La prima ferrovia in Italia e la voglia di futuro. Alle porte del Risorgimento

1839, è l’anno giusto per le invenzioni che faranno la storia. Il 19 agosto viene ufficializzata la scoperta della fotografia presso l’Accademia delle scienze francese, il 3 ottobre è la volta dell’inaugurazione della linea ferrovia Napoli-Portici. Le città si collegano, la realtà può essere copiata non solo con i pennelli e gli stati chiedono l’indipendenza. Il 19 aprile il Lussemburgo si stacca dai Paesi Bassi. Il futuro, la modernità e la richiesta di diritti animeranno l’Ottocento e siamo solo all’inizio.

Regno delle Due Sicilie. La ferrovia Napoli-Portici è da considerarsi come la prima italiana nonostante l’impiego di risorse e materiali europei. Il capitale era francese mentre la locomotiva era inglese proveniente dalle Officine Longridge e Starbuk di Newcastle. La linea era a doppio binario e misurava 7,25 chilometri. La convenzione è di qualche anno prima ovvero il 19 giugno 1836 quando veniva concessa la costruzione della linea all’ingegnere Armando Giuseppe Bayard. La stazione di Napoli non era ancora pronta e così si decise di partire da Portici. Il primo convoglio era composto da una locomotiva a vapore – battezzata ovviamente “Vesuvio” e pesante 13 tonnellate – e seguita da otto vagoni.  Il re Ferdinando II si porta nella Villa del Carrione a Portici dove era stato preparato il padiglione reale. La partenza è fissata alle ore 12. I vagoni portavano 48 personalità dell’aristocrazia, una rappresentanza militare costituita da 60 ufficiali, 30 fanti, 30 artiglieri e 60 marinai. Nell’ultima vettura invece venne messa la banda della guardia reale. I sette chilometri di percorso vennero compiuti in nove minuti e mezzo alla velocità di 50 km/h. Nei quaranta giorni successivi la ferrovia venne utilizzata da 85.759 passeggeri. In realtà questo tratto di ferrovia faceva parte di un progetto più ampio che nel giro di 10 anni collegò Castellammare, Pompei, Nocera Inferiore, San Severino e Avellino.

Il pittore napoletano Salvatore Fergola dipinge la scena della prima partenza. Faceva parte della cosiddetta Scuola di Posillipo ovvero un gruppo eterogeneo di pittori – anche stranieri come l’olandese Anton Sminck van Pitloo – che dal secondo decennio dell’Ottocento si dedica esclusivamente al paesaggio. Van Pitloo fu tra i primi pittori a dipingere en plein air e portò a Napoli la luce europea di Corot e Turner. Non a caso il pittore inglese è in città tra il 1819 e il 1828.

Mentre in Europa e in Italia si mettevano le basi per i moti del 1848, il mondo stava guardando anche verso altri orizzonti e mostrava la sua voglia di futuro. In fondo chiedere una costituzione, pretendere maggiori diritti e ribellarsi alla censura erano atti di profonda evoluzione sociale. Tutte le maggiori personalità del tempo avranno letto la notizia dell’inaugurazione della linea ferroviaria italiana. Verdi e Wagner avevano 26 anni, Cavour ha 29 ed è sindaco di Grinzane in provincia di Cuneo, Garibaldi ha 32 anni e si trova in Sud America ed è il comandante della flotta del Rio Pardo. Per Radetzky – che aveva 73 anni – sono gli anni della consacrazione e della tranquillità. Dapprima comandante dell’esercito austriaco a dal 1836 diventa Feldmaresciallo. Il Regno Lombardo-Veneto non è ancora minacciato da forze esterne o da ribellioni interne, il potere è assoluto, la censura massima. Eppure bastano pochi anni per cambiare lo scenario. Ne sarebbero bastati appena otto.

Bibliografia: Alberto Mario Banti, Il Risorgimento italiano, Laterza 2009 | Renato Ruotolo, La Scuola di Posillipo, editore Franco di Mauro 2002 | https://it.wikipedia.org/wiki/Ferrovia_Napoli-Portici 

Immagine: L’inaugurazione della Ferrovia Napoli-Portici. Salvatore Fergola, 1840 

 

Ingegneri, feste e prodigi. Le naumachie sui laghi di Mantova

Le leggi di Keplero vengono teorizzate tra il 1608 e il 1609. Nell’aria europea si sta raccogliendo l’eredità di Copernico e dell’astronomo Tyge Brahe. Le formule spiegano – anche per iscritto – la dinamica dei moti dei pianeti. Il mondo viene letto e raccontato attraverso la meccanica.

