Mortadella, roast beef e la tela del Carracci. La società carnivora tra Londra e Bologna

Ci muoveremo tra Bologna, Mantova e Londra seguendo le tracce del dipinto di Annibale Carracci che descrive la fame carnivora della città. Prima presente nelle collezioni gonzaghesche e poi nella Londra di Carlo I, la tela diventa il documento per leggere la tavola di un cittadino bolognese e di uno londinese.

Farcimen myrtatum. Con questo termine nel I secolo d.C.  Plinio si riferiva ad un salume che veniva prodotto dai romani utilizzando come aroma il mirto. L’altra versione si riferisce invece all’uso di un mortaio per pestare la carne di maiale insieme a sale e spezie. Da qui il nome mortatum ovvero carne finemente tritata nel mortaio. Nel Medioevo probabilmente i bolognesi consumavano un salume antenato della mortadella e che richiama l’espressione latina mortatum.

LA PRIMA MORTADELLA REGISTRATA. Sicuramente invece un bolognese del Seicento mangiava una mortadella con marchio registrato. La prima vera ricetta della mortadella infatti viene fornita dall’agronomo Vincenzo Tanara nei primi anni del XVII secolo con precise indicazioni di ingredienti e pesature. Il bando del cardinale Farnese del 1661 codificava ufficialmente la produzione della mortadella fornendo uno dei primi esempi di disciplinare. La Corporazione dei Salaroli, una della più antiche di Bologna,si occupava della produzione e dell’applicazione dei sigilli di garanzia. Nello stemma si nota infatti il mortaio e il pestello. Mortatum.

IL BOLOGNESE ANNIBALE CARRACCI. L’opera La bottega del macellaio – conosciuta anche come Grande macelleria – fino al 1627 doveva far parte della collezione Gonzaga nel Palazzo Ducale di Mantova prima di finire nelle collezione di Carlo I Stuart. Non si hanno documenti o notizie circa l’origine del dipinto e l’acquisto da parte della famiglia Gonzaga. Appaiono eccessive le dimensioni – 190 x 271 cm – per un quadro di genere che rappresenta una bottega ed espone pezzi di carne e bue squartato in primo piano. Probabilmente la tela è stata commissionata dalla ricca famiglia bolognese dei Canobbi, dedita anche al commercio della carne. Ad ogni modo la tela, riferita al 1585, rappresenta bene la dimensione carnivora bolognese dove viene registrata la prima vera mortadella.

Londra, nello stesso momento. La città divora ogni tipologia di carne: cigni, capponi arrosto, pollami, carni di bue e maiale, cacciagione in brodo, coniglio, pernici e galli. A seconda della stagione il regime alimentare poteva variare aggiungendo le aringhe fresche per San Michele, sardine per la festa di Ognissanti, vitello e pancetta a Pasqua. Nell’estate del 1562 un veneziano in città notava che la popolazione apprezzava molto consumare le ostriche crude con pane di segale. Si comincia a consumare il roast beef che, insieme alle ostriche fresche, denotano un miglioramento medio della qualità della vita. La carne era accompagnato dall’immancabile pudding al latte o alle mele. Sulle tavole dei londinesi più abbienti si poteva trovare un pezzo di bue bollito accompagnato con cavoli, carote, rape, erbe ben pepate, salate e condite con il burro. Seguivano delle fette di pane imburrate e abbrustolite in padella.

Bibliografia: Peter Ackroyd, Londra. Una biografia, Neri Pozza 2014 https://mortadellabologna.com/tradizione-bolognese/

Immagine: Annibale Carracci, Grande Macelleria 1585 (Christ Church Gallery, Oxford)

 

 

Dentro l’odore del legno. L’inventario dei beni di Zuan Maria cerchier da barche

Venezia, 8 settembre 1596. Il sestiere di Dorsoduro non è a vocazione commerciale, ci sono i rumori che escono dagli squeri ovvero i cantieri di fabbricazione e allestimento delle imbarcazioni lagunari. Qui, nella Parrocchia di San Trovaso, ha la casa e la bottega Zuan Maria de Rafael, artigiano specializzato negli elementi curvi dello scafo.

In questa data il notaio Antonio Brinis redige l’inventario dei beni di Zuan Maria, cerchier da barche a San Trovaso. Viene così dettagliato l’inventario delle robbe et beni mobili su istanza della moglie Mada Anzlica perché suo marito è partito da quattro giorni per voler andare fuora di questa città alla ventura et haver detto alla predicta sua consorte <<Dio sa se ti vederò più>>. 

