La Giostra e gli esercizi di stile di un cavaliere

Ferrara, via Voltapaletto. Si tratta di un nome bizzarro che è da rimandare al tempo degli affreschi mantovani di Pisanello. In quella che doveva essere la prima sala del Palazzo l’artista raffigura una Giostra. Cavalli e cavalieri alle prese con un torneo. Oggi l’opera di Pisanello è scissa in due sale: affresco e sinopia. La stessa scena in due sale diverse. Nella sinopia si notano alcuni cavalieri alle prese con particolari bersagli. Dopo la spiegazione pare scontato il significato del nome della via ferrarese. Il paletto da voltare era proprio un bersaglio chiamato anche paletto o quintana. Era detta anche giostra del saraceno. Si trattava di un termine medievale che identificava un gioco di destrezza in cui il cavaliere doveva colpire con la lancia la sagoma di un manichino armato. In seguito vennero inserite numerose variante che aumentavano il grado di difficoltà. Il paletto poteva essere piantato a terra in una via oppure essere all’interno di un piccolo edificio. Un vero esercizio di addestramento. Una giostra finta che serviva ad allenarsi per battaglie vere. La grande stagione dei Tornei non era ancora finita e le famiglie partecipavano con i migliori cavalieri. I Gonzaga erano ambiziosi e organizzavano i loro eventi proprio nell’attuale piazza Pallone o addirittura in Piazza Sordello. In grande stile.

Immagine: Sala di Pisanello, Palazzo Ducale Mantova

 

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Ferrara come la Mesopotamia

Ferrara era una città acquatica a tal punto da assomigliare, per ironia, al territorio della Mezzaluna fertile. La città si è sviluppata sulla riva sinistra del corso principale del Po che nei pressi del Borgo di San Giorgio si divideva in due tratti ovvero il Po di Volano verso est e il Primaro verso sud. Un po’ come il Tigri e l’Eufrate. Nelle zone in cui si sarebbe sviluppata la città medievale galleggiavano due isole note come di Polesine di Sant’Antonio e del Belvedere. Il primo insediamento di cui si ha notizia risale al 757 d.C. quando i documenti riferiscono di un ducatus Ferrarie. Si trattava di un piccolo borgo fortificato a forma di ferro di cavallo. E’ il castrum di età bizantina costruito già prima del VII secolo per fronteggiare l’avanzata longobarda e controllare il fiume. Così come le prime civiltà controllavano e governava il Nilo. Alcune vie che oggi si percorrono a piedi un tempo erano corsi d’acqua o le loro rive come le vie Carlo Mayr e Ripagrande. Appunto la grande riva.

Fotografia: Ferrara dall’alto (fonte Wikipedia)

Bibliografia: Il Castello, Corbo editore1985

Il Bestiario mantovano. Nomi antichi e credenza popolare

L’arte popolare ha generato da sempre mostri, esseri deformi, ibridi e nomi che escono da un altro genere di vocabolario. In fondo i Bestiari del Medioevo custodivano creature fantastiche capaci di creare orrore e insieme meraviglia. Le credenze popolari hanno ancora la capacità di incutere gesti scaramantici e trattenere piccole verità perché parlano attraverso un codice semantico comune. Sono veri archetipi, nomi antichi dialettali che almeno una volta abbiamo sentito e che sembrano uscite dalla bocca dei nonni. Eccone alcuni provenienti dal bestiario mantovano.  BEGASUCHERA: ovvero il grillotalpa che cresce sotto il terreno nutrendosi delle radici delle piccole piante. Presente soprattutto negli orti. LOF: rappresenta la fame primordiale del lupo. GOSA: si tratta di un anfibio della palude e la sua pelle, come quella del rospo, contiene la bufotenina, una sostanza allucinogena. LUGARON: forma popolare e alterata del lugar ovvero del ramarro, tradotto anche come lucertola. Nelle campagne si credeva che avvertisse l’uomo dalla presenza delle vipere (da qui il termine di salvaòmeni). BABAU: non ha forma anche se si tratta di un umanoide che appare in ambienti dove si conservano le scorte come granai, cantine e dispense. E’ visto come un monito soprattutto per i bambini quando cercano di prendere gli oggetti di altri conservati in spazi nascosti. GALPEDAR: significa bellimbusto ma anche vigliacco. Nella cultura contadina invidia e gelosia non dovevano essere presenti. FAVAS: ricorda la fame quasi ossessiva che assillavano le popolazioni della Bassa. E’ un essere dalla forma non definita che quando può mangia talmente tanto da non potersi muovere. E se rimane senza cibo non ha nessun timore di sfamarsi. SIMSON: è la cimice di cui è difficile liberarsi. Secondo le credenze rappresenta il male senza ragione. DORMALORA: è un topo pigro che rappresenta l’essere contraddittori ovvero quelli che fingono e che mentono a proprio vantaggio. Non ama lavorare e non bisogna assolutamente fidarsi di lui. BUBA: da leggere al femminile, un folletto mammifero di carattere variabile che ruba gli abiti delle donne. Vive nei macchinari e negli strumenti agricoli, ci entra se incustoditi e ne blocca il meccanismo. Un buon mantovano ne deve conoscere almeno la metà. La sfida è lanciata.

