Un palazzo per l’estate. Quando a Marmirolo arrivò Carlo V

1541, Marmirolo. E’ passato appena un anno dalla morte di Federico II. A Mantova è appena arrivato Giorgio Vasari e Giulio Romano lo accompagna in visita alle sue opere. Giulio da qualche anno aveva terminato il cantiere del Palazzo di Marmirolo. Secondo me non poteva mancare la tappa ad una delle più blasonate dimore estive dei Gonzaga. Oggi non rimane nulla di quel palazzo distrutto alla fine del Settecento. Proprio lì dove vigila il Municipio sorgeva una autentica delizia. La fabbrica viene cominciata già nel Quattrocento ma apparteneva già ai primi Gonzaga quando si chiamavano Corradi. Guidone nel Trecento era conte e signore di Marmirolo. Il palazzo a quel tempo si trovava all’interno del recinto dell’antico Castello e tutto intorno il corso d’acqua Redefossi. Poi venne ampliato da Gianfrancesco Gonzaga che spostò il palazzo fuori dalle mura del castello. Con Ludovico II e Federico I divenne un edificio sontuoso e destinato ad ospitare la famiglia e i suoi ospiti più prestigiosi. Nel 1530 venne in visita Carlo V e nel 1549 suo figlio Filippo II. Leandro Alberti nel 1550 descrive così il palazzo: “passato il lago vedesi il soperbo Palazzo di Marmirolo, fatto da Federico primo marchese con grand’artificio et non menore spesa, ove sono le molte ordinate stanze da alloggiare ogni principe et re, secondo le staggioni”. E se qualcuno può pensare che fosse un palazzo minore il cronista continua così: “Invero ella è una opera di grandissimo et bellissimo artificio et di non minor piacere, et massimamente nei tempi dell’està, onde si possono rinfrescare li riscaldati”.

Attorno erano presenti “vaghi et bellissimi giardini ornati di molte maniere di fruttiferi alberi, colle belle topie, dalle quali ne tempi idonei pendono i poderosi grappi di diverse maniere di uve”. E poi fontane e giochi d’acqua che rendevano questa palazzo una “comodissima fabbrica”. Le stanze interne, giudicate da Giorgio Vasari accompagnato da Giulio Romano, erano “non men belle che quelle del castello e del palazzo del Te“.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987

Immagine. Municipio di Marmirolo, fonte Wikipedia

Annunci

Tutti correvano dai Fugger

Chi erano gli uomini più ricchi all’epoca di Giulio Romano e Carlo V? Ovviamente i Fugger. Una famiglia tedesca che grazie al commercio e alla produzione tessile si ritrova nel Rinascimento ad essere al vertice di tutti gli affari più importanti. Uno dei primi di cui si ha conoscenza è Hans Fugger, professione tessitore, presente nel registro delle tasse della città di Augusta nel 1367. Nel 1409, alla sua morte, lascia un patrimonio di circa 3.000 fiorini. E’ nel Quattrocento che i Fugger ottengono il successo. Il secondo ramo della famiglia riporta sullo stemma un fiore di giglio su su fondo blu e oro su gentile concessione dell’imperatore Federico III. Possono permettersi di creare una Banca che diventerà di riferimento in Europa. Giusto per dare un’idea. L’elezione di Carlo V a imperatore avvenuta nel 1519 costo circa un milione di fiorini d’oro, pagati per due terzi dalla casa Fugger. Persino i Medici e il Papa bussavano alla loro porta. Jacob Fugger fu noto come “il ricco”. Nel suo libro segreto figurano come debitori insolventi il Papa Leone X, Federico di Sassonia, Guglielmo di Baviera, Carlo V e meglio terminare qui. In cambio Jacob riceve da Carlo nuove proprietà in Svevia, nel Tirolo e privilegi sul porto di Anversa. Il suo patrimonio, in relazione ai parametri di oggi, valeva circa 450 miliardi di euro. Per immortalare la sua potenza economica si fa ritrarre sicuro di sé da Durer nel 1520. Guardatelo negli occhi.

