Leonardo si presenta agli Sforza con il curriculum perfetto

1482. Leonardo lascia Firenze, arriva a Milano e si presenta a Ludovico il Moro. In fondo non è una situazione diversa che potrebbe vivere un giovane di oggi che cerca lavoro e si presenta ad una nuova azienda. Secondo le fonti, i documenti e gli studi le sue opere accertate a questa data potrebbero essere sei. La più celebre e che certamente sarebbe stata messa in evidenza nel curriculum è l’Adorazione dei Magi. E invece Leonardo si presenta alla Corte degli Sforza in modo sorprendente dimostrando tutte le doti di flessibilità e acume che un giovane dovrebbe avere anche oggi. Questo il curriculum che presenta al Moro. Ho modi di ponti leggierissimi e forti, e atti ad portare facilissimamente, et con quelli seguire e alcuna volta fuggire li nimici […]. Ho ancora modi di bombarde commodissime e facili a portare; Et con quelle buttate minuti sassi a similitudine quasi di tempesta: E con il fumo di quella dando grande spavento al’inimico. Leonardo sapeva a chi si stava presentando e conosceva quello di cui gli Sforza avevano bisogno. Dinamico, trasversale, flessibile.

Solo alla fine c’è un rapido cenno alla pittura e ai servigi che avrebbe potuto dare quando i tempi sarebbero stati di pace e non di guerra. Item condurrò in scultura di marmore, di bronzo et di terra, similiter in pictura, ciò che si possa fare a paragone di ogni altro, sia chi vuole. 

Bibliografia: Antonio Forcellino, Raffaello. Una vita felice, Editori Laterza, 2006

Immagine: Disegno di una grande balestra

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Raffaello, la bottega e gli studenti di oggi

Raffaello impara il mestiere presso il padre Giovanni. La bottega di Urbino è stata la sua stanza dei giochi ingombra di strumenti, voci, persone. Giovani maestri, apprendisti, garzoni. Tutti intenti nelle loro mansioni specifiche. A otto anni vede la bottega danzare con meccanismi studiati e prestabiliti. I ragazzini di dieci anni pestavano il colore e il gesso in un mortaio di porfido rosso, gli altri più grandi mescolavano il gesso con la colla e con un pennello rivestivano le tavole con questo impiastro facendo attenzione che risultasse liscia liscia come la guancia di un neonato. Altri giovani addetti alla doratura sembravano stregoni calando con un pennello di vaio leggerissime lamine d’oro sulla tavola. Quelli più grandi ancora passavano il carbone sulla carta pecora e trasportavano il disegno sulla tavola con la tecnica dello spolvero. Dai tempi di Cennini non era in fondo cambiato molto e Raffaello, se voleva diventare pittore, avrebbe dovuto seguire una serie di passaggi. Come prima studiare da piccino un anno a usare il disegno della tavoletta; poi stare con maestro a bottega, che sapesse lavorare di tutti i membri che appartiene di nostra arte; e stare e incominciare a triare dè colori; e imparare a cuocere delle colle, e triar dè gessi, e pigliare la pratica dell’ingessare le ancone, e rilevarle, e raderle; mettere d’oro; granare bene; per tempo di sei anni. E poi, in praticare a colorire, a ornare di mordenti, far drappi d’oro, usare di lavorare di muro, per altri sei anni. 

Tredici anni in tutto. Il tempo complessivo della scuola di oggi, dalle elementari alle superiori senza contare Università, specializzazioni, master e tirocini. Sempre disegnando, non abbandonando mai né in dì di festa, né in dì di lavorare.

Bibliografia: Antonio Forcellino, Raffaello. Una vita felice, Editori Laterza, 2006 

Immagine: Studio per due angeli

Tutti i papi di Giulio

Giulio Romano nasce e vive in una Roma che sta avviando un programma di recupero dei monumenti antichi e di consolidamento di quelli moderni. Il 1500 scocca con il Giubileo, potente opera di marketing religioso e finanziario. Nel 1506 Giulio II pone la prima pietra della nuova Basilica di San Pietro, l’architetto è Bramante. Leone X creò il sistema di indulgenze per finanziarne la costruzione. I papi da pastori universali diventano principi, condottieri e politici che in modo machiavellico orchestrano strategie e sistemi clientelari per favorire i propri familiari. Ne è l’esempio Alessandro VI Borgia, il papa con cui nasce Giulio. E’ il periodo in cui il papa indossa anche l’armatura d’argento e combatte in prima linea con le truppe pontificie. E’ il caso di Giulio II detto il Terribile. Sono gli anni soprattutto dei meravigliosi cantieri: le stanze della Segnatura di Raffaello, la Cappella Sistina di Michelangelo e le Logge Vaticane. In totale furono sette i papi che Giulio Romano vide passarsi il testimone, sei in presa diretta e l’ultimo da Mantova. Innocenzo VIII, Alessandro VI, Pio III, Giulio II, Leone X, Adriano VI, Clemente VII, Paolo III. Michelangelo, data la vita più lunga, ha visto passare 13 papi. Raffaello solamente 6. Muore un anno prima di Leone X.

