Barbara cuore di mamma

Goito, venerdì 12 giugno 1478. Il marchese Ludovico II Gonzaga muore di peste nella sua villa dopo un mese di dolori ai fianchi e febbre alta. Si era rifugiato in una delle sue ville per scappare al contagio. La fortuna non l’ha premiato. Barbara di Brandeburgo è nel Castello e una volta appresa la triste notizia prende le decisioni di una donna forte, coraggiosa e tedesca. Le sorti di Mantova non finivano certo con Ludovico. C’era da sistemare la lunga sequela di figli e figlie. Oltretutto il marito non aveva lasciato testamento e lei, cuore di mamma, pensa che tra i figli non ci dovranno essere discordie. Così sarà lei a decidere le sorti per tutti. Barbara convoca tutti i figli e afferma che Ludovico le aveva detto a voce le sue ultime volontà ovvero che il territorio venisse spartito tra i tre figli laici maschi. Così inizia il dispiegarsi dei rami cadetti della famiglia.  La mossa politica non sarebbe certamente piaciuta a Ludovico ma si sa che la mamma è sempre la mamma. Oggi come nel Rinascimento. Non è un caso che la figura di Barbara nella Camera degli Sposi occupi il centro della parete nella scena della Corte come il fulcro di una costellazione di storie. Andrea Mantegna già lo sapeva.

Immagine: Barbara di Brandeburgo (fonte Wikipedia)

Fonte: Edgarda Ferri, La casa di Barbara, Tre lune edizioni, 2015

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Una casa dal sapore veneziano e la prima insegna a tre dimensioni

La Casa del Mercante sottolinea il vanto del suo proprietario. Una casa con bottega proprio di fronte a tutti gli altri mercanti che condividevano l’ombra lunga del portico broletto. Sfacciato, pavone, vanitoso. E’ il prototipo della nuova casa mantovana di chi era in commercio o in affari. Bottega sotto e casa sopra. Non c’erano le vetrine di oggi e la merce veniva esposta su banchi che affacciavano direttamente sulla strada. Sull’architrave, sotto i portici, sono stati scolpiti i prodotti. Un’autentica insegna commerciale del passato. Osserviamo una solita mattina di lavoro del nostro Messere.

Storia 3 meraviglia

Il capodoglio disegnato da Goltzius

Alcuni avvenimenti, più di altri, hanno destato lo stupore delle persone tra Cinquecento e Seicento. Questi fenomeni soprattutto naturali venivano letti e interpretati in chiave religiosa. Ecco allora che alla meraviglia si associava la paura e la lettura simbolica di ogni segno come nefasti presagi. E’ il caso di un fenomeno avvenuto tra il 1570 e il 1650. Quaranta capodogli si arenano sulle coste dei Paesi Bassi. Probabilmente gli animali avevano perduto l’orientamento ed arrivati nelle acque basse del litorale non erano più stati in grado di risalire verso acque più profonde. L’incredibile avvenimento ha portato la curiosità degli artisti che hanno impresso quella fantastica visione sui loro album e poi incisioni e disegni. Il 3 febbraio 1598 il corpo di un capodoglio lungo venti metri viene raffigurato da Hendrick Goltzius e Jacob Matham, suo allievo. Dalla sua immagine, come un fermo immagine, scatta la meraviglia degli abitanti che, arrivati sulla costa, si arrampicano sul gigante spiaggiato. Alcuni picconano il capodoglio, come una miniera, alla ricerca della carne e del grasso, già finito all’interno dei barili. E c’è addirittura chi misura il pene del cetaceo. Chissà a quale scopo e dove avrà registrato quel numero.

Così scriveva il giurista Grozio: un pesce del genere della balena lungo settanta piedi ha occupato con la sua grande carcassa l’intera sabbiosa tra il mare e gli argini. E in breve una grande moltitudine si è accalcata per vedere quella novità, sfidando il tanfo che emanava dalle interiora lacere dell’animale, ammorbando l’aria, tanto che alcuni dei presenti si sono ammalati e ci sono stati addirittura dei morti. Per il resto è chiaro che chi giudicava con un minimo di senno non ha trovato nulla di miracoloso. 

E così infatti Grozio stemperava la magia: tra le persone comuni gli uni dicevano che il destino di quella bestia straordinaria annunciasse una grande vittoria sul nemico e una ricca preda, mentre altri sostenevano il contrario: l’evento era un segno di sventura per il paese. Poteva essere l’incipit perfetto per un racconto di Gabriel Garcia Marquez.

