Farmacisti, vermi e chinino. La missione segreta per Vincenzo

Perù 1609. In pochi avrebbero scommesso che un gesuita e un inviato dei Gonzaga, nella stessa data, potessero incrociare le loro rotte per cercare due rimedi così diversi per forma e funzione. Padre Agostino Salumbrino, gesuita e farmacista, stava ponendo le sue attenzioni verso la corteccia dell’albero di cinchona. Il chinino, già utilizzato dai nativi, poteva essere la soluzione alle febbri da malaria che stavano devastando le città d’Europa, Roma su tutte. Evangelista Marcobruno, speziale, viene inviato in Perù da Vincenzo I per trovare il famoso gusano che secondo le credenze del tempo era un grande verme dal potere afrodisiaco e rigenerante verso l’impotenza. Il termine in spagnolo e porteghese si traduceva bruco, verme e baco. L’esemplare trovato da Marcobruno era una larva di lepidottero. Sotto il loro rivestimento villoso presentava numerose ghiandole dal potere urticante anche per l’uomo. La sua missione, segretissima, per salvare il duca inizia nel maggio 1609 e durerà fino al 1613. Un’avventura picaresca condita da acquisti di pappagalli esotici, pietre, resini, oli e il rapimento da parte dei pirati algerini. Marcobruno venne liberato solo l’11 giugno 1613 grazie all’intercessione di Ferdinando, figlio di Vincenzo. Il duca era morto da un anno. Il figlio allestisce nella Galleria della Mostra teche e voliere per far ammirare il prezioso bottino. Era stato preparato un vaso di maiolica per contenere il gusano. Nemmeno sapeva cosa fosse, ignorando la missione a sfondo sessuale del padre. Per lui si trattava di una rarità in più.

Bibliografia: Stefano Scansani, L’amor morto, Edizioni Diabasis 2013

Immagine: Ricostruzione di un laboratorio di alchimia (Museo di storia della medicina, Roma)

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Vincenzo privato. Le più belle dame e le Madonne dei miracoli

Il collezionismo per i Gonzaga costituisce da sempre una strategia di arricchimento personale e famigliare teso alla celebrazione di sé. Vincenzo I più di tutti ha dato corpo ad una serie di quadri, opere antiche e oggetti bizzarri a cui teneva a tal punto da renderne privata la consultazione. Dal 1588 al 1607 realizza nel Palazzo Ducale la sua galleria più prestigiosa, vanitosa e amorosa. Grazie ad un febbrile lavoro di ambasciatori, agenti e pittori raccoglie almeno 78 ritratti delle più belle dame del mondo. Queste tele erano accatastate nel corridoio di Santa Barbara in occasione dell‘inventario del 1626-27 curato dal figlio Ferdinando. Tra i volti più ammirati Emilia Spinelli Loffredo, Adriana Basile e Cilla Aragona. Principesse, nobildonne, dame private di ogni latitudine. Spagnole, francesi, genovesi, fiorentine e napoletane. Un campionario di sguardi, volti e forme seducenti. Questo aspetto fa assomigliare Vincenzo a Virgil Oldman, il battitore d’asta interpretato da Geoffrey Rush nel film La migliore offerta. La bellezza come ossessione. Ricordate la sua celebre galleria di ritratti femminili? Tra cento, e cento unite in bel soggiorno Donne, ciasc’una amorosetta e snella Per far pompa à la notte, invidia il giorno.   

Oltre a questo camerino erano stato realizzato quello delle “Madonna che hanno compiuto miracoli”. In seguito frammentato dal figlio cardinale perché ritenuto superstizioso e legato ad una devozione popolare. Vincenzo, come recita de Andrè, si era costruito i camerini dell’Amor sacro e dell’Amor profano.

Bibliografia: Raffaella Morselli, Eroi letterari, camerini d’amore, donne e Madonne in Stefano Scansani, L’amor morto, Edizioni Diabasis 2003

Immagine: La galleria privata di Virgil Oldman nel film “La migliore offerta” Fonte cinematographe.it 

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Ritratto di Adriana Basile, cantante e musicista napoletana

