Federico il principe cerca moglie

Nel 1515 Gugliemo del Monferrato e Francesco II Gonzaga stanno discutendo del matrimonio tra i loro rispettivi figli. Tutto era deciso. Maria Paleologo e Federico II si sarebbe sposati. Un matrimonio di interesse, si intende, che portava risonanza ad entrambe le famiglie. Certamente più ai Gonzaga che si portavano in casa la rampolla erede di una delle famiglie più nobili d’Europa. Le nozze, celebrate nel 1517 a Casale, non furono consumate per la giovanissima età delle sposa non ancora decenne. Qualche anno più tardi tutto sembra pronto ma nel frattempo i Paleologo hanno affrontato la guerra e sono andati in corso a ingenti spese. E di mezzo c’è Bonifacio che ha raggiunto l’età per governare il Monferrato. I tentennamenti e il prender tempo di Federico fanno prender parte alle trame anche Isabella d’Este che ottiene dal Papa Clemente VII l’annullamento del matrimonio. Nel 1530 altra pretendente per il neo scapolo Federico. Questa volta è Carlo V che, venuto per un mese a Mantova a concedere il titolo di duca a Federico, trova il tempo anche di proporgli sua nipote Giulia d’Aragona che le cronache non descrivono come un raggio di sole. Tutto procede fino al colpo di scena. Nello stesso anno muore Bonifacio e Maria ritorna in gioco come unica erede del Monferrato. Le nozze a Casale ritornano ad essere un tema caldo. Ma altro colpo di scena. Maria muore il 15 settembre. Il matrimonio vira sulla terzogenita ovvero Margherita e viene celebrato il 3 ottobre del 1531.

Il celebre dipinto ad olio di Tiziano ritrae Federico nel 1529. Ancora scapolo, alle spalle un matrimonio annullato e almeno due potenziali davanti. Quello che non viene detto è che in questa data, e almeno da 13 anni, continuava la relazione con Isabella Boschetti, già sposata con Francesco Gonzaga da Calvisano. Sarebbe stata un’unione impossibile.

Immagine: Federico II, ritratto di Tiziano 1529 (Prado)

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Il Palazzo Italiano di Landshut. Giulio Romano parla tedesco

Mantova, Pasqua del 1536. Ludovico X, duca di Baviera, trascorre le festività dai Gonzaga, ospite di Federico II. Da poco poteva dirsi concluso il Palazzo Te ed era appena cominciato il cantiere dell’Appartamento di Troia. Ludovico ammira le meraviglie di Giulio Romano e Federico ovviamente lo conduce tronfio. Dirà così della villa sull’isola: “credo che in nessun luogo esista un palazzo come questo, con stanze, appartamenti e dipinti stupendi”. Ludovico se ne ritorna in Baviera con in testa un’idea: costruire il primo palazzo rinascimentale italiano in Germania. Il sogno si concretizza nella cittadina di Landshut. Nel 1534 invia il il pittore olandese Herman Posthumus a studiare da Giulio Romano, “depentore di rara, et eximia excellentia”. Così, con forme giuliesche, si costruisce il cosiddetto “Palazzo Italiano”: forme italiane mescolate a quelle tedesche. Il nuovo edificio si sarebbe unito al Palazzo Tedesco. Ludovico non bada a spese e convoca maestranze lombarde, soprattutto mantovane. Una squadra di venti operai per circa nove mesi all’anno e pagati di più rispetto ai colleghi tedeschi. Il cantiere prende avvio nel 1536 e si conclude nel 1543. Si notano gli elementi stilistici e le soluzioni realizzate a Mantova unite a quelle romane di Bramante e Raffaello. La disposizione delle stanze segue l’andamento di Palazzo Te e di Marmirolo. Strabilianti i rimandi alla Sala di Troia e alla Loggia dei Mesi. Il bugnato hanno tutta l’impronta di Giulio. L’artista superava così i confini nazionali e parlava anche tedesco.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989

Immagine: Interno del Palazzo Italiano, Landshut

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Palazzo Thiene e la domanda da chiedere. Palladio o Giulio?

