Il conclave più gustoso della storia

Bartolomeo Scappi è il cuoco che rappresenta il passaggio definitivo da una cucina medievale ad una rinascimentale. Papa Paolo III lo nominerà cuoco secreto ovvero a suo uso e servizio personale e così fecero anche Pio IV e Pio V. Nel 1549 muore Paolo III e i cardinali, come da tradizione, si devono riunire in conclave per eleggere il nuovo Papa. Ma l’assemblea procede a ritmo lento. Complotti, voti comprati, sussurri e missive segrete lavorano nell’ombra silenziosi. L’elezione dura da novembre 1549 a febbraio 1550. Per tre mesi i cardinali non possono lasciare il conclave e la Cappella Sistina, come di consueto, viene allestita per accoglierli, dai pranzi alla cena e fino al riposo. Avranno il privilegio di desinare con la cucina di Scappi. C’era una prassi rigorosa da rispettare. I piatti preparati dovevano essere trasportati in cesti rossi scarlatti con le insegne dei cardinali. I cesti venivano controllati e verificati affinché ai cardinali non giungessero messaggi. Soprattutto venivano proibiti la pasta o cibi la cui forma potesse contenere un bigliettino. Qualcuno affermò che, senza lo Scappi, il conclave sarebbe durate molto meno tempo. L’8 febbraio del 1550 viene eletto Giovanni del Monte conosciuto col nome di Giulio III. Le potenti figure di Michelangelo hanno guardato tutto, sanno segreti che non rileveranno mai.

Bibliografia: Hans-Peter von Peschke, Werner Feldmann, La cucina del Rinascimento, Guido Tommasi Editore, Milano 2002

Immagine: Cappella Sistina, Michelangelo

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Mappa dell’elezione di Papa Alessandro VII (1665-1667)

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Piccola guida equina. Dove trovare i cavalli dei Gonzaga

Mantova, al tempo dei Gonzaga, era una città di cavalli. Famosi, apprezzati e valutati alla stregua di un dono politico. Un autentico souvenir che rappresentava il loro manifesta di superbia, ambizione e nobiltà conquistata. Ecco allora che mettere i loro cavalli anche sulle pareti dei palazzi significava un segno di potere. Oltre alla celebre Sala dei Cavalli del Palazzo Te quali altre rappresentazioni ci sono che li celebrano? Cominciamo dal Castello di San Giorgio. Un ciclo di ritratti di cavalli si trovavano nell’Appartamento di Troia realizzato da Rinaldo Mantovano e Fermo Ghisoni. Nella Camera Picta mettono in scena l’incontro tra Ludovico e il figlio Francesco. In Corte Vecchia vengono ritratti anche da Pisanello negli affreschi e sinopie che immortala le fasi di un torneo. Nella Galleria degli Specchi corrono sopra le teste dei turisti i carri del giorno e della notte realizzati da due collaboratori di Guido Reni. Lasciando il Comune di Mantova si trovavano altri affreschi equini nel Palazzo di Marmirolo, la sede preferita, e di Gonzaga, perché in fondo qui era la loro terra di origine. Nel Palazzo Ducale di Sabbioneta i cavalli diventano sculture lignee. Nella Sala delle Aquile sono collocate quattro statue equestri dove, tra gli altri, è raffigurato Vespasiano Gonzaga. Raffinati, bardati, truccati, con pennacchi, briglie e morsi preziosi. I cavalli erano una tradizione di famiglia al di là della funzione specifica del palazzo.

Bibliografia: Giulio Romano, Milano, Electa 1989. 

Immagine: Camera del Sole e della Luna (Palazzo Te)

Michelangelo contro Giulio. Una gara di metri quadrati

Chi ha realizzato l’affresco più esteso come numero di metri quadrati? La competizione riguarda la Camera dei Giganti e il Giudizio Universale. Giulio Romano contro Michelagelo Buonarroti. Prima di vedere la soluzione provate a rispondere senza cercare di essere di parte. Gli affreschi della camera di Palazzo Te iniziano il primo marzo del 1532 e terminano nel 1535. Un anno dopo Michelangelo dietro l’altare della Cappella Sistina avvia il cantiere del Giudizio. Sarà finito nel 1541.

Il Giudizio, su una sola parete, si estende per 167 metri quadrati (per esattezza 167,14) mentre la Caduta dei Giganti per ben 400 metri. Giulio batte Michelangelo di 233 metri.