31 maggio 1608, Mantova. Il ciclo di festeggiamenti in onore di Francesco IV Gonzaga e Margherita di Savoia è cominciato da una settimana, era il 24 maggio. Andrà avanti fino al giorno 8 giugno. La sera di sabato viene offerto agli ospiti e alla popolazione lo spettacolo a cui Vincenzo I teneva di più ovvero la battaglia navale tra le armate cristiane e quelle turche allestita nelle acqua del Lago di Sotto ovvero il lago Inferiore. La messinscena è frutto delle sapienti arti meccaniche di Bertazzolo e scenografiche di Viani, entrambi presenti a Mantova. Tutto era stato costruito: le navi, la fortezza, i costumi, il copione. Oltre ai resoconti di corte c’è anche un cronista d’eccezione, Federico Zuccaro, a quel tempo in città e spettatore interessato e stupito. Essendo sera il lago viene illuminato con quattro zattere di bitume ardenti per renderlo “luminoso e chiaro”. Lo spettacolo comincia. Così racconta l’ambasciatore Annibale Roncaglia a Cesare d’Este. Sette galere attaccano la Fortezza “che prima fecero bellissimi fuochi con raggi, girandole et altre sorti. […] Preso, abbruggiato e saccheggiato il castello, cominciarono raggi et fuochi così belli d’allegrezza che durarono assai che pareva stupore, et fatti si chiamò alla raccolta con trombe et tamburi et soldati. Quasi tutti se ne tornarono all’armata nelle galere, onde fu finita la festa alle cinque hore, et ognuno se n’andò a cena. Era illuminato tutt’il lago alle ripe con fuochi grandi”.

Non si trattava della prima naumachia mantovana. C’erano stati tre antecedenti. Il primo fu il 22 ottobre 1549 in occasione dell’ingresso di Caterina d’Austria sposa di Francesco III Gonzaga. Fu preparato sul lago di Sopra un assalto di “sette navi acconcie a modo di fuste e di bergantini” a “un picciolo castello fabricato di legame” difeso da dodici uomini vestiti alla turchesca. L’altro spettacolo, sempre allestito nel Lago di Sopra, venne organizzato il 26 aprile 1561 per accogliere l’arrivo di Eleonora d’Austria sposa di Guglielmo. Le manifestazioni erano goffe, di breve durata e incentrate sulle manovre delle navi e delle soldatesche. Non erano ancora stati aggiunti i fuochi d’artificio. La manifestazione del 22 settembre 1587 fu la più curata e l’antecedente più diretto di quella che sarebbe avvenuta vent’anni dopo. Il pubblico, a differenza dei precedenti, assiste dall’alto e staccato dalla scena e non più su di un’imbarcazione in movimento. Il punto di vista era fisso e non relativo replicando così l’esperienza del teatro.

Nel 1608 Mantova è il più importante laboratorio teatrale d’Europa. Bertazzolo venne richiesto addirittura dai Medici, primi rivali dei Gonzaga in tema di spettacoli. La stagione di Vincenzo aveva davanti a sé ancora quattro anni di meraviglie.

 

Bibliografia: Claudia Burattelli, Spettacoli di corte a Mantova tra Cinque e Seicento, Casa Editrice Le Lettere, 1999 | ASMO, Estense, Ambasciatori, Mantova, b. 8, fasc. 6, cc. 10r-11r  | Giancarlo Malacarne, Le feste del Principe, Il Bulino edizioni d’arte, 2002

Immagine: Battaglia navale, 1608 – Gabriele Bertazzolo, tecnica incisione. Didascalia: disegno della Battaglia Navale / et del castello de fuochi trionfali / Fatti nelle felicissime nozze del Sereniss. S. Prencipe di Mantova et Monferrato / Con la Serenissima Infante di Savoia / Per opera et architettura / di Gabriele Bertazzolo ingegnero / dell’Alt. Sereniss. di Mantova. 

