Michelangelo, Andrea Vesalio e la pelle di San Bartolomeo

Il Cinquecento è anche il secolo dei cadaveri. Dissotterrati, studiati, dissezionati e poi finiti in tutto o in parte sui taccuini degli artisti, nei loro disegni e negli affreschi. Aveva aperto la strada Leonardo e continua Michelangelo proprio nel secolo di Andrea Vesalio. Come si faceva a ottenere dei corpi? Oltre alle pratiche singole e poco lecite c’erano degli statuti che regolavano il recupero dei corpi dai cimiteri o dal patibolo. Si trattava di azioni coordinate con le istituzioni come ad esempio l’Università e le Confraternite che davano assistenza ai processati. Spesso si trattava di criminali. Le dissezioni erano annuali, soprattutto tra gennaio e febbraio, per rallentare il processo di decomposizione dei corpi. Il luogo veniva allestito per l’occasione e solo in seguito – dopo il 1580 – si creò il primo teatro anatomico. L’ambiente era comunque quello universitario. C’era il pubblico: allievi, curiosi, artisti. Oltre a questi eventi fissi e sporadici – due all’anno – avvenivano anche dissezioni private, senza pubblico, eseguite direttamente in ospedali e farmacie per ricerche specifiche. Nella Firenze del Cinquecento gli ospedali costituiscono la “scuola di anatomia privata” per Leonardo e Michelangelo. Quest’ultimo approfondisce lo studio presso l’Ospedale di Santo Spirito e, come scrive Vasari, lo può fare grazie all’amicizia con il Priore: infinite volte fece anatomia, scorticando cadaveri per osservare il principio e le legature dell’ossatura, dei muscoli, dei nervi, delle vene e dei diversi movimenti, e tutte le posizioni del corpo umano. Si nota un rimando a dir poco palese tra il San Bartolomeo del Giudizio Universale e la tavola I del Libro II della Fabrica di Andrea Vesalio. Le mani di entrambi i personaggi sorreggono la pelle di un uomo scorticato.

Per la cronaca le reliquie di San Bartolomeo, come molte loro sorelle, hanno una storia molto travagliata. Fino al 838 si registrano a Benevento presso la Chiesa di San Bartolomeo e dal 999 invece a Roma nella chiesa omonima sull’isola Tiberina. Giunsero qui per mano dell’imperatore Ottone III. Secondo alcuni però i resti trasportati a Roma sarebbero di San Paolino.

Bibliografia: Arte, fede e medicina nella Venezia di Tintoretto, Marsilio 2018

Immagine: Particolare Giudizio Universale, Michelangelo 1541

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1506. Muore Andrea Mantegna, rinasce il Laocoonte e molti altri fatti

14 gennaio 1506. Quell’anno doveva essere speciale e lo si capisce dalla meraviglia che esce dalla terra di Roma. Si rinnova l’interesse per l’antico e le rovine attraverso gli scavi, strumento di conoscenza e di appropriazione di nuovi materiali edili. Quasi si grida al miracolo: viene riportata alla luce la statua del Laocoonte in una vigna sul Colle Oppio.

Fine settembre 1506, Mantova. Lorenzo Costa termina L’allegoria della corte di Isabella, quarto quadro che doveva allestire i suoi personalissimi spazi in Castello. Il quinto sarebbe arrivato solo nel 1511 ancora per mano del Costa. Non poteva saperlo Lorenzo, o forse in parte sì, che cosa stava accadendo o cosa sarebbe accaduto in quel stretto giro di mesi. Una notizia la sapeva e lo riguardava da vicino. Il 13 settembre era morto Andrea Mantegna, il ruolo di pittore di corte sarebbe spettato a lui. A Mantova è di nuovo turno di peste: i cittadini rimangono, i Gonzaga fuggono. Francesco a Gonzaga, Isabella con i figli nella residenza di Sacchetta. Il 25 settembre muore Filippo il Bello, marito di Giovanna d’Aragona e Castiglia (detta la Pazza ma in fondo aveva i suoi buoni motivi per non essere del tutto lucida). Forse avvelenato da Ferdinando d’Aragona, suo suocero. A Ferrara, per la serie “fratelli coltelli” è tempo di congiura. Giulio e Ferrante d’Este provano a usurpare il potere ad Alfonso I e Ippolito. Lucrezia Borgia è in cinta e si ritrova in losche trame familiari che le ricordano Roma. E’ l’anno della posa della prima pietra del nuovo cantiere di San Pietro affidato a BramanteGiulio II, il papa guerriero, riconquista i territori di Perugia e soprattutto Bologna, conseguenza i Bentivoglio lasciano la città e il loro palazzo distrutto un anno dopo dalla furia dei cittadini.