Il gioco termina con ironia e un freddo numero. Ma entrambi hanno in comune i muscoli esagerati, la pittura anatomica, i tendini tesi come archi e il dramma nei volti. Senza date alla mano sarebbe difficile dire chi ha ispirato chi.

Immagine: Particolare del Giudizio Universale (fonte wikipedia)

Borso d’Este non concede l’aumento

Ferrara 1468. Iniziano i lavori nel Palazzo Schifanoia per volontà di Borso d’Este. Il grande spazio di 24 metri, largo 11 e alto più di 7 metri sta per diventare il Salone dei Mesi. In soli due anni, il ciclo di affreschi viene completato da quella che Roberto Longhi chiamò Officina Ferrarese. Tra questi figura l’artista Francesco del Cossa. Mentre non figura Cosmè Tura. Il primo documento in cui viene citato è datato 11 settembre 1456. Ancora sotto la tutela del padre è alle prese con alcune figure dipinte a grisaille per il Duomo di Ferrara. Purtroppo andate perdute con il rifacimento dell’abside. Per gli affreschi del Palazzo Schifanoia i pagamenti di Borso non erano adeguati alla magnificenza dell’opera che si stava per completare. Nulla è servita la lettera del pittore che indirizzò al duca per chiedere un aumento. Scrisse infatti che il compenso ricevuto era consono al “più tristo garzone di bottega”. La lettera comunque non sortì nessun effetto e il Cossa a 34 anni decide così di far ripartire la sua carriera a Bologna e di portare i propri servigi a Giovanni II Bentivoglio. Dopo molte commissioni nel 1478 se lo prese lo peste.

Immagine: Trionfo di Minerva, Salone dei Mesi

Bibliografia: Riccardo Rimondi, Estensi, Edizioni Ferrara Souvenir, 2016

Il palio più antico del mondo

Quello di Ferrara è il più longevo. Il primo si svolse nel 1259 per festeggiare il marchese Azzo VII vittorioso su Ezzelino da Romano. Il palio venne codificato solo vent’anni dopo. Negli Statuti si disponeva che si corresse il 23 aprile in onore di San Giorgio e il 15 agosto in onore dell’Assunta. Erano previste quattro corse: dei cavalli, delle asine, dei putti e delle putte. Il premio per il vincitore era un palio ovvero un panno di stoffa. Dalle cronache si conosce con esattezza la sua qualità e la sua lunghezza: panno d’oro riccio color cremisi di braccia 14. Mentre per il secondo e il terzo classificato una porchetta e un gallo. La corsa dei cavalli si svolgeva lunga la via Grande, ovvero l’attuale asse via Mayr-via Ripagrande, partendo dal Borgo della Pioppa e arrivando al Castello Tedaldo.

Le famiglie nobili e le altre Corti inviavano i loro cavalli e fantini migliori per tenere alto il loro nome. In fondo si trattava, oltre che di spettacolo, di una competizione dalle forti sfumature politiche in cui al posto di armi, contratti ed eserciti duellavano le scuderie. Nel 1475 parteciparono anche i Gonzaga con ben 19 cavalli e ottenendo il successo finale. Quei cavalli erano il risultato di un’attenta ricerca internazionale e di incroci studiati nelle scuderie poste sull’Isola del Tejeto. Il secondo posto fu assegnato al cavallo di Sigismondo d’Este. Un autentico smacco. Nel 1499 il primo posto parla femminile perché ottenuto da un cavallo di Isabella d’Este già marchesa di Mantova.

Dove trovare la più antica raffigurazione? Nel Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia. Ovviamente nella raffigurazione del mese di Aprile.

Immagine: Palazzo Schifanoia, Salone dei Mesi

Bibliografia: Ferrara una guida, incentro, 2018

Giulio Romano era un team leader. Palazzo Te l’azienda della Meraviglia

1529 Palazzo Te, Mantova. Si sta lavorando a ritmo di vogatori per concludere la Camera dei Giganti prima dell’arrivo di Carlo V (non verrà conclusa). Le pareti sono nascoste da gabbie toraciche di impalcature e ogni collaboratore è un’ape laboriosa intenta a produrre il suo miele migliore. Così nel cantiere dal tipo di rumore si riconoscono tutti i professionisti impiegati da Giulio. Una sinfonia di strumenti che non conosce sosta.

