Per la prima volta volano le aquile a Mantova

22 settembre 1433, Mantova. L’imperatore Sigismondo di Lussemburgo è in città per dare l’investitura ufficiale a Gianfrancesco Gonzaga. Piazza San Pietro è gremita e colorata come la più sontuosa e barocca tra le bomboniere. E’ l’occasione per fare bella mostra di sé: cavalli bardati e decorati, panni colorati che pendono come lingue in arsura dalle finestre dei palazzi, cortei di abiti, pose e preziosi che veleggiano avanti e indietro. La famiglia si presenta ed è pronta a passare di grado: da Capitani del Popolo a Marchesi. Il primo sarà proprio Gianfrancesco. Lo stemma dei Gonzaga per la prima volta si fregerà delle aquile imperiali: il campo viene inquartato dalla croce patente rossa e in ogni riquadro fa il nido un’aquila. Sono quattro in tutto. Ogni cosa ha un costo e tra queste il blasone necessita dello sforzo più faticoso che prende la consistenza di 12.000 fiorini. Il rapporto con l’imperatore non si esauriva con quel gesto. La Corte di Mantova comincerà comincerà a parlare tedesco perché si pianifica il prossimo matrimonio tra il primogenito Ludovico e la giovanissima Barbara della nobile casata di Brandeburgo. Sigismondo sarebbe morto quattro anni più tardi portandosi nella tomba la dinastia dei Lussemburgo. Non poteva sapere che uno dei suoi ultimi gesti da imperatore avrebbe suggellato la nascita di una parte della Camera degli Sposi. In fondo Andrea Mantegna aveva appena due anni e al limite aveva in mano i giocattoli in legno costruiti dal padre falegname.

Immagine: stemma a partire dal 1433. Fonte Wikipedia 

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Sigismondo di Lussemburgo rappresentato come San Sigismondo nel Tempio Malatestiano di Rimini. Affresco di Piero della Francesca. Fonte Wikipedia 

Il Bestiario mantovano. Nomi antichi e credenza popolare

L’arte popolare ha generato da sempre mostri, esseri deformi, ibridi e nomi che escono da un altro genere di vocabolario. In fondo i Bestiari del Medioevo custodivano creature fantastiche capaci di creare orrore e insieme meraviglia. Le credenze popolari hanno ancora la capacità di incutere gesti scaramantici e trattenere piccole verità perché parlano attraverso un codice semantico comune. Sono veri archetipi, nomi antichi dialettali che almeno una volta abbiamo sentito e che sembrano uscite dalla bocca dei nonni. Eccone alcuni provenienti dal bestiario mantovano.  BEGASUCHERA: ovvero il grillotalpa che cresce sotto il terreno nutrendosi delle radici delle piccole piante. Presente soprattutto negli orti. LOF: rappresenta la fame primordiale del lupo. GOSA: si tratta di un anfibio della palude e la sua pelle, come quella del rospo, contiene la bufotenina, una sostanza allucinogena. LUGARON: forma popolare e alterata del lugar ovvero del ramarro, tradotto anche come lucertola. Nelle campagne si credeva che avvertisse l’uomo dalla presenza delle vipere (da qui il termine di salvaòmeni). BABAU: non ha forma anche se si tratta di un umanoide che appare in ambienti dove si conservano le scorte come granai, cantine e dispense. E’ visto come un monito soprattutto per i bambini quando cercano di prendere gli oggetti di altri conservati in spazi nascosti. GALPEDAR: significa bellimbusto ma anche vigliacco. Nella cultura contadina invidia e gelosia non dovevano essere presenti. FAVAS: ricorda la fame quasi ossessiva che assillavano le popolazioni della Bassa. E’ un essere dalla forma non definita che quando può mangia talmente tanto da non potersi muovere. E se rimane senza cibo non ha nessun timore di sfamarsi. SIMSON: è la cimice di cui è difficile liberarsi. Secondo le credenze rappresenta il male senza ragione. DORMALORA: è un topo pigro che rappresenta l’essere contraddittori ovvero quelli che fingono e che mentono a proprio vantaggio. Non ama lavorare e non bisogna assolutamente fidarsi di lui. BUBA: da leggere al femminile, un folletto mammifero di carattere variabile che ruba gli abiti delle donne. Vive nei macchinari e negli strumenti agricoli, ci entra se incustoditi e ne blocca il meccanismo. Un buon mantovano ne deve conoscere almeno la metà. La sfida è lanciata.

