Rinascimento monstruoso. Bizzarrie e rarità tra Isabella e Federico

Il gusto per l’arte e il collezionismo di Isabella d’Este continua anche con il figlio Federico II Gonzaga che allestisce di altre curiosità il famoso studiolo. L’inventario steso dal notaio Stivini nel 1540, dopo un anno dalla morte della marchesa, registra: rami di corallo rosso e bianco, un calcedonio ed un prasio (pietra) con inclusioni sia allo stato naturale che appeso a catenelle. Poi conchiglie marine, “una corna di alicorno longa plami sette e mezzo la quale è posta sopra l’armarij suso duoi rampini torti alla fuora via, uno dente de pesso sopra alla fenestra longo tre palmi”. Questo eclettismo prosegue anche con Federico che aggiunge tra le altre curiosità: pessi marini et altri animali mostruosi cinque pessi columbi de mare, undeci lumache marine tra piccole e grandi, una pelle d’uno pesso marino monstruoso, uno cocodrillo grande et trei cocorilli piccolli, duoi dintature de pesso marino, una spada dil pesso chiamato pesso spada, una ganassa de lupo copeta da coramo per portare al collo a cavallo, duoi cocodrilli grandi. Tale madre tale figlioLa mostruosità, il brutto e il bizzarro mentre Giulio Romano era impegnato a San Benedetto Po nella ristrutturazione dell’Abbazia per l’abate Gregorio Cortese. Il Rinascimento è meno chiaro e coerente di come poteva sembrare.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore, 1979

Immagine: Animal Africanum deforme, tratto da Monstrum Historia di Ulisse Aldrovandi (Bologna 1642)

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Parmigianino e Giulio Romano, artisti a due velocità

Parmigianino, alias Girolamo Francesco Maria Mazzola, condivide con Giulio Romano il periodo di attività in cui nell’arte avviene un cambiamento. Solitamente è chiamato Manierismo ma è un termine che chiude molte possibilità di espressione e tralascia infinite sfumature. Al di là di questo aspetto i due andavano a velocità diverse. Tanto veloce Giulio, quanto lento Parmigianino. Basti pensare al lavoro della Steccata di Parma. Ritardi, studio accurato della luce, mancanza di fondi: quasi 9 anni per un cantiere ben lontano dalla conclusione. La confraternita della Vergine Annunciata chi chiama? Giulio Romano. La richiesta è semplice: un dipinto per la decorazione dell’abside. In un anno eccolo servito.

Parmigianino fu un grande disegnatore paragonabile per curiosità, precisione e studio della natura a Leonardo. Molto prolifico. Oltre mille i disegni prodotti, considerati spesso delle opere finite a testimoniare estro e bizzarria. Soggetti molto diversi tra loro: mitologia, erotici, disegni dal vero come un topo morto. Anche Giulio era molto prolifico ma, si può dire, che non perdeva tempo nei disegni. Alcuni erano schizzi, soggetti appena abbozzati, a cui aggiungeva linee, toglieva ripensamenti. Diversi livelli, spesso sullo stesso foglio, per arrivare alla scelta finale. Una matassa ingarbugliata, quasi come un’opera futurista.

Immagine: Studi di teste e topo morto, 1530 (Galleria Nazionale di Parma)

 

Tra sogno e gioco. Giulio Romano direttore dei lavori di San Pietro

Immaginiamo di frantumare i limiti della storia e proviamo a non far morire Giulio Romano nel 1546 ma gli concediamo almeno un’altra decina di anni. Cosa avrebbe fatto? Sarebbe rimasto a Mantova al servizio dei Gonzaga o avrebbe scelto un’altra esperienza, ad esempio di ritornare a Roma? A Mantova ormai lavorava per il cardinale Ercole, soprattutto in ambito religioso, e l’interno della Cattedrale ne è la dimostrazione. Per avere ancora incarichi nella Corte avrebbe dovuto aspettare il 1550, primo anno da Duca di Guglielmo. Magari avrebbe fatto la Chiesa di Santa Barbara (e non Bertani) e si sarebbe occupato di raccordare le maglie sfilacciate del Palazzo Ducale.

