Parmigianino e Giulio Romano, artisti a due velocità

Parmigianino, alias Girolamo Francesco Maria Mazzola, condivide con Giulio Romano il periodo di attività in cui nell’arte avviene un cambiamento. Solitamente è chiamato Manierismo ma è un termine che chiude molte possibilità di espressione e tralascia infinite sfumature. Al di là di questo aspetto i due andavano a velocità diverse. Tanto veloce Giulio, quanto lento Parmigianino. Basti pensare al lavoro della Steccata di Parma. Ritardi, studio accurato della luce, mancanza di fondi: quasi 9 anni per un cantiere ben lontano dalla conclusione. La confraternita della Vergine Annunciata chi chiama? Giulio Romano. La richiesta è semplice: un dipinto per la decorazione dell’abside. In un anno eccolo servito.

Parmigianino fu un grande disegnatore paragonabile per curiosità, precisione e studio della natura a Leonardo. Molto prolifico. Oltre mille i disegni prodotti, considerati spesso delle opere finite a testimoniare estro e bizzarria. Soggetti molto diversi tra loro: mitologia, erotici, disegni dal vero come un topo morto. Anche Giulio era molto prolifico ma, si può dire, che non perdeva tempo nei disegni. Alcuni erano schizzi, soggetti appena abbozzati, a cui aggiungeva linee, toglieva ripensamenti. Diversi livelli, spesso sullo stesso foglio, per arrivare alla scelta finale. Una matassa ingarbugliata, quasi come un’opera futurista.

Immagine: Studi di teste e topo morto, 1530 (Galleria Nazionale di Parma)

 

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Raffaello, la bottega e gli studenti di oggi

Raffaello impara il mestiere presso il padre Giovanni. La bottega di Urbino è stata la sua stanza dei giochi ingombra di strumenti, voci, persone. Giovani maestri, apprendisti, garzoni. Tutti intenti nelle loro mansioni specifiche. A otto anni vede la bottega danzare con meccanismi studiati e prestabiliti. I ragazzini di dieci anni pestavano il colore e il gesso in un mortaio di porfido rosso, gli altri più grandi mescolavano il gesso con la colla e con un pennello rivestivano le tavole con questo impiastro facendo attenzione che risultasse liscia liscia come la guancia di un neonato. Altri giovani addetti alla doratura sembravano stregoni calando con un pennello di vaio leggerissime lamine d’oro sulla tavola. Quelli più grandi ancora passavano il carbone sulla carta pecora e trasportavano il disegno sulla tavola con la tecnica dello spolvero. Dai tempi di Cennini non era in fondo cambiato molto e Raffaello, se voleva diventare pittore, avrebbe dovuto seguire una serie di passaggi. Come prima studiare da piccino un anno a usare il disegno della tavoletta; poi stare con maestro a bottega, che sapesse lavorare di tutti i membri che appartiene di nostra arte; e stare e incominciare a triare dè colori; e imparare a cuocere delle colle, e triar dè gessi, e pigliare la pratica dell’ingessare le ancone, e rilevarle, e raderle; mettere d’oro; granare bene; per tempo di sei anni. E poi, in praticare a colorire, a ornare di mordenti, far drappi d’oro, usare di lavorare di muro, per altri sei anni. 

Tredici anni in tutto. Il tempo complessivo della scuola di oggi, dalle elementari alle superiori senza contare Università, specializzazioni, master e tirocini. Sempre disegnando, non abbandonando mai né in dì di festa, né in dì di lavorare.

Bibliografia: Antonio Forcellino, Raffaello. Una vita felice, Editori Laterza, 2006 

Immagine: Studio per due angeli

Il conclave più gustoso della storia

Bartolomeo Scappi è il cuoco che rappresenta il passaggio definitivo da una cucina medievale ad una rinascimentale. Papa Paolo III lo nominerà cuoco secreto ovvero a suo uso e servizio personale e così fecero anche Pio IV e Pio V. Nel 1549 muore Paolo III e i cardinali, come da tradizione, si devono riunire in conclave per eleggere il nuovo Papa. Ma l’assemblea procede a ritmo lento. Complotti, voti comprati, sussurri e missive segrete lavorano nell’ombra silenziosi. L’elezione dura da novembre 1549 a febbraio 1550. Per tre mesi i cardinali non possono lasciare il conclave e la Cappella Sistina, come di consueto, viene allestita per accoglierli, dai pranzi alla cena e fino al riposo. Avranno il privilegio di desinare con la cucina di Scappi. C’era una prassi rigorosa da rispettare. I piatti preparati dovevano essere trasportati in cesti rossi scarlatti con le insegne dei cardinali. I cesti venivano controllati e verificati affinché ai cardinali non giungessero messaggi. Soprattutto venivano proibiti la pasta o cibi la cui forma potesse contenere un bigliettino. Qualcuno affermò che, senza lo Scappi, il conclave sarebbe durate molto meno tempo. L’8 febbraio del 1550 viene eletto Giovanni del Monte conosciuto col nome di Giulio III. Le potenti figure di Michelangelo hanno guardato tutto, sanno segreti che non rileveranno mai.