Si tratta di una delle ultime opere di Giulio Romano o uno dei primi capolavori di Andrea Palladio? Probabilmente la verità sta nel mezzo. Gli studiosi sono quasi tutti concordi nel ritenere il palazzo progettato da Giulio e realizzato dal Palladio il quale mantiene molte forme giuliesche. I Thiene, committenti del palazzo, sono una delle famiglie più nobili di Vicenza e desiderosi di farsi notare e di poter accogliere gli ospiti in un edificio prestigioso. In effetti aveva le dimensioni di almeno un palazzo ducale occupando con i suoi 54 x 62 metri un intero isolato al centro della città. 3348 metri quadrati conservati dietro una facciata che si misura con Palazzo Te, Palazzo Strozzi e Palazzo Farnese. Non male per una famiglia soggetta a Venezia. Grandioso, autocelebrativo, decorato. Così avrebbe dominato la scenografia dell’infilata della strada Maggiore. Palladio viene coinvolto sin dall’inizio nella costruzione e si assume la paternità nei Quattro Libri. L’edificio, già quattrocentesco, aveva bisogno di un restyling. Chi meglio di Giulio Romano poteva intervenire? Sono note le conoscenze e le collaborazioni tra la famiglia Thiene e Giulio, la data in cui il Consiglio decide di chiamarlo in città (30 novembre 1542) e il mandato di pagamento di 50 scudi per il viaggio a Vicenza con un soggiorno di 15 giorni. Siamo nel gennaio del 1543. Il progetto d’insieme è giuliesco. Il bugnato al pianterreno, le finestre della sua casa romana, le sale disposte lungo un cortile centrale, l’entrata con quattro colonne a fusto rustico. Molto ricordava Palazzo Te. Il progetto non viene terminato da Palladio perché il figlio di Marcantonio, il committente, sposa una donna di Ferrara, diventa marchese di Scandiano e abbandona Vicenza e il palazzo di famiglia.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989 

Immagine: cortile interno di Palazzo Thiene

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Progetto del Palazzo Thiene, Quattro Libri, Palladio

Nani e giganti alla corte dei Gonzaga

La rarità e la stramberia hanno da sempre affascinato le corti italiane ed europee. Già nel 1345 erano al servizio dei Gonzaga un gigante di nome Guglielmone e il nano Frambaldo. I loro ritratti sono visibili nella Camera dei Capitani del Castello di San Giorgio. Nello stesso periodo si cita anche Rizza molinara conosciuta per la sua straordinaria forza. Un primo museo dei freak degno di Barnum. Andrea Mantegna rende evidente questa attenzione anche nella Camera degli Sposi e sulla parete che immortala la famiglia c’è posto anche per la nana Lucia. In fondo era una balia e aveva un fondamentale compito verso le giovani future spose di casa Gonzaga. Anche nel ciclo dei Trionfi di Cesare si nota un nano nel denso fregio di personaggi che sfilano. Isabella d’Este aveva già un nano chiamato nanino e gli procurò una compagna che chiamò nanina. Un nano armato lo si trova in sella nella Giostra raffigurata da Pisanello. A Palazzo Te i giganti sono ritratti nella loro caduta mentre salgono sul monte Olimpo. Muscoli, tendini e vortici di membra in caduta libera. Per Giulio Romano è materia scientifica da studiare fino a leggerne l’estrema tensione. Il gigante Polifemo nella Camera di Amore e Psiche è invece colto nella sua tensione amorosa verso la giovane Galatea innamorata di Aci e non di lui. Omnia vincit amor.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore 1979 