Fonte: Fondazione Giorgio Cini 

 

Il mondo attorno a quel bacio. Darwin, Garibaldi e lo strano omicidio di Road Hill House

9 settembre 1859, Milano. Il dipinto noto con il titolo Il bacio. Episodio della giovinezza. Costumi del secolo XIV viene presentato ed esposto nel museo di Brera. L’apparizione è fugace perché poi andrà ad abbellire una parete della casa del suo committente ovvero il conte Alfonso Maria Visconti di Saliceto. Solo nel 1886, un anno prima della morte del Conte, il dipinto si trasferì definitivamente a Brera.

La funzione è simbolica, patriottica e italiana. Francesco Hayez, il pittore, fece tre versioni: a quella del 1859 si aggiunsero quelle del 1861 e del 1867. Le date – e i colori cambiati – non sono banali. Il bacio a quella ragazza, e quella posa, significava abbracciare l’Italia ed essere italiani. A quella data ufficialmente e non solo in modo sovversivo. Infatti Hayez, come molti altri artisti in campi diversi, fu costretto a scontrarsi e ad eludere l’intervento della censura del governo austriaco.

Il dipinto si pone immediatamente dopo la fine della seconda guerra di indipendenza conclusasi il 12 luglio 1859 con l’armistizio di Villafranca e il declino del controllo austriaco sul territorio italiano. Facevano da sottofondo le musiche del Va, pensiero di Verdi (opera del 1842), il Canto degli Italiani (del 1847) e di altri canti popolari cantati da eserciti e volontari come l’Inno di Garibaldi. Forse nei salotti viennesi si sente sempre meno la Marcia di Radetzky che Strauss aveva composto nell’agosto del 1848.

24 novembre 1859, Londra. Viene pubblicata da John Murray  L’origine della specie di Charles Darwin che presentava al pubblico il tema dell’evoluzione degli organismi. Le 1250 copie, al prezzo di 15 scellini, si esaurirono subito. L’impatto fu incredibile perché delle idee mai sentite prima diventano accessibili e diffuse anche ai non specialisti. La scienza rompe il vetro della sua torre d’avorio.

29 giugno 1860, Road, Contea di Wiltshire. Mentre Garibaldi si trovava in Sicilia – era sbarcato con i Mille a Marsala l’11 maggio – a Hill House veniva commesso un omicidio che divenne un caso fondamentale che segna l’inizio della figura del detective. Il piccolo Francis Kent, dopo ore di ricerca, fu trovato da una delle tate in una delle latrine degli inservienti situata in giardino. Come da prassi interviene la polizia locale. L’ispettore Foley punta dapprima tutte le sue attenzioni sulla tata di Francis, Elizabeth Gough, che al tempo dell’omicidio dormiva nella stessa camera del bambino. Ma non si fanno passi in avanti, le indagini sono ferme con troppi dubbi, nessuna buona idea e l’opinione pubblica che mormora. Il magistrato locale chiede l’intervento di un esperto inviato da Londra ovvero Jonathan Whicher. Per la prima volta si manda a chiamare un investigatore considerato “forestiero”. Amico di Dickens e definito dal suo editore “l’uomo dei misteri”, Jonathan – anche se veniva chiamato più in breve Jack – si occupò dei rivoluzionari, tra cui Felice Orsini, che attentarono alla vita di Napoleone III. All’epoca aveva 46 anni, con una carriera alle spalle già di tredici anni, ed era uno degli otto membri del nuovo Detective Branch di Londra che fu fondato da Scotland Yard nel 1842. Il caso con l’intervento di Whicher sembra per tutti prossimo alla risoluzione. Questione di giorni, si pensa. Il detective, modello del prossimo Sherlock, indaga, raccoglie le prove meno evidenti, segue le tracce, legge i gesti silenziosi del corpo e del volto. Capisce chi è il colpevole e lo accusa. Ma non è così semplice.

La soluzione non può essere svelata così velocemente. Vi lascio il piacere della ricerca o la letture del libro che vi lascio nella bibliografia.

 

Immagine: Il bacio, Francesco Hayex 1859 (Museo di Brera)

Bibliografia: Kate Summerscale, Omicidio a Road Hill House, Einaudi 2008 

 

Canocchiali, astronomia e New York. La mummia di Passerino vede cambiare il mondo

1609, il mondo si apre al nuovo. L’astronomo Keplero pubblica Astronomia nova, viene introdotto il tè in Europa, Galilei utilizza per la prima volta un canocchiale. Probabilmente, allo stesso anno, risale la prima esplorazione della Baia di New York da parte degli olandesi a bordo della nave Mezzaluna capitana da Henry Hudson che poi diede nome al fiume e all’area.

