I principi megalomani che si presentano come divinità

Federico II Gonzaga, Andrea Doria, Alfonso I d’Este, Vespasiano Gonzaga. Questi principi del Rinascimento, dalla spiccata e versatile personalità, hanno utilizzato le figure classiche del mito per affermarsi. E’ un lavoro iconografico intelligente che punta sulla potenza delle immagini. Federico come Giove, Alfonso come Bacco, Vespasiano come Enea e Andrea come Nettuno. Il ritratto di Bronzino è databile tra il 1540 e il 1550 ovvero quando Andrea Doria ha almeno 74 anni. L’opera è commissionata da Paolo Giovio per la sua collezione dei ritratti di uomini illustri. Bronzino qui non sceglie un’armatura da parata ma una raffigurazione allegorica che mostra tutta la forza che ha ancora in corpo il supremo capitano della flotta imperiale. Fiero, serio, torvo e l’aria di non essere mai domo come una tempesta in oceano. Nettuno era davvero il minimo per un personaggio che ha combattuto per mare fino al 1555 prima di lasciare il comando a suo figlio Gianandrea Doria. A 89 anni era ora di appendere il tridente al chiodo.

Immagine: Andrea Doria nelle vesti di Nettuno, Bronzino 1540-1550 (Brera, Milano)

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Alfonso d’Este, oltre ai cannoni c’è di più

La figura di Alfonso I d’Este è stata manomessa dalla critica valorizzando soprattutto l’aspetto bellico e dell’uomo d’azione dedito alla costruzione di armi e cannoni e poco attento alle raffinatezze letterarie della corte. Paolo Giovio scrive La vita di Alfonso da Este duca di Ferrara e forse è un po’ responsabile di questa immagine viziata. Fu giudicato e tenuto da molti, che egli fussi più tosto uomo desideroso et amator d’una certa vita quieta e rimessa, che da alti e nobili esercitii, e da quelle cose le quali si ricercon nel governare uno stato. Come quello che era solito il più delle volte chiamare seco a la sua mensa segreta o artefici eccellentissimi di qualche arte […] per dar qualche recreatione e qualche piacere a l’animo. Ritiravasi oltra di questo spessissime volte in una stanza segreta, fatta da lui a modo di bottega, e di fabbrica, dove egli per fuggire l’otio dava opera con piacevoli e dilettevoli fatiche, a lavorare a tornio flauti, tavole e scacchi da giuocare, bossoli artificiosi e bellissimi di terra, a uso di stovigliai […]. Imperoché dandosi egli ancora a fonder metalli, a guisa di fabbro, e a gittar cose di bronzo, gli successe tanto bene e felicemente tale arte […]. 

Chiude Giovio con il cliché che accompagnerà nei secoli a venire la figura di Alfonso: non fu mai troppo affettato, né troppo diligente, nè nel vivere, né nel vestire. Ma godeva et si rallegrava molto, d’una certa vita libera et familiare. 

Non era così Alfonso I d’Este, non poteva esserlo con una sorella come Isabella, con un padre come Ercole I, in una città come Ferrara e in un periodo che vedeva il confronto di tutte le corti con il collezionismo e l’arte pontificia a Roma.

 

Bibliografia: Vincenzo Farinella, Alfonso I d’Este. Le immagini e il potere, Officina Libraria, Milano 2014

Immagine: Ritratto di Alfonso I d’Este. Battista Dossi, 1530 

Spostarsi tra le delizie. La costellazione dello svago estense

Delizia fa pensare ad un dolce zuccheroso. Così doveva essere l’atmosfera in questi edifici suburbani ed extraurbani costruiti a Ferrara dagli Estensi. Rappresentano la manifestazione dell’abitare nel connubio tra natura e artificio in un luogo di svago, piacere e ispasso. Alcune erano dei semplici casini di caccia e tenute agricole, mentre altre erano delle autentiche regge o palazzi usati come sedi di rappresentanza. I nomi scelti rimandano proprio all’idea del luogo ameno e dell’ozio creativo. Le più antiche sono il Palazzo Schifanoia, Paradiso e quelle scomparse di Belfiore e Belvedere a sud della città. La prima delizia di campagna, costruita nel 1435, fu quella di Belriguardo a Voghiera per volere di Niccolò III. E poi poco distanti, circa 20 km dalla città, la delizia del Verginese e quella di Benvignante. Più vicino alla città c’è il castelletto di Fossadalbero. Qui, probabilmente, è nato l’amore tra Ugo e Parisina. In tutto erano 53 e costituivano una costellazione del piacere degli Este. Tra le altre, più distanti tra i 20 e i 60 km, si ricordano Villa Mensa, Villa Zenzalino, la delizia della Diamantina e il castello di Mesola. Questa è la delizia più remota e l’ultima ad essere costruita, per volere di Alfonso II nel 1578. Ancora vent’anni e tutte le delizie avrebbero mantenuto solo il sapore di un dolce sogno.