Bibliografia. Philipp Blom, Il primo inverno, Marsilio Editori 2018

Immagine. Jacob Matham, Balena spiaggiata 1598

Anversa ovvero la Wall Street del Cinquecento

Europa, 1530. Giulio Romano è alle prese con il cantiere di Palazzo Te, Carlo V a Bologna viene incoronato re d’Italia e imperatore dal Papa Clemente VII, Federico II sta progettando il piano per portare Carlo a Mantova. Mentre succede tutto questo Anversa diventa la capitale del commercio e degli affari. Tutto il mondo passava di lì. Una città ricca, cosmopolita, brulicante di banchieri, inventori, uomini d’affari, agenti, geni e truffatori. Con i suoi 100.000 abitanti Anversa esporta merci per circa sei milioni di lire. A suggellare questo primato nel 1531 apre la Borsa. Il carattere di Fiera viene quasi subito a farsi serio e moderno: speculazioni, ricerca di capitali, assicurazioni, speculazioni, azioni e società per azioni. In una sola parola: affari. Una vera Wall Street del Rinascimento. Quattro fiere annuali, manifatture per tingere e rifinire i tessuti inglesi, moltissimi i stenditoi di lana in città, banchieri, magazzini, stamperie e una grande Zecca che ha le dimensioni di un vero e proprio borgo. Fonderie, officine del conio, lavanderia, cantina del vino, giardini, scuderie, le abitazioni dei servi, del maestro di zecca e degli orafi. Anversa è sicuramente uno dei gioielli più preziosi dell’impero di Carlo V. La fine del Cinquecento segna anche la fine delle fortune della città.

Bibliografia. Carlo Quinto, I grandi della Storia, Mondadori 1970

Claudia Conforti, La città del tardo Rinascimento, Laterza 2005 

Immagine. Municipio di Anversa, Wenceslaus Hollar 1648

Il meteo del Rinascimento, Giulio Romano e l’inverno più freddo

Nel 1524 Giulio Romano arriva a Mantova. Ma, oltre a quello artistico, che clima atmosferico trova nella città dei Gonzaga? Meglio foderare le vesti di pelliccia? Proviamo a descrivere il meteo del Rinascimento per visualizzare la Mantova di Giulio.

Nel periodo medievale, ovvero fino al Quattrocento, il clima fu favorevole permettendo la coltivazione soprattutto nell’Europa settentrionale e l’espansione verso Nord di foreste là dove prima c’erano solo ghiacciai. L’inverno dell’anno 1400 segna una spaccatura. la temperatura tornò a valori più bassi, i ghiacciai tornano a ricoprire il nord America e l’Europa settentrionale. Pare che l’inverno del 1407-8 sia stato uno dei più freddi dell’ultimo millennio. In Pianura Padana si registrano addirittura -30 gradi. Nel 1431-32 gelò addirittura il fiume Po per oltre due mesi. Nell’inverno del 1448-49 le nevicate lasciarono uno strato alto quanto una persona con ingenti danni ai tetti delle abitazioni che crollarono copiose. Nel Rinascimento e nel Seicento si alternano invece periodi alterni di gelo e di clima più mite. Il freddo portò come conseguenza le gelate del Baltico, del Tamigi (con l’organizzazione delle prime Fiere), della Laguna di Venezia e del fiume Po. Nel 1492 quando è nato Giulio Romano (dai calcoli di Vasari) Firenze fu paralizzata dalla neve per due settimane. Prima della morte di Giulio ci fu un’ultima grande gelata nel 1523. Poi gli inverni furono abbastanza miti e segnati da pochissime precipitazioni. Poco dopo la morte di Giulio gli inverni tornarono più rigidi e più fredde anche le altre stagioni. Gli anni 1547 e 1548 sono i più freddi in Italia dove gela il Lago di Garda. Nel 1565 si registra l’inverno più freddo del secolo immortalato da Peter Brueghel il Vecchio nella tavola Cacciatori nella neve. Giulio era morto il primo novembre del 1546. A Mantova il posto di Prefetto alle Fabbriche lo aveva preso Giovan Battista Bertani.

Sicuramente Giulio Romano avrà visto i laghi ghiacciati, i tetti spolverati di neve e magari come Brueghel avrà realizzato dei disegni con pattinatori o raccoglitori di ghiaccio per le ghiacciaie dei Gonzaga. Probabilmente avrà vissuto sprazzi della tipica afosa estate mantovana trovando riparo in un sorbetto all’anguria preparato dallo scalco Bartolomeo Scappi.

