Le residenze suburbane di Mantova al tempo di Giulio Romano

Mantova, fine dell’anno 1526. Iniziano i lavori al cantiere di Palazzo Te. Giulio Romano non è alle prese con una assoluta novità. Le ville suburbane erano già presenti più o meno distanti dal cuore politico della città. La prima fu costruita nel 1506 appena al limite della terza cerchia e di fronte all’isola dove sorgerà il Palazzo Te. Si tratta del Palazzo di San Sebastiano, realizzato per volere di Francesco II Gonzaga sotto la regia dell’architetto e ingegnere Girolamo Arcari. Svago, distanza dal Palazzo Ducale, difesa e bastioni. Lo stesso che nel 1508 sulle rive del lago di Mezzo la villa di Poggio Reale allo scopo di fare ricevimento, portare gli ospiti e godersi l’affaccio naturale. Abbandonata e distrutto nel 1723. Le altre residenze extra urbane, più distanti dalla città, sono quelle di Gonzaga, Marmirolo (le preferite di Federico II) e Pietole. Quest’ultima è presente negli elenchi di Stivini con 13 camere. Tutte sono state realizzate con mattoni seguendo la tradizione e il materiale locale. Le decorazione pittoriche e i nomi delle camere si richiamano come una costellazione di corrispondenze. Cavalli, cani, imprese, mappamondi e i cicli dei trionfi che inneggiano alla genealogia dei Gonzaga e al mondo classico. Famiglia, svago e potere. Palazzine di piacere che costituiscono il modello per le seicentesche La Favorita e Palazzina di caccia di Bosco Fontana.

Bibliografia: Giulio Romano e l’arte del Cinquecento, a cura di Ugo Bazzotti, Panini 2014

Immagine: Palazzo di San Sebastiano 

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Le strade che conducono alle delizie. Così raccomandava Alberti

Le delizie di Ferrara e le ville suburbane di Mantova si trovano non lontane dal centro cittadino e fulcro del potere, epicentro della Corte. Per raggiungerle il signore e i suoi cortigiani si potevano spostare in barca, in carrozza o a piedi senza necessariamente essere visti. Le strade della città venivano costruite per visualizzare questi percorsi ideali che segnavano le connessioni dalla residenza centrale a quelle con funzione di ispasso. Anche Palazzo Te aderisce perfettamente a questo modello urbano e sembra rifarsi alle prescrizioni di Leon Battista Alberti secondo cui la villa non doveva essere troppo lontana dalla residenza urbana e raggiungibile attraverso una strada agevole e senza ostacoli, facile e conveniente a percorrersi a piedi e con mezzi di trasporto sia d’inverno che d’estate, e magari anche con imbarcazioni; meglio se tale via passerà in prossimità della porta della città attraverso la quale si possa, nel modo più agevole e diretto, senza doversi cambiare d’abito né passare sotto gli occhi della gente. 

Residenza e palazzo suburbano. Una relazione di continuo scambio, a seconda delle stagioni, delle necessità e delle funzioni dove andare e venire molte volte a piacer proprio tra città e villa con la moglie e i figli. 

Bibliografia: Le corti italiane del Rinascimento, Mondadori 1985

Immagine: Sala della Vigna, Delizia di Belriguardo

Cooperare al tempo delle corti rinascimentali

Davvero sicuri che le Corti italiane nel Rinascimento siano in costante duello per tramare e colpirsi a vicenda? Forse non si può vedere solo il lato spietato. Una cosa però è certa, le Corti si guardavano per imparare, copiarsi, innovarsi e anche scambiarsi idee, artisti e opere. E’ il caso di Federico I Gonzaga che in una lettera dell’8 maggio 1481 chiede a Federico da Montefeltro una consulenza tecnica. Erano appena iniziati i lavori nella parte del palazzo che prenderà il nome di Domus Nova. Il palazzo che tutte le famiglie guardavano per avere ispirazione era proprio quello di Urbino, ampliato tra il 1466 e il 1472 da Luciano Laurana. Così scriveva Federico I: siamo desiderosi di accomodare questa nostra casa pro posse nostro, seguendo quanto è stato fatto a Urbino in quel palazzo, quale intendiamo essere singulare. Le richieste si spostano anche sugli interventi alle canne fumarie messe a punto da Francesco di Giorgio Martini. Alla fine Federico ottiene i rilievi del palazzo ducale. Forse il Montefeltro lo ha fatto perché a Mantova ha studiato nella Cà Zoiosa di Vittorino da Feltre? Non solo. Come scriveva Baudelaire: è un tempio la Natura ove viventi pilastri a volte confuse parole mandano fuori; la attraversa l’uomo tra foreste di simboli dagli occhi familiari. Le corti si corrispondono.

