Dove trovare i ritratti dei Gonzaga fuori dal Palazzo Ducale

I volti dei Gonzaga si possono vedere anche fuori dalla loro residenza di Palazzo Ducale. Per farlo si possono prendere due direzioni. Andare verso piazza Virgiliana (ovvero l’antica ancona) oppure verso piazza d’Arco. Nella prima fermata, all’interno del Museo Diocesano, potete trovare il ritratto di Francesco Gonzaga a cui è intitolato proprio il museo. Dopo essere stato alla corte di Filippo II decise di seguire la vocazione religiosa ed entrò nell’ordine francescano divenendo prima vescovo di Cefalù e dal 1593 al 1620 vescovo di Mantova. Spetta a lui il completamento della Cattedrale. Nella prima sala dedicata ai Tesori dei Gonzaga si conserva un dipinto proveniente dallo scomparso eremo di Bosco Fontana. Sotto alla figura di San Romualdo, che offre la chiesa a Dio, sono inginocchiati il duca Carlo I Gonzaga Nevers e il nipotino Carlo II.

Nel Palazzo d’Arco all’interno della Sala di Pallade c’è il ritratto di Vincenzo I Gonzaga raffigurato da Frans Pourbus il Giovane. Da non trascurare affatto il ritratto in abiti vedovili di Maria Gonzaga, figlia di Francesco IV e moglie di Carlo I Gonzaga Nevers e madre di Carlo II. Vedova dal 1631, a lei si deve un periodo di illuminato governo dal 1637 al 1647. Si tratta di una delle copie dell’opera conservata nella sagrestia del Santuario di Santa Maria delle Grazie. E’ nella Sala della Giustizia che si compie la chiusa del cerchio. Vi troverete di fronte a Ferdinando Carlo, ultimo duca, raffigurato da Frans Geffels. La parruccona, la cipria sulla guance, una cravatta e quei polsini bianchissimi ce lo rappresentano più come uno degli ultimi nobili di Venezia. E’ proprio qui che scapperà quando a Mantova, dopo quasi quattro secoli, avviene il passaggio con gli austriaci. I Gonzaga finiscono qui.

Immagine: Ritratto di Ferdinando Carlo (fonte wikipedia) 

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Una casa dal sapore veneziano e la prima insegna a tre dimensioni

La Casa del Mercante sottolinea il vanto del suo proprietario. Una casa con bottega proprio di fronte a tutti gli altri mercanti che condividevano l’ombra lunga del portico broletto. Sfacciato, pavone, vanitoso. E’ il prototipo della nuova casa mantovana di chi era in commercio o in affari. Bottega sotto e casa sopra. Non c’erano le vetrine di oggi e la merce veniva esposta su banchi che affacciavano direttamente sulla strada. Sull’architrave, sotto i portici, sono stati scolpiti i prodotti. Un’autentica insegna commerciale del passato. Osserviamo una solita mattina di lavoro del nostro Messere.

Storia 3 meraviglia

Il meteo del Rinascimento, Giulio Romano e l’inverno più freddo

Nel 1524 Giulio Romano arriva a Mantova. Ma, oltre a quello artistico, che clima atmosferico trova nella città dei Gonzaga? Meglio foderare le vesti di pelliccia? Proviamo a descrivere il meteo del Rinascimento per visualizzare la Mantova di Giulio.

Nel periodo medievale, ovvero fino al Quattrocento, il clima fu favorevole permettendo la coltivazione soprattutto nell’Europa settentrionale e l’espansione verso Nord di foreste là dove prima c’erano solo ghiacciai. L’inverno dell’anno 1400 segna una spaccatura. la temperatura tornò a valori più bassi, i ghiacciai tornano a ricoprire il nord America e l’Europa settentrionale. Pare che l’inverno del 1407-8 sia stato uno dei più freddi dell’ultimo millennio. In Pianura Padana si registrano addirittura -30 gradi. Nel 1431-32 gelò addirittura il fiume Po per oltre due mesi. Nell’inverno del 1448-49 le nevicate lasciarono uno strato alto quanto una persona con ingenti danni ai tetti delle abitazioni che crollarono copiose. Nel Rinascimento e nel Seicento si alternano invece periodi alterni di gelo e di clima più mite. Il freddo portò come conseguenza le gelate del Baltico, del Tamigi (con l’organizzazione delle prime Fiere), della Laguna di Venezia e del fiume Po. Nel 1492 quando è nato Giulio Romano (dai calcoli di Vasari) Firenze fu paralizzata dalla neve per due settimane. Prima della morte di Giulio ci fu un’ultima grande gelata nel 1523. Poi gli inverni furono abbastanza miti e segnati da pochissime precipitazioni. Poco dopo la morte di Giulio gli inverni tornarono più rigidi e più fredde anche le altre stagioni. Gli anni 1547 e 1548 sono i più freddi in Italia dove gela il Lago di Garda. Nel 1565 si registra l’inverno più freddo del secolo immortalato da Peter Brueghel il Vecchio nella tavola Cacciatori nella neve. Giulio era morto il primo novembre del 1546. A Mantova il posto di Prefetto alle Fabbriche lo aveva preso Giovan Battista Bertani.