Bibliografia: Eamon Duffy, La grande storia dei papi, Mondadori 2017

Immagine: Papa Alessandro VI (Pinturicchio 1492-1495)

Quando Giulio apriva la finestra e vedeva i fori imperiali

Giulio Romano era il continuatore di una nuova arte romana evoluta da Raffaello, Michelangelo e Bramante. Tuttavia non sarà banale ribadire che Giulio, a differenza degli altri, è nato a Roma abbeverandosi direttamente alla fonte classica. La sua casa natale, presso la via Macel de’ Corvi, si trovava all’interno del Rione Monti. La bellezza antica era talmente densa da avere dalla sua finestra di casa questo spettacolo: Foro di Augusto, di Cesare, di Nerva, di Traiano, le terme di Traiano e di Tito, la Domus Aurea e i mercati traianei. Dentro nei suoi occhi, da sempre, i modelli antichi che dialogavano con i nuovi edifici moderni. La via dove abitava Giulio Romano era adiacente alla piazza omonima costituita da piccole abitazioni popolari di origine medievale. Qui ha abitato per trentanni anche Michelangelo. La piazza fu demolita nel 1902. La casa di Giulio, dapprima di modeste condizioni, fu da lui stesso restaurata inserendo, come riporta Vasari, “un bel principio di finestre; il quale, per poca cosa che sia, è molto grazioso”. Al piano terra una profusione di mattoni a bugnato. Timpani e archi sempre a bugne. Purtroppo la casa non esiste più e l’aspetto è noto solo attraverso alcuni disegni. Elementi che trasferirà a Mantova e nella sua ultima casa nella contrada dell’Unicorno.

Bibliografia: Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi 1987

Immagine: Piazza Macel de’ Corvi 1752

Le forche inaugurate, la prima fuga e gli artisti curiosi

Voltone del Palazzo del Podestà, Bologna. Oltre che per il turistissimo effetto acustico è conosciuto per la presenza di due forche già utilizzate nel XVII secolo per le esecuzioni capitali. Questa era la funzione di Piazza Maggiore. Proprio qui perché in questo modo il condannato potesse vedere per l’ultima volta la basilica di San Petronio. Prima delle forche i condannati venivano impiccati e le funi appese alle finestre del salone del Palazzo. Esattamente come a Palazzo Vecchio a Firenze. Stessa scena dopo il tumulto dei Ciompi. Nel 1604 vennero allestiti i nuovi strumenti: le forche. Si conosce il nome del primo condannato a cui spettava l’onore di inaugurarle. Un tale Domenico Grundi. Riuscì a scappare mentre saliva la scala. Ripreso poco dopo e riconsegnato al boia. Non c’era scampo. Questi macabri eventi richiamavano curiosi, cittadini alla ricerca di indulgenze, anime pie e artisti. Sono noti gli studi anatomici di Pisanello e Leonardo da Vinci che, come giornalisti di cronaca nera, documentavano l’accaduto in cerca di pose e gesti.

Bibliografia: Bologna insolita e segreta, Edizioni Jonglez, 2018

Immagini: Studi di Pisanello sugli impiccati

Leonardo_da_Vinci_-_Hanging_of_Bernardo_Baroncelli_1479Disegno di Leonardo da Vinci, Bernardo Bandini Baroncelli che aveva avuto un ruolo fondamentale nella Congiura dei Pazzi. 

Michelangelo contro Giulio. Una gara di metri quadrati

Chi ha realizzato l’affresco più esteso come numero di metri quadrati? La competizione riguarda la Camera dei Giganti e il Giudizio Universale. Giulio Romano contro Michelagelo Buonarroti. Prima di vedere la soluzione provate a rispondere senza cercare di essere di parte. Gli affreschi della camera di Palazzo Te iniziano il primo marzo del 1532 e terminano nel 1535. Un anno dopo Michelangelo dietro l’altare della Cappella Sistina avvia il cantiere del Giudizio. Sarà finito nel 1541.

Il Giudizio, su una sola parete, si estende per 167 metri quadrati (per esattezza 167,14) mentre la Caduta dei Giganti per ben 400 metri. Giulio batte Michelangelo di 233 metri.

Il gioco termina con ironia e un freddo numero. Ma entrambi hanno in comune i muscoli esagerati, la pittura anatomica, i tendini tesi come archi e il dramma nei volti. Senza date alla mano sarebbe difficile dire chi ha ispirato chi.

Immagine: Particolare del Giudizio Universale (fonte wikipedia)

Palazzo Te e National Gallery. Una storia di scuderie

Cosa hanno in comune questi due edifici che sembrano avere forme, storie e contenuti totalmente differenti? In verità le fondamenta. Entrambi sono stati realizzati su delle scuderie. Il Palazzo Te su quelle dei Gonzaga e il National Gallery sulle scuderie reali. Ci sono dei documenti che raccontano uno scambio tra cavalli mantovani e quelli inglesi. Le lettere tra Francesco II e Enrico VIII sono datate 1514. Dopo un primo periodo di apertura al 100 Pall Mall nella casa del banchiere russo John Julis Angerstein, nel 1832 si inizia a costruire la nuova sede nel quartiere di Charing Cross. Qui da circa dieci anni c’era Trafalgar Square. Il progetto che riprende lo stile palladiano è di WilliamWilkins. Entrambi gli edifici quindi nascono da spazi destinati inizialmente ai cavalli.