Bibliografia: Le corti italiane del Rinascimento, Mondadori 1985 

Immagine: Palazzo ducale di Urbino (wikipedia)

Palazzo Thiene e la domanda da chiedere. Palladio o Giulio?

Si tratta di una delle ultime opere di Giulio Romano o uno dei primi capolavori di Andrea Palladio? Probabilmente la verità sta nel mezzo. Gli studiosi sono quasi tutti concordi nel ritenere il palazzo progettato da Giulio e realizzato dal Palladio il quale mantiene molte forme giuliesche. I Thiene, committenti del palazzo, sono una delle famiglie più nobili di Vicenza e desiderosi di farsi notare e di poter accogliere gli ospiti in un edificio prestigioso. In effetti aveva le dimensioni di almeno un palazzo ducale occupando con i suoi 54 x 62 metri un intero isolato al centro della città. 3348 metri quadrati conservati dietro una facciata che si misura con Palazzo Te, Palazzo Strozzi e Palazzo Farnese. Non male per una famiglia soggetta a Venezia. Grandioso, autocelebrativo, decorato. Così avrebbe dominato la scenografia dell’infilata della strada Maggiore. Palladio viene coinvolto sin dall’inizio nella costruzione e si assume la paternità nei Quattro Libri. L’edificio, già quattrocentesco, aveva bisogno di un restyling. Chi meglio di Giulio Romano poteva intervenire? Sono note le conoscenze e le collaborazioni tra la famiglia Thiene e Giulio, la data in cui il Consiglio decide di chiamarlo in città (30 novembre 1542) e il mandato di pagamento di 50 scudi per il viaggio a Vicenza con un soggiorno di 15 giorni. Siamo nel gennaio del 1543. Il progetto d’insieme è giuliesco. Il bugnato al pianterreno, le finestre della sua casa romana, le sale disposte lungo un cortile centrale, l’entrata con quattro colonne a fusto rustico. Molto ricordava Palazzo Te. Il progetto non viene terminato da Palladio perché il figlio di Marcantonio, il committente, sposa una donna di Ferrara, diventa marchese di Scandiano e abbandona Vicenza e il palazzo di famiglia.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989 

Immagine: cortile interno di Palazzo Thiene

Palazzo_Thiene_Quattro_Libri

Progetto del Palazzo Thiene, Quattro Libri, Palladio

Il Palazzo delle cento stanze. Marmirolo quasi come il Ducale

La residenza di Marmirolo era la seconda preferita dei Gonzaga, ovviamente dopo Palazzo Ducale. Le attenzioni della famiglia verso questa località si riscontrano già nel Quattrocento quando il primo marchese Gianfrancesco costruisce il Palazzo Vecchio. SI trattava di un edifico a pianta rettangolare, molto allungato e sviluppato in altezza. Merlato, turrito e sul fianco del canale Re dei fossi. Perpendicolare a questo Federico II fa costruire il Palazzo Nuovo. Ampio cortile, porticato sui quattro lati e un ponte che univa alla struttura più antico passando il fossato. E’ qui che Giulio Romano si trova a lavorare nei primi mesi dal suo arrivo. Tra il vecchio e il nuovo si possono leggere una serie di camere dai nomi che evocano decorazioni meravigliose. In totale le stanze erano 100. Nel Palazzo Nuovo: camera della colombara, camerino dell’uccelliera, camerino delle teste, camera dei corami, camera della vigna, camerino della fontana, camerino del zardinetto, camera della pontesella. Nel Palazzo Vecchio: camera dello struzzo, de Santo Antonio dove stano li falchoneri, dell’aquila bianca, due camere francesi, del cavallo, dei mirti, del grifone, del crogiolo, delle colonne, del lupo, dei cani, della volpe, degli uccelli, della cisterna, della torre, sala dei barbari, camerino dei falconi, delle armi, camerino delle ali, delle tortore, della museruola, del troncone, della ruota, del cane, della cerva, del sole. Lo splendore non finisce qui. Era stato fatto preparare l’appartamento di Margherita Paleologa moglie di Federico. Ecco allora una camera ditta la Marchesa, una dei melograni, due della cicogna, da le man in fede, camarino di Rodi, de la maiolicha, del mapamundj. La lunga descrizione sembra l’ordito che ricama un tappeto orientale.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore 1979 

