Leonardo si presenta agli Sforza con il curriculum perfetto

1482. Leonardo lascia Firenze, arriva a Milano e si presenta a Ludovico il Moro. In fondo non è una situazione diversa che potrebbe vivere un giovane di oggi che cerca lavoro e si presenta ad una nuova azienda. Secondo le fonti, i documenti e gli studi le sue opere accertate a questa data potrebbero essere sei. La più celebre e che certamente sarebbe stata messa in evidenza nel curriculum è l’Adorazione dei Magi. E invece Leonardo si presenta alla Corte degli Sforza in modo sorprendente dimostrando tutte le doti di flessibilità e acume che un giovane dovrebbe avere anche oggi. Questo il curriculum che presenta al Moro. Ho modi di ponti leggierissimi e forti, e atti ad portare facilissimamente, et con quelli seguire e alcuna volta fuggire li nimici […]. Ho ancora modi di bombarde commodissime e facili a portare; Et con quelle buttate minuti sassi a similitudine quasi di tempesta: E con il fumo di quella dando grande spavento al’inimico. Leonardo sapeva a chi si stava presentando e conosceva quello di cui gli Sforza avevano bisogno. Dinamico, trasversale, flessibile.

Solo alla fine c’è un rapido cenno alla pittura e ai servigi che avrebbe potuto dare quando i tempi sarebbero stati di pace e non di guerra. Item condurrò in scultura di marmore, di bronzo et di terra, similiter in pictura, ciò che si possa fare a paragone di ogni altro, sia chi vuole. 

Bibliografia: Antonio Forcellino, Raffaello. Una vita felice, Editori Laterza, 2006

Immagine: Disegno di una grande balestra

Annunci

La duchessa che cambiò la moda milanese

Beatrice era sorella di Alfonso I e Isabella d’Este. Il 17 gennaio 1491, per volere della strategia del padre Ercole I, si unì in matrimonio con Ludovico Sforza di fatto signore di Milano. L’arrivo della giovanissima sposa appena quindicenne portò un fermento in città soprattutto nel campo della moda. Possedeva 84 abiti solo nel castello di caccia Vigevano. Inventò anche una nuova tipologia di decorazione per le vesti ovvero abiti a righe verticali decorati a profusione di nastrini sulle maniche. Una tradizione ferrarese portata nella Milano degli Sforza. Da Napoli invece importò la moda di raccogliere i capelli in una lunga treccia posticcia chiamata coazzone. Tutti questi dettagli accendevano la rivalità con la sorella Isabella. Così dice un personaggio del Cortegiano: “pesami ancora che tutti non abbiate conosciuto la duchessa Beatrice di Milano […] per non aver mai più a maravigliarvi di ingegno di donna”. Parola di Castiglione.

Immagine: Pala Sforzesca, particolare

Bibliografia: Riccardo Rimondi, Estensi, Edizioni Ferrara Souvenir, 2016

Un architetto per tre famiglie

Si conosce poco di Bartolino Ploti da Novara, architetto e ingegnere che in tre decenni lavora per tre famiglie: Este, Gonzaga e Visconti. Un vero record e una grande capacità di adattamento a contesti e necessità diverse. Non sappiamo la data di nascita né di morte, avvenuta entro il 1410.

Il 29 settembre del 1385 inizia il cantiere del Castello di Ferrara, nel 1395 inizia quello del Castello di San Giorgio di Mantova e nel 1400 è invitato da Gian Galeazzo Visconti per esprimere insieme a Bernardo da Venezia un parere sulla costruzione del Duomo. La delicatezza dell’incarico denuncia una grande fiducia nei confronti di Bartolino. Curioso anche come venga richiesta da famiglie in competizione tra loro. Passa a Mantova su mediazione e consenso degli Este. Lavora a Mantova prima come ingegnere militare nella difesa della città contro Bernabò Visconti e Cansignorio della Scala e trentanni dopo contro i Gian Galeazzo.

Nel 1399 costruisce la Chiesa di Santa Maria delle Grazie mentre nel maggio del 1400 è segnalato attivo alla fabbrica della Certosa di Pavia. Negli anni successivi è a Roma e soprattutto a Firenze dove è richiesta la sua consulenza per opere di fortificazione nella guerra contro Pisa. Bartolino era la persona giusta per difendersi e ricostruire su edifici già esistenti. Oggi ogni azienda lo vorrebbe perché aveva una altissima capacità di problem solving.

