L’artista tuttofare. Progetti, piante e pavoni d’India

Palazzo Te non è solo architettura costruita in mattoni e invenzioni di Giulio Romano. Federico II sollecita la sua rete di amicizia con le altre città italiane per farsi mandare piante da Napoli, Roma, Firenze, Genova e Ferrara. Al Palazzo vengono privilegiate le coltivazioni di alberi da frutto come limoncini, piro bergamotto, pomi granati dolci, brogne, albichochi, peri ma anche olive, mandole e castagne. Lo stesso Giulio Romano verrà coinvolto nel trasporto. Nella lettera del 27 gennaio Federico scrive ad Ercole II duca di Ferrara per inviare Giulio (concesso eccezionalmente) circa una commissione. Il duca di Mantova scrive anche Bigo Taffone, giardiniere di Ercole, per avere vinticinque piante di brogne verdazze et altre tante di arbichochi di bella sorte, el che consignarete a messer Iulio Romano che viene a Ferrara, che ne la barca che lo conduce egli me li mandarà et a presso mi farete sapere il costo, che si pagarano. 

Così risponde Giulio Romano: voglio essere la domenica di carnevale a Mantova con le piante da vostra excellentia commessomi, et Bigo Taffone le ha cominciate a cavare. Circa alli ovi delli pavoni d’India, dice messer Quaglino che non cie ne sono, perché non è il suo tempo da fetare fino a marzo, et quando serrà il tempo pigliarà l’impresa de mandarli a vostra excellentia. L’artista Giulio deve anche occuparsi di piante e pavoni d’India.

Bibliografia: Daniela Ferrari (a cura di), Giulio Romano. Repertorio di fonti documentarie, 1992

Immagine: Giardino di Palazzo Costabili, Ferrara

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Il Principe che stava in Fonderia

Sarebbe sicuramente piaciuto questo disegno ad Alfonso e magari avrebbe cercato di farlo suo. Possiamo solo immagine quale dialogo avrebbe avuto Leonardo sull’arte della guerraAlfonso d’Este era un principe operaio che lavorava ad una delle sue più grandi passioni ovvero la fabbricazione delle armi. E lo faceva nella grande Fonderia estense che si trovava nell’attuale piazza della Repubblica. L’edificio divenne in seguito la Posta dei Cavalli, la Beccheria Grande e la Pescheria Nuova. Le abilità di Alfonso vengono elogiate da Paolo Giovio nella descrizione di due famosi pezzi d’artiglieria celebrati anche dall’Ariosto. Si tratta di due cannoni: del Gran Diavolo, chiamato così per l’empito inestimabile, che faceva”, e il Tremuoto “per il terribil suo rimbombamento, e romore”. Giovio sottolinea che uno di questi cannoni era stato “fabbricato con sua man propria da Alfonso”. Un altro cannone prese addirittura il nome di un papa, Giulio II. La sua statua, realizzata in bronzo da Michelangelo, era stata issata sulla Porta Magna della Cattedrale di San Petronio a Bologna. Un segno politico di conquista pontificia della città dopo la cacciata dei Bentivoglio. Nel 1511, col ritorno provvisorio della famiglia, la statua venne fatta crollare e i frammenti venduti proprio ad Alfonso. Con questi venne fabbricata una colubrina chiamata la Giulia.

Bibliografia: Vincenzo Farinella, Alfonso I d’Este. Le immagini e il potere, Officina Libraria, Milano 2014

Immagine: Condottiero, Leonardo da Vinci. 1472 circa (British Museum, Londra)

Alfonso d’Este, oltre ai cannoni c’è di più

La figura di Alfonso I d’Este è stata manomessa dalla critica valorizzando soprattutto l’aspetto bellico e dell’uomo d’azione dedito alla costruzione di armi e cannoni e poco attento alle raffinatezze letterarie della corte. Paolo Giovio scrive La vita di Alfonso da Este duca di Ferrara e forse è un po’ responsabile di questa immagine viziata. Fu giudicato e tenuto da molti, che egli fussi più tosto uomo desideroso et amator d’una certa vita quieta e rimessa, che da alti e nobili esercitii, e da quelle cose le quali si ricercon nel governare uno stato. Come quello che era solito il più delle volte chiamare seco a la sua mensa segreta o artefici eccellentissimi di qualche arte […] per dar qualche recreatione e qualche piacere a l’animo. Ritiravasi oltra di questo spessissime volte in una stanza segreta, fatta da lui a modo di bottega, e di fabbrica, dove egli per fuggire l’otio dava opera con piacevoli e dilettevoli fatiche, a lavorare a tornio flauti, tavole e scacchi da giuocare, bossoli artificiosi e bellissimi di terra, a uso di stovigliai […]. Imperoché dandosi egli ancora a fonder metalli, a guisa di fabbro, e a gittar cose di bronzo, gli successe tanto bene e felicemente tale arte […]. 

