Città di legno. La paura del fuoco e gli ultimi portici medievali di Bologna

Bologna 1141. Vengono rinvenuti presso la Chiesa di Santo Stefano reliquiari d’oro e d’argento: un chiodo della croce, un frammento del sudario e i resti dei santi franchi, portati  da Carlo Magno nel 786.  Probabilmente l’occultamento è avvenuto per salvaguardare le reliquie delle invasioni ungare. Il ritrovamento quasi miracoloso non allontana dalla città la minaccia più tipica del Medioevo ovvero gli incendi. Quello del 1141 fu poderoso e danneggiò gran parte dell’allora centro urbano di Bologna che aveva il Comune in via Colombina.

Bologna era una città di legno. Prima degli Statuti del 1250 che ordinava la costruzione ex novo di portici in muratura e la sostituzione delle parti vecchie, tutti i portici erano caratterizzati da alti fusti che reggevano l’espansione del solaio. In realtà anche dopo quella data non tutti si adeguarono al nuovo regolamento. Ragion per cui ancora oggi ne rimangono sette. Due in via Marsala, quasi frontali: Casa Bombaci al civico 17 e Palazzo Grassi al civico 12. In San Nicolò si trova la Casa Azzoguidi, dal nome della ricca famiglia bolognese alleata dei Bentivoglio. Nella Strada Maggiore l’esempio più curioso. Si tratta della Casa Isolani che presenta colonne di quercia alte 9 metri. La famiglia Isolani, originaria di Cipro, acquisterà anche il Palazzo Lupari in via Santo Stefano creando un unico immobile. Sempre in via Santo Stefano, al civico 2, si trovano le Case Seracchioli che però tra il 1924 e il 1928 hanno subito un pesante restauro e che solo in parte mantengono la struttura originale del XIV secolo.

Bologna è fatta di legno anche nelle fondamenta. Infatti le torri venivano costruite partendo da una solida base che doveva reggere strutture verticali alte anche più di 50 metri. La base della torre, in genere di 6-8 metri, era formata da un unico blocco di muratura interrato di almeno 7 metri e appoggiato su una piattaforma di pali detti agocchie lunghi un paio di metri e infissi nel terreno. La porta d’ingresso – generalmente a 10 metri d’altezza – era collegata al palazzo tramite un cavalcavia o un ponte levatoio sempre in legno. I piani interni della torre erano anch’essi in legno.

Torre degli Asinelli, 1355. Giovanni Visconti da Oleggio fa costruire, a trenta metri di altezza, un castellaccio ovvero una sorta di ponte di legno per collegare questa torre alla vicina dei Garisendi e controllare una popolazione facile ai tumulti. Cinque anni più tardi fu utilizzato come prigione. Nell’agosto del 1399 il fuoco di una lumiera accesa manda in rovina la costruzione di legno e separa per sempre le due torri.

Bibliografia: Tiziano Costa, Bologna dalla A alla Z. Enciclopedia della città antica, Costa Editore 2011 | Bologna insolita e segreta, Edizioni Jonglez 2018 | Palazzo Pepoli, Giunti 2014 

Immagine: interno della Torre degli Asinelli

Mentre Pinamonte prendeva il potere. Cronaca di una casa nella Londra del Duecento

Londra, regno di Enrico III (1216-1272). La città ha una popolazione di 40.000 abitanti e la struttura urbana è fatta di contrasti: grandi edifici e rovine, case in legna e chiese in pietra, mura e stalle. Prendiamo l’esempio di un fatto di cronaca per entrare in una casa della Londra di fine Duecento. L’indagine si riferisce ad un delitto che vede un giovane uccidere la moglie usando un coltello. Non si conosce il movente ma ci dà la possibilità di leggere il loro inventario domestico. La coppia abitava in una piccola casa di legno su due piani con il tetto di paglia. Il pianterreno si apriva sulla strada: c’erano due sedie, un tavolo pieghevole, arnesi da cucina, alcune armi appese alle pareti. Tra gli utensili una padella, uno spiedo di ferro, otto tazze di ottone. Salendo una scala a pioli si raggiunge la camera di sopra che ospitava un letto, un materasso e due cuscini. In un cassettone di legno erano contenuti sei coperte, otto lenzuola di lino, nove tovaglie e un copriletto. Tra gli indumenti della coppia, nelle cassapanche e appesi ai muri, si contano tre sopravvesti, un mantello con cappuccio, due abiti, un cappuccio, un’armatura in cuoio e una dozzina di grembiuli. Per completare: un candeliere, due piatti, qualche cuscino, un tappeto verde e tende alle porte per contrastare gli spifferi.

