Rubens a Mantova rende omaggio all’arte italiana del Cinquecento

Rubens tra il 1604 il 1605 si trova a Mantova come pittore di corte e realizza il trittico per la Chiesa della Santissimo Trinità, oggi Archivio di Stato. L’opera era composta dalla tela centrale della Trinità adorata dalla famiglia Gonzaga e ai lati il Battesimo di Cristo e la Trasfigurazione. Si scrive al passato perché il trittico è stato scomposto alla fine del Settecento e oggi si trova in tre città diverse: Mantova, Anversa e Nancy. Nel Palazzo Ducale di Mantova si trova la Trinità. Più che sulla storia dell’opera risulta interessante osservare lo stile di un giovane Rubens che all’epoca aveva 27 anni. Dopo i soggiorni a Venezia e a Roma compie un’autentica sintesi della pittura italiana. La luce è veneziana e la colomba della Trinità è un chiaro e diretto omaggio a Tintoretto, il gruppo di angeli e il colore sono Tiziano, l’agitazione degli apostoli nella Trasfigurazione richiama l’iconografia di Raffaello, la figura di Cristo non può non richiamare Michelangelo. Nel Battesimo, il gruppo sulla destra è una diretta citazione della Battaglia di Cascina. Poderose e in pose plastiche, queste figure sono, oltre che un omaggio, la diretta risposta di Rubens all’arte italiana del Cinquecento.

Bibliografia: Manierismo a Mantova, a cura di Sergio Marinelli, 1998

Immagine: Battesimo di Cristo, Koninklijk Museum voor Schine Kunsten, Anversa  

Le pasquinate di Roma. Statue parlanti e malelingue

Il Cinquecento è il secolo della risata, della derisione alle divinità pagane e allo scherzo che dalla letteratura passa al teatro e alla pittura. L’emblema di questa componente ironica è la famosa statua di Pasquino che fu fatta porre a Roma nel 1501, anno del suo ritrovamento, dal cardinale Oliviero Carafa all’angolo di Palazzo Orsini. La statua, che oggi si trova ancora lì, è un frammento di un gruppo composito, copia romana di un originale greco del 240-230 a.C. e rappresenta Menelao che sorregge il corpo di Patroclo. Così avviene nel Rinascimento la massima dissacrazione di una scena tragica nella più celebre statua parlante. La base sulla quale venne collocata diventa la “bacheca” dove esporre le satire più pungenti verso i personaggi pubblici, le dicerie più scorrette, i segreti più nascosti. Questi componimenti, ovviamente anonimi, scritti su dei foglietti e appesi alla base, prendevano il nome di pasquinate. Il nome sembra derivare da un sarto della zona che aveva una lingua molto affilata e aveva una cattiva parola per tutti. Ovviamente molti Papi avrebbero voluto disfarsi di quella statua malalingua. L’elenco è lungo: Clemente VIII, Sisto V e Adriano VI che avrebbe voluto gettarla nel Tevere. L’ultima pasquinata risale al 1870 ed era rivolta al papa Pio IX. Ci sarà passato vicino anche Giulio Romano, magari avrà scritto una pasquinata o avrà studiato la posa della statua per una sua composizione. Niente di più facile. Ancora una volta è un frammento antico che fa da veicolo per una funzione ironica, dissacrante e satirica.

Bibliografia: Willy Pocino, Le curiosità di Roma, 2010

Immagine: fonte Wikipedia

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Morel Favorito, storia di una celebrità prima di Giulio Romano

Nella Sala dei Cavalli sono in bella mostra i campioni di Casa Gonzaga, i cavalli favoriti di Federico II Gonzaga. Di questi conosciamo nome e cognome: Morel Favorito (l’arabo morello), Glorioso (con il mantello moschado), Battaglia e Dario con la testa agghindata da pennacchi. Degli altri non rimane traccia del nome. La nota di Conte Carlo stafiere del 7 dicembre 1521 ci permette di entrare nella Scuderia e fare la conta dei “cavalli che sono nella stalla di Sancto Sebastiano” ovvero prima della costruzione del palazzo di Giulio Romano. Oltre a quelli già citati, e dipinti nella sala dei Cavalli, sono presenti: el Coda Gaza, el Depinto, el Morello Pano, El liardo Balduco, el morello Spezacatena, el baio Lizardo, el baio No te ge pensa, el morel Meczanotte, el liardo Imperatore, el sasinà Marchis, el Matto Zanetto, el Morel del Riamo, el baio Bon Tempo, l’Arbo, el morel bonanotte, el Bel Cavallo, el Sorian de la Raza, el liardo Mosca Bona, el Sorian del Boschetto Vola.