Bibliografia. Carlo Quinto, I grandi della Storia, Mondadori, 1970

Immagine. Jacob Fugger di Albrecht Durer. 

Leggende e profezie. Dove non riposava la mummia di Passerino

Non sempre ci accorgiamo che la facciata – in realtà una tra le tante – del Palazzo Ducale prospiciente piazza Sordello abbraccia in realtà due palazzi. La Magna Domus e il Palazzo del Capitano. Dietro alle finestre di quest’ultimo corre il cosiddetto Corridoio del Passerino perché secondo la leggenda qui i Gonzaga conservavano la mummia dell’ultimo Bonacolsi, appunto Rinaldo detto il Passerino per via della sua statura. La funzione era apotropaica, il risultato raccapricciante. La guida del 1929 riporta che il corpo si trovava sotto una cassa dalle pareti di vetro. “E la leggenda continua narrando che l’ultima duchessa, mal tollerando presso il suo appartamento quella triste mummia volle disfarsene, ed un suo fido, nottetempo, la gettò nel lago”. L’ultima duchessa fu Anna Isabella Gonzaga di Guastalla, sposa di Ferdinando Carlo, che proprio dietro al corridoio aveva il suo appartamento. In realtà la storia ci conferma che la mummia del Passerino si trovava nell’Appartamento delle Metamorfosi in Corte Nuova e con un diverso allestimento. Ovvero a cavallo di un ippopotamo imbalsamato. Qui era concentrata la collezione di stranezze tra scienza e magia. Così viene descritta da un visitatore nel Seicento. Leggere le vecchie guide di quasi cento anni fa ci porta in una dimensione quasi fiabesca che ci offre un diverso contesto e ci fa capire che il Palazzo Ducale è sempre stato un organismo vivente. Ancora non era giunto sulla scena Giovanni Paccagnini e la riscoperta di Pisanello. La prossima volta che camminate lungo i 65 metri di quel corridoio immaginatelo suddiviso in molte stanze, una per ogni cambiamento di decorazione. E ricordatevi di come si presentava il Palazzo ad un turista del 1929 mentre il mercato di Wall Street collassava.

Bibliografia. Nino Giannantoni, Guida del Palazzo Ducale di Mantova, 1929

Immagine. Parte della Facciata del Palazzo del Capitano. Fonte Wikipedia

Tra Erasmo e Montaigne. La prima guida per viaggiatori d’Europa.

1547, Carlo V alle prese con la battaglia di Muhlberg. Un anno dopo Tiziano lo immortala in questa tela. Mentre la guerra si consuma c’è chi viaggia. “Se parliamo d’alberghi, i migliori sono quelli francesi senza ombra di dubbio: accoglienza familiare, atmosfera casalinga, belle ragazze dappertutto”. Questo era il parere di Erasmo da Rotterdam, umanista e famelico viaggiatore europeo. Si ricorda in particolare di un piccolo albergo a Lione. Registra inoltre gli ottimi pasti e la biancheria pulita”. E’ rimasto colpito dalla presenza di belle ragazze. “Quando i viaggiatori se ne vanno, le belle figliole li baciano e li salutano con tenerezza”. Opposti sono i pareri sulle locande tedesche. “Quando arrivate nessuno vi saluta. Dopo aver sistemato il vostro cavallo, entrate nella stanza della stufa, stivali, bagaglio, fango e tutto”. Lamenta gli spazi comuni: “qui uno si pettina, un altro vomita aglio e c’è una gran confusione di linguaggi come alla torre di Babele. Come fare quindi a scegliere un albergo in un momento storico in cui si viaggiava tanto soprattutto a cavallo? Nel 1552 Charles Estienne pubblica la Guida delle strade di Francia, una sorta di antenato della Guida Michelin. Sono segnate le strade, i ponti, i posti dei briganti da evitare, le locande e il tipo di servizio che si può trovare. Trovano spazio anche le curiosità artistiche e storiche, i santuari, le opere moderne e le antichità da visitare. Il primo turista per eccellenza è Michel de Mointagne che girerà l’Europa anche per curarsi dal “mal di pietra”. Probabilmente era accompagnato da un segretario che doveva organizzare il viaggio: bagagli, alloggi e cavalli.