Mantova, 28 luglio 1272. Mentre finiva il regno di Enrico III la città vede l’affermazione della famiglia Bonacolsi. Pinamonte, con l’appoggio del popolo e di alcuni nobili minori – tra cui gli stessi Corradi – insieme al conte Federico da Marcaria espelle dalla città il rappresentante del conte di San Bonifacio. Si trattava di Guido da Correggio. Con lui se ne vanno anche i Casaloldi. Pinamonte e Federico prendono possesso del governo della città con il titolo di rectores. Dopo qualche mese viene ripristinato il precedente sistema amministrativo e il 1 ottobre 1272 è in carica il nuovo podestà. Francesco da Fogliano da Reggio Emilia.

 

Bibliografia: S. Davari, Per la genealogia dei B., in Arch. St. lomb., 1901 | P. Torelli, Capitanato del popolo e vicariato imperiale come elementi costitutivi della signoria Bonacolsiana, Mantova 1923, in Atti e mem. Accademia vergiliana, n. s., XIV-XVI | Peter Ackroyd, Londra. Una biografia, Neri Pozza 2013

Immagine: City of London with Tower Bridge and Tower of London, Royal 16 F II, f. 73 (anni trenta del Quattrocento). Molto difficile reperire immagini relative alla Londra medievale duecentesca ma quella da me proposta appare in linea con la città di fine Duecento. 

Saladino, Riccardo cuor di leone e Corbellino. Il primo Gonzaga si trasferisce a Mantova

La prima genealogia attendibile della famiglia Gonzaga si deve a Jacopo Daino. Notaio, storico e sovrintendente degli archivi ducali al tempo del marchese Francesco II. La sua opera, dal titolo Series Chronologica Capitaneorum, Marchionum ac Ducum Mantuae. Probabilmente nato attorno al 1500, muore nel 1563 ovvero sotto al ducato di Guglielmo. Finisce il Concilio di Trento, Annibale Caro inizia la sua traduzione dell’Eneide di Virgilio e viene pubblicata a Venezia la prima gazzetta ovvero un foglio che raccoglie fatti e avvisi e chiamati così per il valore di una moneta d’argento. In veneziano Gazeta.

La voglia di ricerca, di celebrare la famiglia e le origini di una città qui incontrano le volontà di una corte, la floridezza del momento e le abilità del funzionario. Guglielmo sarà l’artefice di un racconto mitico di Mantova e ne sono una prova gli affreschi della Sala di Manto, un nome che evoca le origini epiche e che si sposa benissimo con la narrazione virgiliana. Qui però non c’è l’intento di produrre una eziologia mitologica quanto piuttosto un lavoro di recupero della memoria storica per rispondere alla domanda “Ma a quando risalgono veramente questi Gonzaga?”. Jacopo Daino può imbattersi in documenti originali e risalire la corrente di nomi, dispacci e notizie fino alle radici dell’albero gonzaghesco. Jacopo si imbatte in Corbellinus de Gonzaga, figlio di Filippo Corradi e originario probabilmente di Gonzaga, feudo dei conti Casaloldi. Quasi certamente fu il primo ad insediarsi in città e ricoprendo nel 1189 una carica pubblica all’interno della podesteria. Con lui si inaugura una lenta e paziente morsa che permetterà a Luigi di rovesciare il governo.

1189 – Mentre Corbellino sbrigava i suoi dispacci dall’altra parte del mondo allora conosciuto si combatteva. Era tempo della terza crociata. Saladino da una parte e dall’altra Riccardo I d’Inghilterra cuor di Leone, i crociati francesi, cavalieri templari e Guido di Lusignano a capo dell’esercito cristiano. L’assedio di San Giovanni d’Acri durò due anni, finì nel 1191 con la sconfitta di Saladino.

 

Bibliografia: Giancarlo Malacarne, I Gonzaga di Mantova,Una stirpe per una capitale europea, vol. 1, Il Bulino 2004 | Guido Vigna, Storia di Mantova, Marsilio Nodi 2016 | Stefano Davari, Notizie storiche topografiche della città di Mantova, Adalberto Sartori Editore, 1975 | Leopoldo Camillo Volta, Compendio cronologico-critico della storia di Mantova dalla sua fondazione sino ai nostri tempi, Agazzi 1807

Immagine: Assedio di San Giovanni d’Acri – Biblotheque Municipale de Lyon, Ms 828 f33r (1280)

