La bottega che parlava tutte le lingue

Si fa presto a dire Giulio Romano. Quando a Mantova diventa prefetto alle Fabbriche e superiore delle strade della città Giulio organizza una vera e propria squadra di collaboratori che coprono innumerevoli professioni. Come avvenuto con Raffaello pittori, stuccatori, scultori e architetti si muovono da ogni zona d’Italia e non solo. Difficile chiamarli “allievi” perché quella di Giulio non è una scuola come quella del suo maestro. Sono collaboratori che per un mese, sei mesi, un anno o più lavorano nei cantieri mantovani di Giulio. Solo alcuni porteranno avanti il suo stile. A Mantova si continuerà la maniera giuliesca almeno fino agli anni settanta del Cinquecento. Benedetto Pagni è l’ultimo irriducibile.

L’elenco è sterminato e forse non tiene davvero conto delle reali presenze nei cantieri mantovani. Spesso è segnalato solo il nome di battesimo e la qualifica nascondendo, al momento, l’identità e la vita dell’artista. Pittori: Rinaldo Mantovano, Rinaldo Bozino, Anselmo e Luca Guazzi, Agostino da Mozzanica, Fermo Ghisoni, Ippolito Costa, Luca Scaletti da Faenza (detto il Figurino), Lucas Cornelisz, Benedetto Pagni da Pescia, Giovan Battista Bertani, Girolamo da Pontremoli, Girolamo da Treviso. Scultori e stuccatori: Giovan Battista Scultori (pare che il vero cognome fosse de’ Spienchieris), Francesco Primaticcio, Nicolò da Milano, Andrea e Biagio Conti, Andrea di Pezi, Benedetto di Bertoldo. Intagliatori: Antonio e Paolo della Mola, Gaspare Amigoni, Arrigo Tedesco. Orefici: Nicolò Possevino, Ettore Donati, Giannozzo.

Un elenco di 27 nomi che raccontano una cartina geografica: aree milanese, veneta, toscana, centro italiana, emiliana e ovviamente i locali. Ma è da sottolineare la presenza di artista nordici, tedeschi e fiamminghi. Non sono casuali infatti i cantieri attivi negli anni 30 a Trento e a Landshut. Mantova era un vero crocevia e transfer tra le forme romane, la pittura padana e il nord Europa.

Bibliografia: Stefano L’Occaso, Giulio Romano Universale, Il Rio Arte, 2019

Immagine: Allegoria della Virtù di Federico II, 1531-34 (Pen and brown ink, black chalk and white highlights, Collection Getty Center)

Palazzo Te come la Farnesina. Amore, Psiche e un Polifemo (alla veneziana)

La Villa Farnesina è il modello che Giulio Romano seguirà per la realizzazione del Palazzo Te a Mantova. Una villa suburbana rivolta al piacere, circondata da una parte dall’acqua del Tevere e tesa celebrare la personalità di un committente prestigioso. Il tema dell’amore doveva trasudare in ogni singolo affresco. L’architetto, il senese Baldassarre Peruzzi, la costruisce negli stessi anni della Volta Sistina. La Villa vede diverse fasi pittoriche realizzative. Prima Sebastiano del Piombo e lo stesso Peruzzi, con la funambolica Sala delle Prospettive, e poi la scuola di Raffaello al piano superiore con la Loggia di Amore e Psiche. 

Nella Sala di Galatea si realizza un affresco che cambierà la regia del punto di vista. Nella stessa parete la celebre Galatea che governa un cocchio-conchiglia con veste rosso pompeiano e a sinistra, diviso da motivi a grottesca, il potente Polifemo che la guarda in modo platonico sublimando quel principio dell’amore platonico caro a Raffaello. I putti sopra la testa di Galatea, le frecce puntate che sembrano indicare dove guardare, il viso della ninfa che punta verso l’alto. Dall’altra parte Polifemo non può fare altro che assistere in modo malinconico. Anche lui vede Galatea, ci fa portare lo sguardo verso di lei superando la divisione della parete. La dinamica dello sguardo sarà ereditata e accelerata da Giulio Romano proprio a Palazzo Te.

