Il cavallo di Pordenone nel Broletto

Al tempo di Giulio Romano era facile poter osservare in una camera di un palazzo la rappresentazione di un cavallo. Immobile, di corsa, su un soffitto, maestoso. Ne avremmo osservato uno anche sulle facciate dei portici di via Broletto. Tra i civici 52 e 54, dove erano collocati la domus mercatorum e la stadera, era presente la figura del duca Federico II a cavallo. Un’immagine di forza, fierezza e di celebrazione della famiglia Gonzaga che aveva permesso alla città di crescere dandole ricchezza e prestigio. L’attribuzione è riferita al Pordenone ovvero Giovanni Antonio de’ Sacchis. Il pittore friulano ha raccolto le figure possenti di Michelangelo abbinandoli ai toni veneti, innegabile il richiamo a Giorgione. Così scriveva Vasari nelle Vite: il più raro e celebre […] nell’invenzione delle storie, nel disegno, nella bravura, nella pratica de’ colori, nel lavoro a fresco, nella velocità, nel rilievo grande et in ogni altra cosa delle nostre arti. Il Pordenone nello stesso periodo si occupa degli affreschi della casa di Paride da Ceresara nell’attuale Corso Pradella. I portici che si affacciano su via Broletto erano decorati con affreschi carichi di simbologia che annunciava fortuna e ricchezza. La cornucopia ad esempio era un chiaro riferimento ai successi economici. La figura di Federico II a cavallo oggi non è più visibile ma possiamo immaginarla come una citazione di un imperatore romano, possente ed energico. Sicuramente è stato visto da Giulio Romano. Chissà cosa avrà pensato, chissà se i lavori saranno passati sotto la sua supervisione visto che dal 1526 aveva assunto la carica di superiore delle vie urbane.

Bibliografia: Ercole Marani, Vie e piazze di Mantova. Analisi di un centro storico, 1984

Immagine: Santi Martino e Cristoforo, 1529, Chiesa di San Rocco Venezia (ante d’organo)

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Nel Cinquecento si affrontano i giganti. Guerre, eserciti e Giulio Romano

13 e 14 settembre 1515, Marignano (oggi Melignano). Un totale di oltre 50.000 uomini si affrontano alle porte di Milano. I due schieramenti vedono da una parte il re di Francia Francesco I e Venezia, dall’altra parte Milano, Mantova e l’esercito degli svizzeri. Dopo le guerre d’Italia inaugurate nel 1494 per la prima volta si registrano eserciti così numerosi. Oltre ai già consueti cannoni cominciano a comparire sulla scena i lanzichenecchi che daranno nuovi equilibri alle voci vittoria e sconfitta. Così scrive Guicciardini: Trivulziocapitano che avea vedute tante cose, affermava questa essere stata battaglia non d’uomini ma di giganti; e che diciotto battaglie alle quali era intervenuto erano state, a comparazione di questa, battaglie fanciullescheGiulio Romano, quindici anni dopo, avrebbe portato i giganti a combattere in una stanza. Gli affreschi non sono di sua mano ma del suo collaboratore Rinaldo Mantovano. Un vortice confuso di volti terrorizzati, paura, sgomento, morte. Erano le reali espressioni di chi combatte nelle mischie delle nuove guerre del Cinquecento. La folgore di Zeus dà lo stesso bagliore di una granata o di un colpo di cannone. Le battaglie ora aumentano sempre più di dimensioni, di eserciti, di morti, di armi. Quella di Marignano, con esito vittorioso per i francesi, registra circa 20.000 morti sul campo. La guerra è cambiata: fa più paura rispetto a quella che vedevano i capitani di ventura nel Trecento e Quattrocento. Ora gli Stati mostrano i muscoli: si affrontano i giganti.

Bibliografia: Guido Gerosa, Carlo V, Mondadori 2017 – Michael Mallett, Signori e mercenari. La guerra nell’Italia del Rinascimento, il Mulino1983