Bibliografia. Il Bestiario di Sermide 

Immagine. Sebastian Munster, Cosmografia 1544

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Fotografia. Tratta dal testo “Etimologie mantovane” di Alessandro Badiali

Mantova la città delle due mummie

Almeno fino agli ultimi anni del Seicento Mantova avrebbe potuto fregiarsi il titolo della Città delle due mummie. Sì perché a poca distanza l’una dall’altra riposavano, con significati diversi, i corpi di Sant’Anselmo da Baggio e di Passerino Bonacolsi. Anselmo, che fu vescovo di Lucca e non di Mantova, era nipote del papa di Alessandro II e consigliere di Matilde di Canossa. Il suo corpo venne sepolto, contro le sue volontà che lo volevano nel Monastero del Polirone, nel Duomo di Mantova sotto l’altare maggiore. Ancora oggi, esposto in occasione del 18 marzo, giorno della sua morte, presenta un ottimo stato di conservazione. Passerino fu l’ultimo Bonacolsi che governò sulla città e che fu venne ucciso da Alberto da Saviola in piazza Broletto. Il suo corpo venne mummificato e conservato come trofeo di guerra e simbolo portafortuna del potere. Nel Seicento lo troviamo nell’Appartamento delle Metamorfosi, cuore della Wunderkammer dei Gonzaga. Joseph Furttenbach, matematico e architetto, la visita nel 1627. L’allestimento è alquanto kitsch: il corpo di Passerino viene posizionato su di un ippopotamo chiamato dal visitatore vitello marino, detto anche cavallo marino grande quanto un bue […]. Questa bestia è messa come se fosse viva, eppure è soltanto imbottita, la pelle è spessa un pollice. Su di essa sta completamente eretto il cadavere di Passerino Bonacorsio, coperto di una mantellina, affinché le dame non ne siano spaventate. Furttenbach nota anche un altro particolare che denota l’attenzione scientifica della collezione: si può ancora vedere nel cranio una ferita molto estesa, e si dissanguò in modo che tutto il corpo superficialmente, come si presenta ora, si rinsecchì e si tostò, proprio come una mummia. Fu aperto da un fianco, così che è possibile vedere anche parte delle viscere, cosa da meravigliarsene non poco. La stessa affermazione venne fatta nel 1632, dopo il Sacco di Mantova, da un altro visitatore di nome Martin Zeiller che osserva non con minor meraviglia ciò che restava della Wunderkammer. Le notizie della mummia di Passerino cominciano poi a farsi più rade fino a scomparire e ridursi alla leggenda dell’ultima duchessa che, disgustata dal suo orrore, le fece gettare nei laghi.

Leggenda, collezionismo, storia, reliquia, religione. Due mummie, due diverse professioni di fede, l’una verso il patrono della città e l’altra verso colui che l’aveva costruita fino all’arrivo dei Gonzaga. Un po’ come lo scalpo del guerriero migliore.