La figura di Polifemo è la sintesi perfetta della pittura degli anni dieci del Cinquecento: lo sfumato di Giorgione (con cui forse aveva iniziato), il ricordo del Fondaco dei Tedeschi di Tiziano, i muscoli possenti di Michelangelo. Venezia e Roma fuse insieme.

Immagine: Polifemo, Sala di Galatea, Villa Farnesina (1512)

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Gli allievi di Raffaello alle Logge. Tra cooperativa e geografia

Si fa presto a dire Logge di Raffaello e accontentarsi di un solo nome. Il fatto vero e documentato è che Raffaello non dipinge nello Logge ma si occupa di dirigere il cantiere e di coordinare i diversi allievi presenti. Quanti erano? Da dove provengono. Di certo si potrebbe realizzare una cartina geografica dell’Italia perché tutti volevano lavorare per Raffaello anche se voleva dire fare una sola figura, un semplice stucco o un paesaggio minuscolo. Da Roma Giulio Pippi, da Firenze Giovan Francesco e Luca Penni, Perin del Vaga, da Udine Giovanni de’ Ricamatori, da Bologna Tommaso Vincidor, da San Gimignano Vincenzo Tamagni, da Modena Pellegrino Munari, da Caravaggio Polidoro Caldara, da Siena Bartolomeo di David. Si aggiungono tre stranieri: Guglielmo di Marcillat (nato a La Chatre), Alonso Berreguete (nato a Paredes de Nava) e Pedro Machuca (nato a Toledo).

Piccola analisi dei dati. Nella bottega romana di un artista di Urbino c’è un solo romano ovvero Giulio, nessuno umbro, quattro toscani, un lombardo, due emiliani, un veneto, un francese e due spagnoli. Sono quasi tutti nati tra il 1495 e il 1500, il più giovane è Perin del Vaga (nato nel 1501), il meno giovane è Bartolomeo di David (nato nel 1482, addirittura un anno prima Raffaello). Uno spirito di cooperativa che si leggerà anche nel cantiere mantovano di Palazzo Te diretto da Giulio Romano solamente sei anni più tardi. Di tutti questi sono Giovan Francesco Penni seguirà Giulio per un primo periodo. Sarà il primo a morire, nel 1528. A Palazzo Te si completava la camera di Amore e Pische.

Bibliografia: Le logge di Raffaello, Musei Vaticani 2008

Immagine: Loggia di Raffaello, particolare

 

Giulio Romano, le logge e il gioco del 19

Il 2019 per Mantova è l’anno di Giulio Romano eppure l’anno scelto non riguarda una specifica ricorrenza, un anniversario o una data significativa. Proviamo a trovarla comunque. Nel 1519, ovvero 500 anni fa, data Giulio Romano non pensava nemmeno a Mantova, ancora alle prese con i cantieri e la bottega di Raffaello. Forse e certamente sapeva della Mantova del marchese Francesco II Gonzaga (al suo ultimo anno di vita) e della celebre moglie Isabella d’Este. Il 16 giugno del 1519 Baldassarre Castiglione annuncia a Isabella la conclusione del cantiere delle Logge di Raffaello. Così scriveva: hor si è finita una loggia dipinta: e lavorata de stucchi alla anticha: opra di Raphaello: bella al possibile: e forsi più che cosa che si vegga hoggi dì de moderni. La struttura doveva avere la funzione di galleria di cose antiche. Delle sculture che dovevano essere presenti le fonti ne ricordano solo due: un Mercurio e un’Iside. La galleria era privata anche se il papa Leone X la utilizza per le udienze. All’interno, collocata nelle volte, il racconto delle 52 scene della Bibbia che, a ben vedere, risulta più profana che sacra. Basta prendere come esempio alcune scene di Adamo più simile alla posa di un Apollo. Pose derivate dalle statue greche, movimenti di gruppi ripresi dalle danze di corte e le figure che già mostrano i muscoli di Michelangelo. Il colpo d’occhio di piazza San Pietro in quel 1519 doveva presentarci le Logge che dominavano dall’alto la vecchia basilica mentre sotto si stava costruendo la nuova. Trecento anno dopo, nel 1819, le visita Turner che le osserva così come dovevano essere dal tempo di Raffaello.

