Palazzo Te come la Farnesina. Amore, Psiche e un Polifemo (alla veneziana)

La Villa Farnesina è il modello che Giulio Romano seguirà per la realizzazione del Palazzo Te a Mantova. Una villa suburbana rivolta al piacere, circondata da una parte dall’acqua del Tevere e tesa celebrare la personalità di un committente prestigioso. Il tema dell’amore doveva trasudare in ogni singolo affresco. L’architetto, il senese Baldassarre Peruzzi, la costruisce negli stessi anni della Volta Sistina. La Villa vede diverse fasi pittoriche realizzative. Prima Sebastiano del Piombo e lo stesso Peruzzi, con la funambolica Sala delle Prospettive, e poi la scuola di Raffaello al piano superiore con la Loggia di Amore e Psiche. 

Nella Sala di Galatea si realizza un affresco che cambierà la regia del punto di vista. Nella stessa parete la celebre Galatea che governa un cocchio-conchiglia con veste rosso pompeiano e a sinistra, diviso da motivi a grottesca, il potente Polifemo che la guarda in modo platonico sublimando quel principio dell’amore platonico caro a Raffaello. I putti sopra la testa di Galatea, le frecce puntate che sembrano indicare dove guardare, il viso della ninfa che punta verso l’alto. Dall’altra parte Polifemo non può fare altro che assistere in modo malinconico. Anche lui vede Galatea, ci fa portare lo sguardo verso di lei superando la divisione della parete. La dinamica dello sguardo sarà ereditata e accelerata da Giulio Romano proprio a Palazzo Te.

La figura di Polifemo è la sintesi perfetta della pittura degli anni dieci del Cinquecento: lo sfumato di Giorgione (con cui forse aveva iniziato), il ricordo del Fondaco dei Tedeschi di Tiziano, i muscoli possenti di Michelangelo. Venezia e Roma fuse insieme.

Immagine: Polifemo, Sala di Galatea, Villa Farnesina (1512)

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Sustris e gli allungatori. Un olandese nella bottega di Tiziano.

L’Italia affascina oggi e ha affascinato in passato, specialmente nel Rinascimento. Città come Venezia, Roma e Firenze erano le mete preferite per gli artisti nordici e fiamminghi che veniva ad imparare l’arte dei grandi: Raffaello, Michelangelo e soprattutto Tiziano. Si crea un rapporto quasi diretto tra l’arte nordica e quella veneziana. Chi ha avuto un rapporto privilegiato con il pittore di Cadore fu Lambert Sustris che lavorò nella sua bottega. Nato ad Amsterdam tra 1515 e 1520 assimila le forme e colori veneziani che finiscono per dialogare con le linee manieristiche apprese a Roma. Il risultato è un’altra risposta alla lezione romana di Raffaello allungando gambe, braccia, pose nel solco di quello sperimentalismo di Giulio Romano, Pontormo, Rosso Fiorentino e una fitta schiera di allungatori della forma. Quindi si può leggere una relazione tra Due amanti, l’opera in mostra al Palazzo Te, e quella del Louvre Venere e Cupido? Sì, anche se questa è di trentanni dopo, ha uno stile tizianesco, colori tenui della laguna ma si inserisce di diritto in quella direzione artistica di metà Cinquecento. Sensuale, privata e molto poco classica.

Immagine: Lambert Sustris, Venere e Cupido 1554 (Louvre) 

Tra i due litiganti vince Tiziano

Venezia 1516. Tiziano è al lavoro per completare l’Assunta che sarà collocata nella Chiesa dei Frari. Allo stesso tempo Raffello e Giulio Romano sono alle prese con la Stufetta del Cardinal Bibbiena e con la Loggia di Psiche. Ludovico Dolce era nata da soli sei anni eppure sarà lui a dare una risposta tutta veneta alle Vite di Vasari postulando il nuovo modello dell’arte. Ovvero Tiziano. Eppure è tutta da vedere la robustezza degli Apostoli dalle braccia tese e muscolose, quella mano centrale alzata che anticipa la posta del Cristo del Giudizio Universale, il volto pieno di grazia della Madonna e i putti ancora più prestanti di quelli di Raffaello. Tra i due opposti della scuola tosco-romano, Michelangelo e Raffaello, il Dolce pone proprio la figura del pittore di Cadore perché in grado di unire la “grandezza e terribilità di Michelangelo” e la “piacevolezza e venustà di Raffaello”, il tutto tenuto insieme dal “colorito proprio della natura”. Non poteva essere altrimenti. Nell’eterno duello disegno-colore questa volta è toccato al colore prendere posto sul gradino più alto.