Isabella d’Este si chiude in una parentesi d’arte. Commissiona ai fratelli Mola le otto tarsie lignee per creare gli sportelli che rivestiranno le pareti della Grotta. In quegli stessi mesi, prima della morte di Andrea Mantegna, aveva portato a termine il suo acquisto più cinico e ostinato. Il busto della Faustina di Mantegna, opera antica a lui tanto cara.

Bibliografia: Daniela Pizzagalli, La signora del Rinascimento, BUR 2013

Immagine: Lorenzo Costa, Allegoria della corte di Isabella, 1506 (Louvre)

Una questione di braghe e braghettoni

Roma 1541, Cappella Sistina. Michelangelo ha terminato il Giudizio Universale, dopo una gestazione di sei anni, commissionato da Clemente VII. L’opera è pronta per essere inaugurata ed esibita al pubblico. Questo evento si inserisce in una serie di eventi che tendono a non esaltare lo stile di Michelangelo: corpi nudi, pose considerate poco consone, troppe figure e troppo di scorcio, angeli senza ali, santi senza aureola, Cristo senza barba. Tra il 1545 e il 1563 avviene il Concilio di Trento ovvero la risposta alla Riforma luterana. La Chiesa si dà nuove regole che inevitabilmente ricadono sul linguaggio artistico e sulla funzione dell’arte. Nel 1541 viene istituito a Roma il Sant’Uffizio dell’Inquisizione. E’ lo stesso Aretino – proprio quello dei Sonetti lussuriosi! – che, dopo la morte di Michelangelo, critica il Giudizio: e chi pur è cristiano, per più stimare l’arte che la fede, tiene per reale ispettacolo tanto il decoro non osservato nei martiri e nelle vergini, quanto il gesto del rapito per i membri genitali, che anco serrarebbe gli occhi il postribolo per non mirarlo. In un bagno delizioso, non in un coro supremo si conveniva il far vostro. Nel 1565, un anno dopo la morte dell’artista, si decide per intervenire modificando le licenze del Giudizio commissionando il lavoro proprio a Daniela da Volterra allievo di Michelangelo. E’ il tempo dei cosiddetti braghettoni che racconciano, coprono, riposizionano proprio là dove c’era più sconvenienza. Girolamo da Fano, Domenico Carnevale, Lorenzo Sabbatini, Cesare Nebbia. Sei artisti, tre Papi. Durante i restauri del 1994 si sono asportate le “braghe” più tarde mentre sono state mantenute quelle del Cinquecento come testimonianza storica della Controriforma.

Bibliografia: Antonio Pinelli, La bella Maniera. Artisti del Cinquecento tra regola e licenza, Einaudi 2003. 

Immagine: Giudizio Universale, particolare

Una delle scene più criticate. A dx Marcello Venusti, copia del Giudizio del 1549. Santa Caterina e San Biagio. A sx la stessa scena nell’originale dopo l’intervento del 1565 e il restauro del 1994. 