Sicuramente Giulio Romano avrà visto i laghi ghiacciati, i tetti spolverati di neve e magari come Brueghel avrà realizzato dei disegni con pattinatori o raccoglitori di ghiaccio per le ghiacciaie dei Gonzaga. Probabilmente avrà vissuto sprazzi della tipica afosa estate mantovana trovando riparo in un sorbetto all’anguria preparato dallo scalco Bartolomeo Scappi.

Fonte. Philipp Blom, Il primo inverno, Marsilio 2018 – Wikipedia 

Immagine. Cacciatori nella neve, Peter Brueghel il Vecchio, olio su tavola

Il passaporto del rinoceronte Clara

Venezia, 1751. Arriva nella Serenissima in occasione del Carnevale un rinoceronte di nome Clara. Divenne una tale attrazione che venne addirittura raffigurata da Pietro Longhi nello stesso anno. Ma non era stata l’unica meta di Clara. Arriva a Venezia dopo che il suo viaggio era cominciato in India nel 1738 quando, alla morte della madre, fu allevata dal direttore della Compagnia olandese delle Indie Orientali. Nel 1740 venne acquistata da Van der Meer, capitano olandese della nave Knappenhof, che divenne il suo proprietario a vita. Solo ora ha inizio il suo tour europeo: Rotterdam, Anversa, Bruxelles, Amburgo, Hannover, Berlino, Francoforte, Vienna, Ratisbona, Dresda, Lipsia, Berna, Zurigo, Strasburgo, Basilea, Stoccarda, Norimberga, Augusta, Marsiglia, Roma, Napoli, Bologna, Milano, Verona, Londra, Praga, Varsavia, Danzica. Da non credere.

Molte furono le storie bizzarre che si narrano attorno a Clara: la carrozza creata appositamente per trasportarla, le parrucche parigine à la rhinocéros e la Marina francese che le dedica una nave. Per la prima volta questi spettacoli a pagamenti non sono solo per nobili ma viaggiano anche nelle piazze e si offrono al popolo. Il viaggio di Clara si ferma a Londra dove ritorna una seconda volta. Muore il 14 aprile del 1758, all’età di circa 20 anni.

E’ una storia triste e bizzarra allo stesso tempo. Clara fu il quinto rinoceronte ad essere visto dal vivo dai tempi della stampa a bulino di Durer. Ha viaggiato forse più di quanto non faremo mai, è stata accolta come una celebrità da Luigi XV e dalla famiglia reale inglese. Canzoni, poesie e studi sono stati scritti su di lei. Quando pensiamo al Grand Tour ricordiamoci di Clara e di quante occhi l’hanno vista, da quante persone è stata ricordata e in quanti sogni ha fatto la sua comparsa.

Bibliografia. Wikipedia. Immagine. Ritratto di Clara, Jean Baptiste Oudry (1749)

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Ritratto del rinoceronte Clara, Pietro Longhi (1751)

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Nella Chiesa di Terni c’è la corretta misura del tacco

Le leggi suntuarie regolamentavano la moda soprattutto per evitare gli eccessi e gli sprechi. In questo l’attività di repressione contro lo sfarzo andava di pari passo rispetto alle prediche e ai sermoni. Non è un caso infatti che i magistrati alle leggi suntuarie erano spesso uomini di Chiesa. Particolare è la normativa contro le stravaganze delle calzature. A Bologna si proibiva di portare pianelle con punte più lunghe di mezza oncia, dipinte, intagliate o con ricami o col altri colori rispetto al bianco e al nero. La multa era di cinque lire sia per chi le indossava che per il calzolaio che le aveva confezionate. In questa categoria di stravaganze erano chiaramente proibite le scarpe dalla punta lunghissima dette “à la poulaine” di moda tra XIV e XV secolo. Altre forti critiche erano riferite alle pianelle. L’illustre predicatore Bernardino da Siena accusa questi “trampoli” perché modificavano le proporzioni del corpo femminile oltre allo spreco di stoffa necessario a colmare la smisurata altezza. Era proprio peccato indossare pianelle alte più di un palmo. Al Museo Correr di Venezia sono conservati due esempi di calcagnetti che risalgono alla metà del Quattrocento. Di cuoio bianco, traforate e un’altezza incredibile: 50 e 52 centimetri. In Spagna si criticava lo spreco di sughero per alzare il tacco della calzatura. Per togliere qualsiasi dubbio nel 1444 Giacomo della Marca a Terni fece scolpire nella Cappella di Sant’Anastasio la misura massima del tacco, fissata a 4 dita. Immaginiamo la sequela di donne per entrare nella Chiesa di S. Maria. Amore sacro e amor profano.

