Le città di notte nel Rinascimento

Girare di notte nel Medioevo e nel Rinascimento non era certo una passeggiata. Pensate all’atmosfera che avevate intorno: pochissime persone in giro, il rumore di qualche maiale o pantegana che rovistava tra i resti del mercato del giorno, quasi una totale oscurità tranne che per qualche fioca luce che proviene dai lumini nei crocicchi delle vie. Lì dove poteva trovarsi l’immagine di una Madonna o di un Santo, in genere in prossimità di una porta della città. Qualche fiore e una preghiera per dare conforto ai vivi o ai cari passati nell’altra vita. A Venezia queste immagini sacre si chiamavano cesendeli. Il governo della Serenissima nel 1450 ordinò che chi voleva camminare per la città dopo le ore tre doveva essere provvista di lume.

Così nasce per i nobili l’usanza di farsi accompagnare dai cosiddetti codeghe ovvero i portatori di lume. In realtà erano una sorta di facchini che si appostavano di sera presso le Procuratie di San Marco dove attendevano coloro che volevano farsi accompagnare a casa. Le cronache ci dicono che che l’invenzione del codega è dovuta ad un certo Pietro q. Osvaldo dal Capo.

Possibile che anche Mantova avesse dei codega? Non lo sappiamo ma senza dubbio in città c’erano i birri a controllare la situazione soprattutto di notte e regolare l’ordine pubblico. Si trovavano sotto l’edifici del Palazzo del Podestà, l’antica sede già della Curia Criminale. Birri ovvero dal termine arabo “birron” che significa giustizia. Infatti piazza Broletto era nota anche Piazza dei Birri. Ma questo è un altro capitolo che merita una storia a parte.

Bibliografia: G. Nissati, Aneddoti storici veneziani, 1897

Immagine: G. Zompini, Le arti che vanno per via nella città di Venezia

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Kabbalah ovvero il Ghetto in numeri

Si sa che il Ghetto è un termine veneziano. In origine però gli spazi della città in cui viveva una netta prevalenza di ebrei erano chiamati Contrade degli Ebrei o Giudecche. Dopo il 1516 tutti si chiamano Ghetto. Troppo facile concentrare così l’evoluzione di uno spazio veneziano che ha attraversato varie fasi: al Ghetto Nuovo del 1516 viene aggiunto nel 1541 quello Vecchio e nel 1633 quello Novissimo. Nel 1790, data dell’ultimo censimento di Venezia, gli abitanti ebrei risultano 1.517: 189 bambini, 744 donne, 457 maschi adulti e 97 con più di settantanni. Si è passati dalle 199 unità abitative del 1582 alle 1.661 con un forte incremento di monolocali. Il Ghetto, complessivamente, rendeva alla Serenissima un ammontare di 250.000 ducati. Ogni anno. Lascio a voi il conteggio per i 282 anni di Ghetto.

A Mantova i numeri sono più bassi. Si parla di circa 2.000-2.500 abitanti che progressivamente scende soprattutto dopo l’annus horribilis del 1630. La crisi colpisce anche il Ghetto che si avvia verso il degrado. Due i fatti più gravi che suonano come una catastrofe. Il 31 maggio del 1776, in occasione delle feste per un matrimonio nell’ultimo piano, crolla l’intero palazzo seppellendo 65 persone. Il 9 marzo 1878 crolla un intero caseggiato a causa di un incendio di carta in vicolo dell’Olio.

Il 21 gennaio 1798 i portoni del Ghetto vengono scardinati, demoliti, bruciati. I Francesi subentrano agli austriaci che avevano comunque mantenuto il Ghetto in una condizione di tranquillità. I portoni vengono portati nella piazzetta dell’Aglio e il grande falò rappresenta la fine della “segregazione”. Così cambia il nome in piazza Concordia.

Bibliografia: Francesco Jori, 1516 Il Primo Ghetto, 2016 – Emanuele Colorni, Mauro Patuzzi, C’era una volta il Ghetto, 2018

 

Le scarpe da corredo nuziale

“Non so che scarpe mettermi!” Frase di oggi e forse nota anche allora perché dai registri di corredi nuziali si rimane sbalorditi dal numero di scarpe e calzature di ogni tipo. Ci finiscono dentro anche le famose pianelle: in pelle morbida o in tessuti pregiati, con applicazione d’oro e d’argento e, nella Serenissima, con tacchi di oltre 50 centimentri Continua a leggere “Le scarpe da corredo nuziale”