Così è stato il viaggio di Baldassarre Castiglione e Giulio Romano partita il 5 ottobre 1524 a Roma e giunti a Mantova il 22 ottobre. 17 giorni a cavallo o in carrozza passando per Loreto. Peccato non avere il diario di quel viaggio per realizzare una mappatura delle loro soste. Cosa hanno mangiato, dove hanno alloggiato e di cosa hanno discusso. Quali progetti stavano già nascendo per Mantova.

Bibliografia. Carlo Quinto, I grandi della storia, Mondadori, 1970.

Immagine. Ritratto di Carlo V a cavallo, 1548, Prado. 

Quando Giulio Romano fece da guida a Vasari

Mantova, 1541. Giorgio Vasari arriva per la prima volta nella città dei Gonzaga. Ancora è lontana la prima edizione delle Vite datata 1550. Giulio Romano sta ultimando i lavori della sua casa nella Contrada dell’Unicorno nell’attuale via Poma. Erano passati quasi tre anni dall’acquisto. Giorgio e Giulio si incontrano per la prima volta. Così Vasari ci descrive la scena in terza persona: “arrivato in quella città per trovar l’amico, senza essersi mai veduti, scontrandosi l’un l’altro, si conobbono, non altrimenti che se mille volte fussero stati insieme”. Giulio gli fece da guida e lo portò per quattro giorni a visitare tutte le sue opere: Palazzo Te, le Beccherie, le Pescherie e non poteva mancare una visita alla famiglia Gonzaga con tanto di tour all’interno di Palazzo Ducale per Corte Nuova e la Rustica. “Fra le molte cose rare che aveva in casa sua” Vasari prende nota del ritratto di Albrecht Durer (che lui scrive Alberto Duro). Una considerazione sulla casa. Si presentava con una “facciata fantastica tutta lavorata di stucchi coloriti, e dentro la fece tutta dipingere e lavorare similmente di stucchi, accomodandavi molte anticaglie condotte da Roma, ed avute dal duca, al quale ne diede molte delle sue”.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987

Ancora si cercano i nani di Mantova. Non smettiamo mai di farlo!

Esistono i nani di Mantova? Andrea Mantegna nella Camera degli Sposi ci mostra certamente un personaggio di Corte dalle forme inequivocabili. La nana Lucia si occupava della crescita delle fanciulle di Barbara e Ludovico. Il famoso Appartamento dei Nani è stato raccontato a molti visitatori del passato della sua fantomatica funzione. Così la guida del 1929 lo descrive: questo groviglio di stanzette e cunicoli che formano una delle curiosità più care al visitatore di questa immensa reggia […] fu creato dal capriccio del duca Guglielmo. Vuole la tradizione, e lo ripetono le vecchie guide, che questa fosse l’abitazione dei nani di Corte. […] Propendiamo a ritenere che questo fosse un luogo di sosta donde più presto potessero salire, per la scaletta interna, nelle stanze ducali quando venivano chiamati ad allietare coi loro motti e frizzi l’annoiato padrone.

La favola di Rodari aiuta nell’esercizio di fantasia e capovolge la statica e fredda immagine di una Corte alle prese con la politica. In fondo sono ancora molti i visitatori che si aspettano di vedere l’Appartamento dei Nani o si ricordano di averlo visto qualche decade fa. Per la cronaca si tratta della riproduzione in dimensioni ridotte della Scala Santa del Laterano fatta realizzare dal duca Ferdinando Gonzaga in occasione della Pasqua del 1615. Una intercessione religiosa in formato lillipuzziano.