Morel Favorito, l’unico che porta questo nome, si intuisce che doveva essere il preferito di Federico. Probabilmente non così giovane perché nei documenti si fa riferimento ad un problema agli occhi. La situazione peggiora: “el ditto Agnelo [il veterinario] l’ha fatto aprire et a trovato li rognoni et li reni marzi; parea che fusse uno pocho de telarina marza”. Il 19 ottobre del 1524 Morel Favorito muore ovvero tre giorni prima dell’arrivo di Giulio Romano a Mantova. Il cavallo dipinto nella Sala non può essere un ritratto dal vero. Probabilmente si utilizzò un disegno già esistente? O forse si tratta di un altro Morel Favorito? Capitava di utilizzare lo stesso nome più volte nel tempo e per cavalli diversi. La questione rimane aperta.

Bibliografia: Giancarlo Malacarne, Il mito dei cavalli gonzagheschi, Verona 1995 

Immagine: Morel Favorito, Sala dei Cavalli, Palazzo Te

Famiglie e simboli. La battaglia dei messaggi cifrati, nascosti e divertenti

Il Medioevo confluisce nel Rinascimento. Non c’è una frattura tra i due periodi storici ma soprattutto continuità. Basti solamente pensare a tutto lo zoo di animali fantastici, creaturine, drolerie e simboli che caratterizzano le imprese e le arme araldiche delle famiglie. Paolo Giovio, esperto conoscitore di queste materie e promotore dell’uso degli emblemi, fa un lungo elenco di simbologie utilizzate in Italia e in Europa. Carlo di Borbone sceglie per sé un cervo con le ali, Lorenzo de’ Medici, un albero di lauro in mezzo a due leoni, Luigi XII un istrice coronato, Francesco I la salamandra (da non confondere con il ramarro di Federico II Gonzaga di cui si perde il conto al Palazzo Te), Galezzo Visconti un leone assetato con un elmetto in testa sopra un fuoco, Cosimo de’ Medici un diamante. Borso d’Este, di cui vediamo un immagine tratta dalla sua Bibbia, sceglie un unicorno che immerge il corno in una fontana legandolo all’azione di bonifica del territorio. Una purificazione dai veleni. Le famiglie si raccontavano e lanciavano messaggi politici attraverso un gioco coreografico, silente e dettagliato di forme ragionate e ben scelte.

Immagine: tratta dalla Bibbia di Borso d’Este (Taddeo Crivelli)

Bibliografia: Eugenio Battisti, L’antirinascimento, Feltrinelli 1962

Rinascimento monstruoso. Bizzarrie e rarità tra Isabella e Federico

Il gusto per l’arte e il collezionismo di Isabella d’Este continua anche con il figlio Federico II Gonzaga che allestisce di altre curiosità il famoso studiolo. L’inventario steso dal notaio Stivini nel 1540, dopo un anno dalla morte della marchesa, registra: rami di corallo rosso e bianco, un calcedonio ed un prasio (pietra) con inclusioni sia allo stato naturale che appeso a catenelle. Poi conchiglie marine, “una corna di alicorno longa plami sette e mezzo la quale è posta sopra l’armarij suso duoi rampini torti alla fuora via, uno dente de pesso sopra alla fenestra longo tre palmi”. Questo eclettismo prosegue anche con Federico che aggiunge tra le altre curiosità: pessi marini et altri animali mostruosi cinque pessi columbi de mare, undeci lumache marine tra piccole e grandi, una pelle d’uno pesso marino monstruoso, uno cocodrillo grande et trei cocorilli piccolli, duoi dintature de pesso marino, una spada dil pesso chiamato pesso spada, una ganassa de lupo copeta da coramo per portare al collo a cavallo, duoi cocodrilli grandi. Tale madre tale figlioLa mostruosità, il brutto e il bizzarro mentre Giulio Romano era impegnato a San Benedetto Po nella ristrutturazione dell’Abbazia per l’abate Gregorio Cortese. Il Rinascimento è meno chiaro e coerente di come poteva sembrare.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore, 1979