Chiude Giovio con il cliché che accompagnerà nei secoli a venire la figura di Alfonso: non fu mai troppo affettato, né troppo diligente, nè nel vivere, né nel vestire. Ma godeva et si rallegrava molto, d’una certa vita libera et familiare. 

Non era così Alfonso I d’Este, non poteva esserlo con una sorella come Isabella, con un padre come Ercole I, in una città come Ferrara e in un periodo che vedeva il confronto di tutte le corti con il collezionismo e l’arte pontificia a Roma.

 

Bibliografia: Vincenzo Farinella, Alfonso I d’Este. Le immagini e il potere, Officina Libraria, Milano 2014

Immagine: Ritratto di Alfonso I d’Este. Battista Dossi, 1530 

Spostarsi tra le delizie. La costellazione dello svago estense

Delizia fa pensare ad un dolce zuccheroso. Così doveva essere l’atmosfera in questi edifici suburbani ed extraurbani costruiti a Ferrara dagli Estensi. Rappresentano la manifestazione dell’abitare nel connubio tra natura e artificio in un luogo di svago, piacere e ispasso. Alcune erano dei semplici casini di caccia e tenute agricole, mentre altre erano delle autentiche regge o palazzi usati come sedi di rappresentanza. I nomi scelti rimandano proprio all’idea del luogo ameno e dell’ozio creativo. Le più antiche sono il Palazzo Schifanoia, Paradiso e quelle scomparse di Belfiore e Belvedere a sud della città. La prima delizia di campagna, costruita nel 1435, fu quella di Belriguardo a Voghiera per volere di Niccolò III. E poi poco distanti, circa 20 km dalla città, la delizia del Verginese e quella di Benvignante. Più vicino alla città c’è il castelletto di Fossadalbero. Qui, probabilmente, è nato l’amore tra Ugo e Parisina. In tutto erano 53 e costituivano una costellazione del piacere degli Este. Tra le altre, più distanti tra i 20 e i 60 km, si ricordano Villa Mensa, Villa Zenzalino, la delizia della Diamantina e il castello di Mesola. Questa è la delizia più remota e l’ultima ad essere costruita, per volere di Alfonso II nel 1578. Ancora vent’anni e tutte le delizie avrebbero mantenuto solo il sapore di un dolce sogno.

Bibliografia: Ferrara una guida, Odòs Libreria Editrice 2018

Immagine: Delizia di Belriguardo, Sala della Vigna

Il licenzioso concorso di poesia nella Ferrara francese

Tra Mantova, Roma e Ferrara va in scena tra il 1525 e il 1535 un periodo lussurioso in versione grafica e poetica. Pietro Aretino nel 1526 compone i Sonetti lussuriosi trascrivendo in parole i disegni di Giulio Romano. A Ferrara nel 1535 alla corte di Ercole II e Renata viene indetto un concorso di poesia organizzato dal poeta Clément Marot. La città estense con la figlia del re Luigi XII risente del clima artistica francese e soprattutto delle provocanti e italianissime pitture della Scuola di Fontainbleau. Primaticcio aveva portato l’arte di Giulio Romano e pure qualche forma erotica molto vicina ai Modi. Il tema del concorso era la descrizione di una qualsiasi parte del corpo femminile con lo stile del blason. Dopo un’attenta valutazione della giuria al vincitore sarebbe andato un paio di guanti da parte della duchessa. Il successo fu grandioso. Il vincitore fu un certo Maurice Scève con una composizione sul sopracciglio. Nessuna volgarità. Solo licenziosità, versi raffinati e velate trasparenze di erotismo. Lo stesso Marot aveva partecipato con il blason intitolato Le beau Tetin ovvero “la bella tettina”. Dialoga bene con l’opera dell’anonimo francese che rappresenta i ritratti delle sorelle d’Estrées. Gabrielle fu l’amante di Enrico IV di Francia.