Fonte. Philipp Blom, Il primo inverno, Marsilio 2018 – Wikipedia 

Immagine. Cacciatori nella neve, Peter Brueghel il Vecchio, olio su tavola

Tutti correvano dai Fugger

Chi erano gli uomini più ricchi all’epoca di Giulio Romano e Carlo V? Ovviamente i Fugger. Una famiglia tedesca che grazie al commercio e alla produzione tessile si ritrova nel Rinascimento ad essere al vertice di tutti gli affari più importanti. Uno dei primi di cui si ha conoscenza è Hans Fugger, professione tessitore, presente nel registro delle tasse della città di Augusta nel 1367. Nel 1409, alla sua morte, lascia un patrimonio di circa 3.000 fiorini. E’ nel Quattrocento che i Fugger ottengono il successo. Il secondo ramo della famiglia riporta sullo stemma un fiore di giglio su su fondo blu e oro su gentile concessione dell’imperatore Federico III. Possono permettersi di creare una Banca che diventerà di riferimento in Europa. Giusto per dare un’idea. L’elezione di Carlo V a imperatore avvenuta nel 1519 costo circa un milione di fiorini d’oro, pagati per due terzi dalla casa Fugger. Persino i Medici e il Papa bussavano alla loro porta. Jacob Fugger fu noto come “il ricco”. Nel suo libro segreto figurano come debitori insolventi il Papa Leone X, Federico di Sassonia, Guglielmo di Baviera, Carlo V e meglio terminare qui. In cambio Jacob riceve da Carlo nuove proprietà in Svevia, nel Tirolo e privilegi sul porto di Anversa. Il suo patrimonio, in relazione ai parametri di oggi, valeva circa 450 miliardi di euro. Per immortalare la sua potenza economica si fa ritrarre sicuro di sé da Durer nel 1520. Guardatelo negli occhi.

Bibliografia. Carlo Quinto, I grandi della Storia, Mondadori, 1970

Immagine. Jacob Fugger di Albrecht Durer. 

Nera Mantova. Criminali, cimiteri e brutta compagnia

Quando si parla di Morte arrivano di conseguenza pessimismo, rituali scaccia guai, amuleti e perché no una manciata di sale grosso (perché quello piccolo si butta dietro le spalle se cade sulla tavola). All’interno della rassegna Alla fine dei conti ho creato una serie di itinerari guidati che ci portano sulle tracce della Morte in città. Vi siete mai chiesti come e sono morti e dove sono sepolti i Gonzaga e perché non hanno un’unica tomba di famiglia? Queste storie, mute come una tomba, le faremo parlare attraverso il linguaggio della pietra. La Mantova del Medioevo e del Rinascimento ha visto condanne, processi, esecuzioni che avvenivano nelle piazze che attraversiamo tutti i giorni. Proprio lì sono state bruciate streghe e assassini. I criminali venivano torturati con una serie di strumenti sulla pubblica piazza come spettacolo collettivo per finire poi in una torre dove di norma erano collocate alcune prigioni che fungevano da fermo temporaneo. La città, soprattutto nel Settecento, era una prigione diffusa. Il Castello, le torri e poi il famigerato Carcere della Mainolda che riporta alla tragica fine dei Martiri di Belfiore. Vi siete mai chiesti come un detenuto passava la sua ultima notte in carcere e chi si prendeva cura di lui? Il boia sarà l’ultima persona che sentirà vicino. Figura professionale che arriverà ad esempio a Norimberga ad essere il cittadino più ricco della città e in cui non erano ammessi sbagli. Il corpo decapitato proseguiva una nuova vita, quella scientifica. Dapprima illegalmente poi per concessione di alcuni Ordini religiosi veniva recuperato dai cimiteri per essere studiato. Solo dall’Ottocento, dopo la rivoluzione sociale portata dai francesi, i cimiteri hanno traslocato fuori dalle mura. Fino al settecento ogni chiesa aveva il suo camposanto. La Vita e la Morte vivevano gli stessi spazi. Mantova ha ospitato con i Gonzaga un’importante collezione di reliquie di Santi custodite in preziosi manufatti artistici. La Basilica di Santa Barbara ne era il contenitore privato. Oggi una parte della collezione si conserva nel Museo Diocesano. L’arte ha il potere di rendere preziosa anche la morte.

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Le città di notte nel Rinascimento

Girare di notte nel Medioevo e nel Rinascimento non era certo una passeggiata. Pensate all’atmosfera che avevate intorno: pochissime persone in giro, il rumore di qualche maiale o pantegana che rovistava tra i resti del mercato del giorno, quasi una totale oscurità tranne che per qualche fioca luce che proviene dai lumini nei crocicchi delle vie. Lì dove poteva trovarsi l’immagine di una Madonna o di un Santo, in genere in prossimità di una porta della città. Qualche fiore e una preghiera per dare conforto ai vivi o ai cari passati nell’altra vita. A Venezia queste immagini sacre si chiamavano cesendeli. Il governo della Serenissima nel 1450 ordinò che chi voleva camminare per la città dopo le ore tre doveva essere provvista di lume.