La revisione della Gerusalemme conquistata passò anche per Mantova

Febbraio 1579. La lunga successione di eventi gonzagheschi ferma le lancette sul matrimonio tra Margherita Gonzaga e Alfonso II d’Este, ormai giunto al terzo. E’ in questo periodo che si colloca le reclusione di Torquato Tasso nella prigione di Sant’Anna. Verrà chiuso qui per sette anni dal 1579 al 1586. Il motivo uno scatto d’ira contro la Corte Ducale in occasione del matrimonio di Alfonso. Ma anche in precedenza si possono enumerare molti fatti che accusarono Tasso di comportamento pericoloso, rissoso e con scatti d’ira che gli hanno fatto assaggiare il carcere. Tra l’11 e il 12 marzo il poeta si ritrova già nella cella di Sant’Anna. L’Ospedale venne edificato nel 1445 proprio di fronte alla porta dei Leoni del Castello. Così Girolamo Mercuriale descrive le condizioni cliniche del Tasso: «rodimento d’intestino, con un poco di flusso di sangue; tintinni ne gli orecchi e ne la testa, […] imaginazione continua di varie cose, e tutte spiacevoli: la qual mi perturba in modo ch’io non posso applicar la mente a gli studi per un sestodecimo d’ora». Si dice anche se sentisse gli oggetti inanimati parlare. Ma queste sofferenze non lo portano ad essere «inetto al comporre». Qui il Tasso infatti continuerà a scrivere fino al 1586 anno in cui venne affidato a Vincenzo Gonzaga. Secondo il Duca Alfonso doveva rimanere un paio di mesi e invece non fece più ritorno a Ferrara. Mantova si trattò solo di una fermata temporanea perché il timore della pressione di Alfonso portarono il Tasso a scappare verso altre città. Bologna, Bergamo, Roma, Loreto, Avellino, Napoli. In questi anni, dal 1582 al 1593, si colloca la lunga gestazione della Gerusalemme conquistata ovvero la riscrittura riveduta e corretta della Gerusalemme liberata appena terminata nel 1581. Nel 1591 ritorna a Mantova e proprio qui, in una stanza del Palazzo Ducale, il poeta è alle prese proprio con la revisione dell’opera. La Loggia del Tasso, nell’Appartamento Grande di Castello, rievoca la sua residenza ma senza un fondo di verità. Aspettiamo uno studio più approfondito che possa individuare la stanza affollata dai suoi pensieri.

Bibliografia: http://www.ferraranascosta.it 

Immagine: Testo autografo della Gerusalemme conquistata

Tutte le reliquie dei Gonzaga finite in un amen

Ci sono oggetti che hanno assunto un tale potere da attirare pellegrini, curiosi e bisognosi verso le città dove sono custoditi per avvicinarsi, toccarli, baciarli o solamente ammirarli. E’ la straordinaria forza magnetica che col tempo hanno assunto le reliquie, da sempre oggetti di confine tra leggenda, religione e storia antica. Inventate, moltiplicate, rubate, trasmigrate. Oggetti di business religioso e artistico. La famiglia Gonzaga e i suoi famelici rabdomanti di curiosità hanno messo le mani su innumerevoli oggetti religiosi tra cui le reliquie, custodite in preziosi contenitori d’arte. Particolare fu l’esempio di Vincenzo I che, secondo la cronaca del Mambrino, nell’ottobre del 1599 ritornava dal soggiorno delle Fiandre con una collezione di oggetti tra il macabro e la rarità. Questi oggetti finirono collocati nella Chiesa di Santa Barbara, cuore religioso privato della Famiglia voluto dal padre Guglielmo quasi al centro del Palazzo Ducale. Vincenzo, scrive il Mambrino, fu “sollecito in raunare per quelle città della Fiandra et Alemagna, ove passò molte preciose reliquie di diversi Santi […] avendole però prima fatte accomodare in bellissimi vasi d’oro, et d’argento con molta spesa”. Vediamo nel dettaglio di cosa si trattava: il capo con quasi tutte l’ossa di S. Silvestro Papa, la testa di Santa Margherita Vergine et Martire, la testa di Sant’Adriano Martire, la testa di Santa Elena Regina non però la madre di Costantino, la testa di Santa Bona Vergine, due teste dè compagni di San Martino, desdotto teste delle compagne di Sant’Orsola, v’è poi parte d’un braccio di S. Pietro Apostolo, v’è parte di un altro braccio di San Paolo, un braccio di S. Matteo Evangelista, un braccio di Santa Maddalena, un braccio di S. Bartolomeo, un braccio di S. Martino, un braccio di S. Mauritio, v’è altri, 16 braccia dè Santi martiri. Oltre a questo si aggiungono la croce del legno delle Santissima Croce riccamente guernita d’oro, è gemme avute già da Costantinopoli con 3 spine della Corona di Nostro Signore […], una parcella del Sangue vero. Infatti Mantova vantava già la presenza della reliquia del Sangue di Cristo e del pezzetto della spugna custoditi nei Sacri Vasi e posti nella Cripta della Chiesa di Sant’Andrea.

Il Mambrino riferisce inoltre che la collezione non si esauriva certamente qui. Oltre ve ne sono una gran quantità d’altre reliquie, le quali, tutte furono accomodate in teste, è bracci d’argento indorati, in casse di Cristallo, ebano, et argento, et in varie calici, et altre inventioni di lighature in argento et Oro. Insomma un vero trionfo di meraviglie, nell’esatto significato del termine, che dovevano stupire, emozionare e gonfiare di soddisfazione le guance padane dei Gonzaga. Almeno fino al Sacco dei Lanzichenecchi del 1630. Amen.

Bibliografia. Marco Venturelli, Mantova e la mummia, Sometti 2018

Immagine. Marienschrein, reliquiario delle sacre reliquie di Aquisgrana, 1220-29 ca

Sacri Vasi a sx e Chiesa di Santa Barbara a dx

 

La breve e incredibile vita di Critonio finita a Mantova

Nella Contrada di San Simone si fronteggiano in amicizia la Chiesa della Vittoria e quella dei Santi Simone e Giuda. Qui c’è la tomba di James Crichton, una tra le giovani menti più incredibili del Cinquecento. E’ una storia mantovana di pugnali, sicari e omicidi.   Continua a leggere “La breve e incredibile vita di Critonio finita a Mantova”