Bibliografia: Hans-Peter von Peschke, Werner Feldmann, La cucina del Rinascimento, Guido Tommasi Editore, Milano 2002

Immagine: Cappella Sistina, Michelangelo

Papal_conclave_following_the_death_of_Pope_Alessandro_VII,_with_an_iconographic_map_of_Vatican_City_and_scenes_of_the_funeral,_procession,_and_election_of_the_new_pope_MET_DP874844

Mappa dell’elezione di Papa Alessandro VII (1665-1667)

Il prato del vicino è sempre più verde

Inghilterra, fine Settecento. I prati si trovavano solo nelle grandi proprietà dei nobili che avevano case signorili. Quelli che volevano avere un prato avevano due alternative: tenere un gregge di pecore o una dedicata squadra di braccianti che per tutto l’arco dell’anno dovevano seminare, raccogliere e falciare l’erba. Certamente entrambe le soluzioni erano costose. Nel 1830 una vera rivoluzione: il tagliaerba. Introdotto da Edwin Beard Budding, capofficina in una fabbrica di tessuti di Stroud nel Gloucestershire. Il prodotto aveva anche un libretto di istruzioni che promuoveva un’attività divertente, sana e utile. Ecco l’inizio del famoso prato all’inglese e della nuova stagione del giardinaggio soprattutto appannaggio delle donne. La coltivazione di un prato ad erba annunciava che la casa del proprietario era abbastanza benestante da non aver bisogno di coltivare verdure. Ma l’erba del vicino sarà sempre più verde.

Fonte: Bill Bryson, Breve storia della vita privata, 2011

La cucina vittoriana e le ricette di Mrs Beeton

Nel 1861 viene pubblicato in Inghilterra in unico volume The Book of Household Management ovvero la gestione familiare della vita domestica. Ventitré pagine sulla questione e poi novecento sulla cucina. Ed è lì che vi porto. Cosa mangiavano gli inglesi in epoca vittoriana. L’autrice è la Signora Beeton, aveva 23 anni e non gradiva cucinare. Mrs Beeton scrisse il libro per la casa editrice del marito, Samuel Beeton, lo stesso che fece fortune con La Capanna dello Zio Tom. Il libro di cucina ha avuto un enorme successo e prometteva di prendere per mano ogni casalinga e guidarla nelle continue insidie e ansie della vita domestica. Questa è una serie di consigli che avreste trovato all’interno: come comporre un menù, piegare i tovaglioli, applicare le sanguisughe, eliminare le efelidi, imburrare il pane caldo appena tostato, licenziare il personale e rianimare chi veniva colpito da un fulmine. Le sue ricette prevedevano degli espedienti tecnici un po’ particolari. La pasta meglio se bollita per un’ora e tre quarti, l’aglio è rivoltante, le patate soporifere e deleterie, il formaggio adatto solo a persone sedentarie e da evitare, mi raccomando, quelli con muffe e striature. Ma il cibo più pericoloso per lei era il pomodoro. Così ne scrive: “l’intera pianta ha un odore sgradevole e il suo succo, se sottoposto all’azione della fiamma, emette un vapore così forte da causare vertigini e vomito”. Nella stessa pagina riporta la ricetta dei pomodori in umido definendoli un “contorno delizioso” perché un frutto sano, facile da digerire e “universalmente gradito”. Una contraddizione che non ci dirà mai se i pomodori li amava o li odiava. Unica pecca: non compare nessun accenno alla preparazione del . God save the Queen!

