Mentre Colombo scopriva l’America

12 ottobre 1492. Colombo raggiunge l’isola di San Salvador. E’ la prima terra americana su cui il navigatore mette piede. Cosa succedeva invece in Europa mentre Colombo era convinto di aver raggiunto le Indie?

A Mantova si svolge un matrimonio tra vip. Si sposano Taddea, la figlia di Andrea Mantegna, e Viano Viani, il figlio del più noto commerciante della città. Rimane ancora traccia oggi della loro Casa in piazza Marconi. Sui capitelli il monogrammi MV ovvero Messer Viani. A Ferrara si inaugurano i cantieri per l’addizione erculea ovvero il raddoppiamento della superficie della città ad opera di Ercole I d’Este. A Firenze, nel quartiere Careggi, muore Lorenzo il Magnifico a causa della gotta che lo ha tormentato per molto tempo. Se ne andava così l’artefice dell’equilibrio politico italiano durato quasi quarantanni aprendo invece uno scenario di nuove guerre. A Roma dal Conclave esce il nome del nuovo Papa. Alessandro VI ovvero Rodrigo Borgia.

Sempre a Roma, ma secondo studi più recenti, sarebbe nato Giulio Romano. Analizzando meglio Vasari, che lo conosceva molto bene, si legge nelle Vite che l’artista quando morì a Mantova nel 1546 aveva 54 anni. Quindi le lancette della sua nascita sarebbero da portare indietro al 1492 e non al 1499.

 

Immagine: Carta portolanica di Diego Homen (portolano era un manuale per la navigazione costiera e portuale). Fonte Wikipedia

 

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Barbara cuore di mamma

Goito, venerdì 12 giugno 1478. Il marchese Ludovico II Gonzaga muore di peste nella sua villa dopo un mese di dolori ai fianchi e febbre alta. Si era rifugiato in una delle sue ville per scappare al contagio. La fortuna non l’ha premiato. Barbara di Brandeburgo è nel Castello e una volta appresa la triste notizia prende le decisioni di una donna forte, coraggiosa e tedesca. Le sorti di Mantova non finivano certo con Ludovico. C’era da sistemare la lunga sequela di figli e figlie. Oltretutto il marito non aveva lasciato testamento e lei, cuore di mamma, pensa che tra i figli non ci dovranno essere discordie. Così sarà lei a decidere le sorti per tutti. Barbara convoca tutti i figli e afferma che Ludovico le aveva detto a voce le sue ultime volontà ovvero che il territorio venisse spartito tra i tre figli laici maschi. Così inizia il dispiegarsi dei rami cadetti della famiglia.  La mossa politica non sarebbe certamente piaciuta a Ludovico ma si sa che la mamma è sempre la mamma. Oggi come nel Rinascimento. Non è un caso che la figura di Barbara nella Camera degli Sposi occupi il centro della parete nella scena della Corte come il fulcro di una costellazione di storie. Andrea Mantegna già lo sapeva.

Immagine: Barbara di Brandeburgo (fonte Wikipedia)

Fonte: Edgarda Ferri, La casa di Barbara, Tre lune edizioni, 2015

Bartolino uno di famiglia

Ferrara, 30 gennaio 1376. Nicolò d’Este dona a Bartolino Ploti una casa con corte e giardino situata nella contrada di San Gregorio e un’altra in quella di Sant’Agnese. Nicolò lo cita come “inzignerio et familiario”. Lo stesso rapporto così intimo si è instaurato con Francesco I Gonzaga durante la costruzione del Castello di San Giorgio. Alberto d’Este gli concederà la cittadinanza, diritti e onorificenze.

Oltre che architetto Bartolino era anche un uomo politico impiegato in missioni diplomatiche. Nel 1395 è a Lugo con il cancelliere ducale Nicolino Bonaccioli e nel mese di marzo viene fatto prigioniero. Sarà rilasciato solamente nei primi mesi del 1396. Nel gennaio del 1401 a Mantova è in veste di intermediario tra Francesco I Gonzaga e Nicolò III per un affare che riguardava i dazi di confine.

Con Bartolino si era in mani sicure. Architettura, affari e difesa militare.

 

Fotografia: Casa di via del Turco (fonte Wikipedia)

Bibliografia: Il Castello, Corbo Editore Ferrara, 1985

 

Un architetto per tre famiglie

Si conosce poco di Bartolino Ploti da Novara, architetto e ingegnere che in tre decenni lavora per tre famiglie: Este, Gonzaga e Visconti. Un vero record e una grande capacità di adattamento a contesti e necessità diverse. Non sappiamo la data di nascita né di morte, avvenuta entro il 1410.