Bibliografia: Riccardo Rimondi, Estensi, Ferrara Souvenir 2016

Immagine: Anonimo francese, fine XVI secolo. Gabrielle d’Estrées e sua sorella

Le strade che conducono alle delizie. Così raccomandava Alberti

Le delizie di Ferrara e le ville suburbane di Mantova si trovano non lontane dal centro cittadino e fulcro del potere, epicentro della Corte. Per raggiungerle il signore e i suoi cortigiani si potevano spostare in barca, in carrozza o a piedi senza necessariamente essere visti. Le strade della città venivano costruite per visualizzare questi percorsi ideali che segnavano le connessioni dalla residenza centrale a quelle con funzione di ispasso. Anche Palazzo Te aderisce perfettamente a questo modello urbano e sembra rifarsi alle prescrizioni di Leon Battista Alberti secondo cui la villa non doveva essere troppo lontana dalla residenza urbana e raggiungibile attraverso una strada agevole e senza ostacoli, facile e conveniente a percorrersi a piedi e con mezzi di trasporto sia d’inverno che d’estate, e magari anche con imbarcazioni; meglio se tale via passerà in prossimità della porta della città attraverso la quale si possa, nel modo più agevole e diretto, senza doversi cambiare d’abito né passare sotto gli occhi della gente. 

Residenza e palazzo suburbano. Una relazione di continuo scambio, a seconda delle stagioni, delle necessità e delle funzioni dove andare e venire molte volte a piacer proprio tra città e villa con la moglie e i figli. 

Bibliografia: Le corti italiane del Rinascimento, Mondadori 1985

Immagine: Sala della Vigna, Delizia di Belriguardo

Lo studiolo di Alfonso. Gli occhi del Principe su Ferrara

La via Coperta, costruita nel 1471, è la congiunzione tra la prima residenza degli Estensi, di fronte alla Cattedrale, è il Castello di San Michele che diventerà poi l’effettivo luogo della corte. Ha le forme di un camminamento protetto che nel corso del tempo diventerà preziosa “scatola” dove i duchi conserveranno i loro tesori d’arte. Proprio qui Alfonso I d’Este farà allestire le sue stanze personali ovvero i Camerini di Alabastro, una raffinata sinfonia di sculture antiche e seducenti pitture di Dosso Dossi, Tiziano e Giovanni Bellini. Lo studiolo, che dialoga idealmente con quello della sorella Isabella a Mantova,  si affacciava sull’affollato mercato della frutta e della verdura, nella cosiddetta piazzetta delle Ortolane. Alfonso è lì, visibile e invisibile allo stesso tempo agli occhi del suo popolo. Anche se a riposo e rinchiuso nelle sue stanze d’ozio, il Principe era presente, pronto a vigliare su Ferrara e uomo dalla profonda virtus repubblicana perché dedito al bene pubblico. Otia e negotia, la perenne divisione delle faccende di corte, qui trovano un sottile punto di equilibrio. Il Principe, anche quando si ritirava nella Via Coperta, doveva dare l’idea di lanciare il messaggio “sto lavorando per voi”. Un potente messaggio politico di potere e di sicurezza.

Bibliografia: Vincenzo Farinella, Alfonso I d’Este. Le immagini e il potere, 

Immagine: Via coperta, Ferrara

I costi della tavola di Ercole II. Bilanci, stipendi e alimenti

Messisbugo ci fornisce un compendio relativo alla tavola del duca di Ferrara e del costo di ogni relativa cibaria. Oltre alla mensa del banchetto, che aveva costi altissimi data la quantità di alimenti, la tavola quotidiana aveva altri prezzi. Il vitello costava 22 soldi al chilogrammo, il maiale 20, il manzo 3, il cappone 6 soldi e un agnello 30. Il vino costava solo mezzo soldo al litro. I bovini costavano poco perché solitamente andavano al macello solo a fine servizio lavorativo nei campi. Le spezie avevano costi notevoli: lo zafferano costava 144 soldi per libbra (345 grammi), cannella, noce moscata e chiodi di garofano 48 soldi, lo zenzero 36 e il pepe solo 24. All’incirca, secondo Ridolfi, si può ipotizzare una uguaglianza tra 1 soldo e 1 euro.

