L’unica piazza che ha avuto un ponte

Come quando fuori piove. Tutte le città vanno viste con lo stesso spirito del bambino che in un pomeriggio di pioggia battente sale in soffitta e apre il vecchio baule del nonno (in fondo chi non ne ha uno?). Si rovistano cianfrusaglie, ricordi, oggetti remoti. Mantova è proprio così. Ti sorprende rovistando anche tra le vecchie cartoline. Oggi vi presento una fotografia che rappresenta il Ponte di San Giorgio in una posizione davvero surreale. In piazza Sordello. Non si conosce il nome dell’autore. Brevi i dettagli tecnici: gelatina bromuro d’argento su pellicola piana diapositiva. Oggi è conservata presso l’Archivio Storico del Comune di Mantova. E’ il 1920 quando il Ponte levatoio viene smantellato e collocato temporaneamente il piazza Sordello. La storia è più complicata di così. Già nel 1911 aleggiavano i lamenti per il cattivo stato del ponte e della corsia per il passaggio delle vetture dovuto alle piogge, ai carichi pesanti e ad un acciottolato non omogeneo. Già veniva chiamato rudere. La Palata, ovvero la struttura centrale del ponte levatoio, venne dapprima smantellata e poi riprodotta in piazza Sordello dall’architetto Fossati. Il 23 luglio del 1922 si inaugura il nuovo ponte di San Giorgio, alle ore 8 del mattino. Era domenica. Seguì benedizione, rinfresco e primo attraversamento.

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L’accessorio più piccolo del mondo

La moda ha prodotto un numero immenso di accessori che a seconda del tempo hanno cambiato dimensioni, nomi e foggia. Avulsi da queste dinamiche è rimasto il neo finto ovvero la mouche in francese. Mosca appunto, da cercare il dettaglio, da capirne il significato più recondito. Indossato dalle donne in epoca rococò, è davvero il più piccolo ornamento del mondo. Soprattutto di taffettà nera, variava nelle forme: rotondo, quadrato, seme di carta da gioco, fiore e sagome di animali. I nei venivano applicati con pudore e malizia giocando sulla posizione spesso strategica. Fronte bianca, collo, guancia, bocca rossa o scollatura d’alabastro. Ad ogni posizione cambiava il nome della mouche: appassionata, sfrontata, irresistibile, assassina, maestosa… Si innescava così un sensuale gioco di geometrie di sguardi che rimbalzavano tra occhi, specchi, nei, ancora occhi. Un vocabolario di messaggi che partivano da un donna che sapeva che cosa voleva. Stupire il mondo con un accessorio più piccolo di una mosca.

Bibliografia: Enciclopedia illustrata della moda, a cura di Giannino Malossi, 2002

Immagine tratta da: baroque.it

La cucina vittoriana e le ricette di Mrs Beeton

Nel 1861 viene pubblicato in Inghilterra in unico volume The Book of Household Management ovvero la gestione familiare della vita domestica. Ventitré pagine sulla questione e poi novecento sulla cucina. Ed è lì che vi porto. Cosa mangiavano gli inglesi in epoca vittoriana. L’autrice è la Signora Beeton, aveva 23 anni e non gradiva cucinare. Mrs Beeton scrisse il libro per la casa editrice del marito, Samuel Beeton, lo stesso che fece fortune con La Capanna dello Zio Tom. Il libro di cucina ha avuto un enorme successo e prometteva di prendere per mano ogni casalinga e guidarla nelle continue insidie e ansie della vita domestica. Questa è una serie di consigli che avreste trovato all’interno: come comporre un menù, piegare i tovaglioli, applicare le sanguisughe, eliminare le efelidi, imburrare il pane caldo appena tostato, licenziare il personale e rianimare chi veniva colpito da un fulmine. Le sue ricette prevedevano degli espedienti tecnici un po’ particolari. La pasta meglio se bollita per un’ora e tre quarti, l’aglio è rivoltante, le patate soporifere e deleterie, il formaggio adatto solo a persone sedentarie e da evitare, mi raccomando, quelli con muffe e striature. Ma il cibo più pericoloso per lei era il pomodoro. Così ne scrive: “l’intera pianta ha un odore sgradevole e il suo succo, se sottoposto all’azione della fiamma, emette un vapore così forte da causare vertigini e vomito”. Nella stessa pagina riporta la ricetta dei pomodori in umido definendoli un “contorno delizioso” perché un frutto sano, facile da digerire e “universalmente gradito”. Una contraddizione che non ci dirà mai se i pomodori li amava o li odiava. Unica pecca: non compare nessun accenno alla preparazione del . God save the Queen!

