I fratelli Estensi. Tre matrimoni in tre città

I matrimoni erano atti ufficiali che congiungevano sangue, famiglie, parentele e strategie. La politica dei confetti è materia sottile che viene orchestrata per muovere le pedine più e meno ghiotte sulla scacchiera dell’Europa. In un anno si compie un intreccio triplo tra Mantova, Ferrara e Milano. Nel 1490 Francesco II Gonzaga sposa Isabella d’Este e nel 1491 avvengono altri due matrimoni: Alfonso d’Este con Anna Maria Sforza e Beatrice d’Este con Ludovico il Moro. Tre estensi in tre città per far capire che molto potere passava per e attraverso Ferrara. E pensare che la corte di Mantova aveva bruciato sul tempo Milano in occasione dell’accordo di matrimonio con la giovane Isabella. Ancora bambina non sapeva che era stata contesa tra Milano e Mantova. Poteva finire da Ludovico il Moro e scrivere una storia diversa. Anna Maria Sforza, la prima moglie di Alfonso, morirà di parto nel 1497. Una rapida parentesi che avvicina Alfonso a Lucrezia Borgia. I due si sposeranno nel 1501, per lei il suo terzo matrimonio. E’ il gioco delle parti, i sentimenti spesso finivano in tasca o tra le pieghe di larghe vesti ricamate d’oro a broccato.

Bibliografia: Valentino Brosio, La rosa e la spada, Fogola Editore in Torino, 1980

Immagine: Veduta della città di Ferrara nel 1600

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Parmigianino, l’alchimia e la lettera di Giulio Romano.

Gli artisti, oltre alla loro attività, hanno altre mansioni e altri hobby che spesso li hanno distratti a tal punto da compromettere il loro lavoro principale. Vasari ce lo conferma anche per Parmigianino che nel 1531 riceve il prestigioso incarico di dipingere la volta della cupola della Steccata di Parma, la città dove è nato. Ma pare che in quel periodo l’artista fu alle prese soprattutto con strani esercizi di alchimia che lo distraevano dal cantiere: cominciò a dismettere l’opera, o almeno a fare tanto adagio, che si conosceva che v’andava di male gambe; e questo avveniva, perché avendo cominciato a studiare le cose dell’alchimia, aveva tralasciato del tutto le cose della pittura, pensando di dover tosto arricchire, congelando mercurio. I commissari dell’opera allora presero la decisione di sostituirlo con Giulio Romano, allora alle prese con il cantiere di Palazzo Te per il duca Federico II Gonzaga. Dapprima accettò l’incarico ma poi con diplomazia rifiutò l’affare e nel 1540 scrisse una lettera che diceva le prego mi diano consiglio in quelo ch’io me ne habia a fare de farlo ditto lavoro del quale mi son obligato a designare; essendo consueto fra noi pittori non entrare in li lavori d’altro se prima colui che lo ha principato non è accordato e satisfatto: il che non mi fu così detto. E poi continua dicendo che Parmigianino gli scriva una lettera et che dichiari esser contento ch’io faccia tale impresa. 

Il 4 aprile 1540 Parmigianino risponde a Giulio Romano. Quattro mesi dopo muore a 37 anni, come Raffaello.

Bibliografia: Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi 2016

Immagine: particolare della decorazione della Steccata di Parma

 

Il capodoglio disegnato da Goltzius

Alcuni avvenimenti, più di altri, hanno destato lo stupore delle persone tra Cinquecento e Seicento. Questi fenomeni soprattutto naturali venivano letti e interpretati in chiave religiosa. Ecco allora che alla meraviglia si associava la paura e la lettura simbolica di ogni segno come nefasti presagi. E’ il caso di un fenomeno avvenuto tra il 1570 e il 1650. Quaranta capodogli si arenano sulle coste dei Paesi Bassi. Probabilmente gli animali avevano perduto l’orientamento ed arrivati nelle acque basse del litorale non erano più stati in grado di risalire verso acque più profonde. L’incredibile avvenimento ha portato la curiosità degli artisti che hanno impresso quella fantastica visione sui loro album e poi incisioni e disegni. Il 3 febbraio 1598 il corpo di un capodoglio lungo venti metri viene raffigurato da Hendrick Goltzius e Jacob Matham, suo allievo. Dalla sua immagine, come un fermo immagine, scatta la meraviglia degli abitanti che, arrivati sulla costa, si arrampicano sul gigante spiaggiato. Alcuni picconano il capodoglio, come una miniera, alla ricerca della carne e del grasso, già finito all’interno dei barili. E c’è addirittura chi misura il pene del cetaceo. Chissà a quale scopo e dove avrà registrato quel numero.