Bibliografia. Marco Venturelli, Mantova e la mummia, Editoriale Sometti 2018

Immagine. Convento dei Cappuccini (Palermo)

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Sant’Anselmo. Fotografia della Diocesi di Mantova 

Tutte le reliquie dei Gonzaga finite in un amen

Ci sono oggetti che hanno assunto un tale potere da attirare pellegrini, curiosi e bisognosi verso le città dove sono custoditi per avvicinarsi, toccarli, baciarli o solamente ammirarli. E’ la straordinaria forza magnetica che col tempo hanno assunto le reliquie, da sempre oggetti di confine tra leggenda, religione e storia antica. Inventate, moltiplicate, rubate, trasmigrate. Oggetti di business religioso e artistico. La famiglia Gonzaga e i suoi famelici rabdomanti di curiosità hanno messo le mani su innumerevoli oggetti religiosi tra cui le reliquie, custodite in preziosi contenitori d’arte. Particolare fu l’esempio di Vincenzo I che, secondo la cronaca del Mambrino, nell’ottobre del 1599 ritornava dal soggiorno delle Fiandre con una collezione di oggetti tra il macabro e la rarità. Questi oggetti finirono collocati nella Chiesa di Santa Barbara, cuore religioso privato della Famiglia voluto dal padre Guglielmo quasi al centro del Palazzo Ducale. Vincenzo, scrive il Mambrino, fu “sollecito in raunare per quelle città della Fiandra et Alemagna, ove passò molte preciose reliquie di diversi Santi […] avendole però prima fatte accomodare in bellissimi vasi d’oro, et d’argento con molta spesa”. Vediamo nel dettaglio di cosa si trattava: il capo con quasi tutte l’ossa di S. Silvestro Papa, la testa di Santa Margherita Vergine et Martire, la testa di Sant’Adriano Martire, la testa di Santa Elena Regina non però la madre di Costantino, la testa di Santa Bona Vergine, due teste dè compagni di San Martino, desdotto teste delle compagne di Sant’Orsola, v’è poi parte d’un braccio di S. Pietro Apostolo, v’è parte di un altro braccio di San Paolo, un braccio di S. Matteo Evangelista, un braccio di Santa Maddalena, un braccio di S. Bartolomeo, un braccio di S. Martino, un braccio di S. Mauritio, v’è altri, 16 braccia dè Santi martiri. Oltre a questo si aggiungono la croce del legno delle Santissima Croce riccamente guernita d’oro, è gemme avute già da Costantinopoli con 3 spine della Corona di Nostro Signore […], una parcella del Sangue vero. Infatti Mantova vantava già la presenza della reliquia del Sangue di Cristo e del pezzetto della spugna custoditi nei Sacri Vasi e posti nella Cripta della Chiesa di Sant’Andrea.

Il Mambrino riferisce inoltre che la collezione non si esauriva certamente qui. Oltre ve ne sono una gran quantità d’altre reliquie, le quali, tutte furono accomodate in teste, è bracci d’argento indorati, in casse di Cristallo, ebano, et argento, et in varie calici, et altre inventioni di lighature in argento et Oro. Insomma un vero trionfo di meraviglie, nell’esatto significato del termine, che dovevano stupire, emozionare e gonfiare di soddisfazione le guance padane dei Gonzaga. Almeno fino al Sacco dei Lanzichenecchi del 1630. Amen.

Bibliografia. Marco Venturelli, Mantova e la mummia, Sometti 2018

Immagine. Marienschrein, reliquiario delle sacre reliquie di Aquisgrana, 1220-29 ca

Sacri Vasi a sx e Chiesa di Santa Barbara a dx

 

Quando Federico sgridò in una lettera Giulio Romano

Si sa che non è leggenda il non rispetto delle scadenze da parte degli artisti. In questo lungo elenco ci finisce anche Giulio Romano per il cantiere di Palazzo Te. Federico II non gli aveva comunque reso la vita facile a causa delle dense commissioni che solo con la sua organizzazione riusciva a gestire. Così Federico II nel 1528 (ovvero tre anni dopo l’avvio dei lavori) redarguisce l’artista in una lettera dal tono quasi familiare ma comunque molto diretta:

Iulio, perché intendemo che niuno pictor lavora alle camere nostre del Palazzo del Te, pensamo che non si finiranno né per tutto Agosto, come ne avete promesso, né per settembre, né per ottobre; et ancor ci siamo spassati che ci siate mancato di tanti termini che avete preso a finirle, ne avedemo che ancor quest’altro termine pigliato andarà molto inanti con poca satisfactione nostra. Però vi diremo che se le volete finire al termine promissone, che li facciate lavorar diligentemente; quando che non lo vogliate fare, provederemo de altri pictori che le finiranno. 