Il 29 settembre del 1385 inizia il cantiere del Castello di Ferrara, nel 1395 inizia quello del Castello di San Giorgio di Mantova e nel 1400 è invitato da Gian Galeazzo Visconti per esprimere insieme a Bernardo da Venezia un parere sulla costruzione del Duomo. La delicatezza dell’incarico denuncia una grande fiducia nei confronti di Bartolino. Curioso anche come venga richiesta da famiglie in competizione tra loro. Passa a Mantova su mediazione e consenso degli Este. Lavora a Mantova prima come ingegnere militare nella difesa della città contro Bernabò Visconti e Cansignorio della Scala e trentanni dopo contro i Gian Galeazzo.

Nel 1399 costruisce la Chiesa di Santa Maria delle Grazie mentre nel maggio del 1400 è segnalato attivo alla fabbrica della Certosa di Pavia. Negli anni successivi è a Roma e soprattutto a Firenze dove è richiesta la sua consulenza per opere di fortificazione nella guerra contro Pisa. Bartolino era la persona giusta per difendersi e ricostruire su edifici già esistenti. Oggi ogni azienda lo vorrebbe perché aveva una altissima capacità di problem solving.

Fotografia: Castello di Ferrara (fonte Flickr)

Bibliografia: Il Castello, Corbo Editore Ferrara, 1985

AI tempi di Giulio Romano si leggeva l’Orlando Furioso

Ferrara 1526. Ludovico Ariosto a 52 anni trasloca nella sua nuova dimora che oggi si trova in via Ariosto 67. A quel tempo la contrada si chiamava Mirasole per la densità di verde presente in quella zona. Si tratta di una palazzina a due piani che fece ristrutturare dall’architetto Girolamo da Carpi. Sulla facciata si legge un’iscrizione che recita: parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non sordida, parta meo, sed tamen aere domus. Ovvero la casa è piccola ma adatta a me. E’ del precedente proprietario ma Ludovico l’ha mantenuta. Ai lati dell’ingresso due sedute per l’attesa degli ospiti. Proprio come dei clientes romani. Ludovico nel 1532 accompagna il duca Alfonso a Mantova che vuole cogliere l’occasione d’oro per poter parlare con Carlo V e potergli vendere i suoi famosi cannoni. Il luogo dell’incontro è Palazzo Te. Per Carlo è la seconda volta. Chissà Ludovico dove si sarà seduto al banchetto, se avrà scambiato qualche parere con Giulio Romano e quanti elogi avrà raccolto per il suo Orlando Furioso. Il testo viene pubblicato la prima volta a Ferrara nel 1516. Nello stesso anno Giulio è a Roma, ancora allievo di Raffaello e alle prese con le Stanze Vaticane, in particolare la Stanza dell’incendio di Borgo.

Nel 1532 al rientro a Ferrara Ludovico si ammala e morì dopo alcuni mesi di malattia. Il suo monumento funebre si trova a Palazzo Paradiso ed è opera dello scultore mantovano Alessandro Nani. Mantova era nel destino di Ludovico.

Fotografia: Casa di Ludovico Ariosto 

Bibliografia: Ferrara una guida, incentro, 2018

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Il palio più antico del mondo

Quello di Ferrara è il più longevo. Il primo si svolse nel 1259 per festeggiare il marchese Azzo VII vittorioso su Ezzelino da Romano. Il palio venne codificato solo vent’anni dopo. Negli Statuti si disponeva che si corresse il 23 aprile in onore di San Giorgio e il 15 agosto in onore dell’Assunta. Erano previste quattro corse: dei cavalli, delle asine, dei putti e delle putte. Il premio per il vincitore era un palio ovvero un panno di stoffa. Dalle cronache si conosce con esattezza la sua qualità e la sua lunghezza: panno d’oro riccio color cremisi di braccia 14. Mentre per il secondo e il terzo classificato una porchetta e un gallo. La corsa dei cavalli si svolgeva lunga la via Grande, ovvero l’attuale asse via Mayr-via Ripagrande, partendo dal Borgo della Pioppa e arrivando al Castello Tedaldo.