Una curiosità. La National Gallery nasce dalla collezione del banchiere sopracitato acquistata dalla Camera dei Comuni il 2 aprile 1824. Si trattava di 38 dipinti per una spesa complessiva di 57.000 sterline (circa 64.000 euro). Il primissimo palazzo che accoglie la National è al 100 Pall Mall ovvero l’abitazione del banchiere russo. La prima apertura al pubblico avvenne il 10 maggio 1824.

National_Gallery_at_100_Pall_Mall

Bibliografia: fonte wikipedia

Immagine: National Gallery, fonte wikipedia

Mentre Colombo scopriva l’America

12 ottobre 1492. Colombo raggiunge l’isola di San Salvador. E’ la prima terra americana su cui il navigatore mette piede. Cosa succedeva invece in Europa mentre Colombo era convinto di aver raggiunto le Indie?

A Mantova si svolge un matrimonio tra vip. Si sposano Taddea, la figlia di Andrea Mantegna, e Viano Viani, il figlio del più noto commerciante della città. Rimane ancora traccia oggi della loro Casa in piazza Marconi. Sui capitelli il monogrammi MV ovvero Messer Viani. A Ferrara si inaugurano i cantieri per l’addizione erculea ovvero il raddoppiamento della superficie della città ad opera di Ercole I d’Este. A Firenze, nel quartiere Careggi, muore Lorenzo il Magnifico a causa della gotta che lo ha tormentato per molto tempo. Se ne andava così l’artefice dell’equilibrio politico italiano durato quasi quarantanni aprendo invece uno scenario di nuove guerre. A Roma dal Conclave esce il nome del nuovo Papa. Alessandro VI ovvero Rodrigo Borgia.

Sempre a Roma, ma secondo studi più recenti, sarebbe nato Giulio Romano. Analizzando meglio Vasari, che lo conosceva molto bene, si legge nelle Vite che l’artista quando morì a Mantova nel 1546 aveva 54 anni. Quindi le lancette della sua nascita sarebbero da portare indietro al 1492 e non al 1499.

 

Immagine: Carta portolanica di Diego Homen (portolano era un manuale per la navigazione costiera e portuale). Fonte Wikipedia

 

La duchessa che cambiò la moda milanese

Beatrice era sorella di Alfonso I e Isabella d’Este. Il 17 gennaio 1491, per volere della strategia del padre Ercole I, si unì in matrimonio con Ludovico Sforza di fatto signore di Milano. L’arrivo della giovanissima sposa appena quindicenne portò un fermento in città soprattutto nel campo della moda. Possedeva 84 abiti solo nel castello di caccia Vigevano. Inventò anche una nuova tipologia di decorazione per le vesti ovvero abiti a righe verticali decorati a profusione di nastrini sulle maniche. Una tradizione ferrarese portata nella Milano degli Sforza. Da Napoli invece importò la moda di raccogliere i capelli in una lunga treccia posticcia chiamata coazzone. Tutti questi dettagli accendevano la rivalità con la sorella Isabella. Così dice un personaggio del Cortegiano: “pesami ancora che tutti non abbiate conosciuto la duchessa Beatrice di Milano […] per non aver mai più a maravigliarvi di ingegno di donna”. Parola di Castiglione.

Immagine: Pala Sforzesca, particolare

Bibliografia: Riccardo Rimondi, Estensi, Edizioni Ferrara Souvenir, 2016

Borso d’Este non concede l’aumento

Ferrara 1468. Iniziano i lavori nel Palazzo Schifanoia per volontà di Borso d’Este. Il grande spazio di 24 metri, largo 11 e alto più di 7 metri sta per diventare il Salone dei Mesi. In soli due anni, il ciclo di affreschi viene completato da quella che Roberto Longhi chiamò Officina Ferrarese. Tra questi figura l’artista Francesco del Cossa. Mentre non figura Cosmè Tura. Il primo documento in cui viene citato è datato 11 settembre 1456. Ancora sotto la tutela del padre è alle prese con alcune figure dipinte a grisaille per il Duomo di Ferrara. Purtroppo andate perdute con il rifacimento dell’abside. Per gli affreschi del Palazzo Schifanoia i pagamenti di Borso non erano adeguati alla magnificenza dell’opera che si stava per completare. Nulla è servita la lettera del pittore che indirizzò al duca per chiedere un aumento. Scrisse infatti che il compenso ricevuto era consono al “più tristo garzone di bottega”. La lettera comunque non sortì nessun effetto e il Cossa a 34 anni decide così di far ripartire la sua carriera a Bologna e di portare i propri servigi a Giovanni II Bentivoglio. Dopo molte commissioni nel 1478 se lo prese lo peste.

Immagine: Trionfo di Minerva, Salone dei Mesi

Bibliografia: Riccardo Rimondi, Estensi, Edizioni Ferrara Souvenir, 2016