Immagine: Animal Africanum deforme, tratto da Monstrum Historia di Ulisse Aldrovandi (Bologna 1642)

Giulio Romano con gli occhiali

Duolmi il non avere prima, e meglio servito V.S. scusandomi per la infermità degli occhi, che appena la domenica di Pasqua mi concesse il comunicarmi”. Così scrive Giulio Romano a Pietro Aretino il 27 aprile 1537 riferendosi ad un disegnoNon ci sono altri documenti in cui Giulio si riferisce ad un problema agli occhi ma quasi certamente si può ipotizzare, solo da queste poche righe, che lo accusava prima della data in cui scrive e che solo ha rubato questa poca d’oretta in far questo mal composto disegno. In questo momento Giulio Romano aveva terminato il cantiere di Palazzo Te, avviato la costruzione dell’Appartamento di Troia e delle Pescherie e probabilmente alle prese ancora con il Palazzo di Marmirolo. Lavora per Federico II Gonzaga da 13 anni intensi e stancanti. Il suo metodo di lavoro è diverso da quello di Raffaello. Non affida e non demanda, non ci sono allievi ma collaboratori. La parte dell’invenzione è tutta sua: idea, schizzo, disegno, cartone. Nulla lascia, tutto esegue in modo indipendente. Il lavoro da predisporre è tantissimo. Infatti sempre più si stacca dalla fase realizzativa dell’opera. Non dipinge ma dirige. Per questi motivi si può ipotizzare, più per gioco che per appurata indagine medico-storica, che Giulio Romano portasse gli occhiali. O comunque gli avrebbero fatto comodo. Quelli ad arco, senza stanghette laterali. Se non gli occhiali almeno una lente come quella che tiene tra le mani il futuro papa Leone X nel dipinto di Raffaello. La miopia ad esempio si diffonde soprattutto nel Rinascimento complice l’invenzione della stampa e in particolare con la produzione dei libri tascabili. E’ l’immagine ideale dello studioso: libro in mano e occhiali.

Bibliografia: Giulio Romano. Repertorio di fonti documentarie, a cura di Daniela Ferrari, 1992

Immagine: Raffaello. Particolare dell’opera Papa Leone X con il cardinale Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, 1519 

L’orologio di Giulio Romano e la necessità di tenere il tempo

Agostino Carracci, nel suo autoritratto, si presenta con un orologio da taschino nella mano destra, alzata come a testimoniare il tempo che passa o forse le sue abilità anche come orologiaio. Sì perché Agostino, sebbene la fortuna critica premi suo fratello Annibale, fu un artista di enorme talento soprattutto nell’arte dell’incisione. Lo spunto di questo quadro è relativo al rapporto tra l’artista e il tempo non come vanitas o natura morta ma proprio come la programmazione di un lavoro per un’opera, un edificio o un grande cantiere. Immaginiamo Giulio Romano alle prese con Palazzo Te. La suddivisione dei compiti, l’affannosa ricerca di collaboratori, la stesura dei disegni e dei cartoni e poi la moltiplicazione degli impegni con l’avvio della Palazzina per la moglie di Federico II e l’eterno cantiere del Palazzo di Marmirolo. Al pittore serviva tempo. Non sarebbe stato strano vedere Giulio Romano consultare un taccuino ed estrarre dalla sua tasca un orologio proprio simile a quello di Agostino. Ritardi, lettere di minaccia e accuse da parte di Federico. Giulio non aveva tempo. In fondo quella di un orologio portatile non era una novità assoluta. Erano già in voga nella metà del Quattrocento e nel 1490 nella corte milanese di Ludovico il Moro si fa menzione di “horologini piccoli et portativi”. Nei documenti non è segnalato un orologio di Giulio Romano. Ma da dove avrebbe potuto venire? Nel Rinascimento la città più all’avanguardia in questo campo è Norimberga. Materie prime abbondanti, abilità nella lavorazione dei metalli e tradizione da costruttori di strumenti scientifici. Anche Augusta, nello stesso periodo, diventa la capitale degli orologi. In Italia i primi orologi da persona risalgono alla metà del Cinquecento. Anche se imprecisi si segnalavano per essere uno status symbol. Venivano portati al collo con vistose catene e ritratti come principi e padroni del tempo. Così si dice lo portasse anche Enrico VIII.