Così scriveva il giurista Grozio: un pesce del genere della balena lungo settanta piedi ha occupato con la sua grande carcassa l’intera sabbiosa tra il mare e gli argini. E in breve una grande moltitudine si è accalcata per vedere quella novità, sfidando il tanfo che emanava dalle interiora lacere dell’animale, ammorbando l’aria, tanto che alcuni dei presenti si sono ammalati e ci sono stati addirittura dei morti. Per il resto è chiaro che chi giudicava con un minimo di senno non ha trovato nulla di miracoloso. 

E così infatti Grozio stemperava la magia: tra le persone comuni gli uni dicevano che il destino di quella bestia straordinaria annunciasse una grande vittoria sul nemico e una ricca preda, mentre altri sostenevano il contrario: l’evento era un segno di sventura per il paese. Poteva essere l’incipit perfetto per un racconto di Gabriel Garcia Marquez.

Bibliografia. Philipp Blom, Il primo inverno, Marsilio Editori 2018

Immagine. Jacob Matham, Balena spiaggiata 1598

A Carnevale ogni carne non vale

Martedì grasso è l’ultimo giorno di Carnevale. Una festa profana che ancora oggi si festeggia. Fu nel Concilio di Nicea (325) che per la prima volta si fissa un periodo di digiuno di quaranta giorni per prepararsi alla Pasqua. La famosa quarantena. Il termine di tempo fissato dal Concilio corrisponde al quadragesima dies in analogia con i quaranta giorni trascorsi da Cristo nel deserto. Che poi è lo stesso periodo che poi verrà applicato a chi entrava in città per sottoporlo a verifica. Nel Medioevo la Quaresima si accompagnava ad una serie di restrizioni: penitenze, uso delle armi, astensione da sesso, spettacoli, teatro e feste. Il divieto di mangiare la carne, dalla forte valenza simbolica, fu il precetto più importante che diede il nome proprio a questo periodo. Carnevale deriva da carnem levare ovvero carnelevare. Questo termine risulta già attestato nell’anno Mille. Così al posto della carne venivano utilizzati il pesce, i latticini e tutti quei prodotti cosiddetti “di magro”. Immaginate cosa volesse dire per un soldato visto che la carne aveva un significato di forza e rinvigoriva il temperamento sanguigno utile in battaglia. Nel dipinto di Bruegel il Giovane si riconosce il Combattimento tra Quaresima e Carnevale e tutto si condensa nello scontro tra un lungo spiedino di carne e un remo su cui poggiano due pesci. Il Carnevale, che nasce nel Medioevo, non è quindi una continuazione di una festa pagana pur avendone molti punti in comune come l’uso di maschere, travestimenti, sfoghi, ilarità e battagliole. L’ultimo giorno di carnevale era ricorrenza bruciare la vecchia ovvero un fantoccio di stracci come simbolo dell’inverno terminato. A Marzo cominciava l’anno nuovo.

Bibliografia. Chiara Frugoni, Medioevo sul naso, Laterza 2001

Immagine. Dettaglio del Combattimento tra Carnevale e Quaresima, Peter Bruegel il Giovane 1559

Dettagli del dipinto di Bruegel 

Anversa ovvero la Wall Street del Cinquecento

Europa, 1530. Giulio Romano è alle prese con il cantiere di Palazzo Te, Carlo V a Bologna viene incoronato re d’Italia e imperatore dal Papa Clemente VII, Federico II sta progettando il piano per portare Carlo a Mantova. Mentre succede tutto questo Anversa diventa la capitale del commercio e degli affari. Tutto il mondo passava di lì. Una città ricca, cosmopolita, brulicante di banchieri, inventori, uomini d’affari, agenti, geni e truffatori. Con i suoi 100.000 abitanti Anversa esporta merci per circa sei milioni di lire. A suggellare questo primato nel 1531 apre la Borsa. Il carattere di Fiera viene quasi subito a farsi serio e moderno: speculazioni, ricerca di capitali, assicurazioni, speculazioni, azioni e società per azioni. In una sola parola: affari. Una vera Wall Street del Rinascimento. Quattro fiere annuali, manifatture per tingere e rifinire i tessuti inglesi, moltissimi i stenditoi di lana in città, banchieri, magazzini, stamperie e una grande Zecca che ha le dimensioni di un vero e proprio borgo. Fonderie, officine del conio, lavanderia, cantina del vino, giardini, scuderie, le abitazioni dei servi, del maestro di zecca e degli orafi. Anversa è sicuramente uno dei gioielli più preziosi dell’impero di Carlo V. La fine del Cinquecento segna anche la fine delle fortune della città.

