Giulio e gli altri. Dove riposano gli artisti morti a Mantova

1 novembre 1546. Muore a Mantova Giulio Romano. E’ in buona compagnia perché sono altri gli artisti che hanno lasciato nella città dei Gonzaga il loro ultimo segno. La sua tomba, che si trovava nella Chiesa di San Barnaba, ha visto un triste epilogo. Viene profanata e dispersa in occasione dei lavori di rifacimento del 1737. Andrea Mantegna muore il 13 settembre 1506, pochi giorni prima dell’arrivo di Durer. L’artista ha passato a Mantova 46 anni della sua vita. Giovanni Benedetto Castiglione, detto il Grechetto, era un pittore genovese chiamato nel 1651 dai Gonzaga Nevers per recuperare i fasti perduti di inizio secolo. Nel 1664 viene sepolto nel Duomo. Sulla sinistra, rispetto all’ingresso in Battistero, è posta sulla parete un medaglione che riporta questa frase: “rinascerà forse l’arte della pittura, morta con te. Ma dopo di te, o Castiglione, sarà sempre inferiore”. Giustina Fetti, sorella di Domenico Fetti, si trasferisce con lui a Mantova quando venne scelto come pittore di corte. Di professione anche lei era artista. Cambiò il suo nome in Lucrina nel momento dell’ingresso al Monastero di Sant’Orsola. Qui, al servizio di Margherita Gonzaga, divenne un abile ritrattista. Muore nel 1651. James Crichton, per tutti Critonio, fu scienziato, poeta, matematico e uomo diplomatico. Di origine scozzese parlava correttamente almeno dieci lingue ed ebbe la sfortuna di incappare nelle invidie e gelosie di Vincenzo I Gonzaga. Ancora non è chiara la faccenda ma pare che sia stato il duca a ferirlo a morte il 2 luglio del 1582. Il suo corpo riposa nella Chiesa di San Simone.

Immagine: Chiesa di San Barnaba

 

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Mentre Colombo scopriva l’America

12 ottobre 1492. Colombo raggiunge l’isola di San Salvador. E’ la prima terra americana su cui il navigatore mette piede. Cosa succedeva invece in Europa mentre Colombo era convinto di aver raggiunto le Indie?

A Mantova si svolge un matrimonio tra vip. Si sposano Taddea, la figlia di Andrea Mantegna, e Viano Viani, il figlio del più noto commerciante della città. Rimane ancora traccia oggi della loro Casa in piazza Marconi. Sui capitelli il monogrammi MV ovvero Messer Viani. A Ferrara si inaugurano i cantieri per l’addizione erculea ovvero il raddoppiamento della superficie della città ad opera di Ercole I d’Este. A Firenze, nel quartiere Careggi, muore Lorenzo il Magnifico a causa della gotta che lo ha tormentato per molto tempo. Se ne andava così l’artefice dell’equilibrio politico italiano durato quasi quarantanni aprendo invece uno scenario di nuove guerre. A Roma dal Conclave esce il nome del nuovo Papa. Alessandro VI ovvero Rodrigo Borgia.

Sempre a Roma, ma secondo studi più recenti, sarebbe nato Giulio Romano. Analizzando meglio Vasari, che lo conosceva molto bene, si legge nelle Vite che l’artista quando morì a Mantova nel 1546 aveva 54 anni. Quindi le lancette della sua nascita sarebbero da portare indietro al 1492 e non al 1499.

 

Immagine: Carta portolanica di Diego Homen (portolano era un manuale per la navigazione costiera e portuale). Fonte Wikipedia

 

Barbara cuore di mamma

Goito, venerdì 12 giugno 1478. Il marchese Ludovico II Gonzaga muore di peste nella sua villa dopo un mese di dolori ai fianchi e febbre alta. Si era rifugiato in una delle sue ville per scappare al contagio. La fortuna non l’ha premiato. Barbara di Brandeburgo è nel Castello e una volta appresa la triste notizia prende le decisioni di una donna forte, coraggiosa e tedesca. Le sorti di Mantova non finivano certo con Ludovico. C’era da sistemare la lunga sequela di figli e figlie. Oltretutto il marito non aveva lasciato testamento e lei, cuore di mamma, pensa che tra i figli non ci dovranno essere discordie. Così sarà lei a decidere le sorti per tutti. Barbara convoca tutti i figli e afferma che Ludovico le aveva detto a voce le sue ultime volontà ovvero che il territorio venisse spartito tra i tre figli laici maschi. Così inizia il dispiegarsi dei rami cadetti della famiglia.  La mossa politica non sarebbe certamente piaciuta a Ludovico ma si sa che la mamma è sempre la mamma. Oggi come nel Rinascimento. Non è un caso che la figura di Barbara nella Camera degli Sposi occupi il centro della parete nella scena della Corte come il fulcro di una costellazione di storie. Andrea Mantegna già lo sapeva.