La tavola del principe, secondo i conti di Messisbugo, per una Corte di 120 persone, costava all’anno circa 17.000 lire ovvero 46 lire al giorno ovvero 8 soldi per bocca. Lo stipendio di Messisbugo è il più alto: 240 soldi al mese. Un facchino ne percepiva 60, un servitore 40. Se pensiamo che il bilancio complessivo della Corte di Ercole II nel 1548 è di 241.000 lire le spese solo per la tavola coprivano circa il 7%.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli Editore, Roma 2015

Immagine: Vincenzo Campi, venditori di polli 1580 

Qui Ferrara. La tavola quotidiana di Ercole II

Ferrara, corte degli Estensi. Diversamente dai banchetti la tavola del duca aveva anche una vita quotidiana. Messisbugo ci fornisce il compendio calcolato. Le bocche da servire ogni giorni erano circa 100-120. Ogni giorno c’erano tre pasti: colazione, pranzo e cena. La colazione comprendeva anche fegato di maiale o di vitello. In ogni giorno da carne, in media 235, si contavano 175 libbre (60 kg) di vitello, manzo, castrato o maiale, 24 polli e 10 libbre (3,5 kg) di carne per fare le polpette alla sera. Nei giorni di pesce, in media 130, 165 libbre (57 kg) di pesce e 95 libbre (33 kg) di formaggio. E poi latte, burro, pane, vino, riso, vermicelli, legumi, verdure, frutta, bresavola, salsiccia, salami, prosciutti e mortadella. Nel corso dell’anno, per ricorrenze e festività, si aggiungono una quarantina di agnelli e capretti, quattro oche e quattro porchette. Si consumavano cinque mastelli di vino al giorno ovvero circa 2 litri a testa.

Da una rapida lettura già si capisce che la dieta quotidiana di un duca o di una Corte era comunque superiore alla nostra attuale e sbilanciata verso la carne. Per cento persone il consumo giornaliero di carne ad esempio era più di mezzo chilo. Complessivamente la tavola del duca ogni anno vedeva passare 14.922 kg di carne, 7.410 kg di pesce, 4.290 kg di formaggio, 73.000 litri di vino. Si può intuire perché la gotta fosse una delle malattie più diffuse tra i nobili del Rinascimento.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli Editore, Roma 2015

Immagine: Ercole II, Nicolò dell’Abate

Calorie e stravaganze al banchetto di Alfonso d’Este

Ferrara, 24 gennaio 1529. Nel Castello di San Michele, edificato da Bartolino Plotino, fervono i preparativi per un grande banchetto. Si festeggia il ritorno dalla Francia di Ercole II d’Este e della sua nuova sposa Renata di Valois. Il duca Alfonso d’Este si è affidata allo scalco Messisbugo. La sala grande si presenta addobbata con grandi tende ricamate e per accogliere gli ospiti si svolgerà una commedia di Ariosto. Le trombe suonano. Comincia il banchetto. 104 ospiti prendono posto in una tavola unica lunga 40 metri, sulla quale troneggiano 25 sculture di zucchero alte più di mezzo metro. Ovviamente raffigurano Ercole. Nome nomen. Al soffitto sono appesi 48 candelabri. Ogni ospite ha a disposizione un coltello, una salvietta profumata, un panino al latte, una ciambella dolce, pistacchi sbucciati, sevonea (miele, zucchero e acqua aromatizzata) e una saliera da condividere. Più di cento piatti, di carne e di pesce, usciranno dalle cucine e sfileranno, senza un ordine di gusto odierno, come seducenti corpi. Messisbugo crea un menù che fa coniuga sapori italiani, tedeschi, spagnoli e francesi. Contenti tutti e dimostrazione di grande attenzione. Il ritmo dei servizi viene spezzato da brevi esibizioni musicali. Alla fine il duca consegna i doni agli invitati. Ora si possono aprire le danze. In conclusione, per rafforzare quanto già ingurgitato, una colazione – chiamata così perché a base di zucchero. Zucca, lattuga, frutta fresca e zuccherata. Il menù era senza paragoni per l’epoca. Ogni ospite avrebbe assunto circa 30.000 calorie.

Bibliografia: Focus, n.152 giugno 2019

Immagine: Nastagio degli Onesti, Botticelli (Prado, 1483)