Le famiglie nobili e le altre Corti inviavano i loro cavalli e fantini migliori per tenere alto il loro nome. In fondo si trattava, oltre che di spettacolo, di una competizione dalle forti sfumature politiche in cui al posto di armi, contratti ed eserciti duellavano le scuderie. Nel 1475 parteciparono anche i Gonzaga con ben 19 cavalli e ottenendo il successo finale. Quei cavalli erano il risultato di un’attenta ricerca internazionale e di incroci studiati nelle scuderie poste sull’Isola del Tejeto. Il secondo posto fu assegnato al cavallo di Sigismondo d’Este. Un autentico smacco. Nel 1499 il primo posto parla femminile perché ottenuto da un cavallo di Isabella d’Este già marchesa di Mantova.

Dove trovare la più antica raffigurazione? Nel Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia. Ovviamente nella raffigurazione del mese di Aprile.

Immagine: Palazzo Schifanoia, Salone dei Mesi

Bibliografia: Ferrara una guida, incentro, 2018

Una Perla nel Logion Serato

16 febbraio 1604. Il duca Vincenzo I Gonzaga acquista parte della collezione Canossa, dalla famiglia veronese. Dipinti, medaglie, quadri e la Madonna della Perla. Al tempo il dipinto era attribuito a Raffaello. Oggi invece, conservato al Prado, è stato assegnato a Giulio Romano. L’opera viene collocata dal duca nel Logion Serato, allora vero tesoro del Palazzo e scrigno delle meraviglie portate a Mantova dai mercanti d’arte ingaggiati dalla famiglia Gonzaga. Oggi quello spazio prende il nome di Sala degli Specchi. I grandi capolavori spesso hanno un contachilometri a molti numeri ovvero hanno viaggiato, sono stati al centro di trattative, hanno cambiato indirizzo, custodia, mani e occhi. Dal cardinale Luigi d’Este a Caterina Nobili Sforza e in seguito a Vincenzo. Nel 1627 viene venduta a Carlo I d’Inghilterra e in seguito messa all’asta da Cromwell dopo la decapitazione del re. Passa così alle mani spagnole di Filippo IV che la definì “la Perla”. Infine passò anche tra le collezioni di Napoleone e rimase a Parigi fino al 1815. Un’opera d’arte che compie un viaggio come questo non è da considerarsi sfortunata perché ha vissuto le trasformazioni della Storia, si è arricchita di sguardi, proprietari e vicissitudini che la fanno assomigliare a quei grandi esploratori che hanno scoperto il mondo.

Immagine: Madonna della Perla, 1518-20 

Bibliografia: Raffaella Morselli, Le collezioni Gonzaga, Silvana Editoriale 2000

Vincenzo il collezionista geloso

Vincenzo I è il Gonzaga che più di ogni altro ha accumulato opere d’arte, curiosità e rarità tra le innumerevoli stanze del Palazzo Ducale. A differenza del padre, dove l’arte era strumento politico di racconto, Vincenzo acquista per bramosia, voglia, potere. Per esaltarsi considerando la sua collezione come unica al mondo. Maria Bellonci usa l’espressione “affettuosa frenesia”. Non a casa il suo ritratto, eseguito dal Pourbus, campeggiava in posizione evidente nella Galleria della Mostra. Oltre al fiammingo può vantare a Corte la presenza di Rubens e di Viani, costruttori del suo olimpo di meraviglie. Vincenzo compra, sposta, spende e spande. Era anche molto geloso della sua collezione. A tre giovani tedeschi che visitano il Palazzo nel 1599 non è permesso entrare nella Grotta di Isabella. Così scrivono: “c’è pure un altro tesoro di quel duca, la Grotta, dove fra le altre cose spicca un corno d’unicorno di smisurata grandezza, ma non ci fu possibile vederlo per l’assenza del duca, che tiene la chiave presso di sé”.

Così disponeva Vincenzo. Alcuni luoghi erano inaccessibili e la chiave per entrarvi la teneva solamente lui. A differenza del figlio Ferdinando, illuminato collezionista, che affiderà la gestione di quel tesoro a Giulio Campagna, guardarobiere maggiore.

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Firma di Vincenzo I Gonzaga

Immagine: Vincenzo Gonzaga, ritratto di Pourbus

Bibliografia: Raffaella Morselli, Le collezioni Gonzaga, Silvana Editoriale, 2000.  

