Il puzzle di Mantegna. Tre opere e quattro città

Mantova, 1462. Andrea Mantegna era arrivato in città da tre anni. Nel Castello di San Giorgio sta lavorando a una delle prime opere per i Gonzaga. E’ la Morte della Vergine, una pala d’altare che doveva decorare la cappella privata di Ludovico II e che probabilmente si trovava sotto la Camera Picta. Il punto di vista non tralascia molti dubbi. Doveva essere una finestra di illusionismo che ricreava perfettamente il tratto dei laghi e l’infilata del ponte di San Giorgio. In quel periodo ancora protetto da una copertura lignea. In fondo l’abbraccio sicuro delle mura, il borgo, le foreste e un’aria di controllo. Un’atmosfera padana che rimanda a Pio Semeghini. Immaginiamo Andrea Mantegna che, ritmando velocemente, fa spostare gli occhi dal paesaggio alla tavola e ancora al paesaggio. Una lenta danza di piccoli tocchi di tempera.

Nel 1588 comincia la prima odissea dell’opera e il primo taglio. La tavola finisce a Ferrara e viene elencata tra i beni di Margherita Gonzaga nella sua cappella privata. Per adattarla alla sua nuova collocazione viene privata della parte più alta ovvero un Cristo fra cherubini con l’animula della Madonna. Oggi si trova alla Pinacoteca Nazionale di Ferrara. La tavola centrale con la Morte della Vergine è al Prado di Madrid dal 1829, frutto del passaggio prima a Carlo I e poi a Filippo IV. Secondo molti studiosi l’opera si completa con una predella che si trova oggi agli Uffizi e che rappresenta l’Ascensione di Cristo, l’Adorazione dei Magi e la circoncisione.

Questa opera di devozione privata oggi è un puzzle che non è mai stato assemblato e che solo nel Castello di San Giorgio è stato ammirato nella sua completezza. C’è un filo rosso che unisce tre musei e quattro città. Mantova, dove l’opera è nata, Ferrara, Firenze e Madrid. Magari le tre tessere potrebbero ritrovarsi in una mostra che le possa riportare nel luogo in cui sono nate, di fronte ai laghi.

Bibliografia. Kate Simon, I Gonzaga. Storia e segreti, edizione 2006

Immagine. La morte della Vergine, 1462

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Trittico degli Uffizi
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Cristo con l’animula della Madonna
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Quando Federico sgridò in una lettera Giulio Romano

Si sa che non è leggenda il non rispetto delle scadenze da parte degli artisti. In questo lungo elenco ci finisce anche Giulio Romano per il cantiere di Palazzo Te. Federico II non gli aveva comunque reso la vita facile a causa delle dense commissioni che solo con la sua organizzazione riusciva a gestire. Così Federico II nel 1528 (ovvero tre anni dopo l’avvio dei lavori) redarguisce l’artista in una lettera dal tono quasi familiare ma comunque molto diretta:

Iulio, perché intendemo che niuno pictor lavora alle camere nostre del Palazzo del Te, pensamo che non si finiranno né per tutto Agosto, come ne avete promesso, né per settembre, né per ottobre; et ancor ci siamo spassati che ci siate mancato di tanti termini che avete preso a finirle, ne avedemo che ancor quest’altro termine pigliato andarà molto inanti con poca satisfactione nostra. Però vi diremo che se le volete finire al termine promissone, che li facciate lavorar diligentemente; quando che non lo vogliate fare, provederemo de altri pictori che le finiranno. 

Chissà cosa avrà pensato Federico visto che nel 1530 quando Carlo V visitò Mantova e il palazzo la Camera dei Giganti non era ancora finita. Chissà cosa avrebbe potuto scrivere ad Andrea Mantegna che per una sola camera (la Picta) impiegò nove anni. E’ sempre una questione di tempo (e di soldi).

Bibliografia. Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi. 

