Il cavallo di Pordenone nel Broletto

Al tempo di Giulio Romano era facile poter osservare in una camera di un palazzo la rappresentazione di un cavallo. Immobile, di corsa, su un soffitto, maestoso. Ne avremmo osservato uno anche sulle facciate dei portici di via Broletto. Tra i civici 52 e 54, dove erano collocati la domus mercatorum e la stadera, era presente la figura del duca Federico II a cavallo. Un’immagine di forza, fierezza e di celebrazione della famiglia Gonzaga che aveva permesso alla città di crescere dandole ricchezza e prestigio. L’attribuzione è riferita al Pordenone ovvero Giovanni Antonio de’ Sacchis. Il pittore friulano ha raccolto le figure possenti di Michelangelo abbinandoli ai toni veneti, innegabile il richiamo a Giorgione. Così scriveva Vasari nelle Vite: il più raro e celebre […] nell’invenzione delle storie, nel disegno, nella bravura, nella pratica de’ colori, nel lavoro a fresco, nella velocità, nel rilievo grande et in ogni altra cosa delle nostre arti. Il Pordenone nello stesso periodo si occupa degli affreschi della casa di Paride da Ceresara nell’attuale Corso Pradella. I portici che si affacciano su via Broletto erano decorati con affreschi carichi di simbologia che annunciava fortuna e ricchezza. La cornucopia ad esempio era un chiaro riferimento ai successi economici. La figura di Federico II a cavallo oggi non è più visibile ma possiamo immaginarla come una citazione di un imperatore romano, possente ed energico. Sicuramente è stato visto da Giulio Romano. Chissà cosa avrà pensato, chissà se i lavori saranno passati sotto la sua supervisione visto che dal 1526 aveva assunto la carica di superiore delle vie urbane.

Bibliografia: Ercole Marani, Vie e piazze di Mantova. Analisi di un centro storico, 1984

Immagine: Santi Martino e Cristoforo, 1529, Chiesa di San Rocco Venezia (ante d’organo)

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Michelangelo, Andrea Vesalio e la pelle di San Bartolomeo

Il Cinquecento è anche il secolo dei cadaveri. Dissotterrati, studiati, dissezionati e poi finiti in tutto o in parte sui taccuini degli artisti, nei loro disegni e negli affreschi. Aveva aperto la strada Leonardo e continua Michelangelo proprio nel secolo di Andrea Vesalio. Come si faceva a ottenere dei corpi? Oltre alle pratiche singole e poco lecite c’erano degli statuti che regolavano il recupero dei corpi dai cimiteri o dal patibolo. Si trattava di azioni coordinate con le istituzioni come ad esempio l’Università e le Confraternite che davano assistenza ai processati. Spesso si trattava di criminali. Le dissezioni erano annuali, soprattutto tra gennaio e febbraio, per rallentare il processo di decomposizione dei corpi. Il luogo veniva allestito per l’occasione e solo in seguito – dopo il 1580 – si creò il primo teatro anatomico. L’ambiente era comunque quello universitario. C’era il pubblico: allievi, curiosi, artisti. Oltre a questi eventi fissi e sporadici – due all’anno – avvenivano anche dissezioni private, senza pubblico, eseguite direttamente in ospedali e farmacie per ricerche specifiche. Nella Firenze del Cinquecento gli ospedali costituiscono la “scuola di anatomia privata” per Leonardo e Michelangelo. Quest’ultimo approfondisce lo studio presso l’Ospedale di Santo Spirito e, come scrive Vasari, lo può fare grazie all’amicizia con il Priore: infinite volte fece anatomia, scorticando cadaveri per osservare il principio e le legature dell’ossatura, dei muscoli, dei nervi, delle vene e dei diversi movimenti, e tutte le posizioni del corpo umano. Si nota un rimando a dir poco palese tra il San Bartolomeo del Giudizio Universale e la tavola I del Libro II della Fabrica di Andrea Vesalio. Le mani di entrambi i personaggi sorreggono la pelle di un uomo scorticato.

Per la cronaca le reliquie di San Bartolomeo, come molte loro sorelle, hanno una storia molto travagliata. Fino al 838 si registrano a Benevento presso la Chiesa di San Bartolomeo e dal 999 invece a Roma nella chiesa omonima sull’isola Tiberina. Giunsero qui per mano dell’imperatore Ottone III. Secondo alcuni però i resti trasportati a Roma sarebbero di San Paolino.