La revisione della Gerusalemme conquistata passò anche per Mantova

Febbraio 1579. La lunga successione di eventi gonzagheschi ferma le lancette sul matrimonio tra Margherita Gonzaga e Alfonso II d’Este, ormai giunto al terzo. E’ in questo periodo che si colloca le reclusione di Torquato Tasso nella prigione di Sant’Anna. Verrà chiuso qui per sette anni dal 1579 al 1586. Il motivo uno scatto d’ira contro la Corte Ducale in occasione del matrimonio di Alfonso. Ma anche in precedenza si possono enumerare molti fatti che accusarono Tasso di comportamento pericoloso, rissoso e con scatti d’ira che gli hanno fatto assaggiare il carcere. Tra l’11 e il 12 marzo il poeta si ritrova già nella cella di Sant’Anna. L’Ospedale venne edificato nel 1445 proprio di fronte alla porta dei Leoni del Castello. Così Girolamo Mercuriale descrive le condizioni cliniche del Tasso: «rodimento d’intestino, con un poco di flusso di sangue; tintinni ne gli orecchi e ne la testa, […] imaginazione continua di varie cose, e tutte spiacevoli: la qual mi perturba in modo ch’io non posso applicar la mente a gli studi per un sestodecimo d’ora». Si dice anche se sentisse gli oggetti inanimati parlare. Ma queste sofferenze non lo portano ad essere «inetto al comporre». Qui il Tasso infatti continuerà a scrivere fino al 1586 anno in cui venne affidato a Vincenzo Gonzaga. Secondo il Duca Alfonso doveva rimanere un paio di mesi e invece non fece più ritorno a Ferrara. Mantova si trattò solo di una fermata temporanea perché il timore della pressione di Alfonso portarono il Tasso a scappare verso altre città. Bologna, Bergamo, Roma, Loreto, Avellino, Napoli. In questi anni, dal 1582 al 1593, si colloca la lunga gestazione della Gerusalemme conquistata ovvero la riscrittura riveduta e corretta della Gerusalemme liberata appena terminata nel 1581. Nel 1591 ritorna a Mantova e proprio qui, in una stanza del Palazzo Ducale, il poeta è alle prese proprio con la revisione dell’opera. La Loggia del Tasso, nell’Appartamento Grande di Castello, rievoca la sua residenza ma senza un fondo di verità. Aspettiamo uno studio più approfondito che possa individuare la stanza affollata dai suoi pensieri.

Bibliografia: http://www.ferraranascosta.it 

Immagine: Testo autografo della Gerusalemme conquistata

Un milanese a Praga. Dalle vetrate del Duomo alle meraviglie di Rodolfo

L’Arcimboldo lavora a Praga come pittore di corte per 25 anni. Dal 1562 al 1587 ha visto passare tre imperatori germanici. Rodolfo II certamente fu il personaggio più curioso e che fece di Praga una fucina di talenti internazionali in molti campi, soprattutto magia, astronomia e scienza. Arcimboldo pensava ai suoi quadri nella stessa atmosfera di Keplero, Brahe, Giordano Bruno, Edward Kelley e John Dee. Giuseppe, nato a Milano, era figlio di Biagio pittore accreditato presso la Veneranda Fabbrica del Duomo e discendente da un ramo cadetto di una nobile famiglia milanese, gli Arcimboldi appunto. Nel 1549, lo sappiamo dai documenti, è alle prese con i cartoni per le vetrate del Duomo. Cosa ci faceva un milanese a Praga? Il suo ruolo al servizio dell’imperatore era di ingrossare la collezione di curiosità con l’acquisto di antichità, animali impagliati e uccelli esotici. Oltre a questo ruolo doveva organizzare gli eventi di Corte e questo passava dalla realizzazione di disegni che poi sono stati raccolti nel cosiddetto Carnet di Rodolfo II. 148 disegni, custoditi presso gli Uffizi, che rappresentano costumi di scena, carri allegorici, slitte e acconciature. Nel Cabinet di Rodolfo II trovavano posto ovviamente le immagini quasi surreali di Arcimboldo, una composizione di frutta, verdura e animali che insieme raffiguravano ritratti bizzarri dalle fattezze umane ma descritti come un preciso puzzle di naturalia. Nulla però sappiamo del suo aspetto fisico. Nel 1590 appare a Mantova un trattato che descrive le sue opere compilato da Gregorio Comanini. Le produzioni dell’Arcimboldo erano considerate come fantasiose metamorfosi della natura e imitazioni di cose formate dalla natura. Un artificio che ben si inseriva nelle stranezze di un cabinet delle corti europee.

Bibliografia: Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi 2016.

Immagine: Estate 1572 

Autoritratto                              Particolare