Ma certamente la consacrazione assoluta sarebbe arrivata con l’incarico di architetto per la Basilica di San Pietro. Nel 1546 muore l’allora direttore del cantiere Antonio da Sangallo. Chi lo può sostituire? Giulio Romano avrebbe avuto davvero una possibilità di essere scelto? La risposta è sì. I pretendenti erano: il settantenne Michelangelo, Palladio e Vignola (non ancora affermati), Giulio Romano e Jacopo Sansovino (ai vertici nelle rispettive città di lavoro). Michelangelo sembra defilarsi affermando che l’architettura “non era arte sua propria”. Sansovino è alle prese con la ristrutturazione di Piazza San Marco. Ecco che, sognando e giocando con la storia, il pretendente più probabile poteva essere proprio Giulio Romano.

Fine del gioco. La storia la conosciamo e nonostante quella frase sarà Michelangelo a proseguire il cantiere di San Pietro. Ma i “se” permettono di allargare la storia e aprire quelle porte rimaste chiuse nel passato.

Immagine: Basilica di San Pietro, progetto di Michelangelo 

Dieci cavalli di legno per Vespasiano

I cavalli corrono anche a Sabbioneta, per meglio dire marciano in modo trionfale. Non sono affrescati come a Palazzo Te ma sono scolpiti in legno. Si tratta di statue equestre policrome fermate nel loro incedere fiero e celebrativo. Le quattro statue si trovano nella Sala delle Aquile nel Palazzo Ducale di Sabbioneta. La serie completa era di dieci e si trovava nella Sala del duca d’Alba. Le statue sono andate perdute nell’incendio del 1815. Al centro troneggia la figura di Vespasiano Gonzaga.  Dietro di lui i suoi antenati: il padre Luigi detto Rodomonte, il bisnonno Gian Francesco (primo signore del feudo di Sabbioneta) e Ludovico, terzo capitano del popolo, appartenente al ramo principale dei Gonzaga di Mantova.

Vespasiano indossa già il Toson d’oro, onorificenza conferita nel 1585. Questo dato è confrontabile con un’altra informazione relativa alle statue. In una lettera del 4 luglio 1587 Paolo Moro scrive a Vespasiano da Venezia e afferma la commissione ad uno scultore veneziano. La soluzione della marcia equestre a fondo dinastico ha ispirazione spagnola ma il tema è tutto mantovano. I cavalli come segno di forza famigliare. Un carillon di dieci cavalli inizia la sua corsa nella città lagunare e terminerà a Sabbioneta.

Bibliografia: Chiara Tellini Perina, Sabbioneta, Electa 1991

Immagine: Sala delle Aquile

Lo studiolo di Alfonso. Gli occhi del Principe su Ferrara

La via Coperta, costruita nel 1471, è la congiunzione tra la prima residenza degli Estensi, di fronte alla Cattedrale, è il Castello di San Michele che diventerà poi l’effettivo luogo della corte. Ha le forme di un camminamento protetto che nel corso del tempo diventerà preziosa “scatola” dove i duchi conserveranno i loro tesori d’arte. Proprio qui Alfonso I d’Este farà allestire le sue stanze personali ovvero i Camerini di Alabastro, una raffinata sinfonia di sculture antiche e seducenti pitture di Dosso Dossi, Tiziano e Giovanni Bellini. Lo studiolo, che dialoga idealmente con quello della sorella Isabella a Mantova,  si affacciava sull’affollato mercato della frutta e della verdura, nella cosiddetta piazzetta delle Ortolane. Alfonso è lì, visibile e invisibile allo stesso tempo agli occhi del suo popolo. Anche se a riposo e rinchiuso nelle sue stanze d’ozio, il Principe era presente, pronto a vigliare su Ferrara e uomo dalla profonda virtus repubblicana perché dedito al bene pubblico. Otia e negotia, la perenne divisione delle faccende di corte, qui trovano un sottile punto di equilibrio. Il Principe, anche quando si ritirava nella Via Coperta, doveva dare l’idea di lanciare il messaggio “sto lavorando per voi”. Un potente messaggio politico di potere e di sicurezza.