Immagine. Particolare della Camera dei Giganti

Le carpe ovvero la grande attrazione di Palazzo Te

Arriva un certo punto durante la visita del Palazzo Te che la guida si fa da parte e lascia l’attrazione ai pesci che boccheggiano nelle Peschiere. Eppure anche questo momento di distrazione può essere spiegato con una nota storica. Non tutti i pesci erano destinati a finire sui piatti di portata. Alcuni venivano allevati come animali da compagnia o addirittura scambiati tra le corti. Subito un esempio. Il 22 gennaio 1595 Margherita Gonzaga, allora duchessa di Ferrara, con una lettera ringrazia il fratello Vincenzo I per l’invio* di una carpa già inserita nella peschiera della reggia. Infatti le carpe mantovane pare fossero note e apprezzate per la loro docilità. Anche gli Este avevano una lunga tradizione sull’addestramento dei pesci. Le peschiere, presenti in moltissimi palazzi e giardini di corte, fungevano da svago. Le carpe erano addestrate in modo da venire a galla vicino al punto di emissione del suono di un campanello. Anche queste erano cortesie per gli ospiti. Si prestava grande attenzione alla pulizia e alla tipologia di piante acquatiche da inserire nella vasca delle peschiere. A Palazzo Te anche le carpe dovevano creare stupore e meraviglia.

*Come avveniva l’invio dei pesci? Il trasporto, in genere nei mesi invernali, avveniva su carro e i pesci venivano caricati all’interno di barili. L’acqua all’interno doveva essere cambiata più volte durante il viaggio.

 

Bibliografia. La cultura alimentare a Mantova fra Cinquecento e Seicento, Fondazione Palazzo Te 2018. 

Immagine. Peschiere di Palazzo Te

Vai a Roma, te lo dice Giulio!

Quando Giulio Romano arriva a Mantova trova un contesto culturale fortemente intriso di un classicismo quasi archeologico. Mantegna, Falconetto e Leombruno sono i pittori che promuovono un’attenzione quasi d’antiquariato verso la forma classica. Paride da Ceresara, l’umanista e astrologo di Corte, ha creato in simbiosi con Isabella d’Este un programma iconografico teso al racconto di personaggi dalle sfumature morbide, linguaggio erudito, simboli e favole. Giulio Romano irrompe sulla scena artistica con tutto il frastuono che può fare uno dei suoi giganti che tramortisce al suolo. Anche la Corte di Mantova segue la direzione romana e nel 1526 assume la direzione di ogni cambiamento divenendo il Prefetto delle Fabbriche. L’architetto Giovanni Battista Covo, declassato a suo assistente, viene allontano da Mantova. Alla “tenera” età di 46 anni gli viene suggerita una visita di Roma con tanto di lista dei luoghi da visitare (ovviamente preparata da Giulio). Nelle lettere che scrive al duca Federico II si firma “Baptista ch’impara architettura”. Leombruno invece nel 1524, mentre è alle prese con la decorazione della loggia del palazzo di Marmirolo, viene sostituito dal nuovissimo Giulio. Così finisce l’epoca del Mantegna e inizia quella di Giulio Romano. Nella continuità della forma classica e del precedente progetto di renovatio urbis ma con diversa, anzi, “nuova e stravagante maniera“.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987 