Fotografia: Castello di Ferrara (fonte Flickr)

Bibliografia: Il Castello, Corbo Editore Ferrara, 1985

Un milanese a Praga. Dalle vetrate del Duomo alle meraviglie di Rodolfo

L’Arcimboldo lavora a Praga come pittore di corte per 25 anni. Dal 1562 al 1587 ha visto passare tre imperatori germanici. Rodolfo II certamente fu il personaggio più curioso e che fece di Praga una fucina di talenti internazionali in molti campi, soprattutto magia, astronomia e scienza. Arcimboldo pensava ai suoi quadri nella stessa atmosfera di Keplero, Brahe, Giordano Bruno, Edward Kelley e John Dee. Giuseppe, nato a Milano, era figlio di Biagio pittore accreditato presso la Veneranda Fabbrica del Duomo e discendente da un ramo cadetto di una nobile famiglia milanese, gli Arcimboldi appunto. Nel 1549, lo sappiamo dai documenti, è alle prese con i cartoni per le vetrate del Duomo. Cosa ci faceva un milanese a Praga? Il suo ruolo al servizio dell’imperatore era di ingrossare la collezione di curiosità con l’acquisto di antichità, animali impagliati e uccelli esotici. Oltre a questo ruolo doveva organizzare gli eventi di Corte e questo passava dalla realizzazione di disegni che poi sono stati raccolti nel cosiddetto Carnet di Rodolfo II. 148 disegni, custoditi presso gli Uffizi, che rappresentano costumi di scena, carri allegorici, slitte e acconciature. Nel Cabinet di Rodolfo II trovavano posto ovviamente le immagini quasi surreali di Arcimboldo, una composizione di frutta, verdura e animali che insieme raffiguravano ritratti bizzarri dalle fattezze umane ma descritti come un preciso puzzle di naturalia. Nulla però sappiamo del suo aspetto fisico. Nel 1590 appare a Mantova un trattato che descrive le sue opere compilato da Gregorio Comanini. Le produzioni dell’Arcimboldo erano considerate come fantasiose metamorfosi della natura e imitazioni di cose formate dalla natura. Un artificio che ben si inseriva nelle stranezze di un cabinet delle corti europee.

Bibliografia: Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi 2016.

Immagine: Estate 1572 

Autoritratto                              Particolare

I fratelli Estensi. Tre matrimoni in tre città

I matrimoni erano atti ufficiali che congiungevano sangue, famiglie, parentele e strategie. La politica dei confetti è materia sottile che viene orchestrata per muovere le pedine più e meno ghiotte sulla scacchiera dell’Europa. In un anno si compie un intreccio triplo tra Mantova, Ferrara e Milano. Nel 1490 Francesco II Gonzaga sposa Isabella d’Este e nel 1491 avvengono altri due matrimoni: Alfonso d’Este con Anna Maria Sforza e Beatrice d’Este con Ludovico il Moro. Tre estensi in tre città per far capire che molto potere passava per e attraverso Ferrara. E pensare che la corte di Mantova aveva bruciato sul tempo Milano in occasione dell’accordo di matrimonio con la giovane Isabella. Ancora bambina non sapeva che era stata contesa tra Milano e Mantova. Poteva finire da Ludovico il Moro e scrivere una storia diversa. Anna Maria Sforza, la prima moglie di Alfonso, morirà di parto nel 1497. Una rapida parentesi che avvicina Alfonso a Lucrezia Borgia. I due si sposeranno nel 1501, per lei il suo terzo matrimonio. E’ il gioco delle parti, i sentimenti spesso finivano in tasca o tra le pieghe di larghe vesti ricamate d’oro a broccato.

Bibliografia: Valentino Brosio, La rosa e la spada, Fogola Editore in Torino, 1980

Immagine: Veduta della città di Ferrara nel 1600

Matrimoni a Corte. Perché era conveniente essere invitati

Matrimoni, battesimi, feste, banchetti e perfino onoranze funebri. Che cosa avevano in comune? La Corte poteva, come il pavone più colorato e vanitoso, mostrare tutta la ruota dei suoi colori. Cose di famiglia. Quali migliori occasioni, nel bene e nel male, mettere in scena tutto lo spettacolo di vesti, ricchezza, maniere e buon cibo. Le etichette andavano manifestate. In tutti questi eventi era doveroso essere presenti per esibire il proprio ruolo sociale e ascoltare gli ultimi pettegolezzi in fatto di moda, guerra, politica e amore. In fondo erano un po’ la stessa cosa. I grandi banchetti ad esempio si concludevano con la distribuzione di oggetti preziosi attraverso una sorte di moderna lotteria. Non era raro tornarsene a casa con una collana di perle o una veste preziosa. Ancora meglio nella Milano del Trecento quando per le nozze di Galeazzo I Visconti e Beatrice d’Este venne fatto dono agli invitati ben 1.000 vesti di seta d’oro e di panno paonazzo. Non male!

