Quel settembre che cambiò la storia di Mantova

L’inizio di settembre per Mantova non significa solo Festivaletteratura ma anche la ricorrenza storica della famosa Dieta avvenuta proprio 560 anni fa. Il 9 settembre del 1459 si aprono ufficialmente i lavori di un congresso che riuniva in città i personaggi più importanti italiani ed europei. Ambasciatori, funzionari, letterati, artisti, uomini di stato e il Papa. Pio II Piccolomini aveva cominciato il suo viaggio che lo avrebbe portato nella città dei Gonzaga il 20 gennaio 1459. Quattro mesi di soste raccontanti nei suoi Commentari. La traumatica presa di Constantinopoli il 29 maggio 1453 segna per Mantova l’occasione di aumentare la sua visibilità in una dimensione internazionale. C’era la necessità di trovare una soluzione comune e alleanze in uno scenario dalle forti ricadute politiche e religiose. Il Congresso comportò quasi un raddoppiamento del numero della popolazione. Alloggi, stalli per cavalli e l’enorme macchina dell’accoglienza di Casa Gonzaga che doveva servire banchetti a quelle numerose bocche fino al 14 gennaio 1460. Ogni personaggio di spicco si portava appresso un ingombrante macchina di etichette: abiti, cortesie, doni. Il cronista Andrea da Schivenoglia riporta che il duca di Clevès, l’ambasciatore di Filippo III duca di Borgogna, aveva un corteo di 350 cavalli e 70 quelli di Isidoro di Kiev, anche se “magry e tristi”. Il cardinale Bssarione da Trebisonda giunge in città con 120 persone, una piccola corte portatile. Altri illustri personaggi arrivano nel mese di ottobre: il teologo e filosofo Nicolò Cusano, il cardinale veneziano Ludovico Trevisan patriarca di Aquileia, il cardinale spagnolo Juan de Torquemada, gli architetti Filarete e Leon Battista Alberti, il signore di Milano Francesco Sforza, il re di Boemia Jiri Podebrad e ambasciatori. Mantova non era ancora la città che aveva in mente il marchese Ludovico II: la Chiesa di Sant’Andrea era ancora romanica, costruita nel 1057 dal vescovo Eliseo, l’orologio di Bartolomeo Manfredi non era sulla Torre, le strade non erano selciate, il palazzo della Ragione e del Podestà non erano ancora sistemati, la Chiesa di San Sebastiano doveva attendere solo un anno. Mantova si presenta al resto dell’Europa come città ancora medievale ma dopo la Dieta si trasformerà nella città rinascimentale che era nella mente di Ludovico II.

Bibliografia: A casa di Andrea Mantegna. Cultura artistica a Mantova nel Quattrocento, Silvana Editoriale 2006

Immagine: Particolare Congresso di Mantova. Libreria Piccolomini, Cattedrale di Siena (Pinturicchio, 1492)

Le Muse della delizia di Belfiore e il primo studiolo italiano

Isabella d’Este dà avvio a Mantova al suo personalissimo programma iconografico già prima del 1497, anno in cui compare per la prima volta il termine di “grotta” allestito sotto lo studiolo. Posizione sotterranea, umbratile e luogo della collezione. Sicuramente fu la prima donna a realizzare uno studiolo inteso come luogo personale e privato di oggetti di collezione. L’aveva anticipata di circa vent’anni il duca Federico da Montefeltro. Ma aveva anticipato tutti Lionello d’Este che nel 1447 vuole decorare uno degli ambienti delle prime ville di piacere a Ferrara ovvero la delizia di Belfiore. Costruita da Alberto V nella seconda metà del Trecento fu poi decorata e ulteriormente abbellita da Lionello e Borso d’Este. La distrusse un incendio nel 1632. Si trovava nell’attuale Corso Ercole I all’incrocio con la chiesa di Santa Maria degli Angeli, anch’essa perduta. Alla fine del Trecento significava campagna. Lionello affida il programma iconografico a Guarino Veronese che pensa per lo studiolo ad un ambiente raffinato decorato con tarsie lignee e i ritratti delle Muse. Un formidabile compendio di quello che sarebbe stata la scuola ferrarese: gusto per l’antico “alla padovana”, profili delle figure decisi e spigolosi, panneggio scultoreo, spazialità che guardava a Firenze. Gli autori sono infatti Cosmè Tura, Angelo Maccagnino (suo collaboratore), Michele Pannonio (di origine ungherese) e molti anonimi.