Entriamo nella sua abitazione e muoviamoci curiosi insieme al notaio tra i beni di Zuan. Non ci deve stupire la presenza di dipinti, in totale sono 22 tra cui 16 disegni: uno quadro di Nostra Donna con soaze di noghera, un quadreto piccolo dorato con li 3 Magi, un quadretino piccolo de Madona, tre altri quadri de Madona vecchi schietti, quadretini piccioli de carta soazadi negri n.16. Poi si continua con il mobilio: una littiera de noghera, doi letti de piuma, doi stramazzi de lana grande et un piccolo, quattro cussini de piuma, secchi n.9 de rame battuidi, secchi n.4 de rame schietti, doi scaldaletti, una padella de rame, doi caldiere grande, una caldiera mezana, doi ferri da fuogo, tre cadene da fuogo, sei lume de ferro, tre saliere de peltro, peltri pezzi n.10, sette candelieri de laton, uno secchieleto piccolo de laton da acquasanta, sculieri de laton n.51, cortelli de ferro n.12, pironi de ferro n.12, una credenza de noghiera intaiada, pezzi de massarie devisi in piadene, taieri, maioliche, scudelle et altre massarie grosse in tutto pezzi n.157, mastelli tra grandi et piccoli n.8, uno scragneto picolo, carieghe de noghiera desnodade n.5, carieghe de paia n.2, casse depente rosse con pomoletti doradi n.5, una cassa granda de noghera da mariner, tre tapedi vecchi, panni verdi schietti, una vestura de panno rosso, doi veste negre de scotto, uno paro de braghesse de panno negro, uno paro de braghesse de zambeloto, uno paro de braghesse bianche de roverso, uno zipon de panno roan, una camisiola rossa vecchia, una vestina de zambeloto negro sucada, uno capel de pagia, doe cortelle, una spada, uno stilo, un pugnal, una mazza de ferro, uno paro de maneghe bianche gucchiate, una intimella con scarpete vecchie rotte dentro, una carpeta de panno rosso.  

Al momento dell’inventario si apre, con poco senso del pudore, cassoni, casse e contenitori. All’interno di alcune casselete de noghera o intarsiade vengono trovati: fazzoletti de renso n.16, pezzi da spalle n.10, una cappa negra da dona, lincioleti da testa n.2, fazzoletti de naso n.48, fazzoletti vergadi n.7.   

Poi è la volta delle robbe della bottega. Scufine n.7, scarpelli da piana n.12, verighole tra grande e piccole n.15, manere tra grande e piccole n.6, sieghe tra grande e piccole n.8, lime da cerchi n.4, raspe da cerchi n.10, balance n.5, compassi n.3, tenagie n.3, assete n.5, siegone n.2, raspete n.6, cimosse n.3, una cassella da chiodi, cerchii da gondola tra rotti e boni non finidi n.13, cavaletti da metter sotto le noghere per siegar n.12, mazze da barche da lavorar n.600, mazza da barche lavorada n.50, forcole diverse tra grande et picole finide et da finir n.87, remi tra fatti e grezai n.7, remi grezi n.13. 

GLI SQUERI. Ce ne sono diversi: “Ai Biri”, nel sestiere di Cannaregio, Piero figlio di Antonio di Burano, usa tavole, seghe, ferri e pali. Costruisce gondole così come lo squero di Giorgio della Brazza a San Barnaba, specializzato in delfini e colombe da gondola. Zuan Maria è specializzato nella costruzione di elementi curvi dello scafo chiamati “cerchi da gondola”. I serci o cerchi sono delle lunghe assi, sagomate e curvate, che formano la parte superiore dei fianchi dell’imbarcazione. Possiede una completa strumentazione: lame, seghe, accette, lime, pialle, chiodi. L’inventario ferma il tempo al momento dell’ultimo ingresso in bottega di Zuan: si notano lavori finiti e altri solo abbozzati come le forcole ovvero i tipici scalmi sagomati.

Glossario minimo: carpeta=sottana; intimella=federa per guanciali; noghera=legno di noce; piron=forchetta; renso=tessuto di lino candido; soaza=cornice; verigola=strumento di legno per forare il legno; zambellotto=tessuto di lana di capra o cammello; assete=accette.

Bibliografia: Isabella Palumbo Fossati Casa, Dentro le case. Abitare a Venezia nel Cinqucento, GambierKeller editori, Venezia 2103 | ASV, Notarile Atti, notaio Anotnio Brinis, reg. 473, fol. 25Ir, 8 settembre 1596. 