Bibliografia. Maria Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba medievale, il Mulino, 1999.

Carnevale ma non troppo! La maschera del medico della peste

Tempo di Carnevale! Ma anche in questa occasione cerchiamo storie, dettagli e bizzarrie che mostrano l’altro lato delle cose. Non so voi ma tra tutte le maschere veneziane mi ha sempre affascinato quella del Medico della peste con quel suo becco ricurvo bianco che ricorda un avvoltoio. A Venezia il medico faceva visita ai pazienti colpiti dal morbo e questo era il suo travestimento: occhiali o lenti di vetro, tunica nero di lino e tela cerata, maschera bianca, guanti e bacchetta. Nella forma allungata del becco si nascondeva un altro dettaglio: all’interno veniva applicata un tampone di spugna imbevuto di aceto ed erbe officinali. Una sorta di disinfettante per non interagire con i miasmi della peste. Secondo i dettami del tempo si pensava che il contagio – non solo della peste ma di tutte le malattie – avvenisse con i cattivi odori presenti nell’aria. Questa figura fece visita ai pazienti durante le devastanti epidemie del 1347-49, 1575-77 e 1630-31. Gli appestati dovevano rimanere in quarantena (non un numero casuale) presso le Isole del Lazzaretto Vecchio e Nuovo. Qui potete vedere la riproduzione di un abito e degli strumenti utilizzati dai medici dal grande becco. L’idea di creare un abito per i medici che curavano tale morbo pare sia venuta a Charles de Lorme, medico di Luigi XIII. La maschera era già presente ma suo fu lo spunto di completarla con la veste nera idrorepellente in tela cerata che arrivasse fino ai piedi, con guanti e cappello nero a tesa larga. Cadde in disuso nel XVIII secolo quando la peste venne debellata e certamente i veneziani ne fecero volentieri a meno.

Fonte: Venipedia | Immagine: Paul Furst, Il Medico della Peste

Melchiorre_Gherardini,_Piazza_di_S._Babila_durante_la_peste_del_1630

Milano, Piazza San Babila durante la peste del 1630 (Melchiorre Gherardini)

Angeli e funamboli. Il primo turco che volò su Piazza San Marco

Venezia è la città che va bene per ogni stato d’anima. Tristezza, malinconia e allegria. In occasione del Carnevale diventa ancora di più centro dello spettacolo e della meraviglia. Ma a Venezia bisogna continuamente porre domande. Perché il volo dell’angelo? da dove deriva questa tradizione? Torniamo indietro fino al Cinquecento. Venne realizzato un evento straordinario. In piazza San Marco avremmo visto una fune tesa che dal molo della Piazzetta arrivava al Campanile di San Marco. Sopra la camminata di un giovane acrobata turco che nella discesa si ferma nella balconata del Palazzo Ducale porgendo un saluto al Doge. Questo evento venne denominato “svolo del Turco” e programmato per i giovedì grasso degli anni successivi. Nel corso degli anni si cambiano i connotati funambolici, si costruiscono macchine spettacolari fino a vestire l’acrobata con un paio di ali. Così nasce il “volo dell’angelo”. Nella metà del Settecento succede la tragedia. L’acrobata cade durante lo spettacolo. Così si decide di sostituire la figura umana con un grande uccello meccanico che distribuiva coriandoli sopra la folla.

Oggi il volo è ritornato umano con un accuratissimo sistema di sicurezza. Si trattiene il fiato e negli occhi un’immagine invidiabile. Piazza San Marco, la folla acclamante, i colori del Carnevale. Prospettiva veneziana.