Le opere furono salvate e oggi le nove muse si corrispondono in diversi musei d’Europa: Ferrara, Budapest, Londra, Berlino, Milano. Alla Pinacoteca Nazionale di Ferrara si trovano Erato e Urania.

Immagine: Calliope, anni 50 del XV secolo. National Gallery di Londra

Alfonso d’Este, oltre ai cannoni c’è di più

La figura di Alfonso I d’Este è stata manomessa dalla critica valorizzando soprattutto l’aspetto bellico e dell’uomo d’azione dedito alla costruzione di armi e cannoni e poco attento alle raffinatezze letterarie della corte. Paolo Giovio scrive La vita di Alfonso da Este duca di Ferrara e forse è un po’ responsabile di questa immagine viziata. Fu giudicato e tenuto da molti, che egli fussi più tosto uomo desideroso et amator d’una certa vita quieta e rimessa, che da alti e nobili esercitii, e da quelle cose le quali si ricercon nel governare uno stato. Come quello che era solito il più delle volte chiamare seco a la sua mensa segreta o artefici eccellentissimi di qualche arte […] per dar qualche recreatione e qualche piacere a l’animo. Ritiravasi oltra di questo spessissime volte in una stanza segreta, fatta da lui a modo di bottega, e di fabbrica, dove egli per fuggire l’otio dava opera con piacevoli e dilettevoli fatiche, a lavorare a tornio flauti, tavole e scacchi da giuocare, bossoli artificiosi e bellissimi di terra, a uso di stovigliai […]. Imperoché dandosi egli ancora a fonder metalli, a guisa di fabbro, e a gittar cose di bronzo, gli successe tanto bene e felicemente tale arte […]. 

Chiude Giovio con il cliché che accompagnerà nei secoli a venire la figura di Alfonso: non fu mai troppo affettato, né troppo diligente, nè nel vivere, né nel vestire. Ma godeva et si rallegrava molto, d’una certa vita libera et familiare. 

Non era così Alfonso I d’Este, non poteva esserlo con una sorella come Isabella, con un padre come Ercole I, in una città come Ferrara e in un periodo che vedeva il confronto di tutte le corti con il collezionismo e l’arte pontificia a Roma.

 

Bibliografia: Vincenzo Farinella, Alfonso I d’Este. Le immagini e il potere, Officina Libraria, Milano 2014

Immagine: Ritratto di Alfonso I d’Este. Battista Dossi, 1530 

Il licenzioso concorso di poesia nella Ferrara francese

Tra Mantova, Roma e Ferrara va in scena tra il 1525 e il 1535 un periodo lussurioso in versione grafica e poetica. Pietro Aretino nel 1526 compone i Sonetti lussuriosi trascrivendo in parole i disegni di Giulio Romano. A Ferrara nel 1535 alla corte di Ercole II e Renata viene indetto un concorso di poesia organizzato dal poeta Clément Marot. La città estense con la figlia del re Luigi XII risente del clima artistica francese e soprattutto delle provocanti e italianissime pitture della Scuola di Fontainbleau. Primaticcio aveva portato l’arte di Giulio Romano e pure qualche forma erotica molto vicina ai Modi. Il tema del concorso era la descrizione di una qualsiasi parte del corpo femminile con lo stile del blason. Dopo un’attenta valutazione della giuria al vincitore sarebbe andato un paio di guanti da parte della duchessa. Il successo fu grandioso. Il vincitore fu un certo Maurice Scève con una composizione sul sopracciglio. Nessuna volgarità. Solo licenziosità, versi raffinati e velate trasparenze di erotismo. Lo stesso Marot aveva partecipato con il blason intitolato Le beau Tetin ovvero “la bella tettina”. Dialoga bene con l’opera dell’anonimo francese che rappresenta i ritratti delle sorelle d’Estrées. Gabrielle fu l’amante di Enrico IV di Francia.