Chissà cosa avrà pensato Federico visto che nel 1530 quando Carlo V visitò Mantova e il palazzo la Camera dei Giganti non era ancora finita. Chissà cosa avrebbe potuto scrivere ad Andrea Mantegna che per una sola camera (la Picta) impiegò nove anni. E’ sempre una questione di tempo (e di soldi).

Bibliografia. Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi. 

Immagine. Particolare della Camera dei Giganti

Il capodoglio disegnato da Goltzius

Alcuni avvenimenti, più di altri, hanno destato lo stupore delle persone tra Cinquecento e Seicento. Questi fenomeni soprattutto naturali venivano letti e interpretati in chiave religiosa. Ecco allora che alla meraviglia si associava la paura e la lettura simbolica di ogni segno come nefasti presagi. E’ il caso di un fenomeno avvenuto tra il 1570 e il 1650. Quaranta capodogli si arenano sulle coste dei Paesi Bassi. Probabilmente gli animali avevano perduto l’orientamento ed arrivati nelle acque basse del litorale non erano più stati in grado di risalire verso acque più profonde. L’incredibile avvenimento ha portato la curiosità degli artisti che hanno impresso quella fantastica visione sui loro album e poi incisioni e disegni. Il 3 febbraio 1598 il corpo di un capodoglio lungo venti metri viene raffigurato da Hendrick Goltzius e Jacob Matham, suo allievo. Dalla sua immagine, come un fermo immagine, scatta la meraviglia degli abitanti che, arrivati sulla costa, si arrampicano sul gigante spiaggiato. Alcuni picconano il capodoglio, come una miniera, alla ricerca della carne e del grasso, già finito all’interno dei barili. E c’è addirittura chi misura il pene del cetaceo. Chissà a quale scopo e dove avrà registrato quel numero.

Così scriveva il giurista Grozio: un pesce del genere della balena lungo settanta piedi ha occupato con la sua grande carcassa l’intera sabbiosa tra il mare e gli argini. E in breve una grande moltitudine si è accalcata per vedere quella novità, sfidando il tanfo che emanava dalle interiora lacere dell’animale, ammorbando l’aria, tanto che alcuni dei presenti si sono ammalati e ci sono stati addirittura dei morti. Per il resto è chiaro che chi giudicava con un minimo di senno non ha trovato nulla di miracoloso. 

E così infatti Grozio stemperava la magia: tra le persone comuni gli uni dicevano che il destino di quella bestia straordinaria annunciasse una grande vittoria sul nemico e una ricca preda, mentre altri sostenevano il contrario: l’evento era un segno di sventura per il paese. Poteva essere l’incipit perfetto per un racconto di Gabriel Garcia Marquez.