Bibliografia: Ferrara una guida, Odòs Libreria Editrice 2018

Immagine: Delizia di Belriguardo, Sala della Vigna

Il licenzioso concorso di poesia nella Ferrara francese

Tra Mantova, Roma e Ferrara va in scena tra il 1525 e il 1535 un periodo lussurioso in versione grafica e poetica. Pietro Aretino nel 1526 compone i Sonetti lussuriosi trascrivendo in parole i disegni di Giulio Romano. A Ferrara nel 1535 alla corte di Ercole II e Renata viene indetto un concorso di poesia organizzato dal poeta Clément Marot. La città estense con la figlia del re Luigi XII risente del clima artistica francese e soprattutto delle provocanti e italianissime pitture della Scuola di Fontainbleau. Primaticcio aveva portato l’arte di Giulio Romano e pure qualche forma erotica molto vicina ai Modi. Il tema del concorso era la descrizione di una qualsiasi parte del corpo femminile con lo stile del blason. Dopo un’attenta valutazione della giuria al vincitore sarebbe andato un paio di guanti da parte della duchessa. Il successo fu grandioso. Il vincitore fu un certo Maurice Scève con una composizione sul sopracciglio. Nessuna volgarità. Solo licenziosità, versi raffinati e velate trasparenze di erotismo. Lo stesso Marot aveva partecipato con il blason intitolato Le beau Tetin ovvero “la bella tettina”. Dialoga bene con l’opera dell’anonimo francese che rappresenta i ritratti delle sorelle d’Estrées. Gabrielle fu l’amante di Enrico IV di Francia.

Bibliografia: Riccardo Rimondi, Estensi, Ferrara Souvenir 2016

Immagine: Anonimo francese, fine XVI secolo. Gabrielle d’Estrées e sua sorella

Lo studiolo di Alfonso. Gli occhi del Principe su Ferrara

La via Coperta, costruita nel 1471, è la congiunzione tra la prima residenza degli Estensi, di fronte alla Cattedrale, è il Castello di San Michele che diventerà poi l’effettivo luogo della corte. Ha le forme di un camminamento protetto che nel corso del tempo diventerà preziosa “scatola” dove i duchi conserveranno i loro tesori d’arte. Proprio qui Alfonso I d’Este farà allestire le sue stanze personali ovvero i Camerini di Alabastro, una raffinata sinfonia di sculture antiche e seducenti pitture di Dosso Dossi, Tiziano e Giovanni Bellini. Lo studiolo, che dialoga idealmente con quello della sorella Isabella a Mantova,  si affacciava sull’affollato mercato della frutta e della verdura, nella cosiddetta piazzetta delle Ortolane. Alfonso è lì, visibile e invisibile allo stesso tempo agli occhi del suo popolo. Anche se a riposo e rinchiuso nelle sue stanze d’ozio, il Principe era presente, pronto a vigliare su Ferrara e uomo dalla profonda virtus repubblicana perché dedito al bene pubblico. Otia e negotia, la perenne divisione delle faccende di corte, qui trovano un sottile punto di equilibrio. Il Principe, anche quando si ritirava nella Via Coperta, doveva dare l’idea di lanciare il messaggio “sto lavorando per voi”. Un potente messaggio politico di potere e di sicurezza.

Bibliografia: Vincenzo Farinella, Alfonso I d’Este. Le immagini e il potere, 

Immagine: Via coperta, Ferrara

A Padula una frittata per Carlo V

Padula, 10 agosto 1535. L’imperatore Carlo V, di ritorno dalla vittoria di Tunisi dove ha sconfitto il corsaro Barbarossa, si ferma in una tappa intermedia. La strada per Roma era ancora lunga e il viaggio verrà completato in sei mesi. Così predispone una sorta di campagna promozionale recandosi nelle città per far visita ai nobili locali. A Padula fece visita alla Certosa, la più grande al mondo con i suoi 51.500 metri quadrati, ben 9 mila in più dei Musei Vaticani. Secondo la tradizione i monaci, tra il visibilio della popolazione in festa, gli preparò un’accoglienza iper proteica. Una frittata di mille uova. Da allora, tutti gli anni, per celebrare questo evento, si rievoca la preparazione della frittata con un congegno meccanico in grado di reggere e cuocere 50 kg di uova. Un’enorme padella in metallo con i fuochi nella parte sottostante. Il salto della frittata non è permesso.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli editore, Roma 2015

Immagine: Certosa di Padula

Tutti i papi di Giulio

Giulio Romano nasce e vive in una Roma che sta avviando un programma di recupero dei monumenti antichi e di consolidamento di quelli moderni. Il 1500 scocca con il Giubileo, potente opera di marketing religioso e finanziario. Nel 1506 Giulio II pone la prima pietra della nuova Basilica di San Pietro, l’architetto è Bramante. Leone X creò il sistema di indulgenze per finanziarne la costruzione. I papi da pastori universali diventano principi, condottieri e politici che in modo machiavellico orchestrano strategie e sistemi clientelari per favorire i propri familiari. Ne è l’esempio Alessandro VI Borgia, il papa con cui nasce Giulio. E’ il periodo in cui il papa indossa anche l’armatura d’argento e combatte in prima linea con le truppe pontificie. E’ il caso di Giulio II detto il Terribile. Sono gli anni soprattutto dei meravigliosi cantieri: le stanze della Segnatura di Raffaello, la Cappella Sistina di Michelangelo e le Logge Vaticane. In totale furono sette i papi che Giulio Romano vide passarsi il testimone, sei in presa diretta e l’ultimo da Mantova. Innocenzo VIII, Alessandro VI, Pio III, Giulio II, Leone X, Adriano VI, Clemente VII, Paolo III. Michelangelo, data la vita più lunga, ha visto passare 13 papi. Raffaello solamente 6. Muore un anno prima di Leone X.