Bibliografia: Riccardo Rimondi, Estensi, Ferrara Souvenir 2016

Immagine: Anonimo francese, fine XVI secolo. Gabrielle d’Estrées e sua sorella

Le strade che conducono alle delizie. Così raccomandava Alberti

Le delizie di Ferrara e le ville suburbane di Mantova si trovano non lontane dal centro cittadino e fulcro del potere, epicentro della Corte. Per raggiungerle il signore e i suoi cortigiani si potevano spostare in barca, in carrozza o a piedi senza necessariamente essere visti. Le strade della città venivano costruite per visualizzare questi percorsi ideali che segnavano le connessioni dalla residenza centrale a quelle con funzione di ispasso. Anche Palazzo Te aderisce perfettamente a questo modello urbano e sembra rifarsi alle prescrizioni di Leon Battista Alberti secondo cui la villa non doveva essere troppo lontana dalla residenza urbana e raggiungibile attraverso una strada agevole e senza ostacoli, facile e conveniente a percorrersi a piedi e con mezzi di trasporto sia d’inverno che d’estate, e magari anche con imbarcazioni; meglio se tale via passerà in prossimità della porta della città attraverso la quale si possa, nel modo più agevole e diretto, senza doversi cambiare d’abito né passare sotto gli occhi della gente. 

Residenza e palazzo suburbano. Una relazione di continuo scambio, a seconda delle stagioni, delle necessità e delle funzioni dove andare e venire molte volte a piacer proprio tra città e villa con la moglie e i figli. 

Bibliografia: Le corti italiane del Rinascimento, Mondadori 1985

Immagine: Sala della Vigna, Delizia di Belriguardo

Lo studiolo di Alfonso. Gli occhi del Principe su Ferrara

La via Coperta, costruita nel 1471, è la congiunzione tra la prima residenza degli Estensi, di fronte alla Cattedrale, è il Castello di San Michele che diventerà poi l’effettivo luogo della corte. Ha le forme di un camminamento protetto che nel corso del tempo diventerà preziosa “scatola” dove i duchi conserveranno i loro tesori d’arte. Proprio qui Alfonso I d’Este farà allestire le sue stanze personali ovvero i Camerini di Alabastro, una raffinata sinfonia di sculture antiche e seducenti pitture di Dosso Dossi, Tiziano e Giovanni Bellini. Lo studiolo, che dialoga idealmente con quello della sorella Isabella a Mantova,  si affacciava sull’affollato mercato della frutta e della verdura, nella cosiddetta piazzetta delle Ortolane. Alfonso è lì, visibile e invisibile allo stesso tempo agli occhi del suo popolo. Anche se a riposo e rinchiuso nelle sue stanze d’ozio, il Principe era presente, pronto a vigliare su Ferrara e uomo dalla profonda virtus repubblicana perché dedito al bene pubblico. Otia e negotia, la perenne divisione delle faccende di corte, qui trovano un sottile punto di equilibrio. Il Principe, anche quando si ritirava nella Via Coperta, doveva dare l’idea di lanciare il messaggio “sto lavorando per voi”. Un potente messaggio politico di potere e di sicurezza.

Bibliografia: Vincenzo Farinella, Alfonso I d’Este. Le immagini e il potere, 

Immagine: Via coperta, Ferrara

La corte della cucina. Gli instancabili funzionari di famiglia

La Corte di Mantova era certamente numerosa e comprendeva almeno 800 persone tanto che ai tempi del cardinale Ercole ci fu un’azione simile ad una spending review attuale passando a meno di 400 bocche. Si è trattato di una riduzione molto temporanea. Per avere un’idea delle altre corti basta confrontarlo con Ferrara (500) e con le corti di Torino, Parma e Firenze più moderate con 200 bocche. Il maggior numero dei funzionari si occupano delle cucine. La Ducal Scalcheria è formata da 20 persone tra cui: maggiordomo maggiore, primo maestro di casa, maestro di casa, scalco maggiore, trinciante, scalco dei signori cavalieri foresti, dispensiere, canevaro, facchini della caneva, superiore del legnarolo, credenziere, lava piatti, bottigliere, porta fiaschi. In cucina altre 23 persone tra cui: cuoco, pastizziere, gargione della cucina, gargione del pastizziere, guattero di cucina, volta rosto, maestro di salla, cuoco della duchessa, custode delle camere. Più di 50 era impiegate per i servizi di camera tra cui camerieri, paggi, servitori dei paggi, cappellani, aiutanti di camera, nani, usieri, spazatore, scoppatori, medico, barbiere, scrimiatore (maestro di scherma), amiralio, lacché, trombette (per annunciare il pasto pronto). E poi funzionari che doveva servire alla camere della duchessa e la famiglia ducale: servente, serve della servente, serve delle dame, servitori delle dame, scalco boccamaggiore, gentilhuomo della bocca, caroziere da timone, caroziere davanti, aiutante ai predetti.