Bibliografia. Carlo Quinto, I grandi della Storia, Mondadori 1970

Claudia Conforti, La città del tardo Rinascimento, Laterza 2005 

Immagine. Municipio di Anversa, Wenceslaus Hollar 1648

Il meteo del Rinascimento, Giulio Romano e l’inverno più freddo

Nel 1524 Giulio Romano arriva a Mantova. Ma, oltre a quello artistico, che clima atmosferico trova nella città dei Gonzaga? Meglio foderare le vesti di pelliccia? Proviamo a descrivere il meteo del Rinascimento per visualizzare la Mantova di Giulio.

Nel periodo medievale, ovvero fino al Quattrocento, il clima fu favorevole permettendo la coltivazione soprattutto nell’Europa settentrionale e l’espansione verso Nord di foreste là dove prima c’erano solo ghiacciai. L’inverno dell’anno 1400 segna una spaccatura. la temperatura tornò a valori più bassi, i ghiacciai tornano a ricoprire il nord America e l’Europa settentrionale. Pare che l’inverno del 1407-8 sia stato uno dei più freddi dell’ultimo millennio. In Pianura Padana si registrano addirittura -30 gradi. Nel 1431-32 gelò addirittura il fiume Po per oltre due mesi. Nell’inverno del 1448-49 le nevicate lasciarono uno strato alto quanto una persona con ingenti danni ai tetti delle abitazioni che crollarono copiose. Nel Rinascimento e nel Seicento si alternano invece periodi alterni di gelo e di clima più mite. Il freddo portò come conseguenza le gelate del Baltico, del Tamigi (con l’organizzazione delle prime Fiere), della Laguna di Venezia e del fiume Po. Nel 1492 quando è nato Giulio Romano (dai calcoli di Vasari) Firenze fu paralizzata dalla neve per due settimane. Prima della morte di Giulio ci fu un’ultima grande gelata nel 1523. Poi gli inverni furono abbastanza miti e segnati da pochissime precipitazioni. Poco dopo la morte di Giulio gli inverni tornarono più rigidi e più fredde anche le altre stagioni. Gli anni 1547 e 1548 sono i più freddi in Italia dove gela il Lago di Garda. Nel 1565 si registra l’inverno più freddo del secolo immortalato da Peter Brueghel il Vecchio nella tavola Cacciatori nella neve. Giulio era morto il primo novembre del 1546. A Mantova il posto di Prefetto alle Fabbriche lo aveva preso Giovan Battista Bertani.

Sicuramente Giulio Romano avrà visto i laghi ghiacciati, i tetti spolverati di neve e magari come Brueghel avrà realizzato dei disegni con pattinatori o raccoglitori di ghiaccio per le ghiacciaie dei Gonzaga. Probabilmente avrà vissuto sprazzi della tipica afosa estate mantovana trovando riparo in un sorbetto all’anguria preparato dallo scalco Bartolomeo Scappi.