Giulio Romano era uno straordinario artista che ha portato a Mantova un nuovo modo di organizzare i cantieri di lavoro. Il suo ruolo si eleva a quello di regista coordinando le attività di ogni singolo collaboratore. Viene così continuata la grande rivoluzione di Raffaello che porta l’artista ad essere un uomo di fatica e anche di concetto. Giulio Romano rimane un disegnatore abilissimo e “capriccioso”, come direbbe Vasari. Ma non rimaniamo stupiti se a Palazzo Te non c’è un singola goccia di pittura uscita dal pennello di Giulio. Lui era lo stratega, il capocantiere, il direttore dei lavori. Al suo seguito tutta una schiera di pittori divisi per specializzazione (figure, paesaggio e animali), scultori, stuccatori, scalpellini e una sequela di garzoni che si occupavano di vetrate, pavimenti, giardini, fontane e altri più piccoli servizi. Così gli affreschi che vediamo a Palazzo Te sono il frutto di una orchestra di tantissime e abilissime mani di provenienza diversa, di nomi diversi, di competenze diverse ma tutte rispondenti alla stile di Giulio Romano. Provate la prossima volta ad osservare bene le pareti e a scomporre il fitto mosaico di delle diverse mani dei pittori che sono stati coinvolti. Eccoli i nomi che non leggete in modo diretto sulle pareti: Gian Francesco Penni, Rinaldo Mantovano, Benedetto Pagni da Pescia, Luca da Faeza, Gerolamo da Pontremoli, Fermo Ghisoni da Caravaggio, Anselmo Guazzi, Agostino da Mozzanega, Andrea e Biagio de’ Conti, Giovan Battista Mantovano, Francesco Primaticcio. Una vera orchestra.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987

Immagine. Dettaglio Camera dei Giganti Fonte Flickr Abbiateci64

Giulio Romano e i primi geroglifici portati a Mantova

L’arte egizia arriva a Mantova grazie alla curiosità ottocentesca di Giuseppe Acerbi che nel 1828, in quanto console austriaco in Egitto, partecipa alla famosa spedizione di Champollion. Archeologo, esploratore, naturalista, scrittore e musicista. Una condensa di talenti in puro stile dell’epoca. Di fronte ai reperti prova una tale commovente meraviglia che ancora oggi si può leggere nei taccuini di viaggio conservati al Palazzo Te. Nel 1840 i suoi ritrovamenti decide di donarli alla città. Ma l’Acerbi non fu il primo a portare in città l’arte egizia. Era già successo esattamente tre secoli prima con Giulio Romano nel cantiere di Palazzo Te. I cassettoni della Loggia delle Muse sono dipinti ad affresco con motivi di ispirazione egizia. Probabilmente le scritte in geroglifico sono state riportate sull’intonaco tramite incisioni a cartone. Si tratta di veri geroglifici e non di imitazione fantastica. Armati di pazienza e di un buon testo provate a tradurli, il gioco vale la curiosità! Giulio Romano li ha visto però a Roma e li ha copiati dal vero sul suo taccuino osservando una coppia di sfingi che riportavano queste iscrizioni. Le sfingi oggi sono conservate al Louvre. All’interno delle quattro cornici “egizie” ci sono diverse e allusive raffigurazioni: una civetta su un oboe, una corona di alloro, uno scudo delle amazzoni decorata con testa di Medusa e una lira. Profanissimo Giulio.

Bibliografia. Fonte Lombardia Beni Culturali, Scheda Palazzo Te

Immagine. Loggia delle Muse. Fonte Lombardia Beni Culturali, Scheda Palazzo Te

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Louvre. Questa è la Sfinge A23. Quelle viste da Giulio Romano sono le A26 e A27. 