Alcune figure sono state tralasciate per non fornire un mero elenco. Stupisce la specializzazione di molte funzioni tanto da risultare ancora prive di un reale significato. Quando si visita il Palazzo Ducale non va mai dimenticato che doveva avere l’effetto di un Grand Hotel in cui si muovevano come formiche centinaia e centinaia di addetti. Somiglia alla struttura di un alveare ovvero un cosmo di attenzioni per l’ape regina. Ovvero i Gonzaga.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli editore, Roma 2015

I costi della tavola di Ercole II. Bilanci, stipendi e alimenti

Messisbugo ci fornisce un compendio relativo alla tavola del duca di Ferrara e del costo di ogni relativa cibaria. Oltre alla mensa del banchetto, che aveva costi altissimi data la quantità di alimenti, la tavola quotidiana aveva altri prezzi. Il vitello costava 22 soldi al chilogrammo, il maiale 20, il manzo 3, il cappone 6 soldi e un agnello 30. Il vino costava solo mezzo soldo al litro. I bovini costavano poco perché solitamente andavano al macello solo a fine servizio lavorativo nei campi. Le spezie avevano costi notevoli: lo zafferano costava 144 soldi per libbra (345 grammi), cannella, noce moscata e chiodi di garofano 48 soldi, lo zenzero 36 e il pepe solo 24. All’incirca, secondo Ridolfi, si può ipotizzare una uguaglianza tra 1 soldo e 1 euro.

La tavola del principe, secondo i conti di Messisbugo, per una Corte di 120 persone, costava all’anno circa 17.000 lire ovvero 46 lire al giorno ovvero 8 soldi per bocca. Lo stipendio di Messisbugo è il più alto: 240 soldi al mese. Un facchino ne percepiva 60, un servitore 40. Se pensiamo che il bilancio complessivo della Corte di Ercole II nel 1548 è di 241.000 lire le spese solo per la tavola coprivano circa il 7%.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli Editore, Roma 2015

Immagine: Vincenzo Campi, venditori di polli 1580 

Messisbugo tra mortadella e caviale

Di Messisbugo si hanno poche notizie. Le più sicure sono la morte avvenuta a Ferrara nel 1548 e la pubblicazione un anno dopo del suo manuale sui banchetti. Il suo nome è una formula composta e conserva già la sua professione. Sbughi era la famiglia di sua madre e in dialetto padano significa ingordo. Suo padre era invece un capitano di ventura albanese. A Ferrara fa la carriera del funzionario di corte scalando tutte le posizioni: amministratore, tesoriere, missioni diplomatiche e scalco. Non propriamente cuoco ma organizzatore e responsabile dei banchetti ducali. Carlo V, ospite di uno dei suoi banchetti, ne rimase colpito a tal punto da nominarlo conte palatino. Tra le sue ricette la mortadella, salcizzoni, persutti, polpette, pasta ripiena e torte d’ogni sorte. Compare anche per la prima volta l’utilizzo del caviale di storione e una ricetta di torta hebraica. Il suo corpo viene tumulato nel Monastero di Sant’Antonio in Polesine.

Immagine: Ritratto di Messisbugo (fonte Ferrara Nascosta)

Bibliografia: Ferrara una guida, Incentro, 2018

Una cena di prima classe sul Titanic

Vi siete mai chiesti come e cosa si mangiava a bordo del Titanic? Con questo articolo vi porto sulla tavola del Transatlantico più famoso della storia e faremo anche un passaggio nei depositi delle cucine.

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