Bibliografia. Il Bestiario di Sermide 

Immagine. Sebastian Munster, Cosmografia 1544

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Fotografia. Tratta dal testo “Etimologie mantovane” di Alessandro Badiali

A Carnevale ogni carne non vale

Martedì grasso è l’ultimo giorno di Carnevale. Una festa profana che ancora oggi si festeggia. Fu nel Concilio di Nicea (325) che per la prima volta si fissa un periodo di digiuno di quaranta giorni per prepararsi alla Pasqua. La famosa quarantena. Il termine di tempo fissato dal Concilio corrisponde al quadragesima dies in analogia con i quaranta giorni trascorsi da Cristo nel deserto. Che poi è lo stesso periodo che poi verrà applicato a chi entrava in città per sottoporlo a verifica. Nel Medioevo la Quaresima si accompagnava ad una serie di restrizioni: penitenze, uso delle armi, astensione da sesso, spettacoli, teatro e feste. Il divieto di mangiare la carne, dalla forte valenza simbolica, fu il precetto più importante che diede il nome proprio a questo periodo. Carnevale deriva da carnem levare ovvero carnelevare. Questo termine risulta già attestato nell’anno Mille. Così al posto della carne venivano utilizzati il pesce, i latticini e tutti quei prodotti cosiddetti “di magro”. Immaginate cosa volesse dire per un soldato visto che la carne aveva un significato di forza e rinvigoriva il temperamento sanguigno utile in battaglia. Nel dipinto di Bruegel il Giovane si riconosce il Combattimento tra Quaresima e Carnevale e tutto si condensa nello scontro tra un lungo spiedino di carne e un remo su cui poggiano due pesci. Il Carnevale, che nasce nel Medioevo, non è quindi una continuazione di una festa pagana pur avendone molti punti in comune come l’uso di maschere, travestimenti, sfoghi, ilarità e battagliole. L’ultimo giorno di carnevale era ricorrenza bruciare la vecchia ovvero un fantoccio di stracci come simbolo dell’inverno terminato. A Marzo cominciava l’anno nuovo.

Bibliografia. Chiara Frugoni, Medioevo sul naso, Laterza 2001

Immagine. Dettaglio del Combattimento tra Carnevale e Quaresima, Peter Bruegel il Giovane 1559

Dettagli del dipinto di Bruegel 

Nera Mantova. Criminali, cimiteri e brutta compagnia

Quando si parla di Morte arrivano di conseguenza pessimismo, rituali scaccia guai, amuleti e perché no una manciata di sale grosso (perché quello piccolo si butta dietro le spalle se cade sulla tavola). All’interno della rassegna Alla fine dei conti ho creato una serie di itinerari guidati che ci portano sulle tracce della Morte in città. Vi siete mai chiesti come e sono morti e dove sono sepolti i Gonzaga e perché non hanno un’unica tomba di famiglia? Queste storie, mute come una tomba, le faremo parlare attraverso il linguaggio della pietra. La Mantova del Medioevo e del Rinascimento ha visto condanne, processi, esecuzioni che avvenivano nelle piazze che attraversiamo tutti i giorni. Proprio lì sono state bruciate streghe e assassini. I criminali venivano torturati con una serie di strumenti sulla pubblica piazza come spettacolo collettivo per finire poi in una torre dove di norma erano collocate alcune prigioni che fungevano da fermo temporaneo. La città, soprattutto nel Settecento, era una prigione diffusa. Il Castello, le torri e poi il famigerato Carcere della Mainolda che riporta alla tragica fine dei Martiri di Belfiore. Vi siete mai chiesti come un detenuto passava la sua ultima notte in carcere e chi si prendeva cura di lui? Il boia sarà l’ultima persona che sentirà vicino. Figura professionale che arriverà ad esempio a Norimberga ad essere il cittadino più ricco della città e in cui non erano ammessi sbagli. Il corpo decapitato proseguiva una nuova vita, quella scientifica. Dapprima illegalmente poi per concessione di alcuni Ordini religiosi veniva recuperato dai cimiteri per essere studiato. Solo dall’Ottocento, dopo la rivoluzione sociale portata dai francesi, i cimiteri hanno traslocato fuori dalle mura. Fino al settecento ogni chiesa aveva il suo camposanto. La Vita e la Morte vivevano gli stessi spazi. Mantova ha ospitato con i Gonzaga un’importante collezione di reliquie di Santi custodite in preziosi manufatti artistici. La Basilica di Santa Barbara ne era il contenitore privato. Oggi una parte della collezione si conserva nel Museo Diocesano. L’arte ha il potere di rendere preziosa anche la morte.