Bibliografia: Vincenzo Farinella, Alfonso I d’Este. Le immagini e il potere, 

Immagine: Via coperta, Ferrara

Cooperare al tempo delle corti rinascimentali

Davvero sicuri che le Corti italiane nel Rinascimento siano in costante duello per tramare e colpirsi a vicenda? Forse non si può vedere solo il lato spietato. Una cosa però è certa, le Corti si guardavano per imparare, copiarsi, innovarsi e anche scambiarsi idee, artisti e opere. E’ il caso di Federico I Gonzaga che in una lettera dell’8 maggio 1481 chiede a Federico da Montefeltro una consulenza tecnica. Erano appena iniziati i lavori nella parte del palazzo che prenderà il nome di Domus Nova. Il palazzo che tutte le famiglie guardavano per avere ispirazione era proprio quello di Urbino, ampliato tra il 1466 e il 1472 da Luciano Laurana. Così scriveva Federico I: siamo desiderosi di accomodare questa nostra casa pro posse nostro, seguendo quanto è stato fatto a Urbino in quel palazzo, quale intendiamo essere singulare. Le richieste si spostano anche sugli interventi alle canne fumarie messe a punto da Francesco di Giorgio Martini. Alla fine Federico ottiene i rilievi del palazzo ducale. Forse il Montefeltro lo ha fatto perché a Mantova ha studiato nella Cà Zoiosa di Vittorino da Feltre? Non solo. Come scriveva Baudelaire: è un tempio la Natura ove viventi pilastri a volte confuse parole mandano fuori; la attraversa l’uomo tra foreste di simboli dagli occhi familiari. Le corti si corrispondono.

Bibliografia: Le corti italiane del Rinascimento, Mondadori 1985 

Immagine: Palazzo ducale di Urbino (wikipedia)

La corte della cucina. Gli instancabili funzionari di famiglia

La Corte di Mantova era certamente numerosa e comprendeva almeno 800 persone tanto che ai tempi del cardinale Ercole ci fu un’azione simile ad una spending review attuale passando a meno di 400 bocche. Si è trattato di una riduzione molto temporanea. Per avere un’idea delle altre corti basta confrontarlo con Ferrara (500) e con le corti di Torino, Parma e Firenze più moderate con 200 bocche. Il maggior numero dei funzionari si occupano delle cucine. La Ducal Scalcheria è formata da 20 persone tra cui: maggiordomo maggiore, primo maestro di casa, maestro di casa, scalco maggiore, trinciante, scalco dei signori cavalieri foresti, dispensiere, canevaro, facchini della caneva, superiore del legnarolo, credenziere, lava piatti, bottigliere, porta fiaschi. In cucina altre 23 persone tra cui: cuoco, pastizziere, gargione della cucina, gargione del pastizziere, guattero di cucina, volta rosto, maestro di salla, cuoco della duchessa, custode delle camere. Più di 50 era impiegate per i servizi di camera tra cui camerieri, paggi, servitori dei paggi, cappellani, aiutanti di camera, nani, usieri, spazatore, scoppatori, medico, barbiere, scrimiatore (maestro di scherma), amiralio, lacché, trombette (per annunciare il pasto pronto). E poi funzionari che doveva servire alla camere della duchessa e la famiglia ducale: servente, serve della servente, serve delle dame, servitori delle dame, scalco boccamaggiore, gentilhuomo della bocca, caroziere da timone, caroziere davanti, aiutante ai predetti.

Alcune figure sono state tralasciate per non fornire un mero elenco. Stupisce la specializzazione di molte funzioni tanto da risultare ancora prive di un reale significato. Quando si visita il Palazzo Ducale non va mai dimenticato che doveva avere l’effetto di un Grand Hotel in cui si muovevano come formiche centinaia e centinaia di addetti. Somiglia alla struttura di un alveare ovvero un cosmo di attenzioni per l’ape regina. Ovvero i Gonzaga.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli editore, Roma 2015