Immagine: Squero di San Trovaso, Venezia

Dentro le librerie dei palazzi. Storie di famiglie, eredi e inventari

Palazzi, famiglie e collezioni. Tra Cinquecento e Seicento si assiste ad una proliferazione di nuovi palazzi costruiti, acquistati o abbelliti da parte di famiglie mantovane e non di lunga data, nuove famiglie e nuovi imprenditori arrivati in città. In queste famiglie ci sono molti funzionari, diplomatici e persone che scalano posizioni nella corte gonzaghesca. Oltre alle collezioni di dipinti, sculture e altri oggetti rari si registra la presenza di biblioteche all’interno dello studiolo del padrone di casa. Testi classici, latini e greci, prime edizioni, codici miniati e libri prodotti prima dell’invenzione della stampa. Tutto questo fa parte dell’eredità familiare che fluisce da una generazione all’altra. Un autentico patrimonio di carta, parole e conoscenza che viene, in genere, documentato all’atto della morte. Gli inventari in questo caso – ma non è sempre così – avvengono qualche giorno o settimana dopo la morte. Solo nelle mani dei cinque personaggi che andrò a descrivere troviamo riunito un patrimonio di 3.500 libri.

BALDASSARRE SENZA CORTEGIANO. Nel 1529 viene realizzato l’inventario dei beni di Baldassarre Castiglione nel suo palazzo in piazza San Pietro. Si registra la presenza di 144 libri, soprattutto di autori classici e greci, ma soprattutto l’assenza della copia del libro del Cortegiano appena stampato l’anno prima. Altri 40 libri invece sono a Toledo dove si trovava Baldassarre. Una breve e non esaustiva lista: Flavio Biondo, Ermolao Barbaro, Guarino da Verona, Cicerone, Marziale, Seneca, Giovenale, Euripide, Petrarca, Aristofane. I dieci testi greci confermano la conoscenza della lingua da parte del letterato.

UNA FAMIGLIA FIORENTINA. Nella contrada del Leone Vermiglio è ubicato il palazzo della famiglia Strozzi. Il 29 luglio del 1631 viene realizzato l’inventario dei beni di Giulio Cesare Strozzi, figlio di Pompeo a sua volte nipote di Tommaso Strozzi che tra il 1516 e il 1523 aveva portato a Mantova alcuni cartoni della Battaglia di Anghiari di Michelangelo. Nello studio si trova la libreria che contiene oltre 100 volumi insieme ad una notevole collezione di medaglie antiche di piombo (240) e in oro e argento (30).

I CALANDRA E L’ORDINE. Vicino al Castello di San Giorgio, in contrada dell’Aquila, sorgeva l’abitazione della famiglia Calandra, da sempre castellani e funzionari dei Gonzaga. L’inventario di Giovan Giacomo juonior, redatto nel 1591, nello studio l’archivio e la libreria di famiglia sono presenti oltre 1.600 libri descritti con titolo, autore e misure. Sono disposti su delle scansie tutto attorno alle pareti della stanza, spesso raccolti per soggetto e per ordine alfabetico.

IL MEDICO COLLEZIONISTA. Ancora nella contrada del Leone Vermiglio, dopo il convento di Sant’Orsola, c’era il palazzo di Marcello Donati, chiamato “Il Borgo”. Ottenuto il dottorato in medicina e filosofia, Marcello diventa il precettore di Vincenzo I nonché consigliere di stato. Aumenta la già cospicua collezione del padre Ettore – composta da 96 volumi – e arriva al numero di oltre 1.200 così come registrati al momento dell’inventario nel 1602. Ovviamente la materia era soprattutto medicina e filosofia.

RELIGIOSO E CONSIGLIERE. Tullio Petrozzani era un membro influente della corte di Vincenzo I diventandone nel 1587 il consigliere di stato e nell’ultima parte della sua vita Primicerio della Chiesa di Sant’Andrea. La sua libreria, nell’inventario del 1609, era composta da 350 volumi suddivisa in autori classici, moderni e di legge.

 

Bibliografia: Guido Rebecchini, Private collectors in Mantua 1500-1630, Sussidi Eruditi 56, Roma 2002

Immagine: Fonte Pixabay, immagine di repertorio 

Nella casa di Bertazzolo. La collezione dell’uomo della mappa

Mantova 1626. Muore Gabriele Bertazzolo, architetto e ingegnere di corte, dopo un lungo servizio di 35 anni per la famiglia Gonzaga. La sua casa era vicina dal Palazzo Ducale, anzi era proprio nella stessa estensione della dimora “nella contratta dell’Aquila in corte di sua altezza serenissima”, a fianco del giardino dei Semplici. Ma come era l’interno della sua residenza? cosa collezionava? Entriamo tra le stanze dell’artista diventato quasi esclusivamente famoso per la mappa della città. In verità c’è molto altro.