Mantova, 1609. Mentre Vincenzo I Gonzaga finanzia la spedizione in Perù dove incarica Evangelista Marcobruno di cercare il gusano, il prefetto alle fabbriche Antonio Maria Viani sta progettando la Galleria delle Metamorfosi.

America, 1624. La Compagnia Olandesi delle Indie Occidentali fonda Nuova Amsterdam, una cittadella nella punta meridionale nell’isola di Manhattan ovvero nel punto strategico che permette la gestione del commercio di pellicce nella valle del fiume Hudson. Difesa, controllo, economia. Così nasceva Fort Amsterdam, un villaggio fortificato che puntava quasi tutto sullo sfruttamento della pelle dei castori, una merce molto pregiata sui mercati europei. Fece seguito una mappatura dettagliata del territorio. L’area rimase di possesso olandese fino al 1664 quando cadde nelle mani inglesi prima di essere ancora orange nel 1673 ed essere ceduta definitivamente nel 1674 agli inglesi. Il nome New York – utilizzato durante la prima conquista inglese – è stato dato in onore del Duca di York ovvero il futuro re Giacomo II.

Mantova, 1627. Galleria delle Metamorfosi. Qui, nella wunderkammer della famiglia Gonzaga, è esposto il corpo di Rinaldo Bonacolsi, conservato dal 1328. Nato qualche anno dopo l’ultima crociata, si ritrova ad essere ancora visto – con orrore – quando il suo tempo è ormai trapassato e il mondo intorno a lui è tutto cambiato e alle cose si mette vicino l’aggettivo nuovo. Il giorno di Natale porterà un’altra novità. Muore Vincenzo II, finisce senza eredi la dinastia che sarà nota col nome Gonzaga-Nevers. Forse viene perduta durante il sacco del 1630? Lo scrittore tedesco Martin Zeiller in visita a Mantova riferisce di aver visto la mummia e quello che rimaneva della collezione.

Bibliografia: Edward Rutherfurd, New York. Il romanzo, Mondadori 2011 | Raffaella Morselli, Le collezioni Gonzaga. L’elenco dei beni del 1626-27, Silvana Editoriale 2000 | Marco Venturelli, Mantova e la mummia, Editoriale Sometti 2018

Immagine: Johannes Vingboons, la città di Amsterdam, 1664 

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La mappa originale di Nuova Amsterdam, 1660 

Mortadella, roast beef e la tela del Carracci. La società carnivora tra Londra e Bologna

Ci muoveremo tra Bologna, Mantova e Londra seguendo le tracce del dipinto di Annibale Carracci che descrive la fame carnivora della città. Prima presente nelle collezioni gonzaghesche e poi nella Londra di Carlo I, la tela diventa il documento per leggere la tavola di un cittadino bolognese e di uno londinese.

Farcimen myrtatum. Con questo termine nel I secolo d.C.  Plinio si riferiva ad un salume che veniva prodotto dai romani utilizzando come aroma il mirto. L’altra versione si riferisce invece all’uso di un mortaio per pestare la carne di maiale insieme a sale e spezie. Da qui il nome mortatum ovvero carne finemente tritata nel mortaio. Nel Medioevo probabilmente i bolognesi consumavano un salume antenato della mortadella e che richiama l’espressione latina mortatum.

LA PRIMA MORTADELLA REGISTRATA. Sicuramente invece un bolognese del Seicento mangiava una mortadella con marchio registrato. La prima vera ricetta della mortadella infatti viene fornita dall’agronomo Vincenzo Tanara nei primi anni del XVII secolo con precise indicazioni di ingredienti e pesature. Il bando del cardinale Farnese del 1661 codificava ufficialmente la produzione della mortadella fornendo uno dei primi esempi di disciplinare. La Corporazione dei Salaroli, una della più antiche di Bologna,si occupava della produzione e dell’applicazione dei sigilli di garanzia. Nello stemma si nota infatti il mortaio e il pestello. Mortatum.