Bibliografia. Philipp Blom, Il primo inverno, Marsilio Editori 2018

Immagine. Jacob Matham, Balena spiaggiata 1598

Le carpe ovvero la grande attrazione di Palazzo Te

Arriva un certo punto durante la visita del Palazzo Te che la guida si fa da parte e lascia l’attrazione ai pesci che boccheggiano nelle Peschiere. Eppure anche questo momento di distrazione può essere spiegato con una nota storica. Non tutti i pesci erano destinati a finire sui piatti di portata. Alcuni venivano allevati come animali da compagnia o addirittura scambiati tra le corti. Subito un esempio. Il 22 gennaio 1595 Margherita Gonzaga, allora duchessa di Ferrara, con una lettera ringrazia il fratello Vincenzo I per l’invio* di una carpa già inserita nella peschiera della reggia. Infatti le carpe mantovane pare fossero note e apprezzate per la loro docilità. Anche gli Este avevano una lunga tradizione sull’addestramento dei pesci. Le peschiere, presenti in moltissimi palazzi e giardini di corte, fungevano da svago. Le carpe erano addestrate in modo da venire a galla vicino al punto di emissione del suono di un campanello. Anche queste erano cortesie per gli ospiti. Si prestava grande attenzione alla pulizia e alla tipologia di piante acquatiche da inserire nella vasca delle peschiere. A Palazzo Te anche le carpe dovevano creare stupore e meraviglia.

*Come avveniva l’invio dei pesci? Il trasporto, in genere nei mesi invernali, avveniva su carro e i pesci venivano caricati all’interno di barili. L’acqua all’interno doveva essere cambiata più volte durante il viaggio.

 

Bibliografia. La cultura alimentare a Mantova fra Cinquecento e Seicento, Fondazione Palazzo Te 2018. 

Immagine. Peschiere di Palazzo Te

Dove sono le cucine di Palazzo Te? Tutti le vedono e nessuno lo sa

Palazzo Te è stato pensato da Federico II come una straordinaria macchina delle meraviglie con la specifica funzione di accogliere gli ospiti e farli stupire. Non solo honesto ocio. La Sala dei Cavalli, l’unico ambiente a portare questo nome, era lo spazio adibito agli eventi e ai banchetti come quello organizzato in onore di Carlo V nel 1530. Ma dove si trovavano le cucine? Come scriveva anche Leon Battista Alberti nel suo trattato De re aedificatoria queste dovevano essere né su gli occhi de convitati, né anco troppo lontana, acciò che i convitati possino haver le vivande che gli son portate né troppo calde, né troppo fredde, et sarà a bastanza che non sentino lo strepito de guatteri, de le padelle, et de catini, né la loro spurcitia. La loro posizione ci è nota grazie alla planimetria, probabilmente, di Giovan Battista Bertani realizzata nel 1576 per conto dell’antiquariato mantovano Jacopo Strada. Si trovano alla fine dell’ala napoleonica, nel luogo più frequentato del palazzo ma per ragioni diverse ovvero il bagno. La Cucina doveva presentarsi così: un unico grande ambiente con due forni circolari e uno stanzino da pasticci, comunicante con due tinelli dove i servitori consumavano i pasti. I tinelli sono visibili ancora oggi, all’ingresso sulla destra. Giulio Romano, anche se in piccola misura, anticipa le idee dello scalco Bartolomeo Scappi e mette in scena la cucina come uno spazio organizzato dotato di funzionalità e ambienti specializzati. Nulla poteva prevedere la fine poco decorosa del cuore nevralgico del palazzo perché da quelle cucine i servitori portavano nella Sala dei cavalli una lunga processione di profumi e sapori in ogni fantasia e foggia.

Bibliografia. La cultura alimentare a Mantova fra Cinquecento e Seicento, Fondazione Palazzo Te, 2018 

Immagine. Interno di una cucina italiana rinascimentale, Banchetti compositioni di vivande, Messisbugo 1549

Un piatto di tortelletti per Giulio Romano

Che piatti avrebbe potuto mangiare Giulio Romano a Mantova? Possiamo averne un’idea se leggiamo la lista delle portate del banchetto in onore di Carlo V. Pernici, fagiani, ostriche, capponi, brodo, pasta ripiena. Ma certamente si trattava di occasioni speciali e politiche che fanno dell’esuberanza e dell’abbondanza la loro etichetta di presentazione. Nella tavola di tutti i giorni lo immaginiamo alle prese con i pesci dei laghi e del Lago di Garda, magari fatti anche in carpione secondo la ricetta di Isabella d’Este, formaggi come robiole, marzolini e formazo duro ovvero stagionato (come non leggerci già il Grana?). Per finire un biancomangiare, frutta secca sopratutto fichi e la famosa cotognata di mele o pere cotogne. Bartolomeo Scappi, uno scalco a lui contemporaneo, gli avrebbe preparato un piatto di tortelletti con ripieno di maiale, ne sono certo. Qui la ricetta scritta direttamente dallo scalco.