Immagine: Particolare della Camera dei Giganti 

La fine dei cavalli di Casa Gonzaga. Epilogo di un marchio storico

Dopo almeno due secoli di dominio assoluto i cavalli dei Gonzaga agli inizi del Seicento si avviano verso il tramonto. Ne aveva appena decantate le qualità addirittura Ulisse Aldrovandi. E tempo prima Paolo Giovio scrive “non v’era niuno re in tutta l’Europa, il quale tenesse più numero né più eccellenti cavalli da guerra di tutte le sorti, di quel che faceva il marchese di Mantova“. Nel 1608, al tempo di Vincenzo, accadde l’inverosimile. Gli allevamenti furono decimati da una malattia contagiosa che in tre giorni decimò il numero dei cavalli. La cosiddetta “raza da casa nostra” quasi si estinse e al tempo di Ferdinando Gonzaga le stalle accoglievano 250 cavalli di cui solo 50 nobili e per il maneggio. Triste epilogo di un marchio che ha tradotto l’ambizione di una famiglia.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore 1979

Immagine: Cavallo con otto zampe, Ulisse Aldrovandi 1642 

Teodoro Ghisi e il suo museo di rarità

Nato nel 1536 a Mantova, Teodoro fu pittore e fratello del più conosciuto Giorgio professione incisore. La famiglia dei Ghisi abitava nei pressi di Palazzo Te. Fu allievo di Giulio Romano e figura tra i pittori stipendiati dai Gonzaga per le residenze di Marmirolo e Goito. Certamente uno dei più talentuosi, nel 1590 insieme a Ippolito Andreasi si occupò delle decorazioni della cupola della Cattedrale. Occorre recuperare la sua dimensione poco nota di naturalista, eclettico e illustratore di meraviglie naturalistiche. Era anche un collezionista che ha creato un piccolo museo all’interno della sua abitazione. Ulisse Aldrovandi lo visitò e documentò le rarità presenti: “cuore pietrificato di forma appuntita con un foro attraverso il quale la trachea entra nei ventricoli, un nautilo pietrificato, rostro di pesce sega dalla lunghezza di cinque palmi, un osso cariato”. Aldrovandi si servì delle abilità di Ghisi come pittore per i disegni dei pappagalli della duchessa Eleonora Gonzaga e probabilmente del corno di Unicorno del Duca Guglielmo chiamato “alicorno della Grotta”.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore, 1979

Immagine: Illustrazione del nautilus fossile (solo di repertorio)

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Angelica e Medoro, Incisione di Giorgio Ghisi su disegno di Teodoro Ghisi

Numeri, sale e sorprese. Quattro residenze dei Gonzaga nel 1540

1539 Mantova. Muore Isabella d’Este. Un anno dopo la segue anche il figlio Federico II. L’inventario del 1540-42 stilato dal notaio di Corte Odoardo Stivini, oltre a fare il resoconto degli oggetti conservati negli spazi di Isabella, fa la conta delle sale presenti nelle maggiori residenze dei Gonzaga. L’approssimazione è per difetto. Al primo posto il Palazzo Ducale con 135, segue a sorpresa il Palazzo di Marmirolo con 100 mentre Palazzo Te e Corte Spinosa ne hanno rispettivamente 22 e 20. Si registrano alcune riflessioni. Il totale delle sale a quel tempo su quattro residenze è di 277. Quasi la metà delle stanze odierne solo di Palazzo Ducale. Nel 1540 era appena terminato il cantiere di Giulio Romano nell’appartamento di Troia che consegna al Castello nuove sale a funzione celebrativa. La residenza di Marmirolo era la seconda preferenza dei Gonzaga che, a buon diritto, può essere definita un prolungamento suburbano e bucolico della Corte.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989. 