IL BOLOGNESE ANNIBALE CARRACCI. L’opera La bottega del macellaio – conosciuta anche come Grande macelleria – fino al 1627 doveva far parte della collezione Gonzaga nel Palazzo Ducale di Mantova prima di finire nelle collezione di Carlo I Stuart. Non si hanno documenti o notizie circa l’origine del dipinto e l’acquisto da parte della famiglia Gonzaga. Appaiono eccessive le dimensioni – 190 x 271 cm – per un quadro di genere che rappresenta una bottega ed espone pezzi di carne e bue squartato in primo piano. Probabilmente la tela è stata commissionata dalla ricca famiglia bolognese dei Canobbi, dedita anche al commercio della carne. Ad ogni modo la tela, riferita al 1585, rappresenta bene la dimensione carnivora bolognese dove viene registrata la prima vera mortadella.

Londra, nello stesso momento. La città divora ogni tipologia di carne: cigni, capponi arrosto, pollami, carni di bue e maiale, cacciagione in brodo, coniglio, pernici e galli. A seconda della stagione il regime alimentare poteva variare aggiungendo le aringhe fresche per San Michele, sardine per la festa di Ognissanti, vitello e pancetta a Pasqua. Nell’estate del 1562 un veneziano in città notava che la popolazione apprezzava molto consumare le ostriche crude con pane di segale. Si comincia a consumare il roast beef che, insieme alle ostriche fresche, denotano un miglioramento medio della qualità della vita. La carne era accompagnato dall’immancabile pudding al latte o alle mele. Sulle tavole dei londinesi più abbienti si poteva trovare un pezzo di bue bollito accompagnato con cavoli, carote, rape, erbe ben pepate, salate e condite con il burro. Seguivano delle fette di pane imburrate e abbrustolite in padella.

Bibliografia: Peter Ackroyd, Londra. Una biografia, Neri Pozza 2014 https://mortadellabologna.com/tradizione-bolognese/

Immagine: Annibale Carracci, Grande Macelleria 1585 (Christ Church Gallery, Oxford)

 

 

Dentro la bocca. Cosa mangiavano i contadini di Bruegel

Bruxelles 1564. Peter Bruegel è arrivato da un anno dopo il matrimonio con Mayeken Coecke, figlia del suo maestro. Qui darà vita ai suoi quadri più celebri tra cui il meno conosciuto Testa di vecchia contadina, datato 1568, un anno prima della morte di Peter. La tavola è di piccolo formato, 22×18 centimetri. La bocca è leggermente aperta, si intravedono due denti. Proviamo ad entrarci, proviamo a leggere più umanamente la bocca dei suoi contadini.

IL CONTESTO. Dopo la successione delle ondate di peste si registra un aumento della popolazione in seguito all’espansione delle terre destinate ai cereali che costituiscono la base dell’alimentazione popolare a spese della varietà della dieta e del consumo di carne. La frequenza e la gravità delle carestie si accentua solo nella metà del secolo, tra il 1556-57 – ovvero gli anni dei Proverbi fiamminghi di Bruegel – e poi nell’ultimo decennio (1590-93). Si assiste nel Cinquecento ad un mutamento delle abitudini alimentari soprattutto dopo la la Riforma protestante che sottolinea ancora di più il divario fra area cattolica e area protestante. Fino alla metà del 500 il regime alimentare europeo è decisamente carnivoro a vantaggio però delle classi più abbienti. Tra i contadini si registra un consumo di carne di maiale, salata o affumicata. Tuttavia si registra una diminuzione pro capite di consumo di carne: Braudel segnala la diminuzione del numero di macellai in una cittadina francese del basso Quercy. 18 nel 1550, 10 nel 1556, 6 nel 1641, 2 nel 1660, 1 nel 1763. In due secoli da 18 a 1.

SOPRATTUTTO IL PANE. Questi dati vanno letti in correlazione all’aumento demografico, all’aumento delle superficie coltivate a cereali e alla diminuzione delle zone destinate all’allevamento. Per favorire una crescita demografica era necessario aumentare la coltivazione di cereali. Infatti per le classi più povere il pane diventa un elemento fondamentale per l’alimentazione quotidiana. Quale pane? Non bianco, non salato, non saporito. Cambia la tipologia di pane: molte città europee perdono il monopolio sul mercato europeo progressivamente in favore della spelta, segale, o misture di orzo, avena, legumi e farina di castagne.

