Un inglese in Italia nel Seicento

Thomas Coryate, autore e viaggiatore curioso contemporaneo di Shakespeare, si divertiva davvero tanto a conoscere come un moderno travel blogger di oggi. Gli piaceva camminare a tal punto che si dice abbia percorso a piedi andata e ritorno il tragitto verso l’India. Dopo il suo viaggio in Italia e dopo aver visto per la prima volta un certo accessorio scrive nel 1911 Coryate’s Crudities. Ovviamente rimane stupito dalla forchetta. Si deve a lui, a quanto pare, l’introduzione in Inghilterra della figura di Guglielmo Tell, dell’ombrello e appunto della forchetta. In origine il termine “fork” indicava un attrezzo agricolo ovvero il forcone e solo in seguito un utensile, ancora grezzo, utilizzato soprattutto per tener ferma la carne da affettare. Prima di arrivare agli attuali 6 rebbi la forchetta ha subito varie sperimentazioni: da 2, 3, 5 e addirittura 6. Solo nell’Ottocento, dopo attente valutazioni, si approvarono i 4 rebbi odierni.

Bibliografia: Bill Bryson, Breve storia della vita privata, 2011

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Il prato del vicino è sempre più verde

Inghilterra, fine Settecento. I prati si trovavano solo nelle grandi proprietà dei nobili che avevano case signorili. Quelli che volevano avere un prato avevano due alternative: tenere un gregge di pecore o una dedicata squadra di braccianti che per tutto l’arco dell’anno dovevano seminare, raccogliere e falciare l’erba. Certamente entrambe le soluzioni erano costose. Nel 1830 una vera rivoluzione: il tagliaerba. Introdotto da Edwin Beard Budding, capofficina in una fabbrica di tessuti di Stroud nel Gloucestershire. Il prodotto aveva anche un libretto di istruzioni che promuoveva un’attività divertente, sana e utile. Ecco l’inizio del famoso prato all’inglese e della nuova stagione del giardinaggio soprattutto appannaggio delle donne. La coltivazione di un prato ad erba annunciava che la casa del proprietario era abbastanza benestante da non aver bisogno di coltivare verdure. Ma l’erba del vicino sarà sempre più verde.

Fonte: Bill Bryson, Breve storia della vita privata, 2011

Matrimoni a Corte. Perché era conveniente essere invitati

Matrimoni, battesimi, feste, banchetti e perfino onoranze funebri. Che cosa avevano in comune? La Corte poteva, come il pavone più colorato e vanitoso, mostrare tutta la ruota dei suoi colori. Cose di famiglia. Quali migliori occasioni, nel bene e nel male, mettere in scena tutto lo spettacolo di vesti, ricchezza, maniere e buon cibo. Le etichette andavano manifestate. In tutti questi eventi era doveroso essere presenti per esibire il proprio ruolo sociale e ascoltare gli ultimi pettegolezzi in fatto di moda, guerra, politica e amore. In fondo erano un po’ la stessa cosa. I grandi banchetti ad esempio si concludevano con la distribuzione di oggetti preziosi attraverso una sorte di moderna lotteria. Non era raro tornarsene a casa con una collana di perle o una veste preziosa. Ancora meglio nella Milano del Trecento quando per le nozze di Galeazzo I Visconti e Beatrice d’Este venne fatto dono agli invitati ben 1.000 vesti di seta d’oro e di panno paonazzo. Non male!

Bibliografia: Maria Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba Medievale, il Mulino, 1999 

Immagine: matrimonio tra Vincenzo I ed Eleonora de’ Medici

Nera Mantova. Criminali, cimiteri e brutta compagnia

Quando si parla di Morte arrivano di conseguenza pessimismo, rituali scaccia guai, amuleti e perché no una manciata di sale grosso (perché quello piccolo si butta dietro le spalle se cade sulla tavola). All’interno della rassegna Alla fine dei conti ho creato una serie di itinerari guidati che ci portano sulle tracce della Morte in città. Vi siete mai chiesti come e sono morti e dove sono sepolti i Gonzaga e perché non hanno un’unica tomba di famiglia? Queste storie, mute come una tomba, le faremo parlare attraverso il linguaggio della pietra. La Mantova del Medioevo e del Rinascimento ha visto condanne, processi, esecuzioni che avvenivano nelle piazze che attraversiamo tutti i giorni. Proprio lì sono state bruciate streghe e assassini. I criminali venivano torturati con una serie di strumenti sulla pubblica piazza come spettacolo collettivo per finire poi in una torre dove di norma erano collocate alcune prigioni che fungevano da fermo temporaneo. La città, soprattutto nel Settecento, era una prigione diffusa. Il Castello, le torri e poi il famigerato Carcere della Mainolda che riporta alla tragica fine dei Martiri di Belfiore. Vi siete mai chiesti come un detenuto passava la sua ultima notte in carcere e chi si prendeva cura di lui? Il boia sarà l’ultima persona che sentirà vicino. Figura professionale che arriverà ad esempio a Norimberga ad essere il cittadino più ricco della città e in cui non erano ammessi sbagli. Il corpo decapitato proseguiva una nuova vita, quella scientifica. Dapprima illegalmente poi per concessione di alcuni Ordini religiosi veniva recuperato dai cimiteri per essere studiato. Solo dall’Ottocento, dopo la rivoluzione sociale portata dai francesi, i cimiteri hanno traslocato fuori dalle mura. Fino al settecento ogni chiesa aveva il suo camposanto. La Vita e la Morte vivevano gli stessi spazi. Mantova ha ospitato con i Gonzaga un’importante collezione di reliquie di Santi custodite in preziosi manufatti artistici. La Basilica di Santa Barbara ne era il contenitore privato. Oggi una parte della collezione si conserva nel Museo Diocesano. L’arte ha il potere di rendere preziosa anche la morte.