Immagine: Barbara di Brandeburgo (fonte Wikipedia)

Fonte: Edgarda Ferri, La casa di Barbara, Tre lune edizioni, 2015

Il puzzle di Mantegna. Tre opere e quattro città

Mantova, 1462. Andrea Mantegna era arrivato in città da tre anni. Nel Castello di San Giorgio sta lavorando a una delle prime opere per i Gonzaga. E’ la Morte della Vergine, una pala d’altare che doveva decorare la cappella privata di Ludovico II e che probabilmente si trovava sotto la Camera Picta. Il punto di vista non tralascia molti dubbi. Doveva essere una finestra di illusionismo che ricreava perfettamente il tratto dei laghi e l’infilata del ponte di San Giorgio. In quel periodo ancora protetto da una copertura lignea. In fondo l’abbraccio sicuro delle mura, il borgo, le foreste e un’aria di controllo. Un’atmosfera padana che rimanda a Pio Semeghini. Immaginiamo Andrea Mantegna che, ritmando velocemente, fa spostare gli occhi dal paesaggio alla tavola e ancora al paesaggio. Una lenta danza di piccoli tocchi di tempera.

Nel 1588 comincia la prima odissea dell’opera e il primo taglio. La tavola finisce a Ferrara e viene elencata tra i beni di Margherita Gonzaga nella sua cappella privata. Per adattarla alla sua nuova collocazione viene privata della parte più alta ovvero un Cristo fra cherubini con l’animula della Madonna. Oggi si trova alla Pinacoteca Nazionale di Ferrara. La tavola centrale con la Morte della Vergine è al Prado di Madrid dal 1829, frutto del passaggio prima a Carlo I e poi a Filippo IV. Secondo molti studiosi l’opera si completa con una predella che si trova oggi agli Uffizi e che rappresenta l’Ascensione di Cristo, l’Adorazione dei Magi e la circoncisione.

Questa opera di devozione privata oggi è un puzzle che non è mai stato assemblato e che solo nel Castello di San Giorgio è stato ammirato nella sua completezza. C’è un filo rosso che unisce tre musei e quattro città. Mantova, dove l’opera è nata, Ferrara, Firenze e Madrid. Magari le tre tessere potrebbero ritrovarsi in una mostra che le possa riportare nel luogo in cui sono nate, di fronte ai laghi.

Bibliografia. Kate Simon, I Gonzaga. Storia e segreti, edizione 2006

Immagine. La morte della Vergine, 1462

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Trittico degli Uffizi
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Cristo con l’animula della Madonna

Il contratto di Andrea Mantegna. Libero professionista e pittore di corte

Mantova, 1459. Andrea Mantegna arriva in città, accolto dai Gonzaga come una divinità in grado di trasformare in concreta bellezza i loro sogni di ambizione. Il contratto che gli viene offerto non ha eguali da nessun altra parte, famiglia e città. Pittore di corte, stipendio mensile, alloggio gratuito e generosa provvigione di legna e grano. E poi doni in denaro, oggetti preziosi, residenze estive di campagna. Aveva anche la libertà di poter accettare incarichi altrove. Si tratteggia la fisionomia del libero professionista di oggi che fiuta gli affari, ascolta le offerte e rilancia. Mantegna però si lamenta che che il denaro non arriva con la dovuta regolarità. Il marchese Ludovico II paga a caro prezzo l’ingaggio del miglior pittore in circolazione, costretto più volte a mettere mano ai suoi conti personali e a istruire i suoi tesorieri. Sua moglie Barbara di Brandeburgo, crediamo a malincuore, dovette impegnare alcuni gioielli per pagare i debiti più urgenti. Possiamo dirlo, Andrea non aveva un carattere facile. Nella sua residenza a Goito, probabilmente quella famosa Corte Buonmercato, si registrano screzi passeggeri e liti giudiziarie con i vicini. Con un giardiniere e con un sarto, con intarsiatori rei di avergli rubato delle stoviglie. E addirittura c’era una questione aperta relativa al furto di ben 500 mele cotogne. Pare che Andrea fosse già coinvolto in cinque processi. Pittore e imprenditore perché qualche provento gli veniva da rendite, terreni e case. Le sue spese più massicce erano per le figlie, entrambe fatte sposare in modo più che decoroso, e una collezione di antichità. L’ultima casa, dopo la decina che cambiò in città, l’acquista nel 1506 a ridosso della Chiesa di Sant’Andrea all’età di 75 anni.

