Una casa dal sapore veneziano e la prima insegna a tre dimensioni

La Casa del Mercante sottolinea il vanto del suo proprietario. Una casa con bottega proprio di fronte a tutti gli altri mercanti che condividevano l’ombra lunga del portico broletto. Sfacciato, pavone, vanitoso. E’ il prototipo della nuova casa mantovana di chi era in commercio o in affari. Bottega sotto e casa sopra. Non c’erano le vetrine di oggi e la merce veniva esposta su banchi che affacciavano direttamente sulla strada. Sull’architrave, sotto i portici, sono stati scolpiti i prodotti. Un’autentica insegna commerciale del passato. Osserviamo una solita mattina di lavoro del nostro Messere.

Storia 3 meraviglia

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Il gatto che guardava il ghetto dall’alto

Camminare oggi nel Ghetto di Mantova significa entrare e uscire da confini invisibili a cui nessuno presta più attenzioni. All’interno di questo perimetro si mescolavano culture diverse come in un quartiere melting pot americano. Se a vedere questa mescolanza fosse stato un gatto? C’erano e si aggiravano in cerca di topi di grossa taglia o qualche avanzo lasciato su un piattino appositamente per loro. Il nostro gatto che ci presta lo sguardo ha vissuto prima dell’istituzione del Ghetto. Siamo nel 1472 e la Torre dell’Orologio è stata appena ultimata. Proprio qui in alto vive il nostro protagonista.

Post storie dallo scaffale

La piazza del potere. Dai Bonacolsi ai Gonzaga

Il passaggio da una famiglia all’altra avveniva spesso con il sangue. Le grandi Signorie si sono create prima di tutto sullo scontro. Piccole e grandi piazze, spazi verdi, campagne o strade infangate hanno accolto persone, soldati, schieramenti organizzati e liberi. Perché oltre alla spade volavano pugni e rombavano i primi cannoni che lo stesso Petrarca paragonava a tuoni sulla terra. Dai Bonacolsi ai Gonzaga cambia tutto. La data del 15 agosto 1328 è per Mantova un nuovo anno zero, un nuovo inizio che porterà dentro come un germe anche la sua fine. Così inizia lo scenario dei Gonzaga che salgono al potere sette anni dopo la morte di Dante.

Storia 1 Meraviglia

A Carnevale ogni carne non vale

Martedì grasso è l’ultimo giorno di Carnevale. Una festa profana che ancora oggi si festeggia. Fu nel Concilio di Nicea (325) che per la prima volta si fissa un periodo di digiuno di quaranta giorni per prepararsi alla Pasqua. La famosa quarantena. Il termine di tempo fissato dal Concilio corrisponde al quadragesima dies in analogia con i quaranta giorni trascorsi da Cristo nel deserto. Che poi è lo stesso periodo che poi verrà applicato a chi entrava in città per sottoporlo a verifica. Nel Medioevo la Quaresima si accompagnava ad una serie di restrizioni: penitenze, uso delle armi, astensione da sesso, spettacoli, teatro e feste. Il divieto di mangiare la carne, dalla forte valenza simbolica, fu il precetto più importante che diede il nome proprio a questo periodo. Carnevale deriva da carnem levare ovvero carnelevare. Questo termine risulta già attestato nell’anno Mille. Così al posto della carne venivano utilizzati il pesce, i latticini e tutti quei prodotti cosiddetti “di magro”. Immaginate cosa volesse dire per un soldato visto che la carne aveva un significato di forza e rinvigoriva il temperamento sanguigno utile in battaglia. Nel dipinto di Bruegel il Giovane si riconosce il Combattimento tra Quaresima e Carnevale e tutto si condensa nello scontro tra un lungo spiedino di carne e un remo su cui poggiano due pesci. Il Carnevale, che nasce nel Medioevo, non è quindi una continuazione di una festa pagana pur avendone molti punti in comune come l’uso di maschere, travestimenti, sfoghi, ilarità e battagliole. L’ultimo giorno di carnevale era ricorrenza bruciare la vecchia ovvero un fantoccio di stracci come simbolo dell’inverno terminato. A Marzo cominciava l’anno nuovo.

