Una Perla nel Logion Serato

16 febbraio 1604. Il duca Vincenzo I Gonzaga acquista parte della collezione Canossa, dalla famiglia veronese. Dipinti, medaglie, quadri e la Madonna della Perla. Al tempo il dipinto era attribuito a Raffaello. Oggi invece, conservato al Prado, è stato assegnato a Giulio Romano. L’opera viene collocata dal duca nel Logion Serato, allora vero tesoro del Palazzo e scrigno delle meraviglie portate a Mantova dai mercanti d’arte ingaggiati dalla famiglia Gonzaga. Oggi quello spazio prende il nome di Sala degli Specchi. I grandi capolavori spesso hanno un contachilometri a molti numeri ovvero hanno viaggiato, sono stati al centro di trattative, hanno cambiato indirizzo, custodia, mani e occhi. Dal cardinale Luigi d’Este a Caterina Nobili Sforza e in seguito a Vincenzo. Nel 1627 viene venduta a Carlo I d’Inghilterra e in seguito messa all’asta da Cromwell dopo la decapitazione del re. Passa così alle mani spagnole di Filippo IV che la definì “la Perla”. Infine passò anche tra le collezioni di Napoleone e rimase a Parigi fino al 1815. Un’opera d’arte che compie un viaggio come questo non è da considerarsi sfortunata perché ha vissuto le trasformazioni della Storia, si è arricchita di sguardi, proprietari e vicissitudini che la fanno assomigliare a quei grandi esploratori che hanno scoperto il mondo.

Immagine: Madonna della Perla, 1518-20 

Bibliografia: Raffaella Morselli, Le collezioni Gonzaga, Silvana Editoriale 2000

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Vincenzo il collezionista geloso

Vincenzo I è il Gonzaga che più di ogni altro ha accumulato opere d’arte, curiosità e rarità tra le innumerevoli stanze del Palazzo Ducale. A differenza del padre, dove l’arte era strumento politico di racconto, Vincenzo acquista per bramosia, voglia, potere. Per esaltarsi considerando la sua collezione come unica al mondo. Maria Bellonci usa l’espressione “affettuosa frenesia”. Non a casa il suo ritratto, eseguito dal Pourbus, campeggiava in posizione evidente nella Galleria della Mostra. Oltre al fiammingo può vantare a Corte la presenza di Rubens e di Viani, costruttori del suo olimpo di meraviglie. Vincenzo compra, sposta, spende e spande. Era anche molto geloso della sua collezione. A tre giovani tedeschi che visitano il Palazzo nel 1599 non è permesso entrare nella Grotta di Isabella. Così scrivono: “c’è pure un altro tesoro di quel duca, la Grotta, dove fra le altre cose spicca un corno d’unicorno di smisurata grandezza, ma non ci fu possibile vederlo per l’assenza del duca, che tiene la chiave presso di sé”.

Così disponeva Vincenzo. Alcuni luoghi erano inaccessibili e la chiave per entrarvi la teneva solamente lui. A differenza del figlio Ferdinando, illuminato collezionista, che affiderà la gestione di quel tesoro a Giulio Campagna, guardarobiere maggiore.

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Firma di Vincenzo I Gonzaga

Immagine: Vincenzo Gonzaga, ritratto di Pourbus

Bibliografia: Raffaella Morselli, Le collezioni Gonzaga, Silvana Editoriale, 2000.  

La revisione della Gerusalemme conquistata passò anche per Mantova

Febbraio 1579. La lunga successione di eventi gonzagheschi ferma le lancette sul matrimonio tra Margherita Gonzaga e Alfonso II d’Este, ormai giunto al terzo. E’ in questo periodo che si colloca le reclusione di Torquato Tasso nella prigione di Sant’Anna. Verrà chiuso qui per sette anni dal 1579 al 1586. Il motivo uno scatto d’ira contro la Corte Ducale in occasione del matrimonio di Alfonso. Ma anche in precedenza si possono enumerare molti fatti che accusarono Tasso di comportamento pericoloso, rissoso e con scatti d’ira che gli hanno fatto assaggiare il carcere. Tra l’11 e il 12 marzo il poeta si ritrova già nella cella di Sant’Anna. L’Ospedale venne edificato nel 1445 proprio di fronte alla porta dei Leoni del Castello. Così Girolamo Mercuriale descrive le condizioni cliniche del Tasso: «rodimento d’intestino, con un poco di flusso di sangue; tintinni ne gli orecchi e ne la testa, […] imaginazione continua di varie cose, e tutte spiacevoli: la qual mi perturba in modo ch’io non posso applicar la mente a gli studi per un sestodecimo d’ora». Si dice anche se sentisse gli oggetti inanimati parlare. Ma queste sofferenze non lo portano ad essere «inetto al comporre». Qui il Tasso infatti continuerà a scrivere fino al 1586 anno in cui venne affidato a Vincenzo Gonzaga. Secondo il Duca Alfonso doveva rimanere un paio di mesi e invece non fece più ritorno a Ferrara. Mantova si trattò solo di una fermata temporanea perché il timore della pressione di Alfonso portarono il Tasso a scappare verso altre città. Bologna, Bergamo, Roma, Loreto, Avellino, Napoli. In questi anni, dal 1582 al 1593, si colloca la lunga gestazione della Gerusalemme conquistata ovvero la riscrittura riveduta e corretta della Gerusalemme liberata appena terminata nel 1581. Nel 1591 ritorna a Mantova e proprio qui, in una stanza del Palazzo Ducale, il poeta è alle prese proprio con la revisione dell’opera. La Loggia del Tasso, nell’Appartamento Grande di Castello, rievoca la sua residenza ma senza un fondo di verità. Aspettiamo uno studio più approfondito che possa individuare la stanza affollata dai suoi pensieri.