Fonte. Philipp Blom, Il primo inverno, Marsilio 2018 – Wikipedia 

Immagine. Cacciatori nella neve, Peter Brueghel il Vecchio, olio su tavola

Prima e dopo Paccagnini. Pisanello come lo sbarco sulla Luna

Se la storia di Mantova va divisa in un prima e dopo Gonzaga – alias 1328 – la storia del Palazzo Ducale segue la figura di Giovanni Paccagnini, soprintendente alle gallerie di Mantova, Verona e Cremona. Prima e dopo il suo intervento del 1969 che portò alla riscoperta degli affreschi di Pisanello. Ma fino alla data dello sbarco sulla Luna dove si trovavano? Coperti da pannelli su tutte le pareti che, come una sorta di pellicola srotolata, rappresentano i membri della dinastia Gonzaga. I ritratti, eseguiti dai pittori Canti e Calabrò, risalgono al 1701. Scrivo al presente perché ci sono ancora ma hanno cambiato sede. Dopo l’intervento di Paccagnini sono stata traslati nella stanza prima. “Il Palazzo è un organismo vivente anche oggi” non è una frase fatta. Anche durante la mostra di Mantegna del 1961 gli affreschi erano ancora invisibili. La Sala al tempo si doveva presentare così. Discesa una breve gradinata si entra nella bella Sala dei Principi. […] Sul brolo si aprivano anche tre finestroni gotici, che vedonsi ancora dall’esterno, e che furono chiusi chiusi sulla fine del Settecento, quando, aperte le attuali finestre, le pareti furono decorate con ghirlande di foglie racchiudenti diciannove medaglioni, rappresentanti personaggi della famiglia Gonzaga. […] Le pareti, ed il camino sul quale vedesi lo stemma del regno italico eseguitovi durante il dominio napoleonico, furono rinnovate nel 1808. 

La guida del 1929 si sofferma anche sulla porta oggi murata. Si vedono ancora su di una parete le tracce delle finestre di facciata del Palazzo del Capitano, ed una porticina che forse comunicava col pianerottolo della scala esterna che saliva dal brolo (l’attuale piazza della Lega Lombarda).  

Paccagnini avviò un programma di recupero e di valorizzazione del Palazzo attraverso una lunga fasi di studi e ricerche per districarsi nella selvaggia foresta di stratificazione stilistica. La notizia del ritrovamento dei 200 mq di affreschi venne data il 26 febbraio 1969. Ne diresse il completo distacco degli affreschi e il restauro eseguito da Ottorino Nonfarmale (una garanzia) e Assirto Coffani. Nel 1972 l’apertura al pubblico. Paccagnini ha fatto ricomparire una meraviglia rimasta per secoli invisibile e silenziosa. Un esercizio di immaginazione da provare. Prima e dopo Paccagnini. Perché nel 1969 l’uomo andò sulla Luna ma i suoi occhi tornarono a posarsi sugli affreschi di Pisanello.

Bibliografia. Nino Giannantoni, Guida al Palazzo Ducale di Mantova, 1929. 

Bibliografia. Encicolpedia Treccani

Immagine. Parete est e particolari degli affreschi 

Tutti correvano dai Fugger

Chi erano gli uomini più ricchi all’epoca di Giulio Romano e Carlo V? Ovviamente i Fugger. Una famiglia tedesca che grazie al commercio e alla produzione tessile si ritrova nel Rinascimento ad essere al vertice di tutti gli affari più importanti. Uno dei primi di cui si ha conoscenza è Hans Fugger, professione tessitore, presente nel registro delle tasse della città di Augusta nel 1367. Nel 1409, alla sua morte, lascia un patrimonio di circa 3.000 fiorini. E’ nel Quattrocento che i Fugger ottengono il successo. Il secondo ramo della famiglia riporta sullo stemma un fiore di giglio su su fondo blu e oro su gentile concessione dell’imperatore Federico III. Possono permettersi di creare una Banca che diventerà di riferimento in Europa. Giusto per dare un’idea. L’elezione di Carlo V a imperatore avvenuta nel 1519 costo circa un milione di fiorini d’oro, pagati per due terzi dalla casa Fugger. Persino i Medici e il Papa bussavano alla loro porta. Jacob Fugger fu noto come “il ricco”. Nel suo libro segreto figurano come debitori insolventi il Papa Leone X, Federico di Sassonia, Guglielmo di Baviera, Carlo V e meglio terminare qui. In cambio Jacob riceve da Carlo nuove proprietà in Svevia, nel Tirolo e privilegi sul porto di Anversa. Il suo patrimonio, in relazione ai parametri di oggi, valeva circa 450 miliardi di euro. Per immortalare la sua potenza economica si fa ritrarre sicuro di sé da Durer nel 1520. Guardatelo negli occhi.

Bibliografia. Carlo Quinto, I grandi della Storia, Mondadori, 1970

Immagine. Jacob Fugger di Albrecht Durer. 

Tra Erasmo e Montaigne. La prima guida per viaggiatori d’Europa.