Bibliografia: Janello Torriani. Genio del Rinascimento, Fantigrafica, Cremona 2016

Immagine: Agostino Carracci, Autoritratto come orologiaio 1583 (Palazzo Pepoli, Bologna) Probabilmente si tratta di un orologio cosiddetto di San Filippo Neri

La scalata di Ferrante Gonzaga. Cavaliere, cortigiano, sovrano.

Guardando il ritratto si può pensare che, cambiando il volto con quello di Filippo II, forse il risultato non cambierebbe. La sua fu una vita all’insegna della guerra e della scalata personale al successo. Non un’evoluzione ma una sommatoria di titoli. La perfetta fusione tra il cavaliere e il cortigiano di Baldassarre Castiglione.

Ferrante Gonzaga si prenderà qui il suo meritato spazio per essere stato l’uomo di fiducia dell’imperatore Carlo V e centrale nella politica italiana del Rinascimento. A suo malgrado sarà anche il suo esecutore personale di omicidi sbarazzandosi di personaggi scomodi nei piani imperiali come è stato per Francesco Burlamacchi , Giulio Cibo Malaspina e Pier Luigi Farnese. Ferrante è stato il quinto figlio di Isabella d’Este e Francesco II Gonzaga. Nel 1523 è a Madrid alla corte di Carlo V. Nel 1526 è già capitano delle truppe imperiali, dapprima contro la Francia e nel 1527 durante il sacco di Roma. Nel 1530 comanda l’assedio di Firenze con il conseguente ritorno dei Medici. Ferrante doveva essere molto abile perché riuscì ad accumulare una serie di territori, titoli e cariche che lo portò nel 1531 ad ottenere addirittura l’onorificenza del Toson d’Oro. Anche lui non si tirò indietro nella cinica politica matrimoniale sposando Isabella di Capua e ottenendo il titolo di Principe di Molfetta. Questo si sommò agli altri: governatore di Benevento, vicerè di Sicilia dal 1535 al 1546, governatore di Milano dal 1546 al 1554. Si può acquistare una città? Ferrante l’ha fatto. La sua gloriosa collezione si arricchisce nel 1539 con la Contea di Guastalla diventandone il capostipite sborsando la cifra faraonica di 22.230 scudi d’oro alla contessa Ludovica Torelli. Sotto l’egida del Sacro Romano Impero di Carlo V ma sostanzialmente indipendente e con ampie libertà, Ferrante diventa così signore di uno stato piccolo ma tutto suo. Raffinato, luogo ospitale per cortigiani e letterati, con una zecca propria e un sistema difensivo dalla forma stellare a otto punte. Carlo V gli concesse addirittura lo scultore Leone Leoni che celebrò Ferrante come un forte condottiero antico che calpesta un satiro e un’idra simboli di vizio, invidia e calunnia. Un bel monito contro tutti.