Il bizzarro Basilisco. Una storia di forme, collezioni e contraffazioni

Che forma aveva il terribile Basilisco? Dal greco basilìskos, piccolo re, veniva citata nell’antichità come il re dei serpenti. Anche per Plinio lo riferisce al mondo dei serpenti, anzi lo indica come non più grande di 20 centimetri ma mortale perché velenoso e capace di pietrificare con lo sguardo. Da qui comincia la sua fortuna e quella di molte altre creature che nel Medioevo mantengono le caratteristiche date da Plinio. Il monaco inglese Beda, nel VIII secolo d.C., è il primo ad aggiungere la leggenda della nascita del basilisco da un uovo deposto da un gallo anziano. Nel XII secolo Teofilo arriva a definire la ricetta per creare un basilisco attraverso la copula di due galli attraverso la cova di due rospi. Da qui iniziano ad attecchire la forma e le caratteristiche proprie dei galli. In alcune raffigurazioni presenta anche le ali. I nemici mortali del basilisco sono le donnole e gli specchi, forse riprendendo il mito di Medusa. La rappresentazione che ne dà Ulisse Aldrovandi riporta la dicitura “gallus monstrosus”. Nello stesso periodo, in linea con l’eclettismo culturale e il gusto per il bizzarro, la creatura inizia ad essere “realizzata” assemblando e deformando altri animali come le razze e inserendo due occhi di pasta vitrea. Un esempio nel Seicento lo offre il collezionista Lodovico Moscardo. Nel suo museo, oltre a trecento fra dipinti, centinaia di sculture, cinquemila tra monete e medaglie, riferisce il Maffei in Verona Illustrata che “… cose naturali ottimamente disposte, e venute in gran parte fin dal famoso Museo Calceolario. Serie di gemme, e di marmi, di miniere, e di minerali: coralli, piante, legni, erbe, amianto, calamita, terre, sali, balsami, gomme, cose impietrite, testacei, animali strani, e parti pregiate di essi, mostri e scherzi della natura, mumie e cocodrilli, e quantità di cose d’India”. E la figura proprio di un basilisco molto somigliante a uno degli esemplari di proprietà del Museo di Storia Naturale.

ALTRI FORTUNATI MOSTRI sono la manticora dal corpo rosso di leone, testa umana con tre ordini di denti, occhi rossi e una cosa aguzza simile allo scorpione. Pare si nutrisse di sangue umano. Potrebbe somigliare ad una chimera. L’anfisibena era invece un serpente a due teste poste alle due estremità del corpo e perciò in grado di muoversi in entrambe le direzioni. Entrambe queste creature vengono raffigurate da Pier Candido Decembrio, uomo di corte milanese e autore delle Vitae di Filippo Maria Visconti e Francesco Sforza.

LE FORME SI RIPRODUCONO: queste creature sono il frutto di una evoluzione dell’errore e della prima fonte che fantastica forme e diciture. Fa parte della loro natura essere un ibrido e un agglomerato di tradizioni diverse che si sono innestate sulle precedenti. Nel Medioevo le possiamo trovare come drolerie o ai margini dei codici miniati. E così, allo stesso modo, le ritroviamo nelle rinascimentali grottesche. Poi si preferito scegliere le forme giuste, tenere quelle più “potenti” e tralasciare le altre. Così si spiega la propensione a mostrarlo più come serpente o come drago che finirà poi su stemmi, insegne, araldica e nomi e simboli di città (Basilea).

SUGGESTIONI: a Mantova di sicuro interesse e spunto sono le raffigurazioni della Scalcheria nel Palazzo Ducale, autentico raffinato cosmo di mostruosità fantastiche, e alcune tracce di affresco ritrovati nella casa di via Fratelli Bandiera 10 che rimandano ad una creatura simile o ascrivibile alla forma di un basilisco e ad una manticora.

 

Bibliografia: La scienza a corte. Collezionismo eclettico, natura e immagine a Mantova fra Rinascimento e Manierismo, Bulzoni Editore 1979 – Ulisse Aldrovandi, Monstrum Historia – E. Marani G. Amadei, Antiche dimore mantovane, Mantova 1977 – Museo di storia Naturale di Verona https://www.verona-in.it/2004/12/02/museo-civico-di-storia-naturale-il-mistero-del-basilisco/

Immagine: Basilisco raffigurato in Ulisse Aldrovandi, Monstrum Historia, Bologna 1642

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Bestiario di Aberdeen, XII secolo

 

 

 

 

 

Una stanza tutta per loro. Giochi per bambine e bambini nel palazzo di Corte

I giochi presenti nelle stanze di oggi non sono così dissimili da quelli utilizzati dalle bambine e dai bambini nel Medioevo e nel Rinascimento. Nei ritratti di questo periodo le bambine hanno in mano bambole, spesso un oggetto di lusso, che rivestivano una funzione di elemento preparatorio per la loro futura vita di consorte e madre. Le bambole erano riprodotte nei minimi particolari. Il corpo era lavorato con la cera o il legno. Doppia cuffietta, le maniche ampie che nascondono le mani. Una corda che esce dalla testa fa pensare ad un uso come marionetta o come sonaglio o pendaglio. Così si presenta la bambola che tiene in mano Isabella d’Austria a due anni e tre mesi, sorella di Carlo V e futura regina di Danimarca. In aggiunta venivano preparati dei mini abiti per cambiare l’outfit. Spesso, queste bambole, facevano parte anche del corredo della sposa come il caso di Nannina de’ Medici, sorella di Lorenzo. C’erano anche bambole di fattura più modesta fatte con la stoffa o con pezzi di legno più abbozzati senza arti.