Piglinosi libbre quattro di pancia di porco fresca, senza cotica, e faccasi lessare di modo che sia ben cotta, e quando sarà cotta cavisi dal brodo, e lascisi rifreddare, e battasi minutamente con i coltelli. Abbiasi altrettanto di zinna di vitella ben cotta, e battasi con essa, e una libbra e mezza di carne magra di porco giovane mezza arrostita allo spiedo, ovvero lessata con la pancia, e quando sarà battuta ogni cosa insieme, mettavisi una libbra di cacio parmigiano grattato e un’altra di cacio grasso […], otto once di zucchero, un’oncia di cannella pesta, tre quarti di pepe, tre altri tra garofani e noci moscate, sei once di uva passa di Corinto ben netta […] e poi monda e pesta nel mortaio, otto uova fresche battute e zafferano abbastanza, e come sarà fatta tale composizione, abbiasi una sfoglia di pasta fatta come il sopradetto e faccianosi gli anolini piccioli come fagioli o ceci, e congiunti con i loro pizzetti in modo che siano venuti a foggia di cappelletti. 

Lo Scappi serviva il piatto con un misto di formaggio grattugiato, zucchero e cannella. Sono sicuro che Giulio avrebbe gradito.

Bibliografia. Giancarlo Malacarne, Il trionfo del gusto, 2013 – Hans Peter von Peschke, Werner Feldmann, La cucina del Rinascimento, Guido Tommasi Editore 2002

Il banchetto di Messisbugo a Palazzo Te offerto da Alfonso d’Este

Il 2 aprile del 1530 inaugurò il Palazzo Te. Carlo V, già a Mantova da una settimana, non poteva mancare. Il primo banchetto di benvenuto fu però offerto nelle sale del Castello di San Giorgio dove un cronista afferma che parteciparono 12.000 persone. Forse aveva perso il conto. Per il banchetto di Palazzo Te il neo duca Federico II chiese in prestito ad Alfonso d’Este lo scalco Messisbugo. Con una mossa più politica che di piacere Alfonso offrì l’intero servizio del banchetto. Sicuramente voleva esserci anche lui e approfittare dell’occasione per vendere a Carlo V qualche partita di cannoni. La politica è cosa sottilissima. Lo stesso Messisbugo ci descrive il banchetto allestito nella Sala dei Cavalli con un tripudio di ottanta portate distribuite in sei servizi. Carlo V rimane invece nella Camera di Amore e Psiche. Un assaggio dell’esorbitante lista: insalata d Endivia, cime di radicchi e altre mescolanza. Capponi appastati, allessi, freddi e lingue salate in fette. Fagiani stufati in pignata nel forno con Persuto tagliato. Anatre appastate coperte la metà di Tortelletti e l’altra metà con Maccheroni Napoletani. Mangiar bianco. Ostreghe Sgussate. Cinghiale in brodo lardiero. E così via. Poche verdure e moltissima carne con zucchero, salse e spezie. Ringrazia la gotta di Carlo. Alla fine del banchetto Federico II gli fece da guida per illustrare le camere del Palazzo. L’unico smacco è non aver mostrato la potente pittura della Camera dei Giganti, non ancora terminata. E Giulio Romano? Lo immagino presente al banchetto esibito come una succulente portata perché per i Gonzaga era un’occasione di vanto.

Bibliografia. Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli Editore 2015  

Immagine. Illustrazione tratta dall’Opera di Scappi, 1570