LE STANZE. L’inventario dei beni conservati nella sua casa viene realizzato nel novembre del 1626. Bertazzolo aveva 74 dipinti suddivisi così: 58 nella sua casa di Mantova e 16 a Governolo nella sua residenza estiva. Inoltre si registra la presenza di 34 sculture collocate nel suo studio. I dipinti nella casa mantovana sono distribuiti soprattutto in tre stanze ovvero nella sala e nei due camerini, uno dei due “bislongo” e con la funzione di piccola galleria. Nel camerino 18 dipinti, in quello bislongo 21 (di cui 4 paesaggi) e 20 formelle per la realizzazione della stampa ad incisione della mappa di Mantova. Vicino a questa stanza c’era lo studio che conteneva circa 400 volumi, 7 dipinti, 13 medaglie in bronzo e una collezione di 24 sculture in bronzo, argento, cera e argilla. Nello stesso spazio si segnala un presepio copia da Jacopo Bassano, una piccola copia del Laooconte, un toro, un cavallo, due Ercole con l’Idra e uno forse con Anteo. Forse una coincidenza ma corrispondono ai soggetti lavorati da Giambologna.

GRANDI FORMATI. Nella Sala si trovavano le opere di grande formato, circa 250×150 centimetri: “un’ancona grande con sopra l’angelo custode, alta braccia 5, larga braccia 3”, un ‘altra ancona “con sopra la Madona, Nostro Signore et santo Gioseppe, alto brazza 5 et largo 3”. Oltre a questi ci sono tre dipinti mitologici: il ratto di Proserpina, il ratto d’Europa e Venere e Cupido che misura 150×120 centrimentri. Si registra anche la presenza di un albero genealogico della famiglia Gonzaga, due raffigurazioni in acquerello di un elefante, una scena notturna e un atlante.

I DIPINTI. Si segnalano: due ritratti del padre Lorenzo Bertazzolo e del nonno, tre ritratti di Magellano, Vespucci e Colombo, “una pietà grande di mano del Zanbellino” (Giovanni Bellini), “un ritratto d’una donna antica di mano di Ticiano, un altro simile di mano dell’istesso” e “una Madonna con il santo Giovanni battista et santo Andrea di Titiano”, una “Artemisia copia del Fetti”, un “angelo che sona de leauto copia d’Alberto Duro, fatta dal Parmesanino” e un “ballo delle Muse del Schiavone”. Del Durer potrebbe trattarsi della copia dell’angelo che suona il liuto della famosa Pala del Rosario.

TIRAR LE SOMME. La collezione del Bertazzolo si dimostra in linea con quella dei suoi contemporanei Borgani (morto due anni prima) e Antonio Maria Viani (morirà nel 1635). Il primo avrà una collezione più modesta fatta di 24 dipinti e 12 sculture, mentre quella del secondo conta oltre un centinaio di dipinti. Si può evincere un interesse comune e ormai consolidato per la pittura fiamminga. Gli artisti-collezionisti del Seicento mantovano si dimostrano più attivi dei loro predecessori del Cinquecento, le cui collezioni si aggiravano al massimo ad una decina di dipinti.

 

Bibliografia: Guido Rebecchini, Private collectors in Mantua 1500-1630, Sussidi Eruditi 56, Roma 2002

Immagine: Urbis Mantuae descriptio, pianta prospettica della città, Gabriele Bertazzolo, 1628 (BCMn, stampe rotolo 1). Foto da Mantova Fortezza

Giovanni e Giovanna. Due storie di finanza e cognomi nella Bruges di van Eyck

1434, van Eyck ritrae Giovanni Arnolfini e la sua seconda moglie Giovanna Cenami. Il ritratto passerà alla storia come I coniugi Arnolfini. Ma chi erano? da dove provenivano? e cosa ci facevano nelle Fiandre? Questo dipinto rischia di essere come la Gioconda, di rimanere icona e facile preda di delucidazioni filosofiche. Qui si vuole rimanere sul piano storico dei personaggi. Le domande di prima trovano risposta nel nome. Gli Arnolfini erano una ricchissima famiglia di mercanti originari di Lucca e che si occupavano di seta. Alcuni di questi si stabilirono a Bruges, la città in cui risiede van Eyck dal 1432. Intere generazioni figurano nei registri di conti della corte borgognona sotto il nome di Arnoulphin. Sant’Arnolfo era il patrono dei traditi e arnoult (e sue varianti) era il soprannome assegnato ai mariti traditi. Qui si entra in una storia legata alla tradizione dei fablieux.

