempo che voleva le dame mostrare fiere – e con non poche sofferenze – il tipico biondo veneziano delle fluenti e lunghi chiome. In effetti era raro anche per le stesse veneziane avere o conservare questo colore. Per farlo si provava di tutto: ricette e impacchi a base di erbe, succhi vegetali, spezie e additivi come urina, allume di rocca e zoccoli di cavalli macinati. A togliere ogni dubbio e danno da questi popolari rimedi “fai da te” ci pensa Caterina Sforza. Scrive un manuale di cosmetica dal titolo Experiementi della excellentissima signora Caterina da Forlì. Quale cortigiana e dama non lo teneva sul comodino? La ricetta, provata dalla stessa Caterina, è la seguente: si fanno bollire delle foglie di edera con la cenere delle radici della stessa, lasciare in infusione per un giorno con tre pezzetti di radice di rabarbaro. Il decotto lo si passa sulla chioma e lasciarlo in posa fino all’asciugatura. Il risultato è quello che ancora si può ammirare nella Biblioteca Ambrosiana, una ciocca ancora biondissima.

Bibliografia: Lia Celi, Andrea Santangelo, Le due vite di Lucrezia Borgia, UTET 2019

Immagine: Lucrezia Borgia, Bartolomeo Veneto 1515

La dote più ricca del Rinascimento

Il matrimonio nel Rinascimento non era di certo una cosa immediata. Spesso ci sono trattative complesse, accordi, giochi al rialzo che compiono le due famiglie interessate. Emblematico è il caso di Lucrezia Borgia sposa di Alfonso d’Este nel 1501. L’ammontare complessivo della dote è di 400.000 ducati, una cifra spaventosa per l’epoca (e per oggi). Un ducato dell’epoca corrisponde a circa 100 euro di oggi. I conti sono presto fatti: Lucrezia vale 40 milioni di euro. Perché il termine “vale”? Una donna, per quanto capace, bella e nobile, per la Corte che la ospita è soprattutto una spesa e una nuova bocca da sfamare. Quella dote è una sorte di indennizzo. Infatti Lucrezia non vedrà un solo ducato di quella enorme cifra. Secondo la legge del tempo la dote era di proprietà del marito e poteva essere restituita alla sposa in modo parziale solo se il matrimonio veniva sciolto senza una giusta causa. Lucrezia comunque riceve come benvenuto da Ercole I, padre dello sposo, uno scrigno contenente: gioielli, collane di perle, due cuffie ricoperte di gemme, catene d’oro e altri monili. Valore complessivo: 70.000 ducati. Si parla di altri 7 milioni di euro. La dote non veniva accettata e basta ma, una volta consegnata, passava alla fase di verifica, pesatura e valutazione. Ci volevano giorni e giorni prima di accertarsi che non c’erano state fregature. Ora Lucrezia e tutto il corteo di 753 persone – così racconta il puntuale cronista Marin Sanudo – può partire in direzione Ferrara per incontrare per la prima volta Alfonso.

Immagine: Probabile ritratto di Lucrezia, Bartolomeo Veneto 1500-1510 

Bibliografia: Lia Celi, Andrea Santangelo, Le due vite di Lucrezia Borgia, Utet 2019

L’artista tuttofare. Progetti, piante e pavoni d’India

Palazzo Te non è solo architettura costruita in mattoni e invenzioni di Giulio Romano. Federico II sollecita la sua rete di amicizia con le altre città italiane per farsi mandare piante da Napoli, Roma, Firenze, Genova e Ferrara. Al Palazzo vengono privilegiate le coltivazioni di alberi da frutto come limoncini, piro bergamotto, pomi granati dolci, brogne, albichochi, peri ma anche olive, mandole e castagne. Lo stesso Giulio Romano verrà coinvolto nel trasporto. Nella lettera del 27 gennaio Federico scrive ad Ercole II duca di Ferrara per inviare Giulio (concesso eccezionalmente) circa una commissione. Il duca di Mantova scrive anche Bigo Taffone, giardiniere di Ercole, per avere vinticinque piante di brogne verdazze et altre tante di arbichochi di bella sorte, el che consignarete a messer Iulio Romano che viene a Ferrara, che ne la barca che lo conduce egli me li mandarà et a presso mi farete sapere il costo, che si pagarano. 

Così risponde Giulio Romano: voglio essere la domenica di carnevale a Mantova con le piante da vostra excellentia commessomi, et Bigo Taffone le ha cominciate a cavare. Circa alli ovi delli pavoni d’India, dice messer Quaglino che non cie ne sono, perché non è il suo tempo da fetare fino a marzo, et quando serrà il tempo pigliarà l’impresa de mandarli a vostra excellentia. L’artista Giulio deve anche occuparsi di piante e pavoni d’India.