Bibliografia: http://www.ferraranascosta.it 

Immagine: Testo autografo della Gerusalemme conquistata

Un milanese a Praga. Dalle vetrate del Duomo alle meraviglie di Rodolfo

L’Arcimboldo lavora a Praga come pittore di corte per 25 anni. Dal 1562 al 1587 ha visto passare tre imperatori germanici. Rodolfo II certamente fu il personaggio più curioso e che fece di Praga una fucina di talenti internazionali in molti campi, soprattutto magia, astronomia e scienza. Arcimboldo pensava ai suoi quadri nella stessa atmosfera di Keplero, Brahe, Giordano Bruno, Edward Kelley e John Dee. Giuseppe, nato a Milano, era figlio di Biagio pittore accreditato presso la Veneranda Fabbrica del Duomo e discendente da un ramo cadetto di una nobile famiglia milanese, gli Arcimboldi appunto. Nel 1549, lo sappiamo dai documenti, è alle prese con i cartoni per le vetrate del Duomo. Cosa ci faceva un milanese a Praga? Il suo ruolo al servizio dell’imperatore era di ingrossare la collezione di curiosità con l’acquisto di antichità, animali impagliati e uccelli esotici. Oltre a questo ruolo doveva organizzare gli eventi di Corte e questo passava dalla realizzazione di disegni che poi sono stati raccolti nel cosiddetto Carnet di Rodolfo II. 148 disegni, custoditi presso gli Uffizi, che rappresentano costumi di scena, carri allegorici, slitte e acconciature. Nel Cabinet di Rodolfo II trovavano posto ovviamente le immagini quasi surreali di Arcimboldo, una composizione di frutta, verdura e animali che insieme raffiguravano ritratti bizzarri dalle fattezze umane ma descritti come un preciso puzzle di naturalia. Nulla però sappiamo del suo aspetto fisico. Nel 1590 appare a Mantova un trattato che descrive le sue opere compilato da Gregorio Comanini. Le produzioni dell’Arcimboldo erano considerate come fantasiose metamorfosi della natura e imitazioni di cose formate dalla natura. Un artificio che ben si inseriva nelle stranezze di un cabinet delle corti europee.

Bibliografia: Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi 2016.

Immagine: Estate 1572 

Autoritratto                              Particolare

I fratelli Estensi. Tre matrimoni in tre città

I matrimoni erano atti ufficiali che congiungevano sangue, famiglie, parentele e strategie. La politica dei confetti è materia sottile che viene orchestrata per muovere le pedine più e meno ghiotte sulla scacchiera dell’Europa. In un anno si compie un intreccio triplo tra Mantova, Ferrara e Milano. Nel 1490 Francesco II Gonzaga sposa Isabella d’Este e nel 1491 avvengono altri due matrimoni: Alfonso d’Este con Anna Maria Sforza e Beatrice d’Este con Ludovico il Moro. Tre estensi in tre città per far capire che molto potere passava per e attraverso Ferrara. E pensare che la corte di Mantova aveva bruciato sul tempo Milano in occasione dell’accordo di matrimonio con la giovane Isabella. Ancora bambina non sapeva che era stata contesa tra Milano e Mantova. Poteva finire da Ludovico il Moro e scrivere una storia diversa. Anna Maria Sforza, la prima moglie di Alfonso, morirà di parto nel 1497. Una rapida parentesi che avvicina Alfonso a Lucrezia Borgia. I due si sposeranno nel 1501, per lei il suo terzo matrimonio. E’ il gioco delle parti, i sentimenti spesso finivano in tasca o tra le pieghe di larghe vesti ricamate d’oro a broccato.