RISO, LATTE E ZUPPE. A partire dal XVI secolo arriva nei Paesi Bassi il riso dalla Spagna, diffondendosi poi Francia e Germania. Analogamente viene coltivato anche il grano saraceno – grazie al vantaggio di crescere su terreni poverissimi – e consumato sotto forma di farinate, pappe, crespelle o polenta. Nell’orto erano presenti cipolle, legumi, cavoli, rape, erbe di campo. Tutto il necessario per una buona zuppa, magari con una fetta di pane e un po’ di formaggio. Infatti avere una mucca nella stalla voleva dire latte, latticini e un saporito condimento. La patata ancora non aveva avuto fortuna: la prima testimonianza di un suo uso alimentare è indicato in Spagna nel 1573. Bruegel e i suoi contadini, per certo, non l’hanno mai mangiata.

CARNE, PESCE E UOVA. I contadini mangiavano raramente polli e conigli, usavano certamente le uova che comunque dovevano in parte destinare alla vendita. Chi viveva vicino ad un corso d’acqua poteva pescare senza dover andare al mercato ad acquistare i pesci. Con la frutta presente – mele, pere e ciliegie – si facevano le confetture oppure si essiccavano. Chi aveva la vite e gli strumenti necessari poteva fare il vino, sempre di seconda torchiatura, leggero di alcol e abbastanza chiaro di colore.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola. La cucina e il banchetto nelle corti italiane, Donzelli editore, 2015 Roma 

Immagine: Testa di vecchia contadina, 1568. Alte Pinakothek di Monaco (Germania)

 

Giovanni e Giovanna. Due storie di finanza e cognomi nella Bruges di van Eyck

1434, van Eyck ritrae Giovanni Arnolfini e la sua seconda moglie Giovanna Cenami. Il ritratto passerà alla storia come I coniugi Arnolfini. Ma chi erano? da dove provenivano? e cosa ci facevano nelle Fiandre? Questo dipinto rischia di essere come la Gioconda, di rimanere icona e facile preda di delucidazioni filosofiche. Qui si vuole rimanere sul piano storico dei personaggi. Le domande di prima trovano risposta nel nome. Gli Arnolfini erano una ricchissima famiglia di mercanti originari di Lucca e che si occupavano di seta. Alcuni di questi si stabilirono a Bruges, la città in cui risiede van Eyck dal 1432. Intere generazioni figurano nei registri di conti della corte borgognona sotto il nome di Arnoulphin. Sant’Arnolfo era il patrono dei traditi e arnoult (e sue varianti) era il soprannome assegnato ai mariti traditi. Qui si entra in una storia legata alla tradizione dei fablieux.

GIOVANNI. Figlio di Arrigo di Arnolfino, nasce a Lucca verso la fine del XIV secolo e già nel 1420 è ben introdotto a Bruges negli ambienti finanziari fiamminghi, in cui operavano tanti influenti banchieri lucchesi. Lavora come rappresentante della casa commerciale di Marco Guidecon. Nel 1421 Giovanni si dà all’attività di speculazione finanziaria guadagnando molti soldi. Il capitale veniva investito nel commercio degli arazzi che vede nel 1423 Filippo il Buono acquirente di “six pièces de tapisseries faites et ouvriées bien richement” per 345 libre. Il 1 marzo 1425, sempre al duca, vendeva una partita di drapperia di lana con pagamento dilazionato di un anno e guadagnando, su di un prezzo complessivo di 2219 libre 39 soldi e 12 grossi, una somma pari al 25% del totale. Nel 1461, divenuto re Luigi XI, Giovanni viene nominato consigliere generale e governatore della Finanza in Normandia. Così entra a tutti gli effetti nella nobiltà borgognona. L’anno dopo diventa consigliere del re e nel 1464 ottiene la naturalizzazione francese nell’aprile del 1464. Arnoulphin appunto. Giovanni muore a Bruges l’11 settembre 1472, lo stesso anno di fondazione del Monte dei Paschi di Siena e della morte del banchiere Luca Pitti.

GLI ALTRI. Sono diverse le famiglie di Lucca che lavorano nel commercio delle stoffe e della finanza. I Rapondi, i Cenami, gli Sbarra, i Buonvisi, i Trenta. Un tale Lorenzo Buonvisi e Pietro Cenami, uno dei congiurati, nel 1430 misero fine alla signoria tirannica di Paolo Guinigi sulla città di Lucca.