Bibliografia: Daniela Ferrari (a cura di), Giulio Romano. Repertorio di fonti documentarie, 1992

Immagine: Giardino di Palazzo Costabili, Ferrara

Il Principe che stava in Fonderia

Sarebbe sicuramente piaciuto questo disegno ad Alfonso e magari avrebbe cercato di farlo suo. Possiamo solo immagine quale dialogo avrebbe avuto Leonardo sull’arte della guerraAlfonso d’Este era un principe operaio che lavorava ad una delle sue più grandi passioni ovvero la fabbricazione delle armi. E lo faceva nella grande Fonderia estense che si trovava nell’attuale piazza della Repubblica. L’edificio divenne in seguito la Posta dei Cavalli, la Beccheria Grande e la Pescheria Nuova. Le abilità di Alfonso vengono elogiate da Paolo Giovio nella descrizione di due famosi pezzi d’artiglieria celebrati anche dall’Ariosto. Si tratta di due cannoni: del Gran Diavolo, chiamato così per l’empito inestimabile, che faceva”, e il Tremuoto “per il terribil suo rimbombamento, e romore”. Giovio sottolinea che uno di questi cannoni era stato “fabbricato con sua man propria da Alfonso”. Un altro cannone prese addirittura il nome di un papa, Giulio II. La sua statua, realizzata in bronzo da Michelangelo, era stata issata sulla Porta Magna della Cattedrale di San Petronio a Bologna. Un segno politico di conquista pontificia della città dopo la cacciata dei Bentivoglio. Nel 1511, col ritorno provvisorio della famiglia, la statua venne fatta crollare e i frammenti venduti proprio ad Alfonso. Con questi venne fabbricata una colubrina chiamata la Giulia.

Bibliografia: Vincenzo Farinella, Alfonso I d’Este. Le immagini e il potere, Officina Libraria, Milano 2014

Immagine: Condottiero, Leonardo da Vinci. 1472 circa (British Museum, Londra)

Alfonso d’Este, oltre ai cannoni c’è di più

La figura di Alfonso I d’Este è stata manomessa dalla critica valorizzando soprattutto l’aspetto bellico e dell’uomo d’azione dedito alla costruzione di armi e cannoni e poco attento alle raffinatezze letterarie della corte. Paolo Giovio scrive La vita di Alfonso da Este duca di Ferrara e forse è un po’ responsabile di questa immagine viziata. Fu giudicato e tenuto da molti, che egli fussi più tosto uomo desideroso et amator d’una certa vita quieta e rimessa, che da alti e nobili esercitii, e da quelle cose le quali si ricercon nel governare uno stato. Come quello che era solito il più delle volte chiamare seco a la sua mensa segreta o artefici eccellentissimi di qualche arte […] per dar qualche recreatione e qualche piacere a l’animo. Ritiravasi oltra di questo spessissime volte in una stanza segreta, fatta da lui a modo di bottega, e di fabbrica, dove egli per fuggire l’otio dava opera con piacevoli e dilettevoli fatiche, a lavorare a tornio flauti, tavole e scacchi da giuocare, bossoli artificiosi e bellissimi di terra, a uso di stovigliai […]. Imperoché dandosi egli ancora a fonder metalli, a guisa di fabbro, e a gittar cose di bronzo, gli successe tanto bene e felicemente tale arte […]. 

Chiude Giovio con il cliché che accompagnerà nei secoli a venire la figura di Alfonso: non fu mai troppo affettato, né troppo diligente, nè nel vivere, né nel vestire. Ma godeva et si rallegrava molto, d’una certa vita libera et familiare. 

Non era così Alfonso I d’Este, non poteva esserlo con una sorella come Isabella, con un padre come Ercole I, in una città come Ferrara e in un periodo che vedeva il confronto di tutte le corti con il collezionismo e l’arte pontificia a Roma.

 

Bibliografia: Vincenzo Farinella, Alfonso I d’Este. Le immagini e il potere, Officina Libraria, Milano 2014

Immagine: Ritratto di Alfonso I d’Este. Battista Dossi, 1530 

Spostarsi tra le delizie. La costellazione dello svago estense

Delizia fa pensare ad un dolce zuccheroso. Così doveva essere l’atmosfera in questi edifici suburbani ed extraurbani costruiti a Ferrara dagli Estensi. Rappresentano la manifestazione dell’abitare nel connubio tra natura e artificio in un luogo di svago, piacere e ispasso. Alcune erano dei semplici casini di caccia e tenute agricole, mentre altre erano delle autentiche regge o palazzi usati come sedi di rappresentanza. I nomi scelti rimandano proprio all’idea del luogo ameno e dell’ozio creativo. Le più antiche sono il Palazzo Schifanoia, Paradiso e quelle scomparse di Belfiore e Belvedere a sud della città. La prima delizia di campagna, costruita nel 1435, fu quella di Belriguardo a Voghiera per volere di Niccolò III. E poi poco distanti, circa 20 km dalla città, la delizia del Verginese e quella di Benvignante. Più vicino alla città c’è il castelletto di Fossadalbero. Qui, probabilmente, è nato l’amore tra Ugo e Parisina. In tutto erano 53 e costituivano una costellazione del piacere degli Este. Tra le altre, più distanti tra i 20 e i 60 km, si ricordano Villa Mensa, Villa Zenzalino, la delizia della Diamantina e il castello di Mesola. Questa è la delizia più remota e l’ultima ad essere costruita, per volere di Alfonso II nel 1578. Ancora vent’anni e tutte le delizie avrebbero mantenuto solo il sapore di un dolce sogno.

Bibliografia: Ferrara una guida, Odòs Libreria Editrice 2018

Immagine: Delizia di Belriguardo, Sala della Vigna