GIOVANNI. Figlio di Arrigo di Arnolfino, nasce a Lucca verso la fine del XIV secolo e già nel 1420 è ben introdotto a Bruges negli ambienti finanziari fiamminghi, in cui operavano tanti influenti banchieri lucchesi. Lavora come rappresentante della casa commerciale di Marco Guidecon. Nel 1421 Giovanni si dà all’attività di speculazione finanziaria guadagnando molti soldi. Il capitale veniva investito nel commercio degli arazzi che vede nel 1423 Filippo il Buono acquirente di “six pièces de tapisseries faites et ouvriées bien richement” per 345 libre. Il 1 marzo 1425, sempre al duca, vendeva una partita di drapperia di lana con pagamento dilazionato di un anno e guadagnando, su di un prezzo complessivo di 2219 libre 39 soldi e 12 grossi, una somma pari al 25% del totale. Nel 1461, divenuto re Luigi XI, Giovanni viene nominato consigliere generale e governatore della Finanza in Normandia. Così entra a tutti gli effetti nella nobiltà borgognona. L’anno dopo diventa consigliere del re e nel 1464 ottiene la naturalizzazione francese nell’aprile del 1464. Arnoulphin appunto. Giovanni muore a Bruges l’11 settembre 1472, lo stesso anno di fondazione del Monte dei Paschi di Siena e della morte del banchiere Luca Pitti.

GLI ALTRI. Sono diverse le famiglie di Lucca che lavorano nel commercio delle stoffe e della finanza. I Rapondi, i Cenami, gli Sbarra, i Buonvisi, i Trenta. Un tale Lorenzo Buonvisi e Pietro Cenami, uno dei congiurati, nel 1430 misero fine alla signoria tirannica di Paolo Guinigi sulla città di Lucca.

LE ALTRE. Costanza Trenta era la prima moglie, morta nel 1433, l’anno prima del dipinto. I Trenta erano una famiglia lucchese, forse proveniente dall’Alsazia, che fecero fortuna esportando seterie lavorate e commerciando gioielli, oreficerie, pellicce, tele, merletti e arredi. Avevano banchi a Parigi e Bruges. Giovanna Cenami era figlia di Guglielmo di Giusfredo che fino al 1398 viene citato spesso tra i lucchesi residenti a Bruges. Dai documenti sappiamo che partecipò alla elezione dei consoli e dei consiglieri della comunità ricoprendo la mansione di operaio nel 1398 e nel 1399. Il 3 ottobre 1395 figura come mercante insieme a Giovanni Rapondi e Dino Schiatta. Poi si trasferì a Parigi per esercitare la mercatura. Qui fa la sua fortuna grazie a lasciti testamentari e immobili.

QUALE MOGLIE? Costanza muore nel 1433. Giovanni non attende molto – pochi mesi – ed entro il 1434, ovvero l’anno del dipinto, si sposa con Giovanna Cenami. Da qui la domanda di fondo: è un ritratto commemorativo della moglie defunta o celebrativo del nuovo matrimonio? Fantasmi e buoni auguri si mescolano senza dare soluzione. Il dipinto è un’esca per chi vuole cascarci dentro.

DOPO GIOVANNI. Rimasta vedova nel 1472 e senza figli, Giovanna proseguì la sua vita altri 8 anni. Lasciò i suoi beni al nipote Giovanni, figlio di Marco di Guglielino. Muore a Bruges il 13 ottobre 1480. Fu sepolta nella chiesa di Santa Caterina, vicino al marito, per ritornare come nel ritratto di van Eyck.