Bibliografia: Valentino Brosio, La rosa e la spada, Fogola Editore in Torino, 1980

Immagine: Veduta della città di Ferrara nel 1600

Nella Grotta di Isabella c’era il corno più lungo d’Europa

1571 Mantova. Il duca Gugliemo Gonzaga si appresta ad accogliere Ulisse Aldrovandi, naturalista e creatore della prima forma di museo di curiosità. Non poteva mancare la visita alle raccolte del Palazzo Ducale. Entra con Guglielmo nella riorganizzata Grotta di Isabella d’Este. Il naturalista con grandissimo stupore vede: un corallo di color rosso cupo della grandezza di quattro cubiti, […] un cammeo della grandezza di una spanna nel quale è scolpito l’imperatore Giulio Cesare, due nautili, […] simili a quello del duca di Ferrara, di colore biancastro, con macchie color ruggine trasversali, ma soprattutto analizza con precisione un unicorno della lunghezza di nove palmi e della circonferenza di tre palmi in quella parte dove s’innesta la pelle, […] fatto a spirale, è scanalato e contorto, di colore bianchiccio. 

Il corno di unicorno aveva un fascino incredibile. Ma quanti ne erano in Europa? Nel Cinquecento il professore di botanica Andrea Bacci elencava gli alicorni di Saint-Denis a Parigi, del re di Polonia, del Tesoro di San Marco, del Granduca di Toscana Francesco de’ Medici e del Cardinale di Trento. E poi si celebrava quello dei Gonzaga. Ulisse Aldrovandi lo giudicava il migliore insieme a quello di Sigismondo re di Polonia. Tra i due però era più lungo quello del Duca di Mantova. La competizione tra le Corti si misurava anche in corna, di unicorno. Il naturalista pensava che quello veneziano fosse di animale acquatico e non terrestre. Il narvalo ancora non era stato preso in considerazione. Si guardava un corno e si pensava “unicorno”.

Bibliografia: La Scienza a Corte, Bulzoni Editore, 1979

Immagine tratta da Monstrorum Historia di Ulisse Aldrovandi

unicorni Aldrovandi De quadrupedibus solidipedibus 1639

Parmigianino, l’alchimia e la lettera di Giulio Romano.

Gli artisti, oltre alla loro attività, hanno altre mansioni e altri hobby che spesso li hanno distratti a tal punto da compromettere il loro lavoro principale. Vasari ce lo conferma anche per Parmigianino che nel 1531 riceve il prestigioso incarico di dipingere la volta della cupola della Steccata di Parma, la città dove è nato. Ma pare che in quel periodo l’artista fu alle prese soprattutto con strani esercizi di alchimia che lo distraevano dal cantiere: cominciò a dismettere l’opera, o almeno a fare tanto adagio, che si conosceva che v’andava di male gambe; e questo avveniva, perché avendo cominciato a studiare le cose dell’alchimia, aveva tralasciato del tutto le cose della pittura, pensando di dover tosto arricchire, congelando mercurio. I commissari dell’opera allora presero la decisione di sostituirlo con Giulio Romano, allora alle prese con il cantiere di Palazzo Te per il duca Federico II Gonzaga. Dapprima accettò l’incarico ma poi con diplomazia rifiutò l’affare e nel 1540 scrisse una lettera che diceva le prego mi diano consiglio in quelo ch’io me ne habia a fare de farlo ditto lavoro del quale mi son obligato a designare; essendo consueto fra noi pittori non entrare in li lavori d’altro se prima colui che lo ha principato non è accordato e satisfatto: il che non mi fu così detto. E poi continua dicendo che Parmigianino gli scriva una lettera et che dichiari esser contento ch’io faccia tale impresa. 

Il 4 aprile 1540 Parmigianino risponde a Giulio Romano. Quattro mesi dopo muore a 37 anni, come Raffaello.

Bibliografia: Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi 2016

Immagine: particolare della decorazione della Steccata di Parma

 

Il pittore con un paio di ali

Paolo Guidotti, detto il Cavalier Borghese, fu uno dei primi seguaci di Caravaggio. Seconda la tradizione rinascimentale era pittore, scultore, architetto, studioso di matematica, astronomia, musica, anatomia e diritto. Come molti altri artisti del suo tempo era tuttavia incline a vizi e interessi che lo portarono ad allontanarsi dalla pittura. Seguendo i sogni di Leonardo da Vinci il pittore cercò di trovare il modo di volare. Un altro pittore, Matteo Boselli, ci fa da cronista e racconta questa storia commovente: con grand’artifizio e fatica compose d’osso di balena alcune ali, coprendole di penne, dando loro la piegatura mediante alcune molle, che egli si congegnava addosso sotto le braccia. Il tentativo di volo non andò a buon fine perché si portò avanti per la quarta parte d’un miglio in circa, non volando, secondo me ma cadendo più adagio di quello che senza l’ali egli avrebbe fatto. La parabola del suo volo precipitò sopra il tetto di una casa, sfondandolo e ritrovandosi all’interno di una stanza con una gamba rotta. Il fallimento fu grandissimo ma forse il buon Paolo se la spassò, contento di aver sorvolato il cielo anche solo per un quarto di miglio.