Bibliografia: Nicole Dacos, Le logge di Raffaello, Musei Vaticani 2008

Immagine: Particolare della Loggia

Rubens a Mantova rende omaggio all’arte italiana del Cinquecento

Rubens tra il 1604 il 1605 si trova a Mantova come pittore di corte e realizza il trittico per la Chiesa della Santissimo Trinità, oggi Archivio di Stato. L’opera era composta dalla tela centrale della Trinità adorata dalla famiglia Gonzaga e ai lati il Battesimo di Cristo e la Trasfigurazione. Si scrive al passato perché il trittico è stato scomposto alla fine del Settecento e oggi si trova in tre città diverse: Mantova, Anversa e Nancy. Nel Palazzo Ducale di Mantova si trova la Trinità. Più che sulla storia dell’opera risulta interessante osservare lo stile di un giovane Rubens che all’epoca aveva 27 anni. Dopo i soggiorni a Venezia e a Roma compie un’autentica sintesi della pittura italiana. La luce è veneziana e la colomba della Trinità è un chiaro e diretto omaggio a Tintoretto, il gruppo di angeli e il colore sono Tiziano, l’agitazione degli apostoli nella Trasfigurazione richiama l’iconografia di Raffaello, la figura di Cristo non può non richiamare Michelangelo. Nel Battesimo, il gruppo sulla destra è una diretta citazione della Battaglia di Cascina. Poderose e in pose plastiche, queste figure sono, oltre che un omaggio, la diretta risposta di Rubens all’arte italiana del Cinquecento.

Bibliografia: Manierismo a Mantova, a cura di Sergio Marinelli, 1998

Immagine: Battesimo di Cristo, Koninklijk Museum voor Schine Kunsten, Anversa  

Un pittore chiamato Civetta e un carico di 120 quadri fiamminghi per Mantova

Mantova era un importante crocevia di passaggi di artisti, modelli e stampe da e verso l’Europa, in particolare verso le Fiandre. I quadri fiamminghi sono sempre piaciuti, soprattutto a Isabella d’Este, e hanno alimentato le collezioni dei Gonzaga. Nel 1535 arriva a Mantova un carico di 120 quadri, per lo più paesaggi, probabilmente della scuola di Henri Met de Bles detto il Civetta. Si trattava di incendi notturni, monumenti in rovina in un paesaggio dal sapore già romantico, scene che richiamavano la maniera di Bosch. Questi quadri provenivano da Verona. Un secolo dopo continua ad essere segnalato l’elevato numero di quadri di autori fiamminghi in occasione dell’inventario del 1627 quando le collezioni dei Gonzaga prendono la strada dell’Inghilterra.

Henri Met de Bles, nato in Belgio nel 1510, era quasi un contemporaneo di Giulio Romano. Soggiornò lungamente a Ferrara dove morì nel 1560. La sua tomba è nell’ex Chiesa di San Giacomo. Brulicanti scene di personaggi affaccendati in minuscole attività e grandi paesaggi naturali sullo sfondo. Era chiamato anche il Civetta perché firmava le sue opere con un emblema personale ovvero una civetta sopra un albero. Cercatela!