Tra sogno e gioco. Giulio Romano direttore dei lavori di San Pietro

Immaginiamo di frantumare i limiti della storia e proviamo a non far morire Giulio Romano nel 1546 ma gli concediamo almeno un’altra decina di anni. Cosa avrebbe fatto? Sarebbe rimasto a Mantova al servizio dei Gonzaga o avrebbe scelto un’altra esperienza, ad esempio di ritornare a Roma? A Mantova ormai lavorava per il cardinale Ercole, soprattutto in ambito religioso, e l’interno della Cattedrale ne è la dimostrazione. Per avere ancora incarichi nella Corte avrebbe dovuto aspettare il 1550, primo anno da Duca di Guglielmo. Magari avrebbe fatto la Chiesa di Santa Barbara (e non Bertani) e si sarebbe occupato di raccordare le maglie sfilacciate del Palazzo Ducale.

Ma certamente la consacrazione assoluta sarebbe arrivata con l’incarico di architetto per la Basilica di San Pietro. Nel 1546 muore l’allora direttore del cantiere Antonio da Sangallo. Chi lo può sostituire? Giulio Romano avrebbe avuto davvero una possibilità di essere scelto? La risposta è sì. I pretendenti erano: il settantenne Michelangelo, Palladio e Vignola (non ancora affermati), Giulio Romano e Jacopo Sansovino (ai vertici nelle rispettive città di lavoro). Michelangelo sembra defilarsi affermando che l’architettura “non era arte sua propria”. Sansovino è alle prese con la ristrutturazione di Piazza San Marco. Ecco che, sognando e giocando con la storia, il pretendente più probabile poteva essere proprio Giulio Romano.

Fine del gioco. La storia la conosciamo e nonostante quella frase sarà Michelangelo a proseguire il cantiere di San Pietro. Ma i “se” permettono di allargare la storia e aprire quelle porte rimaste chiuse nel passato.

Immagine: Basilica di San Pietro, progetto di Michelangelo 

Alfonso d’Este, oltre ai cannoni c’è di più

La figura di Alfonso I d’Este è stata manomessa dalla critica valorizzando soprattutto l’aspetto bellico e dell’uomo d’azione dedito alla costruzione di armi e cannoni e poco attento alle raffinatezze letterarie della corte. Paolo Giovio scrive La vita di Alfonso da Este duca di Ferrara e forse è un po’ responsabile di questa immagine viziata. Fu giudicato e tenuto da molti, che egli fussi più tosto uomo desideroso et amator d’una certa vita quieta e rimessa, che da alti e nobili esercitii, e da quelle cose le quali si ricercon nel governare uno stato. Come quello che era solito il più delle volte chiamare seco a la sua mensa segreta o artefici eccellentissimi di qualche arte […] per dar qualche recreatione e qualche piacere a l’animo. Ritiravasi oltra di questo spessissime volte in una stanza segreta, fatta da lui a modo di bottega, e di fabbrica, dove egli per fuggire l’otio dava opera con piacevoli e dilettevoli fatiche, a lavorare a tornio flauti, tavole e scacchi da giuocare, bossoli artificiosi e bellissimi di terra, a uso di stovigliai […]. Imperoché dandosi egli ancora a fonder metalli, a guisa di fabbro, e a gittar cose di bronzo, gli successe tanto bene e felicemente tale arte […]. 

Chiude Giovio con il cliché che accompagnerà nei secoli a venire la figura di Alfonso: non fu mai troppo affettato, né troppo diligente, nè nel vivere, né nel vestire. Ma godeva et si rallegrava molto, d’una certa vita libera et familiare. 

Non era così Alfonso I d’Este, non poteva esserlo con una sorella come Isabella, con un padre come Ercole I, in una città come Ferrara e in un periodo che vedeva il confronto di tutte le corti con il collezionismo e l’arte pontificia a Roma.