LE ALTRE. Costanza Trenta era la prima moglie, morta nel 1433, l’anno prima del dipinto. I Trenta erano una famiglia lucchese, forse proveniente dall’Alsazia, che fecero fortuna esportando seterie lavorate e commerciando gioielli, oreficerie, pellicce, tele, merletti e arredi. Avevano banchi a Parigi e Bruges. Giovanna Cenami era figlia di Guglielmo di Giusfredo che fino al 1398 viene citato spesso tra i lucchesi residenti a Bruges. Dai documenti sappiamo che partecipò alla elezione dei consoli e dei consiglieri della comunità ricoprendo la mansione di operaio nel 1398 e nel 1399. Il 3 ottobre 1395 figura come mercante insieme a Giovanni Rapondi e Dino Schiatta. Poi si trasferì a Parigi per esercitare la mercatura. Qui fa la sua fortuna grazie a lasciti testamentari e immobili.

QUALE MOGLIE? Costanza muore nel 1433. Giovanni non attende molto – pochi mesi – ed entro il 1434, ovvero l’anno del dipinto, si sposa con Giovanna Cenami. Da qui la domanda di fondo: è un ritratto commemorativo della moglie defunta o celebrativo del nuovo matrimonio? Fantasmi e buoni auguri si mescolano senza dare soluzione. Il dipinto è un’esca per chi vuole cascarci dentro.

DOPO GIOVANNI. Rimasta vedova nel 1472 e senza figli, Giovanna proseguì la sua vita altri 8 anni. Lasciò i suoi beni al nipote Giovanni, figlio di Marco di Guglielino. Muore a Bruges il 13 ottobre 1480. Fu sepolta nella chiesa di Santa Caterina, vicino al marito, per ritornare come nel ritratto di van Eyck.

 

Bibliografia: Jean-Philippe Postel, Il mistero Arnolfini, Skira 2017 | http://www.treccani.it/enciclopedia/cenami_(Dizionario-Biografico)/ | http://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-arnolfini_(Dizionario-Biografico)/ | http://www.treccani.it/enciclopedia/trenta_%28Enciclopedia-Italiana%29/ 

Immagine: Giovanni Arnolfini 1435 circa. Jan van Eyck – Gemäldegalerie Berlin

 

Tullo Petrozzani, il consigliere di stato con l’unicorno rampante

Mentre Galileo per la prima volta rivolge al cielo un cannocchiale e Keplero formula le famose due leggi che porteranno il suo nome, a Mantova moriva Tullo Petrozzani. Era il 1609. Da un anno Tullo era stato nominato gran cancelliere dell’Ordine del Redentore, istituito dal duca Vincenzo appena un anno prima. Membro di una nobile famiglia, faceva parte della ristretta cricca di uomini di fiducia del duca Vincenzo I Gonzaga. Dal 1587 era diventato consigliere di Stato. Dopo la morte della moglie Anna Pozzo Crema si avvia la carriera ecclesiastica e nel 1595 diventa primicerio della Chiesa di Sant’Andrea. Il palazzo di famiglia si trova in via Mazzini, acquistato ed allargato da Tullo negli anni 80. Il tempietto fu eretto intorno al 1590 dall’architetto Viani o probabilmente dall’altro cremonese Dattaro, prefetto alle fabbriche ducali dal 1590 al 1595. come chiesa annessa al palazzo, si trova infatti nella parallela via Isabella d’Este. Accesso interno per l’uso privato della famiglia e accesso esterno sulla via pubblica. Il tempietto, noto come San Lorenzino, è testimoniato dal dipinto custodito nel Palazzo Ducale e di cui si vede parte dell’interno – che doveva essere a pianta ellittica e voltato.

I PERSONAGGI. Il dipinto, menzionato per la prima volta nell’inventario del 1610 di Tullo Petrozzani, è citato come altro quadro sopra il quale è ritrato la signora contessa Chiara con signor Lorencio, Cintio et Tullio et signor Conte Pavolo et Anna, tutti figlioli di detta contessa Chiara e del detto signor conte Terentio, senza cornice, ingenocchiati tutti inanti ad un altare, con la sua coperta d’ormesino verde, con picetti di setta, usato. 

FOCUS N.1 La datazione e l’attribuzione dell’opera non appaiono ancora certe, si dibatte per una realizzazione intorno al 1600 e soprattutto tra firme mantovano e un anonimo fiammingo. Pare infatti che un ritrattista fiammingo del duca Vincenzo sia al servizio di Tullo nel 1597. Il dipinto rappresentato sopra all’altare – un Crocifisso con la Vergine e san Lorenzo – oggi perduto, potrebbe essere una delle prime opere dipinte ufficiali del Viani che lavora per i Gonzaga dal 1592.