 

Bibliografia: Jean-Philippe Postel, Il mistero Arnolfini, Skira 2017 | http://www.treccani.it/enciclopedia/cenami_(Dizionario-Biografico)/ | http://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-arnolfini_(Dizionario-Biografico)/ | http://www.treccani.it/enciclopedia/trenta_%28Enciclopedia-Italiana%29/ 

Immagine: Giovanni Arnolfini 1435 circa. Jan van Eyck – Gemäldegalerie Berlin

 

Tommaso Portinari e il Banco di Bruges. Storia del viaggio di un trittico

1397, viene fondato il Banco dei Medici da Giovanni di Bicci. Il potere economico della famiglia non venne retto solo dai membri Medici ma fu indispensabile, nel bene e nel male, il supporto di altri consulenti nel ruolo di direttori, agenti e corrispondenti. Risulta emblematico che il socio di Giovanni era Benedetto de’ Bardi. Agli inizi del Quattrocento sono già attive le filiali a Venezia, Napoli, Roma e l’appalto della dogana a Gaeta. Nel 1439 si aggiunge anche la filiale di Bruges dopo una serie di affari avviati già dal 1416. L’attività è gestita da Bernardo Portinari, cugino di Tommaso, che viene richiamato a Firenze già nel 1448 dopo i risultati negativi che i Medici non si aspettavano.

Tommaso Portinari, dopo essere stato vicedirettore e azionista, nel 1465 viene nominato direttore del Banco di Bruges. Devono aver funzionato le lettere di raccomandazione del fratello Pigello, direttore della filiale di Milano. Segue l’acquisto del palazzo Bladelin, situato nel centro economico e commerciale della città, nei pressi della Borsa, appartenuto a Pierre Bladelin, consigliere di Filippo il Buono. Qui avrà sede il Banco.

Il banco però si avvia fin da subito verso il declino. Robert De Roover, il principale storico del banco mediceo, attribuisce a Tommaso tutta la responsabilità del fallimento della filiale, accusandolo di essere stato un personaggio spregiudicato rivolto unicamente a curare i propri interessi. Sta di fatto che le operazioni nel Ducato di Borgogna erano critiche da tempo e per un ambizioso come lui era difficile rimanerne fuori. Sono molte le operazioni portate a termine da Tommaso: i prestiti a Carlo il Temerario e alla sua corte, l’acquisto dell’appalto del porto di Gravelines – da cui transitava la lana inglese verso i produttori fiamminghi e italiani, la gestione in esclusiva delle compravendite dell’allume di Tolfa. A questo si aggiungevano le speculazioni a proprio favore di Portinari sulle compravendite di allume.

1477 e 1478. Sono gli anni che sanciscono il fallimento e la chiusura dei Banchi di Bruges e di Londra. Nel bel mezzo della Guerra delle due Rose, Portinari aveva permesso che la filiale fiamminga si accollasse tutto l’attivo e il passivo di quella londinese, compresi i crediti. La filiale, rilevata da Tommaso, era destinata a fallire. Lorenzo il Magnifico affermava che il passivo delle due filiali ammontava a 70.000 fiorini.

Il Trittico Portinari si riferisce proprio agli anni della crisi ma al contempo mostra l’elevato potere sociale ed economico di Tommaso che incarica Hugo van der Goes di realizzare l’Adorazione dei Pastori. Fu l’opera di maggiori dimensioni che Firenze vide in quel periodo. 6 metri di larghezza per 2 metri e mezzo di altezza. Per trasportala fu necessario organizzare un viaggio accuratissimo. Le tavole partirono via nave da Bruges, fecero scalo in Sicilia e poi giunsero a Pisa, risalirono l’Arno su imbarcazioni più piccole. Il 28 maggio 1483 l’opera, divisa in tre parti, arrivò a Firenze. Fu trasportata in corteo nella Chiesa di Sant’Egidio, presso l’Ospedale di Santa Maria Nuova, di antico patronato dei Portinari. L’effetto fu incredibile. Sebbene l’arte fiamminga fosse già conosciuta in Italia e a Firenze, l’opera divenne un modello figurativo – in tema di ritrattistica – per moltissimi pittori locali tra cui il Ghirlandaio. Il riferimento è al viso dei tre pastori: rughe, ghigno ed espressione leonardesca.

15 febbraio 1501. Nell’Ospedale di Santa Maria Nuova finisce in povertà la vita di Tommaso Portinari. Un’ascesa sociale che lo portò ad essere il banchiere del duca di Borgogna, ritratto tre volte da Memling e una volta da Hugo van der Goes. Ovviamente, sul pannello laterale di sinistra, il suo ritratto a figura intera, inginocchiato.