Bibliografia: Manierismo a Mantova, a cura di Sergio Marinelli, 1998 

Immagine: Le miniere di rame, metà del XVI secolo

Vedere la luna di Galileo in una chiesa

Come celebrare i 50 anni dallo sbarco sulla Luna? Dal punto di vista dell’arte in due modi. Appellandosi al territorio mantovano e quindi ricordando la scoperta degli affreschi di Pisanello proprio nel 1969. Un’azione che ha permesso di valorizzare gli spazi del Palazzo Ducale. L’altra invece è un’azione puramente da curiosi che intendono andare alla ricerca delle stranezze che, in fondo, sono le cose che poi si ricordano meglio. L’elemento curioso si trova a Roma nella Basilica di Santa Maria Maggiore e coinvolge due personalità contemporanee ovvero Galileo e il pittore Ludovico Cardi detto il Cigoli. Nel 1610 l’artista ottiene dal Papa Paolo V l’incarico di affrescare la cupola e il soggetto prescelto è stato la visione dell’Apocalisse, una donna vestita di sole, sotto i piedi la luna, intorno al capo una corona di dodici stelle. Questa donna alluderebbe alla Madonna e infatti da sempre viene citata come l’Immacolata concezione. Mentre Cigoli porta a termine il cantiere l’amico Galileo dà alle stampe il trattato di astronomia Sidereus Nuncius che rivoluziona il modo di vedere la luna. Non più una sfera di perfezione ma con crateri, avvallamenti, piccole montagne e una superficie rugosa. Così la dipinge il Cigoli, attento alle nuove scoperte scientifiche. Nessuna censura da parte della Chiesa. Quella del Cigoli è forse la prima rappresentazione della Luna così come l’aveva vista Galileo.

Bibliografia: articolo del 2014, Finestre sull’arte, Il Cigoli e la sua Immacolata Concezione con la luna di Galileo nella basilica di Santa Maria Maggiore

Immagine: Particolare della Cappella Paolina, Ludovico Cardi 1610-12 (da Finestre sull’arte)

Il miniaturista di animali che viveva a Palazzo Te

Palazzo Te ospitava un giardiniere incaricato di occuparsi della cura delle piante, della serra e degli spazi verdi. Ma dal 1574, nel periodo del duca Guglielmo Gonzaga, il palazzo ospita anche i fratelli Ghisi, Teodoro e Giorgio. Teodoro ha la mansione di custode, retribuita secondo il registro del 1577, con la cifra di 12 scudi annui. All’interno aveva la sua collezione di stranezze, fossili, e altri reperti. Ulisse Aldrovandi, in visita più volte a Mantova, ne compila un elenco completo e dettagliato. Teodoro Ghisi, nato nel 1536, rimane avvolto dalla cultura di Giulio Romano ma la sua maniera oscilla tra il genere delle grandi e massicce figure solenni illuminate da una luce interna e raffigurazioni di scene con tante piccole figure, dal gusto ricercato e quasi fiammingo per il paesaggio. Dal 1571 è testimoniata la sua attività di miniatore. Negli ultimi anni di vita di Gugliemo partecipa alla decorazione del Castello di Goito insieme ad un equipe di pittori, in cui sono presenti anche Giulio Rubone e Ippolito Andreasi. La sua opera più eclettica è senza dubbio la pala d’altare Symbolum Apostolorum, datata 1588 e oggi conservata alla Alte Galerie di Graz. Il pittore nel 1587 è registrato tra gli stipendiati di Corte presso la corte dell’arciduca (fratello della duchessa Eleonora d’Austria) e guadagna 100 talleri al mese. Il pannello centrale, con una fitta presenza di animali, è una celebrazione della sua attività di miniaturista. Il cielo assume colori e sfumature che aprono al seicento maturo, di matrice olandese, che comincia ad accogliere sempre di più la notte e la luna. Il 9 settembre del 1601 Teodoro Ghisi muore a Mantova presso la contrada del Cigno ” de febre et fluxo in 13 dì de età de anni 63″.