 

Bibliografia: Vincenzo Farinella, Alfonso I d’Este. Le immagini e il potere, Officina Libraria, Milano 2014

Immagine: Ritratto di Alfonso I d’Este. Battista Dossi, 1530 

Il giovane Federico fa tirocinio alla corte del Papa

Agosto 1510. Federico II arriva a Roma come ostaggio d’onore di papa Giulio II, ha dieci anni e una madre di nome Isabella d’Este. La città vede compiersi le meraviglie di Raffaello, Michelangelo e Bramante. Queste sono le premesse per la sua formazione culturale che è stato, a tutti gli effetti, un precoce tirocinio politico. A Roma Federico è accompagnato da una piccola corte costituita da due maestri di casa, Stefano Gaudio e Matteo Ippoliti, il medico personale Luca Coffani, il maestro di canto Domenichino e poi paggi e servitori. Così Stefano Gaudio scrive a Isabella: è alloggiato nelle più belle stantie che siano in questo pallatio et stassi ad manzare in una bellissima logia che scopre tutto il piano, che veramente si può chiamare Belvedere; per quella logia, camere e giardini de naranzi e pini tutto il giorno se spassa con grandissimo piacere et solazo, non sì scordando però di attendere al canto così ad dir l’officio. Ammirando le statue collocate nel Giardino del Belvedere il piccolo Federico non può che pensare alla madre e vorrebbe inviarle addirittura il Laocoonte. La lettera, che descrive le giornate di Federico, prosegue con la passione per i cavalli, una cavalcata al Campidoglio e Colosseo e maestri che gli fanno da guida alle antichità, come Bernardo Accolti. Il rientro a Mantova avviene il 3 marzo 1513. Otto giorno dopo sarebbe stato eletto il nuovo papa Leone X. Nel frattempo Niccolò Machiavelli aveva ormai scritto buona parte de Il Principe. Tutto era quasi pronto sullo scacchiere politico italiano.

Bibliografia: Le corti italiane del Rinascimento, Mondadori 1985

Immagine: Probabile ritratto di Federico II ad opera di Francesco Francia nel 1510

A Padula una frittata per Carlo V

Padula, 10 agosto 1535. L’imperatore Carlo V, di ritorno dalla vittoria di Tunisi dove ha sconfitto il corsaro Barbarossa, si ferma in una tappa intermedia. La strada per Roma era ancora lunga e il viaggio verrà completato in sei mesi. Così predispone una sorta di campagna promozionale recandosi nelle città per far visita ai nobili locali. A Padula fece visita alla Certosa, la più grande al mondo con i suoi 51.500 metri quadrati, ben 9 mila in più dei Musei Vaticani. Secondo la tradizione i monaci, tra il visibilio della popolazione in festa, gli preparò un’accoglienza iper proteica. Una frittata di mille uova. Da allora, tutti gli anni, per celebrare questo evento, si rievoca la preparazione della frittata con un congegno meccanico in grado di reggere e cuocere 50 kg di uova. Un’enorme padella in metallo con i fuochi nella parte sottostante. Il salto della frittata non è permesso.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli editore, Roma 2015

Immagine: Certosa di Padula

Tutti i papi di Giulio

Giulio Romano nasce e vive in una Roma che sta avviando un programma di recupero dei monumenti antichi e di consolidamento di quelli moderni. Il 1500 scocca con il Giubileo, potente opera di marketing religioso e finanziario. Nel 1506 Giulio II pone la prima pietra della nuova Basilica di San Pietro, l’architetto è Bramante. Leone X creò il sistema di indulgenze per finanziarne la costruzione. I papi da pastori universali diventano principi, condottieri e politici che in modo machiavellico orchestrano strategie e sistemi clientelari per favorire i propri familiari. Ne è l’esempio Alessandro VI Borgia, il papa con cui nasce Giulio. E’ il periodo in cui il papa indossa anche l’armatura d’argento e combatte in prima linea con le truppe pontificie. E’ il caso di Giulio II detto il Terribile. Sono gli anni soprattutto dei meravigliosi cantieri: le stanze della Segnatura di Raffaello, la Cappella Sistina di Michelangelo e le Logge Vaticane. In totale furono sette i papi che Giulio Romano vide passarsi il testimone, sei in presa diretta e l’ultimo da Mantova. Innocenzo VIII, Alessandro VI, Pio III, Giulio II, Leone X, Adriano VI, Clemente VII, Paolo III. Michelangelo, data la vita più lunga, ha visto passare 13 papi. Raffaello solamente 6. Muore un anno prima di Leone X.