Immagini: Impresa del guanto (su ceramica)

Oggi nulla è rimasto del Palazzo di Marmirolo. Solo documenti, una lunga serie di nomi e immagini del catasto teresiano.

Un palazzo per l’estate. Quando a Marmirolo arrivò Carlo V

1541, Marmirolo. E’ passato appena un anno dalla morte di Federico II. A Mantova è appena arrivato Giorgio Vasari e Giulio Romano lo accompagna in visita alle sue opere. Giulio da qualche anno aveva terminato il cantiere del Palazzo di Marmirolo. Secondo me non poteva mancare la tappa ad una delle più blasonate dimore estive dei Gonzaga. Oggi non rimane nulla di quel palazzo distrutto alla fine del Settecento. Proprio lì dove vigila il Municipio sorgeva una autentica delizia. La fabbrica viene cominciata già nel Quattrocento ma apparteneva già ai primi Gonzaga quando si chiamavano Corradi. Guidone nel Trecento era conte e signore di Marmirolo. Il palazzo a quel tempo si trovava all’interno del recinto dell’antico Castello e tutto intorno il corso d’acqua Redefossi. Poi venne ampliato da Gianfrancesco Gonzaga che spostò il palazzo fuori dalle mura del castello. Con Ludovico II e Federico I divenne un edificio sontuoso e destinato ad ospitare la famiglia e i suoi ospiti più prestigiosi. Nel 1530 venne in visita Carlo V e nel 1549 suo figlio Filippo II. Leandro Alberti nel 1550 descrive così il palazzo: “passato il lago vedesi il soperbo Palazzo di Marmirolo, fatto da Federico primo marchese con grand’artificio et non menore spesa, ove sono le molte ordinate stanze da alloggiare ogni principe et re, secondo le staggioni”. E se qualcuno può pensare che fosse un palazzo minore il cronista continua così: “Invero ella è una opera di grandissimo et bellissimo artificio et di non minor piacere, et massimamente nei tempi dell’està, onde si possono rinfrescare li riscaldati”.

Attorno erano presenti “vaghi et bellissimi giardini ornati di molte maniere di fruttiferi alberi, colle belle topie, dalle quali ne tempi idonei pendono i poderosi grappi di diverse maniere di uve”. E poi fontane e giochi d’acqua che rendevano questa palazzo una “comodissima fabbrica”. Le stanze interne, giudicate da Giorgio Vasari accompagnato da Giulio Romano, erano “non men belle che quelle del castello e del palazzo del Te“.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987

Immagine. Municipio di Marmirolo, fonte Wikipedia

Rinascimenti. 5 prospettive a cena

Quanti Rinascimenti esistono? Sicuramente più di uno. Durante l’evento di venerdì 24 novembre ci caleremo in cinque ambienti molto diversi fra loro eppure all’interno dello stesso contesto. L’osteria, la campagna, la guerra, la nave e il palazzo. Continua a leggere “Rinascimenti. 5 prospettive a cena”

Rovistare tra le piccole storie della moda

Meraviglia a domicilio ha deciso di aprire i cassoni e rovistare negli armadi delle case del Medioevo e del Rinascimento per cercare le storie della moda. Le mani si faranno discrete nel leggere inventari e guardare dentro a bauli e cofani.  Continua a leggere “Rovistare tra le piccole storie della moda”