Prima e dopo Paccagnini. Pisanello come lo sbarco sulla Luna

Se la storia di Mantova va divisa in un prima e dopo Gonzaga – alias 1328 – la storia del Palazzo Ducale segue la figura di Giovanni Paccagnini, soprintendente alle gallerie di Mantova, Verona e Cremona. Prima e dopo il suo intervento del 1969 che portò alla riscoperta degli affreschi di Pisanello. Ma fino alla data dello sbarco sulla Luna dove si trovavano? Coperti da pannelli su tutte le pareti che, come una sorta di pellicola srotolata, rappresentano i membri della dinastia Gonzaga. I ritratti, eseguiti dai pittori Canti e Calabrò, risalgono al 1701. Scrivo al presente perché ci sono ancora ma hanno cambiato sede. Dopo l’intervento di Paccagnini sono stata traslati nella stanza prima. “Il Palazzo è un organismo vivente anche oggi” non è una frase fatta. Anche durante la mostra di Mantegna del 1961 gli affreschi erano ancora invisibili. La Sala al tempo si doveva presentare così. Discesa una breve gradinata si entra nella bella Sala dei Principi. […] Sul brolo si aprivano anche tre finestroni gotici, che vedonsi ancora dall’esterno, e che furono chiusi chiusi sulla fine del Settecento, quando, aperte le attuali finestre, le pareti furono decorate con ghirlande di foglie racchiudenti diciannove medaglioni, rappresentanti personaggi della famiglia Gonzaga. […] Le pareti, ed il camino sul quale vedesi lo stemma del regno italico eseguitovi durante il dominio napoleonico, furono rinnovate nel 1808. 

La guida del 1929 si sofferma anche sulla porta oggi murata. Si vedono ancora su di una parete le tracce delle finestre di facciata del Palazzo del Capitano, ed una porticina che forse comunicava col pianerottolo della scala esterna che saliva dal brolo (l’attuale piazza della Lega Lombarda).  

Paccagnini avviò un programma di recupero e di valorizzazione del Palazzo attraverso una lunga fasi di studi e ricerche per districarsi nella selvaggia foresta di stratificazione stilistica. La notizia del ritrovamento dei 200 mq di affreschi venne data il 26 febbraio 1969. Ne diresse il completo distacco degli affreschi e il restauro eseguito da Ottorino Nonfarmale (una garanzia) e Assirto Coffani. Nel 1972 l’apertura al pubblico. Paccagnini ha fatto ricomparire una meraviglia rimasta per secoli invisibile e silenziosa. Un esercizio di immaginazione da provare. Prima e dopo Paccagnini. Perché nel 1969 l’uomo andò sulla Luna ma i suoi occhi tornarono a posarsi sugli affreschi di Pisanello.

Bibliografia. Nino Giannantoni, Guida al Palazzo Ducale di Mantova, 1929. 

Bibliografia. Encicolpedia Treccani

Immagine. Parete est e particolari degli affreschi 

Ludovico e Barbara. Gli sposi che si dedicano alla moda

Nel capolavoro di Andrea Mantegna, noto con il nome di Camera degli Sposi (ad un prossimo post la spiegazione), sono raffigurati Ludovico Gonzaga e Barbara di Brandeburgo. Ovvero i due sposi. Già dalle raffigurazioni ad affresco e a tempera si può vedere come la Corte in cui lavorava Mantegna fosse già molto attenta in fatto di moda. Ludovico amava “vedere zoglie” ovvero esaminare di persona le perle e i balasci. Barbara invece si occupava di acquistare i tessuti migliori: velluti, broccati e damaschi. Era lei che teneva i contatti con un certo “magistro Antonio richamadore” al quale scrive di voler “certi pomi aranci e folie d’oro per mettere suso uno vestito de velluto verde per la Susanna nostra filiuola”. Anche Barbara ama i gioielli e segue personalmente le fasi di lavorazione dell’orafo. A Mantova aspetta l’arrivo del famoso Alvise zoielero veneziano che le propone in bella mostra “quelle perle che sono molto belle” e che non riesce quasi mai ad avere. Critica Ludovico che spende i soldi per fare la guerra. Tra moglie e marito… meglio non mettere perle.

Bibliografia. Edgarda Ferri, La casa di Barbara, Tre lune edizioni, 2015. 

Maria Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba medievale, il Mulini, 1999. 

Immagine. La Camera degli Sposi, parete delle Corte, 1465-1474

Le Case Mazzanti di Verona. Un po’ di Gonzaga

Quanto fossero tentacolari i Gonzaga noi mantovani lo sappiamo dal Palazzo-città-labirinto Ducale. Ma è una sorpresa continua infilarsi tra le storie urbane altrui e conoscere ad esempio che le famose Case Mazzanti sono passate dalle mani di un Gonzaga.  Continua a leggere “Le Case Mazzanti di Verona. Un po’ di Gonzaga”