Bibliografia: Eamon Duffy, La grande storia dei papi, Mondadori 2017

Immagine: Papa Alessandro VI (Pinturicchio 1492-1495)

Il conclave più gustoso della storia

Bartolomeo Scappi è il cuoco che rappresenta il passaggio definitivo da una cucina medievale ad una rinascimentale. Papa Paolo III lo nominerà cuoco secreto ovvero a suo uso e servizio personale e così fecero anche Pio IV e Pio V. Nel 1549 muore Paolo III e i cardinali, come da tradizione, si devono riunire in conclave per eleggere il nuovo Papa. Ma l’assemblea procede a ritmo lento. Complotti, voti comprati, sussurri e missive segrete lavorano nell’ombra silenziosi. L’elezione dura da novembre 1549 a febbraio 1550. Per tre mesi i cardinali non possono lasciare il conclave e la Cappella Sistina, come di consueto, viene allestita per accoglierli, dai pranzi alla cena e fino al riposo. Avranno il privilegio di desinare con la cucina di Scappi. C’era una prassi rigorosa da rispettare. I piatti preparati dovevano essere trasportati in cesti rossi scarlatti con le insegne dei cardinali. I cesti venivano controllati e verificati affinché ai cardinali non giungessero messaggi. Soprattutto venivano proibiti la pasta o cibi la cui forma potesse contenere un bigliettino. Qualcuno affermò che, senza lo Scappi, il conclave sarebbe durate molto meno tempo. L’8 febbraio del 1550 viene eletto Giovanni del Monte conosciuto col nome di Giulio III. Le potenti figure di Michelangelo hanno guardato tutto, sanno segreti che non rileveranno mai.

Bibliografia: Hans-Peter von Peschke, Werner Feldmann, La cucina del Rinascimento, Guido Tommasi Editore, Milano 2002

Immagine: Cappella Sistina, Michelangelo

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Mappa dell’elezione di Papa Alessandro VII (1665-1667)

Quando Giulio apriva la finestra e vedeva i fori imperiali

Giulio Romano era il continuatore di una nuova arte romana evoluta da Raffaello, Michelangelo e Bramante. Tuttavia non sarà banale ribadire che Giulio, a differenza degli altri, è nato a Roma abbeverandosi direttamente alla fonte classica. La sua casa natale, presso la via Macel de’ Corvi, si trovava all’interno del Rione Monti. La bellezza antica era talmente densa da avere dalla sua finestra di casa questo spettacolo: Foro di Augusto, di Cesare, di Nerva, di Traiano, le terme di Traiano e di Tito, la Domus Aurea e i mercati traianei. Dentro nei suoi occhi, da sempre, i modelli antichi che dialogavano con i nuovi edifici moderni. La via dove abitava Giulio Romano era adiacente alla piazza omonima costituita da piccole abitazioni popolari di origine medievale. Qui ha abitato per trentanni anche Michelangelo. La piazza fu demolita nel 1902. La casa di Giulio, dapprima di modeste condizioni, fu da lui stesso restaurata inserendo, come riporta Vasari, “un bel principio di finestre; il quale, per poca cosa che sia, è molto grazioso”. Al piano terra una profusione di mattoni a bugnato. Timpani e archi sempre a bugne. Purtroppo la casa non esiste più e l’aspetto è noto solo attraverso alcuni disegni. Elementi che trasferirà a Mantova e nella sua ultima casa nella contrada dell’Unicorno.

Bibliografia: Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi 1987

Immagine: Piazza Macel de’ Corvi 1752