Bibliografia: Bill Bryson, Breve storia della vita privata, 2010

Un altro leone nella Mantova dei Gonzaga

I leoni a Mantova sembrano non finire. Questa volta il luogo dove riposa (anche se meglio usare il passato) è Piazza Erbe dove era collocata la spezieria dei Groppelli. Il capitello oggi ancora visibile è uno tra i cimeli rimasti della Casa abbattuta da una boma nel 1944. La spezieria aveva un’insegna a bassorielivo  che rappresentava un cervo accovacciato. Da allora è conosciuta come “la cervetta”. Al di sopra era collocato uno scudo dipinto che rappresentava un leone rosso rampante con stella sul capo in campo bianco. Questa era l’arma gentilizia della famiglia Groppelli. I capitelli non furono trascurati: cervetta su uno (emblema anche dei Gonzaga) e leone sull’altro. Rimane la cervetta, è scomparso il leone. Sotto il portico, proprio sul pilastro ad angolo, era presente un’iscrizione che recava la data di costruzione della Casa (1495). Secondo alcuni studiosi la firma della costruzione è dell’onnivoro e onnipresente Luca Fancelli. Da una singola pietra rimasta si può aprire e leggere un libro di storie.

Foto di Radio Base

Farmaci e rimedi nella Mantova di fine Ottocento

La stagione richiede un post di questo tipo ma con sfumature storiche e passeggiate virtuali nella Mantova dal sapore antico. Nella contrada Pescheria, al civico 2527, era situata la Farmacia e Drogheria del Signor Antonio Rampoldi. Vendeva lo Sciroppo concentrato di Salsapariglia prodotto dal farmacista Quet di Lione e adatto alle “malattie segrete, recenti ed inveterate, delle serpigini, volatiche e di qualunque asprezza e vizio del sangue”.  In questa Farmacia veniva vendute le Candele Steariche dell’I.R. Fabbrica nazionale privilegiata e premiata alla Mira provincia di Venezia. Da 6,7,9 taglio lungo di un chilogrammo Lire 2. Un altro rimedio naturale erano le sanguisughe officinali. Il Deposito era stato attivato dai Farmacisti Foggia e Borgani, “direttamente ritirate dai naturali vivai, conservate robuste e ripurgate nel loro fango naturale”. Quindi non erano un antico rimedio delle corti rinascimentali… Forse letto così ci accontentiamo dei rimedi di oggi: sciroppo,antipiretico e riposo.

Vi invito a cercare il numero civico austriaco (se rimasto) nella Contrada Pescheria tra via Roma e via Pescheria. Se lo trovate fatemelo sapere, mi metto alla ricerca anch’io!

 

Quanti erano i coccodrilli a Mantova?

Sulla Gazzetta di Mantova di metà Ottocento era apparso un articolo che sicuramente avrà attirato l’attenzione di molte persone. Recitava così: “Domenica 25 gennaio ultimo giorno in cui sarà visibile la tanto rinomata famiglia de’ coccodrilli giganti in numero di 5, della lunghezza di 8, 9 e 10 piedi; oltre ad una collezione di animali rari e 4 serpenti boa di straordinaria grossezza”. I coccodrilli, ormai al loro ennesimo tour, provenivano dall’America del Nord. Per l’epoca costituivano un vero record, nessuno ne aveva ammirati di così lunghi. E così il coccodrillo delle Grazie, quello dell’attuale Museo Diocesano e dell’attuale Ginnasio trovarono buona compagnia. Un autentico Gabinetto di curiosità aperto al pubblico. La sede era quantomeno perfetta nel fascino del nome: il Palazzo del Diavolo ubicato sul Corso Pradella. Sarebbe stato contento Paride da Ceresara. Il costo molto popolare: i primi posti a 50 centesimi (le poltronissime) e 25 i secondi. Si conclude scrivendo che “alle ore 5 pomeridiane viene somministrato il cibo agli animali”. Magari qualcuno avrà preferito i secondi posti, non si sa mai.

Palazzo Te e le recensioni a cinque stelle

Fare recensioni oggi è diventato uno sport nazionale. Ma anche nel passato si registrano molte firme autorevoli di vere e proprie anticipazioni di TripAdvisor. A Mantova troviamo il curioso caso del Palazzo Te.

Già utilizzato nel Medioevo, questa zona della città era conosciuta come Tejeto che probabilmente deriva da un tardo latino tilietum, ovvero località ricca di tigli. L’area viene salvaguardata negli Statuti Bonacolsiani. Ma è con i Gonzaga che questo luogo diventa un paradiso tra l’artificiale e il naturale. Un’isola dentro l’isola che rimarcava la voglia di divertimento oltre le mura della città.

Barbara di Brandeburgo scrive nel 1480: “Nui tenemo quello loco del The per nostro piacere”.

Isabella d’Este invece: “desyderando nui de havere de le lepore vive per metterle suso le porte de Mantua dove volemo pigliare qualche volta piacere”.

Federico II Gonzaga chiederà invece a Giulio Romano “un poco di luogo da potervi andare a ridurvisi tal volta a desinare, o a cena per ispasso”.

E voi che l’avete già visto quale recensione potete dare? Se non l’avete ancora fatto dire che è arrivata proprio la giusta occasione con la grande mostra del 2019.