Bibliografia. Chiara Frugoni, Medioevo sul naso, Laterza 2001

Immagine. Dettaglio del Combattimento tra Carnevale e Quaresima, Peter Bruegel il Giovane 1559

Dettagli del dipinto di Bruegel 

L’unica piazza che ha avuto un ponte

Come quando fuori piove. Tutte le città vanno viste con lo stesso spirito del bambino che in un pomeriggio di pioggia battente sale in soffitta e apre il vecchio baule del nonno (in fondo chi non ne ha uno?). Si rovistano cianfrusaglie, ricordi, oggetti remoti. Mantova è proprio così. Ti sorprende rovistando anche tra le vecchie cartoline. Oggi vi presento una fotografia che rappresenta il Ponte di San Giorgio in una posizione davvero surreale. In piazza Sordello. Non si conosce il nome dell’autore. Brevi i dettagli tecnici: gelatina bromuro d’argento su pellicola piana diapositiva. Oggi è conservata presso l’Archivio Storico del Comune di Mantova. E’ il 1920 quando il Ponte levatoio viene smantellato e collocato temporaneamente il piazza Sordello. La storia è più complicata di così. Già nel 1911 aleggiavano i lamenti per il cattivo stato del ponte e della corsia per il passaggio delle vetture dovuto alle piogge, ai carichi pesanti e ad un acciottolato non omogeneo. Già veniva chiamato rudere. La Palata, ovvero la struttura centrale del ponte levatoio, venne dapprima smantellata e poi riprodotta in piazza Sordello dall’architetto Fossati. Il 23 luglio del 1922 si inaugura il nuovo ponte di San Giorgio, alle ore 8 del mattino. Era domenica. Seguì benedizione, rinfresco e primo attraversamento.

Quanti erano i coccodrilli a Mantova?

Sulla Gazzetta di Mantova di metà Ottocento era apparso un articolo che sicuramente avrà attirato l’attenzione di molte persone. Recitava così: “Domenica 25 gennaio ultimo giorno in cui sarà visibile la tanto rinomata famiglia de’ coccodrilli giganti in numero di 5, della lunghezza di 8, 9 e 10 piedi; oltre ad una collezione di animali rari e 4 serpenti boa di straordinaria grossezza”. I coccodrilli, ormai al loro ennesimo tour, provenivano dall’America del Nord. Per l’epoca costituivano un vero record, nessuno ne aveva ammirati di così lunghi. E così il coccodrillo delle Grazie, quello dell’attuale Museo Diocesano e dell’attuale Ginnasio trovarono buona compagnia. Un autentico Gabinetto di curiosità aperto al pubblico. La sede era quantomeno perfetta nel fascino del nome: il Palazzo del Diavolo ubicato sul Corso Pradella. Sarebbe stato contento Paride da Ceresara. Il costo molto popolare: i primi posti a 50 centesimi (le poltronissime) e 25 i secondi. Si conclude scrivendo che “alle ore 5 pomeridiane viene somministrato il cibo agli animali”. Magari qualcuno avrà preferito i secondi posti, non si sa mai.

Reati nella Mantova del Seicento

Dopo la peste e il sacco di Mantova del 1630 la città è scossa da una serie di eventi criminosi ed è in balia di bande criminali. Una di queste il 28 gennaio del 1671 prende d’assolto la Cancelleria Ducale. Il 31 agosto del 1650 una banda di sicari armati di archibugi uccidono il Commissario dei Gonzaga, il capitan Gioan Battista Gozzi. Il 19 febbraio del 1666 viene pescato nel Rio presso San Giacomo il corpo di Angela Scudelata avvolto in un sacco.

La Grida del 22 settembre del 1659 vietava l’uso e il porto d’armi lunghe o corte, archibugi, stiletti, pugnali, pistole tranne la spada per i cavalieri e i gentiluomini. Questa limitazione veniva praticata soprattutto durante le fiere, le feste e il carnevale. Sopra le torri il Podestà faceva posizionare degli uomini di vedetta per avvistare i furfanti. Al suo segnale (tre colpi di campana) partiva l’inseguimento. E con la nebbia?