Bibliografia: Arte, fede e medicina nella Venezia di Tintoretto, Marsilio 2018

Immagine: Particolare Giudizio Universale, Michelangelo 1541

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Luca Fancelli dà notizia a Mantova della scoperta dell’America

12 ottobre 1492, Bahamas. Fu la prima terra toccata da Cristoforo Colombo nel suo approdo nelle Americhe. Tralasciando le riflessioni circa errori di calcolo, un progetto finanziato perché “raccomandato” e il fatto che già tutti sapessero che la Terra era una sfera, si tratta certamente di una data che comporta una nuova visione del mondo. Si scoprono nuove terre, si scopre che non sono così poche rispetto alle acque. Le notizie, si sa, hanno procedure e tempistiche per raggiungere città, governanti, imperatori e poi lettere, copialettere, cavalli. Ma in questo caso la notizia vola. E’ il 22 aprile del 1493 quando a Mantova arriva da Firenze una lettera dell’architetto Luca Fancelli: avendo mandato il Re Ferdinando alcuni legni oltre al mare di Spagna, in tempo di sedici giornate scoprirono certe isole, e fra le altre, verso Oriente, un’isola grandissima, la quale aveva grandissimi fiumi e terribili montagne e molto fertilissimo paese et abitato da begli uomini e donne che vanno tutti nudi et il paese è abbondantissimo d’oro e sono persone cortesi e c’è copia di spezie et alberi altissimi a meraviglia, […] et i fiumi menano oro e hanno rame assai, ma non ferro, e molte altre meraviglie. 

Le informazioni, a tratte favolistiche, ricalcano quelle contenute nella prima relazione che Colombo aveva scritto al re Ferdinando d’Aragona e a sua moglie Isabella di Castiglia. Non poteva scrivere altrimenti ai suoi sponsor.

Bibliografia: Daniela Pizzagalli, La signora del Rinascimento, BUR 2001

Immagine: Jacopo Zucchi, Allegoria della scoperta dell’America, 1585

Jacopo Zucchi (1542-1596) era allievo e principale collaboratore di Giorgio Vasari partecipando alla decorazione del Salone dei Cinquecento e dello Studiolo di Francesco I nel Palazzo Vecchio.

Properzia l’unica donna nelle Vite di Vasari

0,6%. E’ questo il dato se calcoliamo la presenza delle artiste all’interno delle Vite di Vasari. Su circa 170 nomi ne figura uno, quello di Madonna Properiza de’ Rossi, di professione scultrice. Nasce a Bologna, figlia di un notaio, si formò nella bottega di Marcantonio Raimondi. Tra il 1525 e il 1526 la troviamo nel cantiere della Basilica di San Petronio. Vasari la chiama femmina scultora. La Vita di Properzia occupa circa due pagine, una percentuale ancora più bassa dello 0,6% rispetto all’intero volume, ma la prima parte è dedicata all’elogio delle donne nella cultura antica greca, romana e attuale del Rinascimento. Vasari forse non usa i termini del politically correct, e certamente c’è un fondo sempre di tacito maschilismo, ma c’è da credergli quando scrive che le donne “né si son vergognate, quasi per torci il vanto della superiorità, di mettersi con le tenere e bianchissime mani nelle cose mecaniche e fra la ruvidezza de’ marmi e l’asprezza del ferro, per conseguir il desiderio loro e riportarsene fama”. Vasari femminista? Non ci si può spingere a dire tanto. Continua scrivendo che era una “giovane virtuosa, non solamente nelle cose di casa, come l’altre, ma in infinite scienze che non che le donne, ma tutti gli uomini gl’ebbero invidia”. E’ presente un certo pensiero che vede Properzia come un’eccezione – “capriccioso e destrissimo ingegno” – e non come una possibilità per tutte le donne. Properzia, nel bassorilievo in marmo Giuseppe e la moglie Putifarre, oltre a dimostrare le sue altissime qualità, si inserisce nello spirito del tempo, o meglio del decennio. Le sue figure sensuali, serpentine, robuste sono la sintesi tra la compostezza di Raffaello, il vigore di Michelangelo, gli esperimenti di Giulio Romano e tutta la produzione romana prima del sacco del 1527. Quella presa possente non è meno potente di un muscolo dipinto da Michelangelo. Tutto da scoprire il motivo che hanno portato Vasari ad inserire Properzia come unica donna delle sue Vite. Il perché va contestualizzato alla sua epoca ma forse non basta più come spiegazione.

Bibliografia: Giorgio Vasari, Le Vite

Immagine: Bassorilievo Giuseppe e la moglie Putifarre 

Tra i due litiganti vince Tiziano

Venezia 1516. Tiziano è al lavoro per completare l’Assunta che sarà collocata nella Chiesa dei Frari. Allo stesso tempo Raffello e Giulio Romano sono alle prese con la Stufetta del Cardinal Bibbiena e con la Loggia di Psiche. Ludovico Dolce era nata da soli sei anni eppure sarà lui a dare una risposta tutta veneta alle Vite di Vasari postulando il nuovo modello dell’arte. Ovvero Tiziano. Eppure è tutta da vedere la robustezza degli Apostoli dalle braccia tese e muscolose, quella mano centrale alzata che anticipa la posta del Cristo del Giudizio Universale, il volto pieno di grazia della Madonna e i putti ancora più prestanti di quelli di Raffaello. Tra i due opposti della scuola tosco-romano, Michelangelo e Raffaello, il Dolce pone proprio la figura del pittore di Cadore perché in grado di unire la “grandezza e terribilità di Michelangelo” e la “piacevolezza e venustà di Raffaello”, il tutto tenuto insieme dal “colorito proprio della natura”. Non poteva essere altrimenti. Nell’eterno duello disegno-colore questa volta è toccato al colore prendere posto sul gradino più alto.

