Lombardia in bocca. Dentro il dialetto

Domenica mattina. Milano, via Argelati. Scambio di bagole tra madri che devono preparare il pranzo e le prime giovani che affondano le mani nell’acqua del naviglio. Sono immagini cartolina che non ci sono più. L’acqua in città creava professioni che a loro volta formavano gesti, espressioni, modi di dire. Bügandéra ovvero la lavandaia. Significa proprio “colei che fa la bügada”. In altri termini: il bucato. La signora, immaginiamo dai fianchi un po’ generosi, porta la sua cesta di panni sporchi della settimana il riva al canale o al lago. E poi aziona il tasto on della sua lavatrice manuale. Il termine “bucata” si ritrova anche nel Medioevo, passato poi allo spagnolo “bugada” e al francese “bukon” e al tedesco “bauchen”. Cambia la geografia ma non il significato: ammollare nella liscivia. In origine la liscivia, la saponetta del tempo, veniva preparata con le ceneri del legno di faggio. Ecco perché si usa la radice “buk” che corrisponde al protogermanico “faggio”. Dentro al dialetto c’è molta più storia di quello che crediamo.

Bibliografia. A. Badiali, Etimologie mantovane, 1983

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Abracadabra. La bellezza dei nomi perduti

A volte si prende il dizionario – più facile lo smartphone – per capire il significato di     parole che ci risultano difficili. Ma ci sono anche termini perduti che hanno l’odore giallastro delle pagine leggerissime di un vocabolario alto almeno 20 centimetri. Continua a leggere “Abracadabra. La bellezza dei nomi perduti”