Bibliografia: Bill Bryson, Breve storia della vita privata, 2010

Un altro leone nella Mantova dei Gonzaga

I leoni a Mantova sembrano non finire. Questa volta il luogo dove riposa (anche se meglio usare il passato) è Piazza Erbe dove era collocata la spezieria dei Groppelli. Il capitello oggi ancora visibile è uno tra i cimeli rimasti della Casa abbattuta da una boma nel 1944. La spezieria aveva un’insegna a bassorielivo  che rappresentava un cervo accovacciato. Da allora è conosciuta come “la cervetta”. Al di sopra era collocato uno scudo dipinto che rappresentava un leone rosso rampante con stella sul capo in campo bianco. Questa era l’arma gentilizia della famiglia Groppelli. I capitelli non furono trascurati: cervetta su uno (emblema anche dei Gonzaga) e leone sull’altro. Rimane la cervetta, è scomparso il leone. Sotto il portico, proprio sul pilastro ad angolo, era presente un’iscrizione che recava la data di costruzione della Casa (1495). Secondo alcuni studiosi la firma della costruzione è dell’onnivoro e onnipresente Luca Fancelli. Da una singola pietra rimasta si può aprire e leggere un libro di storie.

Foto di Radio Base

Farmaci e rimedi nella Mantova di fine Ottocento

La stagione richiede un post di questo tipo ma con sfumature storiche e passeggiate virtuali nella Mantova dal sapore antico. Nella contrada Pescheria, al civico 2527, era situata la Farmacia e Drogheria del Signor Antonio Rampoldi. Vendeva lo Sciroppo concentrato di Salsapariglia prodotto dal farmacista Quet di Lione e adatto alle “malattie segrete, recenti ed inveterate, delle serpigini, volatiche e di qualunque asprezza e vizio del sangue”.  In questa Farmacia veniva vendute le Candele Steariche dell’I.R. Fabbrica nazionale privilegiata e premiata alla Mira provincia di Venezia. Da 6,7,9 taglio lungo di un chilogrammo Lire 2. Un altro rimedio naturale erano le sanguisughe officinali. Il Deposito era stato attivato dai Farmacisti Foggia e Borgani, “direttamente ritirate dai naturali vivai, conservate robuste e ripurgate nel loro fango naturale”. Quindi non erano un antico rimedio delle corti rinascimentali… Forse letto così ci accontentiamo dei rimedi di oggi: sciroppo,antipiretico e riposo.

Vi invito a cercare il numero civico austriaco (se rimasto) nella Contrada Pescheria tra via Roma e via Pescheria. Se lo trovate fatemelo sapere, mi metto alla ricerca anch’io!

 

Lombardia in bocca. Dentro il dialetto

Domenica mattina. Milano, via Argelati. Scambio di bagole tra madri che devono preparare il pranzo e le prime giovani che affondano le mani nell’acqua del naviglio. Sono immagini cartolina che non ci sono più. L’acqua in città creava professioni che a loro volta formavano gesti, espressioni, modi di dire. Bügandéra ovvero la lavandaia. Significa proprio “colei che fa la bügada”. In altri termini: il bucato. La signora, immaginiamo dai fianchi un po’ generosi, porta la sua cesta di panni sporchi della settimana il riva al canale o al lago. E poi aziona il tasto on della sua lavatrice manuale. Il termine “bucata” si ritrova anche nel Medioevo, passato poi allo spagnolo “bugada” e al francese “bukon” e al tedesco “bauchen”. Cambia la geografia ma non il significato: ammollare nella liscivia. In origine la liscivia, la saponetta del tempo, veniva preparata con le ceneri del legno di faggio. Ecco perché si usa la radice “buk” che corrisponde al protogermanico “faggio”. Dentro al dialetto c’è molta più storia di quello che crediamo.

Bibliografia. A. Badiali, Etimologie mantovane, 1983

Dentro la storia secolare della Gazzetta di Mantova

Qui a Mantova la chiamano la Bagolona e già si capisce l’effetto che fa. Il rumore delle voci si unisce a quella della pagina voltata. E’ talmente punto di riferimento che suona allo stesso modo de “lo hanno detto in televisione”. Una storia di tre secoli e mezzo (per ora).  Continua a leggere “Dentro la storia secolare della Gazzetta di Mantova”

Con Amore. Storia di una coppia di pane

A ben pensare l’amore si trova in ogni cosa, anche nel pane. Il dialetto è uno strumento trasversale che unisce e divide. Qui a Mantova la chiamiamo la ciopa. E’ il termine che usiamo per indicare una coppia di pane. Perfetto per essere romantici anche solo col pane.  Continua a leggere “Con Amore. Storia di una coppia di pane”