Le dame, i cavalier, gli amori e soprattutto l’arme. Lo abominoso ordigno

24 febbraio 1525. A Pavia si combatte la battaglia tra due schieramenti: l’esercito francese condotto da Francesco I e l’armata imperiale costituita da fanteria spagnola e lanzichenecchi tedeschi. Dalla parte imperiale di Carlo V il ducato di Milano e il marchesato di Mantova. Lo scontro vede affrontarsi circa 43.000 fanti, 6.000 cavalieri pesanti e leggeri, un impiego di 70 cannoni oltre ad alabarde e picche. L’esercito francese perde circa 12.000 uomini, lo stesso numero che corrisponde nello schieramento imperiale ai lanzichenecchi. Sono loro a portare in campo un nuovo strumento, l’archibugio, chiamato lo “abominoso ordigno”. Ludovico Ariosto lo aveva inserito nell’Orlando Furioso tratteggiando già nel 1516 – anno di pubblicazione della prima edizione – la visione nostalgica della figura ormai passata del cavaliere cortese. Ormai i nuovi cavalieri sono come Orlando: furiosi, con nuove armi, anche pazzi, che ricercano la fama, la gloria e tutte le altre cose vane che finiranno poi abbandonate sulla Luna. L’archibugio comporta nuove ferite, mortali, più perdite e un azzeramento del mondo cortese. L’arte della guerra si è fatta democratica.

Così Ariosto parla dell’archibugio nei versi 28-30 del IX canto. Da leggere a voce alta per sentire la musicalità cadenzata e scoppiettante, proprio come colpi sparati.

Oltre che sia robusto, e sì possente,
che pochi pari a nostra età ritruova,
e sì astuto in mal far, ch’altrui niente
la possanza, l’ardir, l’ingegno giova;
porta alcun’arme che l’antica gente
non vide mai, né fuor ch’a lui, la nuova:
un ferro bugio, lungo da dua braccia,
dentro a cui polve ed una palla caccia.

Col fuoco dietro ove la canna è chiusa,
tocca un spiraglio che si vede a pena;
a guisa che toccare il medico usa
dove è bisogno d’allacciar la vena:
onde vien con tal suon la palla esclusa,
che si può dir che tuona e che balena;
né men che soglia il fulmine ove passa,
ciò che tocca, arde, abatte, apre e fracassa.

Pose due volte il nostro campo in rotta
con questo inganno, e i miei fratelli uccise:
nel primo assalto il primo; che la botta,
rotto l’usbergo, in mezzo il cor gli mise;
ne l’altra zuffa a l’altro, il quale in frotta
fuggìa, dal corpo l’anima divise;
e lo ferì lontan dietro la spalla,
e fuor del petto uscir fece la palla. 

Immagine: Artista fiammingo, battaglia di Pavia, XVI secolo 

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Ferrara la città dei tre castelli

Il Castello di Ferrara nasce come difesa militare non tanto per i possibili attacchi di invasori esterni ma per proteggersi dalla ribellione dei cittadini. Nel maggio del 1385 si registra una forte rivolta popolare dei ferraresi contro gli Este. L’origine di tale ribellione era da collegarsi ad anni di una soffocante pressione fiscale ormai avvertita dai ceti sociali più elevati come una cinghia troppo stretta. La posa della prima pietra avviene nel giorno di San Michele, il 29 settembre, ovvero l’arcangelo che ha cacciato gli angeli ribelli dal paradiso. Non proprio un giorno e un santo qualunque. Il messaggio di Niccolò II era chiaro. Bartolino da Novara dopo una fase di studio e rilevamenti decide di costruire il palazzo sulle fortificazione precedenti risalenti al XIII secolo.

Gli altri castelli invece sono ormai un fantasma. Oggi nella stessa area si trova lo Stadio della Spal. Nell’XI e nel XII secolo Castel Tedaldo era una fortezza composita, una rocca al di qua e una rocca al di là del Po collegate da un ponte di barche. Il nome deriva proprio da Tedaldo di Canossa, nonno di Matilde e conte, tra gli altri, di Ferrara. Gli Estensi gli diedero la forma e funzione di fortezza imprendibile. Lo cita l’Ariosto nel canto XLII dell’Orlando Furioso. E’ dal Seicento che inizia il suo declino. Dapprima raso al suolo per ricostruire una fortezza più a misura della nuova dominazione pontificia. Nel 1805 è Napoleone che in parte lo demolisce. Durante la Restaurazione serve alle truppe prima del papa e poi austriache come alloggio. Furono i ferraresi a demolirlo definitivamente una volta terminate le guerre d’indipendenza. Se ne andava per loro un simbolo di oppressione. Terminava la sua vita un castello che ha attraversato ottocento anni di storia.

Il terzo castello viene denominato Castelnuovo in relazione al Castelvecchio ovvero il Castello di Bartolino da Novara. Venne costruito nel 1428 vicino alla Chiesa di Sant’Agnese, nella parte sud della città. Voluto da Niccolò III un secolo dopo venne parzialmente demolito da Alfonso II e con il terremoto del 1570 se ne perde quasi ogni traccia. Alcune rovine però sono tuttora visibili.

Fotografia: Castello di Ferrara (fonte Wikipedia)

Bibliografia: Ferrara una guida, incentro, 2018