Immagine: Pianta del Palazzo Ducale, 1870

Giulio Romano designer. Tra bizzarria e funzione pratica

Giulio Romano si occupa anche di argenterie e di oggetti di uso quotidiano. Anche senza leggere i documenti è un particolare che non sfugge guardando il banchetto degli dei nella Camera di Amore e Psiche. Al centro una tavola di credenza fa bella mostra di sé. Piatti da parata, patere, vasi e stoviglie che funzionano come un’autocitazione. Bizzarria, uso pratico e funzionalità. Come un vero designer di oggi. Giulio evoca il suo mondo mitologico: conchiglie, cigni, scimmie, ippocampi, delfini, capre, sfingi e altre mostruosità. Alcuni dei suoi disegni: saliera confanetto a forma tartaruga, saliera dalla forma di conchiglia con piedistallo a forma di cigno, bacile con disegno interno che imita un vortice d’acqua, scaldaletto con girale di serpenti e testa di drago (probabilmente per il cardinale Ercole Gonzaga) e una culla a forma di navicella. Non sono sopravvissuti oggetti eseguiti su disegno di Giulio ma i lavori d’argenteria e intaglio del Seicento risentano senza dubbio delle sue invenzioni zoomorfe.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989

Immagine: Saliera, Collezione Smithsonian Design Museum

La prima cartolina di Palazzo Te

Mantova 1527. Il cantiere di Palazzo Te è in pieno svolgimento e si sta realizzando la Camera di Ovidio. Uno degli affreschi ci mostra come doveva apparire il palazzo in quella data. Sul lato nord sono già aperte le tre arcate della loggia, mancano l’attico, le lesene e il bugnato. Federico II, con una lettera, redarguì Giulio Romano perché i lavori proseguivano secondo lui a ritmi troppo lenti.

Risulta impossibile ammirare le fasi di realizzazione di un grande cantiere come un palazzo, una chiesa o un monumento. Lo si può desumere dalle lettere, dagli impegni di spesa dei materiali o da documenti privati degli artisti. Nell’affresco della Camera di Ovidio siamo di fronte ad una cartolina che ci mostra una delle prime fasi del Palazzo Te. Al centro, nel lento corso del Redevallo, una barca sfila nel silenzio. Il gesto del remo fendente sembra fermarsi. Sicuramente anche i barcaioli di passaggio sono rimasti affascinati dallo spettacolo che stavano guardando.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989. 

Immagine: Camera di Ovidio 

I due labirinti di Palazzo Te. Quello vero e quello inventato

La mappa del Bertazzolo del 1628 mostra che in realtà nella parte sud della città c’erano due isole. Quella lunga e stretta, dove viene costruito il Palazzo Te, e un’altra dietro molto più estesa dalla forma di un tondo irregolare. Nella sezione sud-ovest si nota un grande labirinto di forma quadrata che misurava circa 240 metri per lato. L’area complessiva era di circa 6 ettari ovvero circa 60.000 metri quadrati. Quasi due volte la superficie di Palazzo Ducale. Si trattava di un Irrgarten ovvero un gioco cortigiano che, a differenza del labirinto regolare, presentava più vie d’uscita. Non serviva la destrezza ma solo chi era guidato dalla Fortuna giungeva alla meta. Provate se ci riuscite! Eseguito dal Bertazzolo per Vincenzo I il labirinto non compare nei resoconti dei viaggiatori e probabilmente fu vittima dell’incuria e della decadenza già dopo il sacco del 1630.

L’altro labirinto, rappresentato nelle mappe di Marten van Heemskerck, parrebbe invece un’invenzione. Doveva trovarsi all’interno del Cortile d’onore. Il pittore olandese del Cinquecento realizza un Album con 56 carte riferibili ad un viaggio in Italia. Di questi 36 fanno parte del Taccuino mantovano di schizzi. Ormai appare consolidata l’ipotesi che il labirinto sia stato aggiunto direttamente sui fogli solo nell’Ottocento creando poi quella fantasia che è diventata reale. Il Cortile doveva rimanere libero per accogliere gli ospiti e farli accedere alla Camera del Sole e della Luna.

Immagine: Urbis Mantuae Descriptio (particolare)

Bibliografia: I giardini dei Gonzaga, Ufficio Mantova e Sabbioneta Patrimonio Mondiale UNESCO, 2018.