La curiosità sottende quasi sempre un abbraccio infinito fra la nota reale storica e l’aneddoto semi falso nato dentro la storia. Ci vogliono entrambi.

Bibliografia. Nino Giannantoni, Guida del Palazzo Ducale di Mantova, 1929

i nani di mantova

Quando la tela è mobile. La Cacciata dei Bonacolsi e la firma che ancora non ho visto

La prima opera che si incontra al Palazzo Ducale di Mantova è La cacciata dei Bonacolsi, la tela di Domenica Morone datata 1494. Turisti e mantovani sanno che è lì, a presentare l’avvenimento più importante della famiglia Gonzaga. La data del 16 agosto 1328 è lo spartiacque tra due famiglie, due città, due storie. Un prima e un dopo. Ma siete davvero sicuri che la tela è sempre stata nella posizione attuale? In una guida di Mantova del 1929 ce la presenta nel Castello di San Giorgio nella Sala delle Sigle. Tre scene in una: sulla sinistra l’entrata dei Gonzaga, in primo piano la battaglia con i Bonacolsi e in secondo piano la consegna delle chiavi della città a Luigi Gonzaga nuovo Signore. Sulla tela un cortocircuito storico: la scena del 1328 e la città contemporanea al pittore Morone. Sul fondo la facciata della Cattedrale ancora nelle forme veneziane degli architetti Dalle Masegne. Come un fossile rimane ad oggi l’unica testimonianza della chiesa prima dell’intervento di Niccolò Baschiera del 1761.

La tela in origine era stata pensata per ornare una sala del Palazzo di San Sebastiano. La guida del 1929 segnala che “l’ultimo duca, nella sua frettolosa fuga, lasciò in custodia ad un suo parente. Passò poi in mano degli Andreasi, quindi dei Bevilacqua; da questi ai Gobio e ai Forchessati, finché emigrò a Milano nella Galleria Crespi”. Infine acquistata dallo Stato quando la galleria fu venduta.

Piccolo focus. Avvicinatevi alla tela. A sinistra, in basso, sul plinto di un pilastro, trovate la firma del pittore. Dominicus Moronus Veronensis pinxit 1494.

 

Bibliografia. Nino Giannantoni, Guida del Palazzo Ducale di Mantova, 1929. 

Rinascimento bizzarro. La moda trasforma l’uomo in un salmone

Ratisbona, 1485. Si dispone che una donna della borghesia debba avere un certo guardaroba. Ecco la lista del corredo minimo: “otto vestiti, sei mantelli lunghi, tre vestiti da ballo, una veste di rappresentanza con tre paia di maniche in velluto, damasco o altre sete, un diadema, tre veli, un gilet di perle, una catena d’oro con ciondolo, un collier, tre o quattro rosari, tre cinture di seta e d’oro”. Si indossa e si beve per far durare la bellezza il più a lungo possibile.

Anche per gli uomini la moda significava colori e forti accostamenti, probabilmente anche più di quello delle donne. Lo storico Friedell ironizza su un uomo trasformato in salmone, tacchino, salamandra e uccello del Paradiso. A quale scopo? Lo spiega così: “le parures e gli abiti dei maschi invitano la femmina all’amore, proprio come succede per gli animali”.

Così avveniva nel Nord dell’Europa. La moda, come in una favola, trasforma l’uomo e la donna in bizzarri esseri colorati che anelano al potere.