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Le città di notte nel Rinascimento

Girare di notte nel Medioevo e nel Rinascimento non era certo una passeggiata. Pensate all’atmosfera che avevate intorno: pochissime persone in giro, il rumore di qualche maiale o pantegana che rovistava tra i resti del mercato del giorno, quasi una totale oscurità tranne che per qualche fioca luce che proviene dai lumini nei crocicchi delle vie. Lì dove poteva trovarsi l’immagine di una Madonna o di un Santo, in genere in prossimità di una porta della città. Qualche fiore e una preghiera per dare conforto ai vivi o ai cari passati nell’altra vita. A Venezia queste immagini sacre si chiamavano cesendeli. Il governo della Serenissima nel 1450 ordinò che chi voleva camminare per la città dopo le ore tre doveva essere provvista di lume.

Così nasce per i nobili l’usanza di farsi accompagnare dai cosiddetti codeghe ovvero i portatori di lume. In realtà erano una sorta di facchini che si appostavano di sera presso le Procuratie di San Marco dove attendevano coloro che volevano farsi accompagnare a casa. Le cronache ci dicono che che l’invenzione del codega è dovuta ad un certo Pietro q. Osvaldo dal Capo.

Possibile che anche Mantova avesse dei codega? Non lo sappiamo ma senza dubbio in città c’erano i birri a controllare la situazione soprattutto di notte e regolare l’ordine pubblico. Si trovavano sotto l’edifici del Palazzo del Podestà, l’antica sede già della Curia Criminale. Birri ovvero dal termine arabo “birron” che significa giustizia. Infatti piazza Broletto era nota anche Piazza dei Birri. Ma questo è un altro capitolo che merita una storia a parte.

Bibliografia: G. Nissati, Aneddoti storici veneziani, 1897

Immagine: G. Zompini, Le arti che vanno per via nella città di Venezia

Un maiale finito sotto processo

Qui l’ironia si mescola al grottesco e al gotico. I maiali erano dei veri spazzini della città. Si poteva vederli liberi di circolare, vagabondi raccoglitori di tutto. Nel Medioevo, oltre ai processi e alla pena di morte date alle persone, venivano coinvolti anche gli animali. E’ il caso della cosiddetta scrofa di Falaise, un paesino della Normandia. Fu processata perché colpevole di aver ucciso un bambino. Prima il tribunale dove venne giudicata e condannata a morte. Poi, da rito, venne vestita in abiti da uomo, messa alla berlina e trascinata per le strade del paese fino al sobborgo di Guibray dove l’attendeva il patibolo. Il boia fece quello che doveva fare e poi l’appese alla forca di legno. Dalle cronache del tempo sappiamo anche la sua parcella: venti soldi e dieci tornesi.

Furono circa una sessantina i casi simili in Francia tra XIII e XVI secolo. E i giudici se la prendevano anche con altri animali come bruchi e lumache. Le cavallette della regione di Villenauxe invece vengono esortate dal giudice a lasciare la sua diocesi nel giro di sei giorni previa scomunica. Alcune di queste cronache persistono fino al XVIII secolo.

L’uomo e l’animale di fronte alla legge erano uguali e non c’erano discriminazioni. E per il boia, a dire il vero, cambiava poco. Questa è una delle tante curiosità che sentirete nell’itinerario che sto preparando per Halloween nel centro storico di Mantova.

Per info e prenotazioni: 3382168653 – valorizzazione.mantova@gmail.com

Bibliografia: Michel Pastoureau, Medioevo simblico, Editore Laterza, 2018. 

Dentro la storia delle piccole storie

La frase fatta la dico subito così siamo a posto. Non è il solito corso di storia dell’arte. E non lo è davvero perché per sei lezioni vi porterò dentro la storia delle piccole storie. Tre lezioni teoriche, una valanga di immagini, tre uscite, una degustazione. Che altro?! Continua a leggere “Dentro la storia delle piccole storie”

Un giorno e tre matrimoni per i Gonzaga

Il giorno 8 febbraio del 1340 avvenne un evento incredibile che sancisce l’affermazione della famiglia Gonzaga. In un solo giorno dicono il più importante sì ben tre generazioni. Si avvia così la famosa politica dei confetti.  Continua a leggere “Un giorno e tre matrimoni per i Gonzaga”

Con Amore. Storia di una coppia di pane

A ben pensare l’amore si trova in ogni cosa, anche nel pane. Il dialetto è uno strumento trasversale che unisce e divide. Qui a Mantova la chiamiamo la ciopa. E’ il termine che usiamo per indicare una coppia di pane. Perfetto per essere romantici anche solo col pane.  Continua a leggere “Con Amore. Storia di una coppia di pane”