Bibliografia: Elena Bonora, Aspettando l’imperatore. Principi italiani tra il papa e Carlo V, Einaudi 2014

Immagine: Ritratto di Ferrante Gonzaga, XVI secolo 

Un doppio di tennis tra i protagonisti del Rinascimento

Il Rinascimento è il secolo della pallacorda. Anche se nato prima, già a partire dal Duecento, è nel Cinquecento che trova la sua consacrazione grazie a giocatori di primo livello ovvero i principi. Avrebbero potuto giocare un doppio o un piccolo campionato i principali protagonisti della scena europea negli anni di Giulio Romano. Il re di Francia Francesco I, il re d’Inghilterra Enrico VIII, l’imperatore Carlo V e il duca di Mantova Federico II Gonzaga. Erano tutti giocatori appassionati e praticanti con regolare campo nei loro rispettivi palazzi. A dire il vero due di questi personaggi si sono affrontati: Carlo e Federico nell’edificio dedicato a Palazzo Te in occasione della visita dell’imperatore nel 1530. Tutti e quattro erano cavalieri e condottieri abili, atletici e prestanti. Solo gli anni, la dieta famelica e alcune cadute hanno modificato il corpo di Francesco I e soprattutto di Enrico VIII. Sarebbe stato un doppio davvero sorprendente con queste coppie: Carlo-Federico contro Enrico e Francesco. Attorno al campo le tribune dove avrebbero trovato posto ambasciatori, bisbigli, accordi politici, suggerimenti e scommesse. Anche a livello politico sono gli schieramenti che accompagneranno le cosiddette guerre d’Italia almeno fino agli anni 50. Nel 1540 morirà Federico, nel 1547 invece Enrico e Francesco.

Piccoli dati tecnici. Sorprende come nel 1571 i giocatori di pallacorda si organizzino in una vera e propria corporazione diventando così professionisti. Nella sola Parigi nel 1292 c’erano 13 produttori di palle e tre secoli dopo i campi erano in totale 250. Forse Francesco I, per tradizione e storia, partiva in vantaggio? Il gioco in Francia era conosciuto con il nome di jeu de paume ovvero gioco di palmo perché inizialmente i giocatori non utilizzavano le racchette . Queste, insieme alla rete, furono introdotte proprio nel Cinquecento.

Immagine: Gioco della pallacorda, Germania, XVII secolo. 

Mostri, prodigi e nuove terre. Il Rinascimento bizzarro

Conrad Wolffhart, conosciuto come Licostene, era un filosofo tedesco nato in Alsazia che visse negli anni centrali del Cinquecento. A Basilea viene stampato nel 1557, anno della sua morte, il Prodigiorum ac ostentorum chronicon. Un libro di prodigi, notizie e descrizioni di mostri, corredato da 1500 xilografie realizzate da artisti tedeschi contemporanei. Il mostro, il bizzarro e l’altro fanno parte delle pitture formali e informali del Rinascimento. Le scoperte geografiche hanno aumentato la dose di insolito: gli animali esotici, i nuovi popoli, le stranezze di altre terre. La raccolta di prodigi segnala un uomo con quattro occhi in Etiopia, un mostro ricoperto di squame con una faccia d’asino portato a Roma nel 1496, una creatura dalla testa di elefante e con altre teste lungo il corpo. In Baviera due mostri bicefali sono vissuti nel 1541 mentre un mostro marino con la testa di negro era stato catturato nel 1549 nel Mar Baltico. Hanno attirato molti interessi le nascite di bambini considerati prodigio perché con anomalie e ritenuti quindi un’autentica meraviglia da collezione. Una wunderkammer vivente. Ecco perché principi e re facevano carte false per averli nelle loro corti. E’ il caso dei cosiddetti Fratelli Scozzesi nati nel 1490 vicino a Glasgow. Nella parte inferiore un bambino maschio mentre in quella superiore gli arti, le teste e il torace erano doppi. Furono portati alla corte di re Giacomo IV di Scozia.

Questi fatti prodigiosi non venivano solo raccontati ma finivano in un altro potente medium del momento: la stampa. Disegni, fogli, modelli che potevano arrivare nelle mani degli artisti. Non è così difficile capire perché spiriti curiosi come Giulio Romano abbiano avuto un’attenzione particolare verso il bizzarro e l’insolito.

Bibliografia: C.J.S Thompson, I veri mostri. Storia e tradizione, Mondadori 2001

Immagine: Xilografia tratta da Prodigiorum ac ostentorum chronicon (1557)