Quando i Santi diventano veneziani

State programmando le vacanze in ritardo e non sapete a che santo votarvi? A Venezia non solo troverete quelli ufficiali ma pure quelli dalla connotazione locale. Il motivo è semplice: i nomi dei Santi hanno subito un processo di venezianizzazione. Si tratta di una contrazione di un solo nome oppure l’unione di due.

A Venezia tutto diventa unico, speciale, mai visto prima, mai sentito prima.

San Stae (Sant’Eustachio)

San Marcuola (Santi Ermagora e Fortunato)

San Trovaso (Santi Gervasio e Protasio)

San Zanipolo (Santi Giovanni e Paolo)

San Polo (San Paolo Apostolo)

Sant’Aponal (Sant’Apollinare)

Sant’Alvise (San Ludovico)

San Giovanni Battista Decollato (San Zan Degolà)

… il resto lo lascio alle vostre ricerche e peregrinazioni. Il mio preferito? San Zan Degolà, di cui si vede la Chiesa nell’immagine in evidenza. Quando ho letto il nome sul nizioleto quasi sparito mi ha colpito il cuore e sono sicuro che per sempre ci resterà dentro. Ferito felice dalla venezianità.

Bibliografia: Alberto Toso Fei, Misteri di Venezia. 

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Un mantovano romano di nome Giulio

In preparazione alla grande mostra del 2019 su Giulio Romano ho intenzione di far uscire stravaganti e curiose pillole informative attorno alla sua figura e ai suoi capolavori.

Ogni cosa comincia dalla biografia. Tranquilli, nessuna zuppa lungamente condita con date, dati e fatti da tracciare con la matita blu. Si parte con la descrizione che ne fa Giorgio Vasari, il giornalista (di parte) del Rinascimento italiano.

“Fu Giulio di statura né grande né piccolo, più presto compresso che leggieri di carne, di pel nero, di bella faccia, con occhio nero et allegro, amorevolissimo, costumato in tutte le sue azioni, parco nel mangiare e vago di vestire e vivere onestamente. Fra i molti, anzi infiniti, discepoli di Raffaello da Urbino, de i quali la maggior parte riuscirono valenti, niuno ve n’ebbe che più lo imitasse nella maniera, invenzione, disegno e colorito di Giulio Romano, né chi fra loro fusse di lui più fondato, fiero, sicuro, capriccioso, vario, abondante et universale; per non dire al presente, che egli fu dolcissimo nella conversazione, ioviale, affabile, grazioso e tutto pieno d’ottimi costumi”.

Dopo che si è finito di leggere queste righe meglio ritornare sul ritratto eseguito da Tiziano nel 1536 appena terminato il Palazzo Te. Scrutatene il volto, lo sguardo, cercate le rughe. Parlano.

La storia del gelato a Mantova tra ghiaccio, frutta e Gonzaga

A settembre per la prima volta a Mantova verrà fatto un tour sulla storia del gelato con alcune incursioni nelle vicende mantovane e gonzaghesche. Gli aneddoti arriveranno fino ai due secoli passati che vedono le invenzioni del cono, della coppetta, dei ghiaccioli, dei primi furgoncini ambulanti fino al primo gelato industriale su stecco.

Dalle neviere romane ai sorbetti arabi e siciliani fino all’invenzione del gelato quasi moderno con la Corte dei Medici. Una storia dalle radici orientali e mediorientali che poi viene rese più barocca e stravagante in Italia con artisti come Ruggeri e Buontalenti. A Firenze avete mai gustato la crema buontalenti? Vi siete chiesti perché ha quel nome?

Zucchero e ghiaccio venivano levigati, scolpiti e trattati come il marmo e il vetro. In mezzo alla tavola fanno la loro spettacolare presenza i magnifici Trionfi o le Spongade come venivano chiamati a Venezia.

Da dove venivano presi il ghiaccio e la frutta? Come arrivavano nel Palazzo Ducale e nei palazzi gonzagheschi di città? Giardini, broli, horti e altre magnifiche costruzioni che creavano un’immagine paradisiaca. Ghiacciaie e giardini dappertutto.