Bibliografia: Luigi Carnevali, La tortura a Mantova, 1974  

 

Kabbalah ovvero il Ghetto in numeri

Si sa che il Ghetto è un termine veneziano. In origine però gli spazi della città in cui viveva una netta prevalenza di ebrei erano chiamati Contrade degli Ebrei o Giudecche. Dopo il 1516 tutti si chiamano Ghetto. Troppo facile concentrare così l’evoluzione di uno spazio veneziano che ha attraversato varie fasi: al Ghetto Nuovo del 1516 viene aggiunto nel 1541 quello Vecchio e nel 1633 quello Novissimo. Nel 1790, data dell’ultimo censimento di Venezia, gli abitanti ebrei risultano 1.517: 189 bambini, 744 donne, 457 maschi adulti e 97 con più di settantanni. Si è passati dalle 199 unità abitative del 1582 alle 1.661 con un forte incremento di monolocali. Il Ghetto, complessivamente, rendeva alla Serenissima un ammontare di 250.000 ducati. Ogni anno. Lascio a voi il conteggio per i 282 anni di Ghetto.

A Mantova i numeri sono più bassi. Si parla di circa 2.000-2.500 abitanti che progressivamente scende soprattutto dopo l’annus horribilis del 1630. La crisi colpisce anche il Ghetto che si avvia verso il degrado. Due i fatti più gravi che suonano come una catastrofe. Il 31 maggio del 1776, in occasione delle feste per un matrimonio nell’ultimo piano, crolla l’intero palazzo seppellendo 65 persone. Il 9 marzo 1878 crolla un intero caseggiato a causa di un incendio di carta in vicolo dell’Olio.

Il 21 gennaio 1798 i portoni del Ghetto vengono scardinati, demoliti, bruciati. I Francesi subentrano agli austriaci che avevano comunque mantenuto il Ghetto in una condizione di tranquillità. I portoni vengono portati nella piazzetta dell’Aglio e il grande falò rappresenta la fine della “segregazione”. Così cambia il nome in piazza Concordia.

Bibliografia: Francesco Jori, 1516 Il Primo Ghetto, 2016 – Emanuele Colorni, Mauro Patuzzi, C’era una volta il Ghetto, 2018

 

La storia di Mantova prima dei Gonzaga

Mantova e Gonzaga, è il binomio che tutti si aspettano appena messo il piede su un qualsiasi ciottolo di piazza Sordello. Ma in direzione ostinata e contraria vi propongo di risalire la corrente della storia e portarvi tra le pieghe di un passato tanto affascinante quanto nascosto.

Com’era la Mantova etrusca e romana? Difficile immaginarlo ma ci proveremo lo stesso grazie alle descrizione degli autori che hanno citato la città come “parva oppidum”. Porteremo i passi sui tracciati romani e medievali facendo parlare i dettagli, le scoperte archeologiche e il contesto di invasioni che ruotava attorno alla Mantova antica. Indagheremo come viveva un cittadino mantovano romano, dove passeggiava e quali attività faceva. La continuità col Medioevo è solo temporale perché fino al XII secolo si rimane nel perimetro di Piazza Sordello. Le acque, i laghi, i primi palazzi, la casa e la vita famigliare, le famiglie, il logorio del potere. Dove potevate incontrare un Bonacolsi e come furono le ultime ore di Rinaldo prima di essere sconfitto da Luigi Gonzaga? Si termina con la storia di una battaglia, di una mummia (non la sola in città) e di una tortura tremenda. I Bonacolsi sapranno prendersi la loro vendetta tre secoli più tardi…

Per info e prenotazioni: corsi@asep.it | 0376391311

Corso ottobre 2018 Arte

 

Quando i Santi diventano veneziani

State programmando le vacanze in ritardo e non sapete a che santo votarvi? A Venezia non solo troverete quelli ufficiali ma pure quelli dalla connotazione locale. Il motivo è semplice: i nomi dei Santi hanno subito un processo di venezianizzazione. Si tratta di una contrazione di un solo nome oppure l’unione di due.

A Venezia tutto diventa unico, speciale, mai visto prima, mai sentito prima.

San Stae (Sant’Eustachio)

San Marcuola (Santi Ermagora e Fortunato)

San Trovaso (Santi Gervasio e Protasio)

San Zanipolo (Santi Giovanni e Paolo)

San Polo (San Paolo Apostolo)

Sant’Aponal (Sant’Apollinare)

Sant’Alvise (San Ludovico)

San Giovanni Battista Decollato (San Zan Degolà)

… il resto lo lascio alle vostre ricerche e peregrinazioni. Il mio preferito? San Zan Degolà, di cui si vede la Chiesa nell’immagine in evidenza. Quando ho letto il nome sul nizioleto quasi sparito mi ha colpito il cuore e sono sicuro che per sempre ci resterà dentro. Ferito felice dalla venezianità.

Bibliografia: Alberto Toso Fei, Misteri di Venezia.