Bibliografia: I giardini di Palazzo Te, Del Gallo editori, 2018. 

I leoni di piazza Sordello

Una domanda che non può sorgere spontanea. Quanti leoni ci sono o c’erano in piazza Sordello? Certamente non siamo a Venezia e la risposta si può decifrare meglio solo dopo una piccola spiegazione. Per capirlo vi porto a Quingentole, un comune in provincia di Mantova, per molto tempo sede di villeggiatura estiva del vescovo. Si tratta di una chiesa che si porta dietro la bizzarria stilistica del puzzle ovvero tante epoche racchiuse, a piacimento o controvoglia, all’interno di un unico spazio. I primi documenti certi della Chiesa, dedicata a San Lorenzo, sono del 1086 ma certamente la sua fondazione è precedente. La prima chiesa parrocchiale risale al 1400, abbattuta nel 1752 e poi ricostruita, restaurata e ampliata in circa cento anni. Cosa notate nel portale d’ingresso? Non vi svelo troppo ma si notano chiaramente due leoni. Non sempre hanno dimorato lì ma inizialmente ruggivano davanti al protiro della Cattedrale di San Pietro in piazza San Pietro quando la chiesa era di un pirotecnico gotico veneziano. Due leoni li abbiamo trovati. Gli altri si trovano nel portale d’ingresso del Palazzo Ducale per accedere a piazza Pallone. Si trovano sugli stemmi: dal 1394 Francesco I Gonzaga ottiene il leone di Boemia dall’imperatore Venceslao di Lussemburgo. Leone bianco rampante su fondo rosso. Sotto il voltone ruggiscono ancora tutto il potere che i Gonzaga stavano creando e accumulando. 

Anche queste sono pietre, particolari e picciole cose che fanno la differenza quando si leggono monumenti visti migliaia di volte ma osservati molto meno. Le pietre di Mantova, corso di tre lezioni (sabato 17 e 24 novembre, sabato 1 dicembre ore 15,30).

Per info e iscrizioni: corsi@asep.it – 0376391311

Reati nella Mantova del Seicento

Dopo la peste e il sacco di Mantova del 1630 la città è scossa da una serie di eventi criminosi ed è in balia di bande criminali. Una di queste il 28 gennaio del 1671 prende d’assolto la Cancelleria Ducale. Il 31 agosto del 1650 una banda di sicari armati di archibugi uccidono il Commissario dei Gonzaga, il capitan Gioan Battista Gozzi. Il 19 febbraio del 1666 viene pescato nel Rio presso San Giacomo il corpo di Angela Scudelata avvolto in un sacco.

La Grida del 22 settembre del 1659 vietava l’uso e il porto d’armi lunghe o corte, archibugi, stiletti, pugnali, pistole tranne la spada per i cavalieri e i gentiluomini. Questa limitazione veniva praticata soprattutto durante le fiere, le feste e il carnevale. Sopra le torri il Podestà faceva posizionare degli uomini di vedetta per avvistare i furfanti. Al suo segnale (tre colpi di campana) partiva l’inseguimento. E con la nebbia?

Bibliografia: Luigi Carnevali, La tortura a Mantova, 1974  

 

Le città di notte nel Rinascimento

Girare di notte nel Medioevo e nel Rinascimento non era certo una passeggiata. Pensate all’atmosfera che avevate intorno: pochissime persone in giro, il rumore di qualche maiale o pantegana che rovistava tra i resti del mercato del giorno, quasi una totale oscurità tranne che per qualche fioca luce che proviene dai lumini nei crocicchi delle vie. Lì dove poteva trovarsi l’immagine di una Madonna o di un Santo, in genere in prossimità di una porta della città. Qualche fiore e una preghiera per dare conforto ai vivi o ai cari passati nell’altra vita. A Venezia queste immagini sacre si chiamavano cesendeli. Il governo della Serenissima nel 1450 ordinò che chi voleva camminare per la città dopo le ore tre doveva essere provvista di lume.

Così nasce per i nobili l’usanza di farsi accompagnare dai cosiddetti codeghe ovvero i portatori di lume. In realtà erano una sorta di facchini che si appostavano di sera presso le Procuratie di San Marco dove attendevano coloro che volevano farsi accompagnare a casa. Le cronache ci dicono che che l’invenzione del codega è dovuta ad un certo Pietro q. Osvaldo dal Capo.

Possibile che anche Mantova avesse dei codega? Non lo sappiamo ma senza dubbio in città c’erano i birri a controllare la situazione soprattutto di notte e regolare l’ordine pubblico. Si trovavano sotto l’edifici del Palazzo del Podestà, l’antica sede già della Curia Criminale. Birri ovvero dal termine arabo “birron” che significa giustizia. Infatti piazza Broletto era nota anche Piazza dei Birri. Ma questo è un altro capitolo che merita una storia a parte.

Bibliografia: G. Nissati, Aneddoti storici veneziani, 1897

Immagine: G. Zompini, Le arti che vanno per via nella città di Venezia