Mantova, 13 settembre 1506. Durer, desideroso di conoscere Andrea, stava per arrivare nella città dei Gonzaga e passare qualche giorno con quell’uomo venuto direttamente dalla Roma classica. Appena gli  arrivò la notizia disse che quel giorno sarebbe stato il più triste della sua vita.

 

Bibliografia. Kate Simone, I Gonzaga. Storia e segreti, edizione 2006 

Immagine. Trionfi di Cesare, Hampton Court – 1485-1505

Per la prima volta volano le aquile a Mantova

22 settembre 1433, Mantova. L’imperatore Sigismondo di Lussemburgo è in città per dare l’investitura ufficiale a Gianfrancesco Gonzaga. Piazza San Pietro è gremita e colorata come la più sontuosa e barocca tra le bomboniere. E’ l’occasione per fare bella mostra di sé: cavalli bardati e decorati, panni colorati che pendono come lingue in arsura dalle finestre dei palazzi, cortei di abiti, pose e preziosi che veleggiano avanti e indietro. La famiglia si presenta ed è pronta a passare di grado: da Capitani del Popolo a Marchesi. Il primo sarà proprio Gianfrancesco. Lo stemma dei Gonzaga per la prima volta si fregerà delle aquile imperiali: il campo viene inquartato dalla croce patente rossa e in ogni riquadro fa il nido un’aquila. Sono quattro in tutto. Ogni cosa ha un costo e tra queste il blasone necessita dello sforzo più faticoso che prende la consistenza di 12.000 fiorini. Il rapporto con l’imperatore non si esauriva con quel gesto. La Corte di Mantova comincerà comincerà a parlare tedesco perché si pianifica il prossimo matrimonio tra il primogenito Ludovico e la giovanissima Barbara della nobile casata di Brandeburgo. Sigismondo sarebbe morto quattro anni più tardi portandosi nella tomba la dinastia dei Lussemburgo. Non poteva sapere che uno dei suoi ultimi gesti da imperatore avrebbe suggellato la nascita di una parte della Camera degli Sposi. In fondo Andrea Mantegna aveva appena due anni e al limite aveva in mano i giocattoli in legno costruiti dal padre falegname.

Immagine: stemma a partire dal 1433. Fonte Wikipedia 

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Sigismondo di Lussemburgo rappresentato come San Sigismondo nel Tempio Malatestiano di Rimini. Affresco di Piero della Francesca. Fonte Wikipedia 

Quando Federico sgridò in una lettera Giulio Romano

Si sa che non è leggenda il non rispetto delle scadenze da parte degli artisti. In questo lungo elenco ci finisce anche Giulio Romano per il cantiere di Palazzo Te. Federico II non gli aveva comunque reso la vita facile a causa delle dense commissioni che solo con la sua organizzazione riusciva a gestire. Così Federico II nel 1528 (ovvero tre anni dopo l’avvio dei lavori) redarguisce l’artista in una lettera dal tono quasi familiare ma comunque molto diretta:

Iulio, perché intendemo che niuno pictor lavora alle camere nostre del Palazzo del Te, pensamo che non si finiranno né per tutto Agosto, come ne avete promesso, né per settembre, né per ottobre; et ancor ci siamo spassati che ci siate mancato di tanti termini che avete preso a finirle, ne avedemo che ancor quest’altro termine pigliato andarà molto inanti con poca satisfactione nostra. Però vi diremo che se le volete finire al termine promissone, che li facciate lavorar diligentemente; quando che non lo vogliate fare, provederemo de altri pictori che le finiranno. 

Chissà cosa avrà pensato Federico visto che nel 1530 quando Carlo V visitò Mantova e il palazzo la Camera dei Giganti non era ancora finita. Chissà cosa avrebbe potuto scrivere ad Andrea Mantegna che per una sola camera (la Picta) impiegò nove anni. E’ sempre una questione di tempo (e di soldi).

Bibliografia. Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi. 

Immagine. Particolare della Camera dei Giganti

Ancora si cercano i nani di Mantova. Non smettiamo mai di farlo!