Immagine. Giulio Romano, Polifemo, Camera di Amore e Psiche

Una storia d’amore fuori e dentro il Ghetto di Mantova

La mostra di Chagall non solo ha riportato una grande mostra in centro storico ma ha di fatto contribuito alla riscoperta della cultura ebraica mantovana. Il Ghetto, a due passi, ha contestualizzato, sottolineato, accompagnato. Uno stargate per un piccolo mondo fatto di silenzi e dettagli. Non tutto però finisce. La mostra lascia una grande eredità ovvero riscoprire con curiosità il quartiere ebraico e andare a caccia di storie. Ve ne racconto una perché in fondo tra poco è San Valentino. Vi siete mai chiesti come poteva essere anche crudele l’amore al tempo del Ghetto? Se Cupido ammaliava un cristiano e un ebreo cosa succedeva? Questo è capitato a Grazia de’ Rossi, mantovana di una famiglia di banchieri, è stata sospesa tra due mondi e soprattutto tra due uomini. Pirro Gonzaga, nobile cristiano di cui si era innamorata, e Jehuda del Fisigo, potente ebreo medico del Papa e consigliere del Re di Francia. Un dilemma che assomiglia ai portoni del Ghetto, un al di qua e un al di là. In questo caso non vince il cuore ma tutto il resto. Grazia però, sposando Jehuda, salpa su un viaggio mirabolante: segretaria privata di Isabella d’Este, lavora con Aldo Manuzio a Venezia, conosce Andrea Mantegna e visita Roma e Firenze. Per sapere di più vi invito a leggere Il Libro segreto di Grazia de’ Rossi (Longanesi, 1997) di Jacqueline Park. Fino a questo punto la storia si è intrecciata e sovrapposta alla fantasia. Il libro di Jacqueline Park prende le mosse da un documento autentico: uno scambio di due lettere tra la giovane ebrea invia a Isabella d’Este. Basta togliere alcuni personaggi ed emerge la figura di Pazienza Pontremola alias Grazia de’ Rossi. Il suo dilemma non riguardava due uomini ma se rimanere fedele ai crismi religiosi e culturali ebraici o se dare retta ai sentimenti verso un cristiano innamorato di lei. Il suo cuore era sospeso tra la Corte e la Sinagoga. La Marchesa suggerisce a Pazienza di sposare l’uomo cristiano: “et finalmente di far beato il povero Marco Antonio, il quale già tanti anni fervidamente vi ama, et per voi ha sostenuto longamente tante fatiche che tante ne sostenne Ercole ne’ suoi tempi”. Così termina invece la risposta di Pazienza: “Iddio m’ispiri a far cosa che il sia di honore et di gloria, et voi fra tante che il Spirito mi riveli ciò che ho da fare pregate per me et fare il simile alla purissima et innocentissima Grataphilea di V. Eccelentia alla quale riverentemente baso le belle et liberali mani. Addì XXIII d’Ottobre”. La storia di Grazia ci consegna un messaggio datato più di cinquecento anni ma custodisce tutta la forza e il coraggio di una donna che per Amore è disposta a mettere in gioco tutto perfino il suo credo.

Fotografia di “Istituto Mantovano di Storia Contemporanea”

Il Ghetto di Mantova. Dentro un’altra città

Non è un articolo sulla storia del Ghetto, impossibile in un numero di righe così limitato come quelle a cui sto pensando. E’ un invito a camminarci, entrare, sostare, rallentare il passo e trovare nuove visioni della propria città. Non chiedete permesso, entrate da dove volete meglio se dai punti in cui erano presenti i pesanti e alti portoni in legno che avevano il compito di separare. A fianco della Rotonda di San Lorenzo ne era presente uno che, addossato alle case che coprivano la Chiesa, venne tolto come gli altri nel 1789.

Il Ghetto è un mondo di sussurri, ricordi e vicoli che solo in parte hanno mantenuto il nome e la forma originarie. Il più autentico è Vicolo Norsa ovvero Regresso perché giunti lì si poteva fare un’unica mossa. Tornare indietro. Lo spazio, ristretto tra le attuali via Calvi, via Giustiziati, via Spagnoli, via Bertani e fino a via Pomponazzo ha accolto fino a 2.000 persone nel periodo di massima espansione. Non solo i condomini alti 4 e 5 piani, spesso con le gli ultimi piani in legno. I cortili, i revolti, le cantine, le vie strette. Le corticelle ovvero dei tunnel che portavano da una via all’altra in uno spazio buio e silenzioso. Tra una casa e l’altra si collocavano le sinagoghe, ben 6 oltre alle 3 chiese cristiane già presenti. Nessuna è rimasta. L’ultima, la Scuola Grande, ha resistito fino al 1940. Quella Norsa Torrazzo è stata spostata in via Govi e oggi è visibile ancora nel suo aspetto originario. La Casa del Rabbino vi mostra l’autentica ampiezza di via Bertani o meglio Via Tubo come era chiamata all’epoca, principale del Ghetto. Le vie avevano nomi precisi che oggi sono sfumati nella contemporaneità: via Spagnoli di oggi era la vera via degli Orefici ebrei, da non confondere con quella attuale che invece era per gli Orefici cristiani. Proprio lì dove inizia all’epoca c’era un portone che chiudeva l’area ebraica. Piazza Concordia di oggi era Piazzetta dell’aglio e non è difficile immaginare il perché. Anche la vicina Rotonda è un fossile dove si possono leggere a fatica i resti delle case che la ricoprivano. Se leggete una guida dell’Ottocento la ex Chiesa non viene nemmeno menzionata perché dicono distrutta. Fu riscoperta invece nel 1908 quando si ultima di demolire il Ghetto.