L’INVENTARIO. La sua collezione, in linea con quella di altri personaggi nobili della città, è costituita da 71 dipinti, 7 sculture, 348 medaglie (antiche e moderne, in oro e argento) e altre oggetti suddivisi tra religiosi, devozionali e curiosi. Si ricordano tra gli altri una reliquia con “la crocetta di legno della santissima croce è veramente croce del legno della santissima croce di Nostro Signore” e uno “scatolino con dentro dell’alicorno, havuto da sua altezza”. Probabilmente ottenuto per celebrare lo stemma di famiglia che rappresenta un unicorno rampante. Dei 71 dipinti il 69% è costituito da soggetti devozionali, gli altri di soggetto profano e rappresentano oltre ai papi Paolo V e Clemente VIII, il duca Vincenzo I, il cardinale Ercole, se stesso e suo figlio Terenzio, Attila, il duca Federico II e il marchese Francesco II. Una galleria di ritratti che glorificavano la famiglia Petrozzani. Tra cui il nostro di copertina.

Chiudiamo riprendendo il filo dell’inizio, parlando di astri. Nella stessa galleria, oltre alle mappe e alle stampe soprattutto del Monferrato, sono conservati un globo e una sfera armillare ovvero una “strologia di ottone, con sue sfere, et altri segni celesti”.

 

Bibliografia: Guido Rebecchini, Private collectors in Mantua 1500-1630, Sussidi Eruditi 56, Roma 2002 – Stefano L’Occaso, Museo di Palazzo Ducale di Mantova. Catalogo generale delle collezioni inventariate. Dipinti fino al XIX secolo, Publi Paolini 2011 – Le chiese della città di Mantova nel ‘700. Repertorio, Quaderni di San Lorenzo 17, Mantova 2019 

Immagine: Chiara Albini Petrozzani con i figli Lorenzo, Cinzio, Tullio, Paolo e Anna in preghiera, Palazzo Ducale di Mantova  

Una stanza tutta per loro. Giochi per bambine e bambini nel palazzo di Corte

I giochi presenti nelle stanze di oggi non sono così dissimili da quelli utilizzati dalle bambine e dai bambini nel Medioevo e nel Rinascimento. Nei ritratti di questo periodo le bambine hanno in mano bambole, spesso un oggetto di lusso, che rivestivano una funzione di elemento preparatorio per la loro futura vita di consorte e madre. Le bambole erano riprodotte nei minimi particolari. Il corpo era lavorato con la cera o il legno. Doppia cuffietta, le maniche ampie che nascondono le mani. Una corda che esce dalla testa fa pensare ad un uso come marionetta o come sonaglio o pendaglio. Così si presenta la bambola che tiene in mano Isabella d’Austria a due anni e tre mesi, sorella di Carlo V e futura regina di Danimarca. In aggiunta venivano preparati dei mini abiti per cambiare l’outfit. Spesso, queste bambole, facevano parte anche del corredo della sposa come il caso di Nannina de’ Medici, sorella di Lorenzo. C’erano anche bambole di fattura più modesta fatte con la stoffa o con pezzi di legno più abbozzati senza arti.

I maschi invece avevano a disposizione giochi di movimento o di ruolo per improvvisare finte guerre e tornei che a breve li avrebbero visti protagonisti reali. Si giocava con le spade di legno, i soldatini (in terracotta o in stagno), combattimenti di marionette, cavalcate sul cavalluccio di legno – col manico o a dondolo – e poi fischietti in terracotta. Gli evergreen erano ovviamente la palla e le trottole in argilla o in legno.

A entrambi si potevano inoltre regalare animali da compagnia addomesticati – anche scimmie e scoiattoli – e specialmente per le bambine piccole voliere. Così crescevano e passavano il loro tempo nel palazzo le future spose e i futuri marchesi o duchi. I giochi costituivano la preparazione del mestiere per cui erano nati.

 

Bibliografia: Chiara Frugoni, Vivere nel Medioevo. Donne, uomini e soprattutto bambini, il Mulino 2017

Immagine: Trittico con i fratelli Isabella, Carlo e Leonora, Maestro della gilda di San Giorgio (Vienna, Kunsthistorisches Museum 1502)