Bibliografia: Manierismo a Mantova, a cura di Sergio Marinelli, Cariverona 1998

Immagine: Symbolum Apostolorum, particolare

Le pasquinate di Roma. Statue parlanti e malelingue

Il Cinquecento è il secolo della risata, della derisione alle divinità pagane e allo scherzo che dalla letteratura passa al teatro e alla pittura. L’emblema di questa componente ironica è la famosa statua di Pasquino che fu fatta porre a Roma nel 1501, anno del suo ritrovamento, dal cardinale Oliviero Carafa all’angolo di Palazzo Orsini. La statua, che oggi si trova ancora lì, è un frammento di un gruppo composito, copia romana di un originale greco del 240-230 a.C. e rappresenta Menelao che sorregge il corpo di Patroclo. Così avviene nel Rinascimento la massima dissacrazione di una scena tragica nella più celebre statua parlante. La base sulla quale venne collocata diventa la “bacheca” dove esporre le satire più pungenti verso i personaggi pubblici, le dicerie più scorrette, i segreti più nascosti. Questi componimenti, ovviamente anonimi, scritti su dei foglietti e appesi alla base, prendevano il nome di pasquinate. Il nome sembra derivare da un sarto della zona che aveva una lingua molto affilata e aveva una cattiva parola per tutti. Ovviamente molti Papi avrebbero voluto disfarsi di quella statua malalingua. L’elenco è lungo: Clemente VIII, Sisto V e Adriano VI che avrebbe voluto gettarla nel Tevere. L’ultima pasquinata risale al 1870 ed era rivolta al papa Pio IX. Ci sarà passato vicino anche Giulio Romano, magari avrà scritto una pasquinata o avrà studiato la posa della statua per una sua composizione. Niente di più facile. Ancora una volta è un frammento antico che fa da veicolo per una funzione ironica, dissacrante e satirica.

Bibliografia: Willy Pocino, Le curiosità di Roma, 2010

Immagine: fonte Wikipedia

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Morel Favorito, storia di una celebrità prima di Giulio Romano

Nella Sala dei Cavalli sono in bella mostra i campioni di Casa Gonzaga, i cavalli favoriti di Federico II Gonzaga. Di questi conosciamo nome e cognome: Morel Favorito (l’arabo morello), Glorioso (con il mantello moschado), Battaglia e Dario con la testa agghindata da pennacchi. Degli altri non rimane traccia del nome. La nota di Conte Carlo stafiere del 7 dicembre 1521 ci permette di entrare nella Scuderia e fare la conta dei “cavalli che sono nella stalla di Sancto Sebastiano” ovvero prima della costruzione del palazzo di Giulio Romano. Oltre a quelli già citati, e dipinti nella sala dei Cavalli, sono presenti: el Coda Gaza, el Depinto, el Morello Pano, El liardo Balduco, el morello Spezacatena, el baio Lizardo, el baio No te ge pensa, el morel Meczanotte, el liardo Imperatore, el sasinà Marchis, el Matto Zanetto, el Morel del Riamo, el baio Bon Tempo, l’Arbo, el morel bonanotte, el Bel Cavallo, el Sorian de la Raza, el liardo Mosca Bona, el Sorian del Boschetto Vola.

Morel Favorito, l’unico che porta questo nome, si intuisce che doveva essere il preferito di Federico. Probabilmente non così giovane perché nei documenti si fa riferimento ad un problema agli occhi. La situazione peggiora: “el ditto Agnelo [il veterinario] l’ha fatto aprire et a trovato li rognoni et li reni marzi; parea che fusse uno pocho de telarina marza”. Il 19 ottobre del 1524 Morel Favorito muore ovvero tre giorni prima dell’arrivo di Giulio Romano a Mantova. Il cavallo dipinto nella Sala non può essere un ritratto dal vero. Probabilmente si utilizzò un disegno già esistente? O forse si tratta di un altro Morel Favorito? Capitava di utilizzare lo stesso nome più volte nel tempo e per cavalli diversi. La questione rimane aperta.

Bibliografia: Giancarlo Malacarne, Il mito dei cavalli gonzagheschi, Verona 1995 

Immagine: Morel Favorito, Sala dei Cavalli, Palazzo Te