1547, Carlo V alle prese con la battaglia di Muhlberg. Un anno dopo Tiziano lo immortala in questa tela. Mentre la guerra si consuma c’è chi viaggia. “Se parliamo d’alberghi, i migliori sono quelli francesi senza ombra di dubbio: accoglienza familiare, atmosfera casalinga, belle ragazze dappertutto”. Questo era il parere di Erasmo da Rotterdam, umanista e famelico viaggiatore europeo. Si ricorda in particolare di un piccolo albergo a Lione. Registra inoltre gli ottimi pasti e la biancheria pulita”. E’ rimasto colpito dalla presenza di belle ragazze. “Quando i viaggiatori se ne vanno, le belle figliole li baciano e li salutano con tenerezza”. Opposti sono i pareri sulle locande tedesche. “Quando arrivate nessuno vi saluta. Dopo aver sistemato il vostro cavallo, entrate nella stanza della stufa, stivali, bagaglio, fango e tutto”. Lamenta gli spazi comuni: “qui uno si pettina, un altro vomita aglio e c’è una gran confusione di linguaggi come alla torre di Babele. Come fare quindi a scegliere un albergo in un momento storico in cui si viaggiava tanto soprattutto a cavallo? Nel 1552 Charles Estienne pubblica la Guida delle strade di Francia, una sorta di antenato della Guida Michelin. Sono segnate le strade, i ponti, i posti dei briganti da evitare, le locande e il tipo di servizio che si può trovare. Trovano spazio anche le curiosità artistiche e storiche, i santuari, le opere moderne e le antichità da visitare. Il primo turista per eccellenza è Michel de Mointagne che girerà l’Europa anche per curarsi dal “mal di pietra”. Probabilmente era accompagnato da un segretario che doveva organizzare il viaggio: bagagli, alloggi e cavalli.

Così è stato il viaggio di Baldassarre Castiglione e Giulio Romano partita il 5 ottobre 1524 a Roma e giunti a Mantova il 22 ottobre. 17 giorni a cavallo o in carrozza passando per Loreto. Peccato non avere il diario di quel viaggio per realizzare una mappatura delle loro soste. Cosa hanno mangiato, dove hanno alloggiato e di cosa hanno discusso. Quali progetti stavano già nascendo per Mantova.

Bibliografia. Carlo Quinto, I grandi della storia, Mondadori, 1970.

Immagine. Ritratto di Carlo V a cavallo, 1548, Prado. 

Nella Chiesa di Terni c’è la corretta misura del tacco

Le leggi suntuarie regolamentavano la moda soprattutto per evitare gli eccessi e gli sprechi. In questo l’attività di repressione contro lo sfarzo andava di pari passo rispetto alle prediche e ai sermoni. Non è un caso infatti che i magistrati alle leggi suntuarie erano spesso uomini di Chiesa. Particolare è la normativa contro le stravaganze delle calzature. A Bologna si proibiva di portare pianelle con punte più lunghe di mezza oncia, dipinte, intagliate o con ricami o col altri colori rispetto al bianco e al nero. La multa era di cinque lire sia per chi le indossava che per il calzolaio che le aveva confezionate. In questa categoria di stravaganze erano chiaramente proibite le scarpe dalla punta lunghissima dette “à la poulaine” di moda tra XIV e XV secolo. Altre forti critiche erano riferite alle pianelle. L’illustre predicatore Bernardino da Siena accusa questi “trampoli” perché modificavano le proporzioni del corpo femminile oltre allo spreco di stoffa necessario a colmare la smisurata altezza. Era proprio peccato indossare pianelle alte più di un palmo. Al Museo Correr di Venezia sono conservati due esempi di calcagnetti che risalgono alla metà del Quattrocento. Di cuoio bianco, traforate e un’altezza incredibile: 50 e 52 centimetri. In Spagna si criticava lo spreco di sughero per alzare il tacco della calzatura. Per togliere qualsiasi dubbio nel 1444 Giacomo della Marca a Terni fece scolpire nella Cappella di Sant’Anastasio la misura massima del tacco, fissata a 4 dita. Immaginiamo la sequela di donne per entrare nella Chiesa di S. Maria. Amore sacro e amor profano.

Bibliografia. Maria Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba medievale, il Mulino, 1999.