Bibliografia: Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi 2016

Immagine: Paolo Guidotti, Davide con la testa di Golia

Frammenti di un mondo al microscopio. L’ultimo Gonzaga e il venditore di tappeti di Delft

1665, Mantova. A 13 anni diventa duca Ferdindando Carlo e l’investitura si consuma, come da sempre, davanti al Duomo di San Pietro che ha visto la lunga dinastia srotolarsi come lo strascico di una sposa. Sarebbe stato l’ultimo. La famiglia ha ormai cambiato nome da circa trentanni, ormai sono i Gonzaga-Nevers. Nessuno può ancora sapere che Ferdinando avrebbe portato al tramonto una storia di quattro secoli per colpa anche di una politica scellerata che ha perso la raffinatezza e il garbo dei suoi antenati. Resteranno riflessi e frammenti. Mentre a Mantova si consumava questo lento declino a Delft, nei Paesi Bassi, si compie un piccolo miracolo: nasce il microscopio. Antoni van Leewenhoek guarda i frammenti dentro le cose, indaga la vita e la vedrà attraverso degli specchi concavi che ingrandiscono fino a 270 volte. Sotto la luce di una candela compie il resto. Sembra magia ma è scienza. La sua prima curiosità lo porta a registrare l’ape (la sezione dell’organo visivo), il pidocchio e la muffa. E poi i tessuti animali e vegetali. Attraverso la rana e il girino osserva la circolazione e il sistema sanguigno e conferma la presenza dei vasi capillari e la nuova teoria di Harvey. Identifica anche i globuli rossi e apre all’indagine degli animaletti presenti nell’acqua che la Scienza chiamerà solo in seguito batteri e protozoi. Non male per un venditore di tessuti di Delft.

Si entra sempre più nelle cose fino a vederne i frammenti. Un termine dal doppio volto, l’uno guarda alla gloria e l’altro alla rovina. Lo sa bene Antoni e se ne accorgerà Ferdinando Carlo.

Immagine. Animalcules, 1795 (fonte Wikipedia)

Il puzzle di Mantegna. Tre opere e quattro città

Mantova, 1462. Andrea Mantegna era arrivato in città da tre anni. Nel Castello di San Giorgio sta lavorando a una delle prime opere per i Gonzaga. E’ la Morte della Vergine, una pala d’altare che doveva decorare la cappella privata di Ludovico II e che probabilmente si trovava sotto la Camera Picta. Il punto di vista non tralascia molti dubbi. Doveva essere una finestra di illusionismo che ricreava perfettamente il tratto dei laghi e l’infilata del ponte di San Giorgio. In quel periodo ancora protetto da una copertura lignea. In fondo l’abbraccio sicuro delle mura, il borgo, le foreste e un’aria di controllo. Un’atmosfera padana che rimanda a Pio Semeghini. Immaginiamo Andrea Mantegna che, ritmando velocemente, fa spostare gli occhi dal paesaggio alla tavola e ancora al paesaggio. Una lenta danza di piccoli tocchi di tempera.

Nel 1588 comincia la prima odissea dell’opera e il primo taglio. La tavola finisce a Ferrara e viene elencata tra i beni di Margherita Gonzaga nella sua cappella privata. Per adattarla alla sua nuova collocazione viene privata della parte più alta ovvero un Cristo fra cherubini con l’animula della Madonna. Oggi si trova alla Pinacoteca Nazionale di Ferrara. La tavola centrale con la Morte della Vergine è al Prado di Madrid dal 1829, frutto del passaggio prima a Carlo I e poi a Filippo IV. Secondo molti studiosi l’opera si completa con una predella che si trova oggi agli Uffizi e che rappresenta l’Ascensione di Cristo, l’Adorazione dei Magi e la circoncisione.

Questa opera di devozione privata oggi è un puzzle che non è mai stato assemblato e che solo nel Castello di San Giorgio è stato ammirato nella sua completezza. C’è un filo rosso che unisce tre musei e quattro città. Mantova, dove l’opera è nata, Ferrara, Firenze e Madrid. Magari le tre tessere potrebbero ritrovarsi in una mostra che le possa riportare nel luogo in cui sono nate, di fronte ai laghi.

Bibliografia. Kate Simon, I Gonzaga. Storia e segreti, edizione 2006

Immagine. La morte della Vergine, 1462

Andrea_Mantegna_-_Trittico_-_Google_Art_Project
Trittico degli Uffizi
Mantegna,_cristo_con_l'animula_della_vergine,_ferrara
Cristo con l’animula della Madonna