 

Bibliografia: C. F. Young, I Medici, Salani Editore, 2016 | Raymond de RooverThe rise and decline of The Medici Bank 1397-1494, Harvard University Press, 1963 | http://www.treccani.it/enciclopedia/tommaso-portinari_%28Dizionario-Biografico%29/ 

Immagine: Adorazione dei Pastori detto anche Trittico Portinari, 1475-78 Hugo van der Goes. Galleria degli Uffizi, Firenze. Fonte: https://openartimages.com/#home

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Cosa mangiava un comico nella Mantova di Vincenzo Gonzaga

Comici, zarattani e cantimbanco giravano molto tra le città dell’Italia di fine Cinqucento e la loro presenza comincia ad essere disciplinata da un sistema abbastanza rigido di permessi, licenze e regole ducali. La corte di Gugliemo e quella futura di Vincenzo I metteranno al centro lo spettacolo e utilizzeranno proprio le competenze di questi “venditori di risate”. A Mantova il cambiamento sarà totale quando da itineranti diventeranno la compagnia stabile del duca. Il decreto del 14 marzo 1580 concedeva a Filippo Angeloni la carica “in superiorem comicorum et circulatorum” ottenendo così la soprintendenza su comici e ciarlatani.

CHI ERA. Filippo nel 1577 figurava già tra i musici di corte. Per descriverlo si usa l’aggettivo giocondo che richiama alla professione di buffone di corte. Risulta infatti tra i comici di corte tra il 1583. Viene anche identificato erroneamente come Filippo Zoppo, autore e allestitore di commedie già tra il 1525 e il 1532.

QUANTO GUADAGNAVA. Nel 1577 come musico aveva un assegno annuale di lire 167.8 mentre in seguito come cantore figurava nel Registro dei provvisionati ordinari con uno stipendio mensile di lire 13.19 e una bocca.

COSA MANGIAVA. Per bocca si intende dotazione giornaliera e consisteva in due pani, due porzioni di vitello, due di pesce, una di sale e due candele.

L’ULTIMA NOTIZIA. Si incontra Filippo Angeloni in un documento del 12 maggio 1599. Scriveva al duca Vincenzo inviandogli alcuni versi dedicati alla “sua ingeniosissima e fatale impresa del SIC”. Data spartiacque quella del 1599. Se ne va Filippo e arriva sulla scena Tristano Martinelli che ne prende il posto come Soprintendente dei comici, figura intermedia tra la corte e la piazza.

 

Bibliografia: Claudia Buratelli, Spettacoli di corte a Mantova tra Cinque e Seicento, Casa Editrice Le Lettere 1999 – Levato dalla filza 1587 al 1600 degli Economici camerali, ASMN, Gonzaga, b. 395, c. 156v. 

Immagine: Anonimo fiammingo, 1580. Probabilmente il ritratto della Compagnia dei Gelosi. Questa compagnia era formata da due personaggi anziani Pantalone e Graziano (antico nome del Dottore bolognese), due coppie d’innamorati, due zanni Pedrolino (primo zanni) e Arlecchino (secondo zanni). Le cosiddette parti mobili, ovvero quelle non sempre indispensabili alla trama, erano il Capitan Spavento, la Servetta (che poi assumerà il nome di Colombina) e la ruffiana. 

Libertas, tranquillitas, otium. Nella torre la biblioteca di Montaigne

La biblioteca nel Medioevo e nel Rinascimento diventa un rifugio dal mondo, un luogo di meditazione, intimità ed esperienza individuale con sé stessi e con il libro. L’esempio più commovente è quello di Montaigne. Nel 1579 vende la sua carica di consigliere al Parlamento di Bordeaux, nel 1580 ritorna al suo castello nel piccolo comune nel dipartimento della Dordogna e fa dipingere un’iscrizione sui muri della sua biblioteca.

L’iscrizione in latino recita: Nell’anno di Cristo 1571, all’età di trentotto anni, alla vigilia delle calende di marzo, anniversario della sua nascita, Michel de Montaigne, già molto tediato dalla schiavitù della corte del parlamento e delle cariche pubbliche, sentendosi però ancora nel pieno della vita, giunse alla conclusione di riposarsi sul seno delle dette Vergini nella calma e nella sicurezza. Egli vi percorrerà i giorni che gli restano da vivere. Sperando che il destino gli consentirà di portare a termine questa esistenza, questi dolci ritiri paterni, egli li ha consacrati alla sua libertà, alla sua tranquillità e al suo riposo.

La sua residenza era davvero ritirata e ancora oggi il comune conta poco più di trecento persone. La biblioteca, che lui chiama “luogo ritirato”, è al terzo piano di una torre, il luogo più areato della casa e separata dall’alloggio principale da un cortile. Non un luogo dove chiudersi in solitudine ma nel quale poter dare ordini alla sua casa e avere il potere sul mondo che vede da tre finestre. Da qui vedeva il castello, la corte, il pollaio, le oche, le galline e le anatre. Più in fondo le colline del Périgord.