Immagine: Particolare della Sala dei Giganti, palazzo Te

Marignano

Dettaglio da un dipinto attribuito al Maestro de la Ratière, XVI secolo

Le donne volevano essere come le divinità dipinte da Giulio Romano

La Venezia del Cinquecento è la capitale del profumo. Centro di traffici e rotte commerciali, spezierie, aromatari e ovviamente le stamperie. I torchi veneziani stampano tantissimo soprattutto testi e temi più scomodi nel resto dell’Europa. E’ il caso di un opuscolo dal lunghissimo titolo che vale la pena citare per intero: Opera nova piacevole la quale insegna di far varie compositioni odorifere per far bella ciascuna dona et etiam agiontovi molti secreti necessarii alla salute humana como in la tabula se contiene intitulata Venusta. L’autore è Eustachio Celebrino, nato a Udine alla fine del XV secolo ma trasferitosi a Venezia negli anni venti dove è attivo come incisore. Con questo volumetto Eustachio colpisce nel segno soprattutto il pubblico femminile: migliorare il proprio aspetto, essere seducenti e far sembrare il finto qualcosa di naturale. Entra in gioco subito l’artificio. Tutte qualità che anche le donne rappresentate da Giulio Romano dovevano bramare. In fondo erano per lo più divinità finite sulle pareti di una camera. Il volume conta di 111 ricette che si apre con una introduzione in ottave. Si trovano descrizioni di belletti, unguenti per la pelle, tinture per i capelli, acqua odorifera finissima, una pasta da far pater nostri odoriferi, una polvere per profumare i vestiti a base di rose rosse con muschio, benzoino e zibetto. Proviamo a riflettere su chi osservava gli affreschi di Giulio Romano che raccontavano di divinità dalle pelle lucida agghindata con anelli, i capelli raccolti o lasciati liberi, vesti trasparenti e monili sul petto nudo. Le donne guardavano le altre donne, quelle che dirigono la moda, e poi guardavano le dee e volevano sentirsi proprio come loro. C’era un modo per farlo. Ordinare a Venezia profumi, belletti e poi portarsi davanti ad uno specchio come fa la Susanna di Tintoretto. Il gioco era fatto (bastava avere i soldi per farlo).

Bibliografia: Anna Messinis, Storia del profumo a Venezia, lineadacqua 2017

Immagine: Jacopo Tintoretto, Susanna e i vecchioni 1555 (Kunsthistorisches Museum, Vienna)

Le strade che conducono alle delizie. Così raccomandava Alberti

Le delizie di Ferrara e le ville suburbane di Mantova si trovano non lontane dal centro cittadino e fulcro del potere, epicentro della Corte. Per raggiungerle il signore e i suoi cortigiani si potevano spostare in barca, in carrozza o a piedi senza necessariamente essere visti. Le strade della città venivano costruite per visualizzare questi percorsi ideali che segnavano le connessioni dalla residenza centrale a quelle con funzione di ispasso. Anche Palazzo Te aderisce perfettamente a questo modello urbano e sembra rifarsi alle prescrizioni di Leon Battista Alberti secondo cui la villa non doveva essere troppo lontana dalla residenza urbana e raggiungibile attraverso una strada agevole e senza ostacoli, facile e conveniente a percorrersi a piedi e con mezzi di trasporto sia d’inverno che d’estate, e magari anche con imbarcazioni; meglio se tale via passerà in prossimità della porta della città attraverso la quale si possa, nel modo più agevole e diretto, senza doversi cambiare d’abito né passare sotto gli occhi della gente. 

Residenza e palazzo suburbano. Una relazione di continuo scambio, a seconda delle stagioni, delle necessità e delle funzioni dove andare e venire molte volte a piacer proprio tra città e villa con la moglie e i figli. 

Bibliografia: Le corti italiane del Rinascimento, Mondadori 1985

Immagine: Sala della Vigna, Delizia di Belriguardo

Il conclave più gustoso della storia

Bartolomeo Scappi è il cuoco che rappresenta il passaggio definitivo da una cucina medievale ad una rinascimentale. Papa Paolo III lo nominerà cuoco secreto ovvero a suo uso e servizio personale e così fecero anche Pio IV e Pio V. Nel 1549 muore Paolo III e i cardinali, come da tradizione, si devono riunire in conclave per eleggere il nuovo Papa. Ma l’assemblea procede a ritmo lento. Complotti, voti comprati, sussurri e missive segrete lavorano nell’ombra silenziosi. L’elezione dura da novembre 1549 a febbraio 1550. Per tre mesi i cardinali non possono lasciare il conclave e la Cappella Sistina, come di consueto, viene allestita per accoglierli, dai pranzi alla cena e fino al riposo. Avranno il privilegio di desinare con la cucina di Scappi. C’era una prassi rigorosa da rispettare. I piatti preparati dovevano essere trasportati in cesti rossi scarlatti con le insegne dei cardinali. I cesti venivano controllati e verificati affinché ai cardinali non giungessero messaggi. Soprattutto venivano proibiti la pasta o cibi la cui forma potesse contenere un bigliettino. Qualcuno affermò che, senza lo Scappi, il conclave sarebbe durate molto meno tempo. L’8 febbraio del 1550 viene eletto Giovanni del Monte conosciuto col nome di Giulio III. Le potenti figure di Michelangelo hanno guardato tutto, sanno segreti che non rileveranno mai.