Bibliografia: Maria Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba Medievale, il Mulino, 1999 

Immagine: matrimonio tra Vincenzo I ed Eleonora de’ Medici

Lombardia in bocca. Dentro il dialetto

Domenica mattina. Milano, via Argelati. Scambio di bagole tra madri che devono preparare il pranzo e le prime giovani che affondano le mani nell’acqua del naviglio. Sono immagini cartolina che non ci sono più. L’acqua in città creava professioni che a loro volta formavano gesti, espressioni, modi di dire. Bügandéra ovvero la lavandaia. Significa proprio “colei che fa la bügada”. In altri termini: il bucato. La signora, immaginiamo dai fianchi un po’ generosi, porta la sua cesta di panni sporchi della settimana il riva al canale o al lago. E poi aziona il tasto on della sua lavatrice manuale. Il termine “bucata” si ritrova anche nel Medioevo, passato poi allo spagnolo “bugada” e al francese “bukon” e al tedesco “bauchen”. Cambia la geografia ma non il significato: ammollare nella liscivia. In origine la liscivia, la saponetta del tempo, veniva preparata con le ceneri del legno di faggio. Ecco perché si usa la radice “buk” che corrisponde al protogermanico “faggio”. Dentro al dialetto c’è molta più storia di quello che crediamo.

Bibliografia. A. Badiali, Etimologie mantovane, 1983

Le scarpe da corredo nuziale

“Non so che scarpe mettermi!” Frase di oggi e forse nota anche allora perché dai registri di corredi nuziali si rimane sbalorditi dal numero di scarpe e calzature di ogni tipo. Ci finiscono dentro anche le famose pianelle: in pelle morbida o in tessuti pregiati, con applicazione d’oro e d’argento e, nella Serenissima, con tacchi di oltre 50 centimentri Continua a leggere “Le scarpe da corredo nuziale”

Il drago dei Visconti e il coccodrillo dei Gonzaga

Capita di passeggiare per le città e di vedere delle grandi ossa in bella mostra, in un vicolo, sotto un arco, in una piazza e addirittura in una chiesa. Quando si dice tra sacro e profano. C’entrano draghi, superstizione, medicina e il diavolo.  Continua a leggere “Il drago dei Visconti e il coccodrillo dei Gonzaga”

Tra Isabella e Mantegna, ritratti mancati.

Questo capitolo della rubrica “Con i se è un’altra storia” è dedicato a tre grandissimi artisti che si sono solamente sfiorati nella più celebre situazione di sliding doors. Quando si dice lui, lui e l’altro. Leonardo da Vinci, Andrea Mantegna e Albrecht Durer. Leonardo nel 1499, con l’arrivo dell’esercito di Luigi XII, fugge da Milano. Arriva a Mantova. Accolto dalla più celebre mecenate e amante delle arti: Isabella d’Este. Per qualche giorno Leonardo fu ospitato da Isabella che colse l’occasione per farsi immortalare (bella) dal ritrattista della Gioconda. Momento imperdibile per lei. La immaginiamo nel dare consigli a Leonardo per aggiustare il mento o nascondere le rughe. Il celebre ritratto del Louvre era una promessa per un ritratto ancora più importante. Non mantenuta. Avranno parlato di arte, musica, quadri e magari fatto una partita a scacchi. Chissà se Isabella avrà cucinato una sua famosa ricetta. Le stanze di Isabella erano nel Castello di San Giorgio, non lontane dalla celebre Camera degli Sposi, terminata da circa dieci anni da Andrea Mantegna, pittore di corte dei Gonzaga. Come hanno fatto Andrea e Leonardo a non incontrarsi? E se si fossero incontrati? Lo schivo Andrea lo avrebbe salutato velocemente o magari avrebbero fatto un pranzo di lavoro, ovviamente con Isabella. La scena appare già chiara. Non uno ma i due migliori artisti al suo comando. Ma Isabella è troppo furba e sa bene che proporre un’opera a due mani era rischioso e poteva finire come nel Salone dei Cinqucento a Palazzo Vecchio. Da lì a breve si sarebbe verificato il duello tra Leonardo e Michelangelo. Ecco la soluzione. Un doppio ritratto. Affiancare a quello promesso da Leonardo anche uno eseguito da Andrea. La più bella ritratta dai migliori. Chissà dove avrebbe messo questa sua pendant. Chissà.

Nel 1505 Durer compie il suo viaggio in Italia, soprattutto a Venezia, ma si ferma anche in altre città come Bologna, Mantova e Roma. Chiede di conoscere Andrea e fissa un appuntamento. L’anno è il 1506. La fortuna non è dalla sua parte. Andrea muore il 13 settembre 1506. Durer non fece in tempo. Molto si sarebbero scambiati: dialoghi, punti di vista, pensieri non detti. Quei due erano molto simili. Molte furono le citazioni e le riprese di Durer nei confronti di Mantegna: pose, forme, proporzioni. Magari proprio Durer avrebbe immortalato per sempre il volto di Andrea per consegnarlo alla storia. Immaginiamo questa scena. Isabella li vede passeggiare in un giardino pensile del palazzo, così vicini da vederne scintillare sogni e progetti. E lei, tra le pieghe del suo nuovo abito dalla foggia cangiante, non si teneva dalla gioia di avere Andrea e Alberto. Orgoglio femminile al potere.