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L’unica piazza che ha avuto un ponte

Come quando fuori piove. Tutte le città vanno viste con lo stesso spirito del bambino che in un pomeriggio di pioggia battente sale in soffitta e apre il vecchio baule del nonno (in fondo chi non ne ha uno?). Si rovistano cianfrusaglie, ricordi, oggetti remoti. Mantova è proprio così. Ti sorprende rovistando anche tra le vecchie cartoline. Oggi vi presento una fotografia che rappresenta il Ponte di San Giorgio in una posizione davvero surreale. In piazza Sordello. Non si conosce il nome dell’autore. Brevi i dettagli tecnici: gelatina bromuro d’argento su pellicola piana diapositiva. Oggi è conservata presso l’Archivio Storico del Comune di Mantova. E’ il 1920 quando il Ponte levatoio viene smantellato e collocato temporaneamente il piazza Sordello. La storia è più complicata di così. Già nel 1911 aleggiavano i lamenti per il cattivo stato del ponte e della corsia per il passaggio delle vetture dovuto alle piogge, ai carichi pesanti e ad un acciottolato non omogeneo. Già veniva chiamato rudere. La Palata, ovvero la struttura centrale del ponte levatoio, venne dapprima smantellata e poi riprodotta in piazza Sordello dall’architetto Fossati. Il 23 luglio del 1922 si inaugura il nuovo ponte di San Giorgio, alle ore 8 del mattino. Era domenica. Seguì benedizione, rinfresco e primo attraversamento.

L’accessorio più piccolo del mondo

La moda ha prodotto un numero immenso di accessori che a seconda del tempo hanno cambiato dimensioni, nomi e foggia. Avulsi da queste dinamiche è rimasto il neo finto ovvero la mouche in francese. Mosca appunto, da cercare il dettaglio, da capirne il significato più recondito. Indossato dalle donne in epoca rococò, è davvero il più piccolo ornamento del mondo. Soprattutto di taffettà nera, variava nelle forme: rotondo, quadrato, seme di carta da gioco, fiore e sagome di animali. I nei venivano applicati con pudore e malizia giocando sulla posizione spesso strategica. Fronte bianca, collo, guancia, bocca rossa o scollatura d’alabastro. Ad ogni posizione cambiava il nome della mouche: appassionata, sfrontata, irresistibile, assassina, maestosa… Si innescava così un sensuale gioco di geometrie di sguardi che rimbalzavano tra occhi, specchi, nei, ancora occhi. Un vocabolario di messaggi che partivano da un donna che sapeva che cosa voleva. Stupire il mondo con un accessorio più piccolo di una mosca.

Bibliografia: Enciclopedia illustrata della moda, a cura di Giannino Malossi, 2002

Immagine tratta da: baroque.it

La cucina vittoriana e le ricette di Mrs Beeton

Nel 1861 viene pubblicato in Inghilterra in unico volume The Book of Household Management ovvero la gestione familiare della vita domestica. Ventitré pagine sulla questione e poi novecento sulla cucina. Ed è lì che vi porto. Cosa mangiavano gli inglesi in epoca vittoriana. L’autrice è la Signora Beeton, aveva 23 anni e non gradiva cucinare. Mrs Beeton scrisse il libro per la casa editrice del marito, Samuel Beeton, lo stesso che fece fortune con La Capanna dello Zio Tom. Il libro di cucina ha avuto un enorme successo e prometteva di prendere per mano ogni casalinga e guidarla nelle continue insidie e ansie della vita domestica. Questa è una serie di consigli che avreste trovato all’interno: come comporre un menù, piegare i tovaglioli, applicare le sanguisughe, eliminare le efelidi, imburrare il pane caldo appena tostato, licenziare il personale e rianimare chi veniva colpito da un fulmine. Le sue ricette prevedevano degli espedienti tecnici un po’ particolari. La pasta meglio se bollita per un’ora e tre quarti, l’aglio è rivoltante, le patate soporifere e deleterie, il formaggio adatto solo a persone sedentarie e da evitare, mi raccomando, quelli con muffe e striature. Ma il cibo più pericoloso per lei era il pomodoro. Così ne scrive: “l’intera pianta ha un odore sgradevole e il suo succo, se sottoposto all’azione della fiamma, emette un vapore così forte da causare vertigini e vomito”. Nella stessa pagina riporta la ricetta dei pomodori in umido definendoli un “contorno delizioso” perché un frutto sano, facile da digerire e “universalmente gradito”. Una contraddizione che non ci dirà mai se i pomodori li amava o li odiava. Unica pecca: non compare nessun accenno alla preparazione del . God save the Queen!

Bibliografia: Bill Bryson, Breve storia della vita privata, 2010