Il tour guidato di cui vi comunicheremo giorno e orario sarà contraddistinto da pit stop in alcune gelaterie e pause culturali di fronte ad alcuni palazzi della città. I gusti saranno già stati concordati perché  allineati con le storie che ho selezionato per voi.

Per info e prenotazioni: rinascimentoacorte@gmail.com | 0376397917 – 3382168653

Lombardia in bocca. Dentro il dialetto

Domenica mattina. Milano, via Argelati. Scambio di bagole tra madri che devono preparare il pranzo e le prime giovani che affondano le mani nell’acqua del naviglio. Sono immagini cartolina che non ci sono più. L’acqua in città creava professioni che a loro volta formavano gesti, espressioni, modi di dire. Bügandéra ovvero la lavandaia. Significa proprio “colei che fa la bügada”. In altri termini: il bucato. La signora, immaginiamo dai fianchi un po’ generosi, porta la sua cesta di panni sporchi della settimana il riva al canale o al lago. E poi aziona il tasto on della sua lavatrice manuale. Il termine “bucata” si ritrova anche nel Medioevo, passato poi allo spagnolo “bugada” e al francese “bukon” e al tedesco “bauchen”. Cambia la geografia ma non il significato: ammollare nella liscivia. In origine la liscivia, la saponetta del tempo, veniva preparata con le ceneri del legno di faggio. Ecco perché si usa la radice “buk” che corrisponde al protogermanico “faggio”. Dentro al dialetto c’è molta più storia di quello che crediamo.

Bibliografia. A. Badiali, Etimologie mantovane, 1983

Dentro la storia secolare della Gazzetta di Mantova

Qui a Mantova la chiamano la Bagolona e già si capisce l’effetto che fa. Il rumore delle voci si unisce a quella della pagina voltata. E’ talmente punto di riferimento che suona allo stesso modo de “lo hanno detto in televisione”. Una storia di tre secoli e mezzo (per ora).  Continua a leggere “Dentro la storia secolare della Gazzetta di Mantova”

Lettere d’amore tra Gonzaga

Per San Valentino è d’obbligo tingere d’amore anche le storie di Casa Gonzaga, tutte politica e affari. Vi porterò dentro un documento che stupisce per ingenuità e tenerezza.   Continua a leggere “Lettere d’amore tra Gonzaga”

Un giorno e tre matrimoni per i Gonzaga

Il giorno 8 febbraio del 1340 avvenne un evento incredibile che sancisce l’affermazione della famiglia Gonzaga. In un solo giorno dicono il più importante sì ben tre generazioni. Si avvia così la famosa politica dei confetti.  Continua a leggere “Un giorno e tre matrimoni per i Gonzaga”

Un cilindro per cappello

Semplicemente il cilindro. Il simbolo dell’eleganza vittoriana che creava l’etichetta dell’uomo d’affari perfetto ma utilizzato anche nelle occasioni di svago. Eppure la prima uscita pubblica non passò così inosservata.  Continua a leggere “Un cilindro per cappello”

L’incredibile tassa sui cappelli

Siamo nella Londra di fine settecento e il governo inglese pone una tassa sui cappelli che andava da 3 penny a 2 scellini a seconda del valore del cappello. L’imposta veniva applicata con tanto di bollo stampato e incollato alla fodera di ogni cappello. La curiosità è che era prevista solo per i cappelli maschili. Chi evadeva le tasse la sanzione era la multa mentre per chi falsificava i bolli addirittura la morte. Nella stessa epoca le tasse prendono di mira altri oggetti: guanti, almanacchi, cipria per capelli, dadi, profumo e carta da parati. Una curiosità. Il termine imposta vi siete mai chiesti da dove deriva? Da un’altra stranissima tassa, quella sulle finestre. Applicata la prima volta nel 1697, venne abolita nel 1851. Ha portato molti residenti a tamponare le finestre di casa o a renderle primi esempi di street art urbana.

Bibliografia: Ben Schott, L’originale miscellanea di Schott, 2011

Grana Padano. Una storia in scaglie

Ogni volta che ci mettiamo in bocca un pezzo di grana forse non gustiamo fino in fondo la sua storia millenaria. Allora facciamolo con pochi e semplici suggerimenti che ad esempio non vi faranno confondere tra Grano e ParmigianoContinua a leggere “Grana Padano. Una storia in scaglie”