Bibliografia: Hans-Peter von Peschke, Werner Feldmann, La cucina del Rinascimento, Guido Tommasi Editore, Milano 2002

Immagine: Cappella Sistina, Michelangelo

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Mappa dell’elezione di Papa Alessandro VII (1665-1667)

Piccola guida equina. Dove trovare i cavalli dei Gonzaga

Mantova, al tempo dei Gonzaga, era una città di cavalli. Famosi, apprezzati e valutati alla stregua di un dono politico. Un autentico souvenir che rappresentava il loro manifesta di superbia, ambizione e nobiltà conquistata. Ecco allora che mettere i loro cavalli anche sulle pareti dei palazzi significava un segno di potere. Oltre alla celebre Sala dei Cavalli del Palazzo Te quali altre rappresentazioni ci sono che li celebrano? Cominciamo dal Castello di San Giorgio. Un ciclo di ritratti di cavalli si trovavano nell’Appartamento di Troia realizzato da Rinaldo Mantovano e Fermo Ghisoni. Nella Camera Picta mettono in scena l’incontro tra Ludovico e il figlio Francesco. In Corte Vecchia vengono ritratti anche da Pisanello negli affreschi e sinopie che immortala le fasi di un torneo. Nella Galleria degli Specchi corrono sopra le teste dei turisti i carri del giorno e della notte realizzati da due collaboratori di Guido Reni. Lasciando il Comune di Mantova si trovavano altri affreschi equini nel Palazzo di Marmirolo, la sede preferita, e di Gonzaga, perché in fondo qui era la loro terra di origine. Nel Palazzo Ducale di Sabbioneta i cavalli diventano sculture lignee. Nella Sala delle Aquile sono collocate quattro statue equestri dove, tra gli altri, è raffigurato Vespasiano Gonzaga. Raffinati, bardati, truccati, con pennacchi, briglie e morsi preziosi. I cavalli erano una tradizione di famiglia al di là della funzione specifica del palazzo.

Bibliografia: Giulio Romano, Milano, Electa 1989. 

Immagine: Camera del Sole e della Luna (Palazzo Te)

Michelangelo contro Giulio. Una gara di metri quadrati

Chi ha realizzato l’affresco più esteso come numero di metri quadrati? La competizione riguarda la Camera dei Giganti e il Giudizio Universale. Giulio Romano contro Michelagelo Buonarroti. Prima di vedere la soluzione provate a rispondere senza cercare di essere di parte. Gli affreschi della camera di Palazzo Te iniziano il primo marzo del 1532 e terminano nel 1535. Un anno dopo Michelangelo dietro l’altare della Cappella Sistina avvia il cantiere del Giudizio. Sarà finito nel 1541.

Il Giudizio, su una sola parete, si estende per 167 metri quadrati (per esattezza 167,14) mentre la Caduta dei Giganti per ben 400 metri. Giulio batte Michelangelo di 233 metri.

Il gioco termina con ironia e un freddo numero. Ma entrambi hanno in comune i muscoli esagerati, la pittura anatomica, i tendini tesi come archi e il dramma nei volti. Senza date alla mano sarebbe difficile dire chi ha ispirato chi.

Immagine: Particolare del Giudizio Universale (fonte wikipedia)

Borso d’Este non concede l’aumento

Ferrara 1468. Iniziano i lavori nel Palazzo Schifanoia per volontà di Borso d’Este. Il grande spazio di 24 metri, largo 11 e alto più di 7 metri sta per diventare il Salone dei Mesi. In soli due anni, il ciclo di affreschi viene completato da quella che Roberto Longhi chiamò Officina Ferrarese. Tra questi figura l’artista Francesco del Cossa. Mentre non figura Cosmè Tura. Il primo documento in cui viene citato è datato 11 settembre 1456. Ancora sotto la tutela del padre è alle prese con alcune figure dipinte a grisaille per il Duomo di Ferrara. Purtroppo andate perdute con il rifacimento dell’abside. Per gli affreschi del Palazzo Schifanoia i pagamenti di Borso non erano adeguati alla magnificenza dell’opera che si stava per completare. Nulla è servita la lettera del pittore che indirizzò al duca per chiedere un aumento. Scrisse infatti che il compenso ricevuto era consono al “più tristo garzone di bottega”. La lettera comunque non sortì nessun effetto e il Cossa a 34 anni decide così di far ripartire la sua carriera a Bologna e di portare i propri servigi a Giovanni II Bentivoglio. Dopo molte commissioni nel 1478 se lo prese lo peste.