Il Palazzo delle cento stanze. Marmirolo quasi come il Ducale

La residenza di Marmirolo era la seconda preferita dei Gonzaga, ovviamente dopo Palazzo Ducale. Le attenzioni della famiglia verso questa località si riscontrano già nel Quattrocento quando il primo marchese Gianfrancesco costruisce il Palazzo Vecchio. SI trattava di un edifico a pianta rettangolare, molto allungato e sviluppato in altezza. Merlato, turrito e sul fianco del canale Re dei fossi. Perpendicolare a questo Federico II fa costruire il Palazzo Nuovo. Ampio cortile, porticato sui quattro lati e un ponte che univa alla struttura più antico passando il fossato. E’ qui che Giulio Romano si trova a lavorare nei primi mesi dal suo arrivo. Tra il vecchio e il nuovo si possono leggere una serie di camere dai nomi che evocano decorazioni meravigliose. In totale le stanze erano 100. Nel Palazzo Nuovo: camera della colombara, camerino dell’uccelliera, camerino delle teste, camera dei corami, camera della vigna, camerino della fontana, camerino del zardinetto, camera della pontesella. Nel Palazzo Vecchio: camera dello struzzo, de Santo Antonio dove stano li falchoneri, dell’aquila bianca, due camere francesi, del cavallo, dei mirti, del grifone, del crogiolo, delle colonne, del lupo, dei cani, della volpe, degli uccelli, della cisterna, della torre, sala dei barbari, camerino dei falconi, delle armi, camerino delle ali, delle tortore, della museruola, del troncone, della ruota, del cane, della cerva, del sole. Lo splendore non finisce qui. Era stato fatto preparare l’appartamento di Margherita Paleologa moglie di Federico. Ecco allora una camera ditta la Marchesa, una dei melograni, due della cicogna, da le man in fede, camarino di Rodi, de la maiolicha, del mapamundj. La lunga descrizione sembra l’ordito che ricama un tappeto orientale.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore 1979 

Immagini: Impresa del guanto (su ceramica)

Oggi nulla è rimasto del Palazzo di Marmirolo. Solo documenti, una lunga serie di nomi e immagini del catasto teresiano.

Numeri, sale e sorprese. Quattro residenze dei Gonzaga nel 1540

1539 Mantova. Muore Isabella d’Este. Un anno dopo la segue anche il figlio Federico II. L’inventario del 1540-42 stilato dal notaio di Corte Odoardo Stivini, oltre a fare il resoconto degli oggetti conservati negli spazi di Isabella, fa la conta delle sale presenti nelle maggiori residenze dei Gonzaga. L’approssimazione è per difetto. Al primo posto il Palazzo Ducale con 135, segue a sorpresa il Palazzo di Marmirolo con 100 mentre Palazzo Te e Corte Spinosa ne hanno rispettivamente 22 e 20. Si registrano alcune riflessioni. Il totale delle sale a quel tempo su quattro residenze è di 277. Quasi la metà delle stanze odierne solo di Palazzo Ducale. Nel 1540 era appena terminato il cantiere di Giulio Romano nell’appartamento di Troia che consegna al Castello nuove sale a funzione celebrativa. La residenza di Marmirolo era la seconda preferenza dei Gonzaga che, a buon diritto, può essere definita un prolungamento suburbano e bucolico della Corte.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989. 

Immagine: Pianta del Palazzo Ducale, 1870

Farmacisti, vermi e chinino. La missione segreta per Vincenzo

Perù 1609. In pochi avrebbero scommesso che un gesuita e un inviato dei Gonzaga, nella stessa data, potessero incrociare le loro rotte per cercare due rimedi così diversi per forma e funzione. Padre Agostino Salumbrino, gesuita e farmacista, stava ponendo le sue attenzioni verso la corteccia dell’albero di cinchona. Il chinino, già utilizzato dai nativi, poteva essere la soluzione alle febbri da malaria che stavano devastando le città d’Europa, Roma su tutte. Evangelista Marcobruno, speziale, viene inviato in Perù da Vincenzo I per trovare il famoso gusano che secondo le credenze del tempo era un grande verme dal potere afrodisiaco e rigenerante verso l’impotenza. Il termine in spagnolo e porteghese si traduceva bruco, verme e baco. L’esemplare trovato da Marcobruno era una larva di lepidottero. Sotto il loro rivestimento villoso presentava numerose ghiandole dal potere urticante anche per l’uomo. La sua missione, segretissima, per salvare il duca inizia nel maggio 1609 e durerà fino al 1613. Un’avventura picaresca condita da acquisti di pappagalli esotici, pietre, resini, oli e il rapimento da parte dei pirati algerini. Marcobruno venne liberato solo l’11 giugno 1613 grazie all’intercessione di Ferdinando, figlio di Vincenzo. Il duca era morto da un anno. Il figlio allestisce nella Galleria della Mostra teche e voliere per far ammirare il prezioso bottino. Era stato preparato un vaso di maiolica per contenere il gusano. Nemmeno sapeva cosa fosse, ignorando la missione a sfondo sessuale del padre. Per lui si trattava di una rarità in più.

Bibliografia: Stefano Scansani, L’amor morto, Edizioni Diabasis 2013

Immagine: Ricostruzione di un laboratorio di alchimia (Museo di storia della medicina, Roma)

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