Così nasce per i nobili l’usanza di farsi accompagnare dai cosiddetti codeghe ovvero i portatori di lume. In realtà erano una sorta di facchini che si appostavano di sera presso le Procuratie di San Marco dove attendevano coloro che volevano farsi accompagnare a casa. Le cronache ci dicono che che l’invenzione del codega è dovuta ad un certo Pietro q. Osvaldo dal Capo.

Possibile che anche Mantova avesse dei codega? Non lo sappiamo ma senza dubbio in città c’erano i birri a controllare la situazione soprattutto di notte e regolare l’ordine pubblico. Si trovavano sotto l’edifici del Palazzo del Podestà, l’antica sede già della Curia Criminale. Birri ovvero dal termine arabo “birron” che significa giustizia. Infatti piazza Broletto era nota anche Piazza dei Birri. Ma questo è un altro capitolo che merita una storia a parte.

Bibliografia: G. Nissati, Aneddoti storici veneziani, 1897

Immagine: G. Zompini, Le arti che vanno per via nella città di Venezia

Un banchetto nel Ghetto di Mantova. Una Babele in cucina

La cucina ebraica nel Rinascimento era un intreccio di culture e sapori diverse che trovavano una nuova forma all’interno del Ghetto. I sapori del mondo spagnolo, tedesco, levantino e mediorientale trovavano una nuova combinazione di ingredienti che ancora oggi fondano i piatti cosiddetti “della tradizione”. Certamente le regole della Kashrut imponevano alcuni divieti: non mangiare la carne di “animali immondi” (cavallo, maiale, tonno, anguilla, trota), non cucinare la carne con il latte né consumare carne e derivati del latte insieme. La carne, così come il vino, dovevano essere kasher ovvero trattati in modo chirurgico e asettico perché non doveva contenere sangue. Queste regole, sia chiaro, sono alla base anche dell’attuale kashrut.

Ve ne dico solo alcuni: le sarde il saor, il carciofo alla giudea, la coratella, il brodetto. A Mantova pare erano molto apprezzati dagli ebrei ashkenaziti (tedeschi) i maccheroni bolliti e serviti in brodo d’oca. Ce lo racconta Merlin Cocai.

Ci è giunto anche il menù di un ricco banchetto mantovano in occasione della festa ebraica Purim del 1619. Tra i servizi di cucina sono presenti cassate (ovvero torte salate), latteruoli (pasticci di carne), pesce fritto in guazzetto, brodetto di pesce, agnello al forno, cappone arrosto, tacchino al limone, gallina con agliata e salsa di noci, mammella lessa all’agresto. Tra i servizi di credenza tortelli (quale il ripieno?) caliscioni, gnoccata, pignoccata, spongata (tipico anche dell’Emilia, una delizia!) cotognata, salsiccioni d’oca, lingua salmistrata, marzapane, confetti, riso con zibibbo e mandorle, bianco mangiare.

Trovate qualche analogia con i piatti di oggi? Una vera Babele che trovava accordi e giuste misure anche nella cucina. Trovate un ristorante ebraico e provate!

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, 2015

Un mantovano romano di nome Giulio

In preparazione alla grande mostra del 2019 su Giulio Romano ho intenzione di far uscire stravaganti e curiose pillole informative attorno alla sua figura e ai suoi capolavori.

Ogni cosa comincia dalla biografia. Tranquilli, nessuna zuppa lungamente condita con date, dati e fatti da tracciare con la matita blu. Si parte con la descrizione che ne fa Giorgio Vasari, il giornalista (di parte) del Rinascimento italiano.

“Fu Giulio di statura né grande né piccolo, più presto compresso che leggieri di carne, di pel nero, di bella faccia, con occhio nero et allegro, amorevolissimo, costumato in tutte le sue azioni, parco nel mangiare e vago di vestire e vivere onestamente. Fra i molti, anzi infiniti, discepoli di Raffaello da Urbino, de i quali la maggior parte riuscirono valenti, niuno ve n’ebbe che più lo imitasse nella maniera, invenzione, disegno e colorito di Giulio Romano, né chi fra loro fusse di lui più fondato, fiero, sicuro, capriccioso, vario, abondante et universale; per non dire al presente, che egli fu dolcissimo nella conversazione, ioviale, affabile, grazioso e tutto pieno d’ottimi costumi”.

Dopo che si è finito di leggere queste righe meglio ritornare sul ritratto eseguito da Tiziano nel 1536 appena terminato il Palazzo Te. Scrutatene il volto, lo sguardo, cercate le rughe. Parlano.