 

Bibliografia. Carlo Quinto, 1970, Mondadori

Immagine. Carlo V d’Arburgo, ritratto da Jakob Seissenegger (1532)

Nel segno dei Portici. A Mantova c’è una via che sembra bolognese

I portici a Bologna potrebbero diventare Patrimonio Unesco, sono stati inseriti nella candidatura già dal 2006 e in attesa di conferma. Lo saranno. Offrono anche uno spunto per una relazione con i portici di Mantova. Per lunghezza, varietà e stile di vita non c’è confronto. Quelli bolognesi sono lunghi 38 km, un vero primato assoluto italiano. Altra peculiarità: destinazione pubblica ma di proprietà privata. Nascono attorno al X secolo quando la città di Bologna si espande dalla prima alla seconda cerchia muraria. Inizialmente si trattava di mensole – chiamate anche sporti – che aumentavano la prominenza della facciata esterna, anche di un metro e mezzo. Dalle mensole si passa poi a vere strutture sorrette da pali di rovere. Un abuso edilizio fatto ad arte? Si può dire in parte perché col tempo la pratica si diffuse a tal punto che divenne approvata dall’autorità pubblica perché consentiva un maggior flusso di persone, un aumento del commercio e in più riparava dalla pioggia. Nel 1288 un editto stabilì che ogni nuovo edificio doveva essere provvisto di portico con un’altezza minima di 7 piedi bolognesi (2,66 metri).

I portici di Mantova sono discontinui e vanno inseguiti. Via Broletto, piazza Erbe e piazza Concordia, Corso Umberto su entrambi i lati, via Verdi su entrambi i lati per abbandonarti poi a metà strada. E’ nei giorni di pioggia che ci si rende conto che ai portici piace saltare. Il primo contratto d’affitto dei portici Broletto risale al 1160. Al di sotto erano presenti soprattutto commercianti di lana al dettaglio.

La via più bolognese di Mantova secondo me resta via Galana perché, dal mio punto di vista, si vede un principio di portici che non sono stati finiti. Si vede la facciata laterale in aggetto sorretta da una struttura oggi in muratura. Anche a voi fa questo effetto? Piccoli portici crescono.

Bibliografia. Bologna insolita e segreta, Edizioni Jonglez, 2018

via galana

L’elefante del Papa ritratto da Giulio Romano

Dumbo ritorna nelle sale del cinema grazie a Tim Burton ma non è stato l’unico elefante a diventare una star. Superando Annibale e la sua titanica impresa saltiamo già nel Rinascimento. Il Re del Portogallo Manuele d’Aviz regala un elefante albino al Papa Leone X per la sua incoronazione al soglio pontificio. Qualche anno più tardi gli regalerà anche un rinoceronte albino che Durer renderà celebre in una xilografia. La nave che trasportava il rinoceronte non arrivò mai a Roma e fece naufragio nel 1516 nel golfo della Spezia. Il 12 marzo 1514 da Lisbona arriva a Roma la nave che trasportava Annone. L’elefante aveva già 4 anni. Un corteo di festeggiamenti lo accolse fino all’arrivo a Castel Sant’Angelo. Per lui viene prima preparata una struttura chiusa nel cortile del Belvedere e poi in un edificio tra la Basilica di San Pietro e il Palazzo Apostolico. Il suo mantenimento costava 100 ducati l’anno. Molti artisti lo hanno raffigurato tra cui Raffaello e Giulio Romano. Si narra che anche Pietro Aretino gli abbia fatto da custode. La vita romana di Annone non fu molto lunga: morì il 16 giugno 1516, due anni dopo il suo arrivo. Un cronista del tempo ci riferisce che anche Isabella d’Este fu molto dispiaciuta per la sua dipartita visto che da poco aveva perso il suo cagnolina Aura. L’agente dei Gonzaga a Mantova, Carlo Agnelli, scrive che la Marchesa aveva ottenuto un ritratto dell’elefante. La figura di Annone, grazie a Giulio Romano, è arrivata probabilmente fino a Mantova. A Palazzo Te, nella camera di Amore e Psiche, lo troviamo raffigurato nel banchetto degli Dei. Per realizzarne le forme Giulio avrà sicuramente sfogliato il suo album di disegni e si sarà soffermato su quello di Annone. Anche Mantova conserva traccia di questa star del Rinascimento.

Banquet_of_Amor_and_Psyche_by_Giulio_Romano

Giulio Romano, Camera di Amore e Psiche