Solo un piccolo assaggio che non tiene conto dei mestieri, le professioni, i profumi, le botteghe, le atmosfere, i personaggi, i nomi e i passi che si spostavano da una via all’altra.

Per approfondire vi suggerisco i percorsi che ho ideato con l’Agenzia Norsa Viaggi in occasione della mostra di Chagall. Quale migliore occasione per leggere l’artista di origini ebraiche in relazione alla cultura mantovana.

 

Chagall a Mantova. Tra il Ghetto e i tesori dei Gonzaga

La mostra di Chagall allestita presso il Palazzo della Ragione è l’occasione per riflettere su due temi: la comunità ebraica mantovana e la città come attrattore di artisti. Vi presento le due proposte ideate e promosse insieme all’agenzia Norsa Viaggi.

CHAGALL E LA MANTOVA EBRAICA. Il Ghetto, istituito proprio nell’area dietro e attorno al Palazzo della Ragione, è un viaggio tra ricordi, dettagli e tradizioni perdute. La forma e i nomi degli antichi vicoli si sono persi ma rimane il fascino nostalgico di una parte di Mantova dove ogni tanto è bello portare i proprio passi. Visitare la Sinagoga Norsa Torrazzo, ricostruita in via Govi. è come fare un salto nel tempo. Gli affreschi all’interno del Palazzo della Ragione riportano al Medioevo dei Tribunali, delle sentenze e alla firma misteriosa dell’artista parmense Grixopolo.

I SOGNI DI CHAGALL E I TESORI DEI GONZAGA. Mantova da sempre ha affascinato gli artisti e la Corte della famiglia Gonzaga ha attirato i più grandi geni dal Medioevo all’Ottocento, basti solamente citare Alberti, Mantegna, Rubens, Tasso e Monteverdi. Chagall, nella città contemporanea, si inserisce in questa continuità e consegna alla città la sua arte onirica. Nella città più onirica. Provate a pensare al periodo delle nebbie, lo skyline che appare come una magia improvvisa. La visita del Museo Francesco Gonzaga ci porta nel mondo delle meraviglie collezionate dalla famiglia, autentici tesori e capolavori che trovano con Chagall un dialogo fatto di meraviglia.

Per info e prenotare la vostra visita: 3382168653 Simone Rega

Proposte di visita alla Mostra di Chagall e alla città di Mantova

Un mantovano romano di nome Giulio

In preparazione alla grande mostra del 2019 su Giulio Romano ho intenzione di far uscire stravaganti e curiose pillole informative attorno alla sua figura e ai suoi capolavori.

Ogni cosa comincia dalla biografia. Tranquilli, nessuna zuppa lungamente condita con date, dati e fatti da tracciare con la matita blu. Si parte con la descrizione che ne fa Giorgio Vasari, il giornalista (di parte) del Rinascimento italiano.

“Fu Giulio di statura né grande né piccolo, più presto compresso che leggieri di carne, di pel nero, di bella faccia, con occhio nero et allegro, amorevolissimo, costumato in tutte le sue azioni, parco nel mangiare e vago di vestire e vivere onestamente. Fra i molti, anzi infiniti, discepoli di Raffaello da Urbino, de i quali la maggior parte riuscirono valenti, niuno ve n’ebbe che più lo imitasse nella maniera, invenzione, disegno e colorito di Giulio Romano, né chi fra loro fusse di lui più fondato, fiero, sicuro, capriccioso, vario, abondante et universale; per non dire al presente, che egli fu dolcissimo nella conversazione, ioviale, affabile, grazioso e tutto pieno d’ottimi costumi”.

Dopo che si è finito di leggere queste righe meglio ritornare sul ritratto eseguito da Tiziano nel 1536 appena terminato il Palazzo Te. Scrutatene il volto, lo sguardo, cercate le rughe. Parlano.

Durer e Mantegna uniti nel Castello di San Giorgio

1505. Durer a Venezia, Mantegna a Mantova. Un viaggio programmato per andare nella città dei Gonzaga e disegnare sul taccuino forme classiche, riferimenti alla Camera Picta
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