Bibliografia: Eamon Duffy, La grande storia dei papi, Mondadori 2017

Immagine: Papa Alessandro VI (Pinturicchio 1492-1495)

I costi della tavola di Ercole II. Bilanci, stipendi e alimenti

Messisbugo ci fornisce un compendio relativo alla tavola del duca di Ferrara e del costo di ogni relativa cibaria. Oltre alla mensa del banchetto, che aveva costi altissimi data la quantità di alimenti, la tavola quotidiana aveva altri prezzi. Il vitello costava 22 soldi al chilogrammo, il maiale 20, il manzo 3, il cappone 6 soldi e un agnello 30. Il vino costava solo mezzo soldo al litro. I bovini costavano poco perché solitamente andavano al macello solo a fine servizio lavorativo nei campi. Le spezie avevano costi notevoli: lo zafferano costava 144 soldi per libbra (345 grammi), cannella, noce moscata e chiodi di garofano 48 soldi, lo zenzero 36 e il pepe solo 24. All’incirca, secondo Ridolfi, si può ipotizzare una uguaglianza tra 1 soldo e 1 euro.

La tavola del principe, secondo i conti di Messisbugo, per una Corte di 120 persone, costava all’anno circa 17.000 lire ovvero 46 lire al giorno ovvero 8 soldi per bocca. Lo stipendio di Messisbugo è il più alto: 240 soldi al mese. Un facchino ne percepiva 60, un servitore 40. Se pensiamo che il bilancio complessivo della Corte di Ercole II nel 1548 è di 241.000 lire le spese solo per la tavola coprivano circa il 7%.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli Editore, Roma 2015

Immagine: Vincenzo Campi, venditori di polli 1580 

Qui Ferrara. La tavola quotidiana di Ercole II

Ferrara, corte degli Estensi. Diversamente dai banchetti la tavola del duca aveva anche una vita quotidiana. Messisbugo ci fornisce il compendio calcolato. Le bocche da servire ogni giorni erano circa 100-120. Ogni giorno c’erano tre pasti: colazione, pranzo e cena. La colazione comprendeva anche fegato di maiale o di vitello. In ogni giorno da carne, in media 235, si contavano 175 libbre (60 kg) di vitello, manzo, castrato o maiale, 24 polli e 10 libbre (3,5 kg) di carne per fare le polpette alla sera. Nei giorni di pesce, in media 130, 165 libbre (57 kg) di pesce e 95 libbre (33 kg) di formaggio. E poi latte, burro, pane, vino, riso, vermicelli, legumi, verdure, frutta, bresavola, salsiccia, salami, prosciutti e mortadella. Nel corso dell’anno, per ricorrenze e festività, si aggiungono una quarantina di agnelli e capretti, quattro oche e quattro porchette. Si consumavano cinque mastelli di vino al giorno ovvero circa 2 litri a testa.

Da una rapida lettura già si capisce che la dieta quotidiana di un duca o di una Corte era comunque superiore alla nostra attuale e sbilanciata verso la carne. Per cento persone il consumo giornaliero di carne ad esempio era più di mezzo chilo. Complessivamente la tavola del duca ogni anno vedeva passare 14.922 kg di carne, 7.410 kg di pesce, 4.290 kg di formaggio, 73.000 litri di vino. Si può intuire perché la gotta fosse una delle malattie più diffuse tra i nobili del Rinascimento.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli Editore, Roma 2015

Immagine: Ercole II, Nicolò dell’Abate

Mangiar da Papa. Sempre vero?

E’ una frase spesso ricorrente nel parlare comune. Oltre al fondo di verità c’è la sostanza. I banchetti per l’elezione del nuovo pontefice dovevano manifestare sfarzo e magnificenza. Pio V, in questa sequela di opulenza, rappresenta l’eccezione. Al suo servizio personale aveva il cuoco Bartolomeo Scappi. Cuoco secreto ovvero particolare. E particolari lo erano davvero le attenzioni da dedicare al nuovo papa. Rispetto alla tradizione principesca Pio V, da buon frate domenicano, è più morigerato e austero. Si rifiutò anche di partecipare al banchetto in suo onore per l’incoronazione che venne addirittura annullato. Ne rimane traccia solo nelle descrizioni. Doveva essere memorabile se già nel primo servizio figuravano 26 portate. Scappi cambiò registro e segue il papa con una dieta a lui dedicata. A mezzogiorno un pan cotto con due uova e mezzo bicchiere di vino. Alla sera una minestrina, pesce, poca insalata e frutta cotta.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a Tavola, Donzelli Editore, Roma 2015

Immagine: Papa Pio V, El Greco 1600