Immagine: Trionfo di Minerva, Salone dei Mesi

Bibliografia: Riccardo Rimondi, Estensi, Edizioni Ferrara Souvenir, 2016

Il palio più antico del mondo

Quello di Ferrara è il più longevo. Il primo si svolse nel 1259 per festeggiare il marchese Azzo VII vittorioso su Ezzelino da Romano. Il palio venne codificato solo vent’anni dopo. Negli Statuti si disponeva che si corresse il 23 aprile in onore di San Giorgio e il 15 agosto in onore dell’Assunta. Erano previste quattro corse: dei cavalli, delle asine, dei putti e delle putte. Il premio per il vincitore era un palio ovvero un panno di stoffa. Dalle cronache si conosce con esattezza la sua qualità e la sua lunghezza: panno d’oro riccio color cremisi di braccia 14. Mentre per il secondo e il terzo classificato una porchetta e un gallo. La corsa dei cavalli si svolgeva lunga la via Grande, ovvero l’attuale asse via Mayr-via Ripagrande, partendo dal Borgo della Pioppa e arrivando al Castello Tedaldo.

Le famiglie nobili e le altre Corti inviavano i loro cavalli e fantini migliori per tenere alto il loro nome. In fondo si trattava, oltre che di spettacolo, di una competizione dalle forti sfumature politiche in cui al posto di armi, contratti ed eserciti duellavano le scuderie. Nel 1475 parteciparono anche i Gonzaga con ben 19 cavalli e ottenendo il successo finale. Quei cavalli erano il risultato di un’attenta ricerca internazionale e di incroci studiati nelle scuderie poste sull’Isola del Tejeto. Il secondo posto fu assegnato al cavallo di Sigismondo d’Este. Un autentico smacco. Nel 1499 il primo posto parla femminile perché ottenuto da un cavallo di Isabella d’Este già marchesa di Mantova.

Dove trovare la più antica raffigurazione? Nel Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia. Ovviamente nella raffigurazione del mese di Aprile.

Immagine: Palazzo Schifanoia, Salone dei Mesi

Bibliografia: Ferrara una guida, incentro, 2018

Giulio Romano era un team leader. Palazzo Te l’azienda della Meraviglia

1529 Palazzo Te, Mantova. Si sta lavorando a ritmo di vogatori per concludere la Camera dei Giganti prima dell’arrivo di Carlo V (non verrà conclusa). Le pareti sono nascoste da gabbie toraciche di impalcature e ogni collaboratore è un’ape laboriosa intenta a produrre il suo miele migliore. Così nel cantiere dal tipo di rumore si riconoscono tutti i professionisti impiegati da Giulio. Una sinfonia di strumenti che non conosce sosta.

Giulio Romano era uno straordinario artista che ha portato a Mantova un nuovo modo di organizzare i cantieri di lavoro. Il suo ruolo si eleva a quello di regista coordinando le attività di ogni singolo collaboratore. Viene così continuata la grande rivoluzione di Raffaello che porta l’artista ad essere un uomo di fatica e anche di concetto. Giulio Romano rimane un disegnatore abilissimo e “capriccioso”, come direbbe Vasari. Ma non rimaniamo stupiti se a Palazzo Te non c’è un singola goccia di pittura uscita dal pennello di Giulio. Lui era lo stratega, il capocantiere, il direttore dei lavori. Al suo seguito tutta una schiera di pittori divisi per specializzazione (figure, paesaggio e animali), scultori, stuccatori, scalpellini e una sequela di garzoni che si occupavano di vetrate, pavimenti, giardini, fontane e altri più piccoli servizi. Così gli affreschi che vediamo a Palazzo Te sono il frutto di una orchestra di tantissime e abilissime mani di provenienza diversa, di nomi diversi, di competenze diverse ma tutte rispondenti alla stile di Giulio Romano. Provate la prossima volta ad osservare bene le pareti e a scomporre il fitto mosaico di delle diverse mani dei pittori che sono stati coinvolti. Eccoli i nomi che non leggete in modo diretto sulle pareti: Gian Francesco Penni, Rinaldo Mantovano, Benedetto Pagni da Pescia, Luca da Faeza, Gerolamo da Pontremoli, Fermo Ghisoni da Caravaggio, Anselmo Guazzi, Agostino da Mozzanega, Andrea e Biagio de’ Conti, Giovan Battista Mantovano, Francesco Primaticcio. Una vera orchestra.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987

Immagine. Dettaglio Camera dei Giganti Fonte Flickr Abbiateci64