Esistono i nani di Mantova? Andrea Mantegna nella Camera degli Sposi ci mostra certamente un personaggio di Corte dalle forme inequivocabili. La nana Lucia si occupava della crescita delle fanciulle di Barbara e Ludovico. Il famoso Appartamento dei Nani è stato raccontato a molti visitatori del passato della sua fantomatica funzione. Così la guida del 1929 lo descrive: questo groviglio di stanzette e cunicoli che formano una delle curiosità più care al visitatore di questa immensa reggia […] fu creato dal capriccio del duca Guglielmo. Vuole la tradizione, e lo ripetono le vecchie guide, che questa fosse l’abitazione dei nani di Corte. […] Propendiamo a ritenere che questo fosse un luogo di sosta donde più presto potessero salire, per la scaletta interna, nelle stanze ducali quando venivano chiamati ad allietare coi loro motti e frizzi l’annoiato padrone.

La favola di Rodari aiuta nell’esercizio di fantasia e capovolge la statica e fredda immagine di una Corte alle prese con la politica. In fondo sono ancora molti i visitatori che si aspettano di vedere l’Appartamento dei Nani o si ricordano di averlo visto qualche decade fa. Per la cronaca si tratta della riproduzione in dimensioni ridotte della Scala Santa del Laterano fatta realizzare dal duca Ferdinando Gonzaga in occasione della Pasqua del 1615. Una intercessione religiosa in formato lillipuzziano.

La curiosità sottende quasi sempre un abbraccio infinito fra la nota reale storica e l’aneddoto semi falso nato dentro la storia. Ci vogliono entrambi.

Bibliografia. Nino Giannantoni, Guida del Palazzo Ducale di Mantova, 1929

i nani di mantova

Tre contrade, tre case. Gli indirizzi di Giulio Romano a Mantova

Le case d’artista a Mantova si raccolgono soprattutto attorno al nome di Andrea Mantegna. Infatti solo in città ne cambiò circa una decina prima di arrivare all’ultima vicinissima alla Chiesa di Sant’Andrea da dove poteva dirigere i lavori per la costruzione della sua cappella funeraria. E Giulio Romano? Appena arrivato a Mantova trova dimora in una casa (oggi non individuata) presso la Contrada di Pusterla ovvero tra via Principe Amedeo, Acerbi, Mazzini e Sauro). La permanenza è di breve durata perché il 13 giugno del  1526 riceve in dono dal marchese Federico II una casa in Contrada del Leopardo, proprio contigua alla Chiesa di Sant’Andrea. Qui nel 1528 venne accolto anche Benvenuto Cellini. Quanto vicina a quella ex di Andrea Mantegna lasciata nel 1506? Non lo sappiamo ma le ipotesi degli studiosi Marani e Amadei concordano nell’ipotizzarla in via Broletto a ridosso del transetto della Chiesa. vogliamo immaginare in questo fatto quasi un passaggio di consegne. Però non finisce qui perché nel 1544 Giulio si realizza la sua nuova dimora in Contrada dell’Unicorno ovvero nell’attuale via Poma. Acquistato nel 1538 dagli eredi di Ippolito degli Ippoliti per la somma di 1000 scudi d’oro, l’edificio viene ristrutturato e ricostruito secondo i suoi dettami che già aveva visto a Roma per esempio a Palazzo Caprini realizzato da Bramante e divenuto nel 1517 dimora di Raffaello. Bugnato al pianterreno e ordine binato al piano nobile. Il Maestro va seguito, sempre. Ad un primo sguardo già si capisce tutto. Mascheroni, invenzioni, regole portate all’eccesso, finestre a edicola. Il gusto classico non può mancare. Sopra il timpano una statua di Mercurio saluta i passanti. Originale marmo classico restaurato da Francesco Primaticcio. Nel 1800 viene restaurata da Paolo Pozzo. Oggi ci perdiamo molto della facciata originaria, soprattutto i colori che ci descrive Vasari contagiato da quell’arte stravagante, eccessiva, possente e comunque classica. Chissà che elogi quando venne ospitato nel 1541.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987. 

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Palazzo Caprini, Bramante 1510. Casa di Raffaello dal 1517

Mantova in numeri. Cittadini, peste e corna

La storia della città di Mantova vede il significativo apporto della famiglia Gonzaga che, nel bene e nel male, le ha dato una forma e una cittadinanza. Diamo i numeri prima e dopo i Gonzaga: sulla popolazione, le guerre, la ripresa, carestie e pestilenze. Amen.  Continua a leggere “Mantova in numeri. Cittadini, peste e corna”