Così scrive: “sono sull’ingresso e vedo sotto di me il mio giardino, il cortile rustico, la corte e la maggior parte dei locali”. I libri sono disposti su cinque file e si muovono tutto intorno in uno spazio rotondo. Come procedeva a scegliere un libro? “Sfoglio ora un libro ora un altro, senza ordine e senza programma e là; un momento fantastico, un momento annoto e detto, passeggiando, le mie idee come queste”.

Sulle pareti ha scritto frasi greche e latine, poi coperte in parte con altre tratte dalla Bibbia. Sulle travi del soffitto altre 57 frasi estratte dai suoi mille libri. Oggi ne sono giunti solo 76. I suoi pensieri e la sua memoria erano sempre governati dai grandi scrittori del passato.

 

Bibliografia: Philippe Ariès, Georges Duby, La vita privata dal Rinascimento all’Illuminismo, Laterza 1987

Immagine: la torre del Castello di Montaigne

 

La cultura materiale di Milano tra Cinquecento e Seicento. Costi, oggetti, botteghe

Nel 1578 Nunzio Galizia definiva Milano come la “madre commune di tutti i virtuosi”. La città era il centro del mercato internazionale delle arti suntuarie. Armaioli, cristallai, ricamatori, tornitori, fabbricanti di spade, orologi e automi, fonditori, orafi, miniatori e intagliatori di gemme. Le botteghe cittadine realizzavano tra Cinquecento e Seicento una serie di oggetti e di merci che venivano acquistate poi dalla élite europea. Ma quanto costavano? Il prezzo era dato da una serie di fattori: le materie prime, il tempo di realizzazione, la manodopera spesso specializzata e l’unicità del pezzo. L’armatura da parata e la barda per il cavallo per Ferdinando II del Tirolo nel 1559 è costata 2.600 scudi. La tazza in pietra verde guarnita di ori, rubini e diamanti con coperchio e cimasa è stata valutata 6.000 scudi nel 1554 e offerta a Ferdinando II per 4.200 scudi. Un vaso di cristallo di Giovanni Ambrogio Miseroni venne acquistato dal duca di Parma per 720 scudi. Il paramento da letto in velluto, ricamato in oro e seta realizzato per il re di Francia Francesco I nel 1525 – ma ancora da saldare nel 1553 – era valutato 1.253 scudi mentre 192 scudi gli otto cuscini. L’intero arredo della camera composto dal letto, quattro sedie grandi e sei piccole, due cuscini e una coperta da culla viene valutato nel 1553 la cifra di 1.522 scudi. Gli arazzi – non di produzione milanese – erano stimati circa due scudi il braccio quadro. La serie di otto arazzi del Fructus Belli realizzata per Ferrante Gonzaga, fratello di Federico II, ed esposta nel 1549 a Milano per l’arrivo del principe Filippo d’Asburgo, valeva circa 2.000 scudi. In fondo Milan l’è semper un gran Milan.

 

Bibliografia: Arcimboldo. Artista milanese tra Leonardo e Caravaggio, Skira 2011

Immagine: Armatura da parata del duca di Parma e Piacenza, realizzata da Lucio Marliani detto il Piccinino (Kunsthistorisches di Vienna) – fonte wikiwand

Il pittore della culla dove dormì Federico II Gonzaga

Ercole de’ Roberti fa parte dei protagonisti della cosiddetta Scuola Ferrarese. Roberto Longhi coniò la felice espressione Officina ferrarese che comprendeva anche Francesco del Cossa e Cosmè Tura. Rappresentavano l’artista di Corte alle prese con i lavori più trasversali come la decorazione di bandiere, stemmi per il Castello, un elmo da dare al vincitore di una giostra. Per Isabella d’Este Ercole eseguì alcune opere che segnarono le tappe della sua vita: la culla dipinta utilizzata solo per l’erede maschio Federico, il carro trionfale sul quale sfilò prima di lasciare Ferrara direzione Mantova e i tredici forzieri che contenevano il corredo. Per decorarli Ercole acquistò personalmente a Venezia pietre dure e undicimila foglie d’oro.

Attorno al 1567-68 è coinvolto, insieme a Francesco del Cossa, nella decorazione del Salone dei Mesi del Palazzo Schifanoia. Giovanissimo – probabilmente aveva circa 17 anni – a lui è riferito il mese di Settembre.

Bibliografia: Daniela Pizzagalli, La signora del Rinascimento, BUR 2001

Immagine: Salone dei Mesi, settembre