Immagine: particolare dell’Assunta 1516-1518

Bibliografia: Antonio Pinelli, La bella Maniera, Einaudi 2003

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Vasari, l’umanista Paride e il Palazzo del Diavolo

La cultura figurativa tra il 1490 e il 1520 segna le basi stilistiche che Giulio Romano trova al momento del suo arrivo a Mantova. La ricercatezza dei temi, la simbologia, la sensibilità e un sapere colto si trovano proprio da quando Isabella d’Este è diventata marchesa. Due dei maggiori umanisti, Mario Equicola e Paride da Ceresara, studiano per lei l’iconografia che gli artisti dovranno eseguire. In fondo tutto deve coincidere col suo gusto e i messaggi virtuosi. Paride, discendente da una nobile famiglia, è di professione poeta ma si trova ad elaborare i temi mitologici, allegorici e celebrativi di Isabella. Studiò inoltre i testi classici, l’astrologia, la cabala e i talmud ebraici. Nel 1532 a Mantova ricoprì la carica di Podestà ed abitò presso il cosiddetto Palazzo del Diavolo. Ogni città ne ha uno. La leggenda è spesso la medesima e vede l’intervento diabolico per realizzare il palazzo nel giro di una sola notte. L’edificio sorgeva dove oggi si trova la Fondazione della Banca Agricola Mantovana in corso Vittorio Emanuele. Nel 1520 Paride incarica il pittore Pordenone di affrescare la sua dimora dopo un rifiuto del Romanino. Così doveva apparire a Vasari in visita a Mantova: “fra l’altre belle invenzioni che sono in quest’opera, è molto lodevole, a sommo sotto la cornice, un fregio di lettere antiche alte un braccio e mezzo; fra le quali è un numero di fanciulli che passano fra esse in varie attitudini, e tutti bellissimi”.

Bibliografia: Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi 1987

Immagine: cartolina di Corso Vittorio Emanuele

Quando Giulio apriva la finestra e vedeva i fori imperiali

Giulio Romano era il continuatore di una nuova arte romana evoluta da Raffaello, Michelangelo e Bramante. Tuttavia non sarà banale ribadire che Giulio, a differenza degli altri, è nato a Roma abbeverandosi direttamente alla fonte classica. La sua casa natale, presso la via Macel de’ Corvi, si trovava all’interno del Rione Monti. La bellezza antica era talmente densa da avere dalla sua finestra di casa questo spettacolo: Foro di Augusto, di Cesare, di Nerva, di Traiano, le terme di Traiano e di Tito, la Domus Aurea e i mercati traianei. Dentro nei suoi occhi, da sempre, i modelli antichi che dialogavano con i nuovi edifici moderni. La via dove abitava Giulio Romano era adiacente alla piazza omonima costituita da piccole abitazioni popolari di origine medievale. Qui ha abitato per trentanni anche Michelangelo. La piazza fu demolita nel 1902. La casa di Giulio, dapprima di modeste condizioni, fu da lui stesso restaurata inserendo, come riporta Vasari, “un bel principio di finestre; il quale, per poca cosa che sia, è molto grazioso”. Al piano terra una profusione di mattoni a bugnato. Timpani e archi sempre a bugne. Purtroppo la casa non esiste più e l’aspetto è noto solo attraverso alcuni disegni. Elementi che trasferirà a Mantova e nella sua ultima casa nella contrada dell’Unicorno.

Bibliografia: Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi 1987

Immagine: Piazza Macel de’ Corvi 1752

Mentre Colombo scopriva l’America

12 ottobre 1492. Colombo raggiunge l’isola di San Salvador. E’ la prima terra americana su cui il navigatore mette piede. Cosa succedeva invece in Europa mentre Colombo era convinto di aver raggiunto le Indie?

A Mantova si svolge un matrimonio tra vip. Si sposano Taddea, la figlia di Andrea Mantegna, e Viano Viani, il figlio del più noto commerciante della città. Rimane ancora traccia oggi della loro Casa in piazza Marconi. Sui capitelli il monogrammi MV ovvero Messer Viani. A Ferrara si inaugurano i cantieri per l’addizione erculea ovvero il raddoppiamento della superficie della città ad opera di Ercole I d’Este. A Firenze, nel quartiere Careggi, muore Lorenzo il Magnifico a causa della gotta che lo ha tormentato per molto tempo. Se ne andava così l’artefice dell’equilibrio politico italiano durato quasi quarantanni aprendo invece uno scenario di nuove guerre. A Roma dal Conclave esce il nome del nuovo Papa. Alessandro VI ovvero Rodrigo Borgia.