 

Farmaci e rimedi nella Mantova di fine Ottocento

La stagione richiede un post di questo tipo ma con sfumature storiche e passeggiate virtuali nella Mantova dal sapore antico. Nella contrada Pescheria, al civico 2527, era situata la Farmacia e Drogheria del Signor Antonio Rampoldi. Vendeva lo Sciroppo concentrato di Salsapariglia prodotto dal farmacista Quet di Lione e adatto alle “malattie segrete, recenti ed inveterate, delle serpigini, volatiche e di qualunque asprezza e vizio del sangue”.  In questa Farmacia veniva vendute le Candele Steariche dell’I.R. Fabbrica nazionale privilegiata e premiata alla Mira provincia di Venezia. Da 6,7,9 taglio lungo di un chilogrammo Lire 2. Un altro rimedio naturale erano le sanguisughe officinali. Il Deposito era stato attivato dai Farmacisti Foggia e Borgani, “direttamente ritirate dai naturali vivai, conservate robuste e ripurgate nel loro fango naturale”. Quindi non erano un antico rimedio delle corti rinascimentali… Forse letto così ci accontentiamo dei rimedi di oggi: sciroppo,antipiretico e riposo.

Vi invito a cercare il numero civico austriaco (se rimasto) nella Contrada Pescheria tra via Roma e via Pescheria. Se lo trovate fatemelo sapere, mi metto alla ricerca anch’io!

 

Kabbalah ovvero il Ghetto in numeri

Si sa che il Ghetto è un termine veneziano. In origine però gli spazi della città in cui viveva una netta prevalenza di ebrei erano chiamati Contrade degli Ebrei o Giudecche. Dopo il 1516 tutti si chiamano Ghetto. Troppo facile concentrare così l’evoluzione di uno spazio veneziano che ha attraversato varie fasi: al Ghetto Nuovo del 1516 viene aggiunto nel 1541 quello Vecchio e nel 1633 quello Novissimo. Nel 1790, data dell’ultimo censimento di Venezia, gli abitanti ebrei risultano 1.517: 189 bambini, 744 donne, 457 maschi adulti e 97 con più di settantanni. Si è passati dalle 199 unità abitative del 1582 alle 1.661 con un forte incremento di monolocali. Il Ghetto, complessivamente, rendeva alla Serenissima un ammontare di 250.000 ducati. Ogni anno. Lascio a voi il conteggio per i 282 anni di Ghetto.

A Mantova i numeri sono più bassi. Si parla di circa 2.000-2.500 abitanti che progressivamente scende soprattutto dopo l’annus horribilis del 1630. La crisi colpisce anche il Ghetto che si avvia verso il degrado. Due i fatti più gravi che suonano come una catastrofe. Il 31 maggio del 1776, in occasione delle feste per un matrimonio nell’ultimo piano, crolla l’intero palazzo seppellendo 65 persone. Il 9 marzo 1878 crolla un intero caseggiato a causa di un incendio di carta in vicolo dell’Olio.

Il 21 gennaio 1798 i portoni del Ghetto vengono scardinati, demoliti, bruciati. I Francesi subentrano agli austriaci che avevano comunque mantenuto il Ghetto in una condizione di tranquillità. I portoni vengono portati nella piazzetta dell’Aglio e il grande falò rappresenta la fine della “segregazione”. Così cambia il nome in piazza Concordia.

Bibliografia: Francesco Jori, 1516 Il Primo Ghetto, 2016 – Emanuele Colorni, Mauro Patuzzi, C’era una volta il Ghetto, 2018

 

Quando i Santi diventano veneziani

State programmando le vacanze in ritardo e non sapete a che santo votarvi? A Venezia non solo troverete quelli ufficiali ma pure quelli dalla connotazione locale. Il motivo è semplice: i nomi dei Santi hanno subito un processo di venezianizzazione. Si tratta di una contrazione di un solo nome oppure l’unione di due.

A Venezia tutto diventa unico, speciale, mai visto prima, mai sentito prima.

San Stae (Sant’Eustachio)

San Marcuola (Santi Ermagora e Fortunato)

San Trovaso (Santi Gervasio e Protasio)

San Zanipolo (Santi Giovanni e Paolo)

San Polo (San Paolo Apostolo)

Sant’Aponal (Sant’Apollinare)

Sant’Alvise (San Ludovico)

San Giovanni Battista Decollato (San Zan Degolà)

… il resto lo lascio alle vostre ricerche e peregrinazioni. Il mio preferito? San Zan Degolà, di cui si vede la Chiesa nell’immagine in evidenza. Quando ho letto il nome sul nizioleto quasi sparito mi ha colpito il cuore e sono sicuro che per sempre ci resterà dentro. Ferito felice dalla venezianità.

Bibliografia: Alberto Toso Fei, Misteri di Venezia.