Immagine: particolare dell’Assunta 1516-1518

Bibliografia: Antonio Pinelli, La bella Maniera, Einaudi 2003

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Lo studiolo di Alfonso. Gli occhi del Principe su Ferrara

La via Coperta, costruita nel 1471, è la congiunzione tra la prima residenza degli Estensi, di fronte alla Cattedrale, è il Castello di San Michele che diventerà poi l’effettivo luogo della corte. Ha le forme di un camminamento protetto che nel corso del tempo diventerà preziosa “scatola” dove i duchi conserveranno i loro tesori d’arte. Proprio qui Alfonso I d’Este farà allestire le sue stanze personali ovvero i Camerini di Alabastro, una raffinata sinfonia di sculture antiche e seducenti pitture di Dosso Dossi, Tiziano e Giovanni Bellini. Lo studiolo, che dialoga idealmente con quello della sorella Isabella a Mantova,  si affacciava sull’affollato mercato della frutta e della verdura, nella cosiddetta piazzetta delle Ortolane. Alfonso è lì, visibile e invisibile allo stesso tempo agli occhi del suo popolo. Anche se a riposo e rinchiuso nelle sue stanze d’ozio, il Principe era presente, pronto a vigliare su Ferrara e uomo dalla profonda virtus repubblicana perché dedito al bene pubblico. Otia e negotia, la perenne divisione delle faccende di corte, qui trovano un sottile punto di equilibrio. Il Principe, anche quando si ritirava nella Via Coperta, doveva dare l’idea di lanciare il messaggio “sto lavorando per voi”. Un potente messaggio politico di potere e di sicurezza.

Bibliografia: Vincenzo Farinella, Alfonso I d’Este. Le immagini e il potere, 

Immagine: Via coperta, Ferrara

Federico il principe cerca moglie

Nel 1515 Gugliemo del Monferrato e Francesco II Gonzaga stanno discutendo del matrimonio tra i loro rispettivi figli. Tutto era deciso. Maria Paleologo e Federico II si sarebbe sposati. Un matrimonio di interesse, si intende, che portava risonanza ad entrambe le famiglie. Certamente più ai Gonzaga che si portavano in casa la rampolla erede di una delle famiglie più nobili d’Europa. Le nozze, celebrate nel 1517 a Casale, non furono consumate per la giovanissima età delle sposa non ancora decenne. Qualche anno più tardi tutto sembra pronto ma nel frattempo i Paleologo hanno affrontato la guerra e sono andati in corso a ingenti spese. E di mezzo c’è Bonifacio che ha raggiunto l’età per governare il Monferrato. I tentennamenti e il prender tempo di Federico fanno prender parte alle trame anche Isabella d’Este che ottiene dal Papa Clemente VII l’annullamento del matrimonio. Nel 1530 altra pretendente per il neo scapolo Federico. Questa volta è Carlo V che, venuto per un mese a Mantova a concedere il titolo di duca a Federico, trova il tempo anche di proporgli sua nipote Giulia d’Aragona che le cronache non descrivono come un raggio di sole. Tutto procede fino al colpo di scena. Nello stesso anno muore Bonifacio e Maria ritorna in gioco come unica erede del Monferrato. Le nozze a Casale ritornano ad essere un tema caldo. Ma altro colpo di scena. Maria muore il 15 settembre. Il matrimonio vira sulla terzogenita ovvero Margherita e viene celebrato il 3 ottobre del 1531.

Il celebre dipinto ad olio di Tiziano ritrae Federico nel 1529. Ancora scapolo, alle spalle un matrimonio annullato e almeno due potenziali davanti. Quello che non viene detto è che in questa data, e almeno da 13 anni, continuava la relazione con Isabella Boschetti, già sposata con Francesco Gonzaga da Calvisano. Sarebbe stata un’unione impossibile.

Immagine: Federico II, ritratto di Tiziano 1529 (Prado)

Il pesce nel Rinascimento. Ricette e doni di lusso

I giorni di magro nel Rinascimento erano circa 150. Carne e pesce si spartiscono in parti uguali la presenza sulla tavola. Le liturgie della Chiesa influenzano i rituali del banchetto. Basti pensare alla natura simbolica del pesce: freddo, umido, acquatico ovvero protezione contro il fuoco che avvampa le carni del Principe. Quali pesci si trovavano sulla tavola? Gli stessi di oggi. Luccio, tinca, carpe, anguille, storione, molluschi e crostacei. Mantova vantava il fatto di essere isola al centro di un pescato a km zero o del vicino Garda. Il famoso carpione, cucinato in “salamoja di aqua et aceto” e con l’aggiunta del timo selvatico, era una vera specialità del tempo. Tanto da meritare in seguito l’appellativo di un piatto conosciuto ancora oggi. I Gonzaga donano carpioni come se fosse un oggetto di lusso. Francesco II nel 1515 ne manda quasi mille al Papa e ai suoi diversi funzionari. Pesci d’acqua dolce ma anche di mare. Iacopo Malatesta, ambasciatore del duca di Mantova a Venezia, scriveva del prezzo alto dei tonni. E gli astici, leccornia di oggi come allora. Parla di molecche, prelibatezza veneziana. Anche le ostreghe avevano la stessa funzione dei carpioni. Tiziano nel gennaio del 1530 ne dona 200 al marchese Federico II. Costo dell’epoca: 1 soldo l’una. Ma Isabella d’Este li batte tutti in quanto generosità. Ne invia ben mille alla marchesa di Monferrato. Ai palati raffinati era gradito anche il caviaro di storione o, come venivano chiamate, le vuova di sturione. Non vi resta che scegliere un tipo di pesce e cucinarlo, magari riscoprendo una ricetta tipica. Che ne dite del Luccio alla rivaltese?

Bibliografia: Giancarlo Malacarne, Il trionfo del gusto.