Sempre a Roma, ma secondo studi più recenti, sarebbe nato Giulio Romano. Analizzando meglio Vasari, che lo conosceva molto bene, si legge nelle Vite che l’artista quando morì a Mantova nel 1546 aveva 54 anni. Quindi le lancette della sua nascita sarebbero da portare indietro al 1492 e non al 1499.

 

Immagine: Carta portolanica di Diego Homen (portolano era un manuale per la navigazione costiera e portuale). Fonte Wikipedia

 

Giulio Romano era un team leader. Palazzo Te l’azienda della Meraviglia

1529 Palazzo Te, Mantova. Si sta lavorando a ritmo di vogatori per concludere la Camera dei Giganti prima dell’arrivo di Carlo V (non verrà conclusa). Le pareti sono nascoste da gabbie toraciche di impalcature e ogni collaboratore è un’ape laboriosa intenta a produrre il suo miele migliore. Così nel cantiere dal tipo di rumore si riconoscono tutti i professionisti impiegati da Giulio. Una sinfonia di strumenti che non conosce sosta.

Giulio Romano era uno straordinario artista che ha portato a Mantova un nuovo modo di organizzare i cantieri di lavoro. Il suo ruolo si eleva a quello di regista coordinando le attività di ogni singolo collaboratore. Viene così continuata la grande rivoluzione di Raffaello che porta l’artista ad essere un uomo di fatica e anche di concetto. Giulio Romano rimane un disegnatore abilissimo e “capriccioso”, come direbbe Vasari. Ma non rimaniamo stupiti se a Palazzo Te non c’è un singola goccia di pittura uscita dal pennello di Giulio. Lui era lo stratega, il capocantiere, il direttore dei lavori. Al suo seguito tutta una schiera di pittori divisi per specializzazione (figure, paesaggio e animali), scultori, stuccatori, scalpellini e una sequela di garzoni che si occupavano di vetrate, pavimenti, giardini, fontane e altri più piccoli servizi. Così gli affreschi che vediamo a Palazzo Te sono il frutto di una orchestra di tantissime e abilissime mani di provenienza diversa, di nomi diversi, di competenze diverse ma tutte rispondenti alla stile di Giulio Romano. Provate la prossima volta ad osservare bene le pareti e a scomporre il fitto mosaico di delle diverse mani dei pittori che sono stati coinvolti. Eccoli i nomi che non leggete in modo diretto sulle pareti: Gian Francesco Penni, Rinaldo Mantovano, Benedetto Pagni da Pescia, Luca da Faeza, Gerolamo da Pontremoli, Fermo Ghisoni da Caravaggio, Anselmo Guazzi, Agostino da Mozzanega, Andrea e Biagio de’ Conti, Giovan Battista Mantovano, Francesco Primaticcio. Una vera orchestra.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987

Immagine. Dettaglio Camera dei Giganti Fonte Flickr Abbiateci64

Giulio Romano arriva a Mantova e diventa Mantovano

Roma, 1524. La missione di Baldassarre Castiglione è andata a buon fine, Giulio Romano si trasferirà a Mantova e presterà i suoi servigi a Federico II Gonzaga. Il conte e l’artista partono da Roma il 5 ottobre e arrivano a Mantova il 22. L’accoglienza dedicata a Giulio è quella che oggi si dedica alle pop star. Scrive il Vasari che il Marchese “gli mandò parecchie canne di veluto e raso, altri drappi, e panni per vestirsi”. Il kit di cortesia non finiva di certo qui: Federico gli dono uno dei suoi cavalli. Si chiamava Luggieri. Senza perder tempo i due raggiunsero a cavallo la zona chiamata il T. Riporta Vasari: “disse il Marchese che arebbe voluto, senza guastare la muraglia vecchia, accomodare un poco di luogo da potervi andare a ridurvisi tal volta a desinare, o a cena per ispasso“. Nella testa di Federico prendeva forma l’honesto ocio.

Nel giro di due anni Giulio ottiene tutto. Il 1526 è il suo anno. Il 5 giugno ottiene la cittadinanza onoraria, il 13 giugno riceve in dono una casa per gli eredi, il 31 agosto gli viene conferito il titolo di Vicario di Corte ed è nominato Prefetto delle Fabbriche della città e dello Stato. Scusate se è poco. Giulio più che Romano diventa Mantovano.

Immagine. Sala dei Cavalli

Bibliografia. I giardini di Palazzo Te, Del Gallo Editore, 2018