I maschi invece avevano a disposizione giochi di movimento o di ruolo per improvvisare finte guerre e tornei che a breve li avrebbero visti protagonisti reali. Si giocava con le spade di legno, i soldatini (in terracotta o in stagno), combattimenti di marionette, cavalcate sul cavalluccio di legno – col manico o a dondolo – e poi fischietti in terracotta. Gli evergreen erano ovviamente la palla e le trottole in argilla o in legno.

A entrambi si potevano inoltre regalare animali da compagnia addomesticati – anche scimmie e scoiattoli – e specialmente per le bambine piccole voliere. Così crescevano e passavano il loro tempo nel palazzo le future spose e i futuri marchesi o duchi. I giochi costituivano la preparazione del mestiere per cui erano nati.

 

Bibliografia: Chiara Frugoni, Vivere nel Medioevo. Donne, uomini e soprattutto bambini, il Mulino 2017

Immagine: Trittico con i fratelli Isabella, Carlo e Leonora, Maestro della gilda di San Giorgio (Vienna, Kunsthistorisches Museum 1502)

Il maiale medievale di Sant’Antonio. Quando il 17 gennaio per i mercanti era una scadenza

Sant’Antonio, considerato il primo degli abati, visse i suoi ultimi giorni nel deserto della Tebaide pregando, coltivando un piccolo orto. Qui morì all’età di 105 anni. La sua figura è avvolta da molte tradizioni religiose e popolari legate al 17 gennaio. Feste, riti, usanze, proverbi, preparazioni, ricette e processioni. Il suo nome è stato dato ad una malattia virale della cute, l’herpes zoster, è già il suo culto taumaturgico si sviluppa in Francia nel XII secolo e veniva invocato il nome del santo da cui Fuoco di Sant’Antonio. Certamente legato poi alle famose tentazioni. Protettore dei salumai, norcini, macellai e canestrai.

Nel passato medievale invece si trattava di un giorno che ricordava una scadenza importante. Infatti entro tale data i mercanti dovevano presentare la loro richiesta di iscrizione all’albo professionale della categoria. In pratica si trattava di una immatricolazione che avveniva alla presenza dei Consoli, del Consiglio e anche di tutti i mercanti già appartenenti all’Università. Oltre a questo evento formale era seguito poi il versamento della tassa di iscrizione di 2 lire e mezza. Considerato il protettore degli animali domestici il santo è spesso raffigurato accanto ad un maiale, tanto da farne uno dei simboli iconografici. E’ in questo giorno in cui si benedicono gli animali e le stalle. Questa usanza nasce proprio nel Medioevo in Germania quando era consuetudine che ogni villaggio allevasse un maiale per farne dono all’ospedale dove prestavano servizio i monaci di Sant’Antonio. L’ordine degli Antoniani nasce dalla volontà di un nobile che, guarito il figlio dal fuoco di Sant’Antonio, decise di costruire un hospitium e fondare una confraternita proprio per l’assistenza dei malati e dei pellegrini. L’ordine verrà confermato nel 1218.

Bibliografia: Rita Castagna, Mercanti ed artigiani nella Mantova dei Gonzaga, 1980

Immagine: Madonna tra i santi Abate e Giorgio, Pisanello 1445 (National Gallery)

Famiglie e simboli. La battaglia dei messaggi cifrati, nascosti e divertenti

Il Medioevo confluisce nel Rinascimento. Non c’è una frattura tra i due periodi storici ma soprattutto continuità. Basti solamente pensare a tutto lo zoo di animali fantastici, creaturine, drolerie e simboli che caratterizzano le imprese e le arme araldiche delle famiglie. Paolo Giovio, esperto conoscitore di queste materie e promotore dell’uso degli emblemi, fa un lungo elenco di simbologie utilizzate in Italia e in Europa. Carlo di Borbone sceglie per sé un cervo con le ali, Lorenzo de’ Medici, un albero di lauro in mezzo a due leoni, Luigi XII un istrice coronato, Francesco I la salamandra (da non confondere con il ramarro di Federico II Gonzaga di cui si perde il conto al Palazzo Te), Galezzo Visconti un leone assetato con un elmetto in testa sopra un fuoco, Cosimo de’ Medici un diamante. Borso d’Este, di cui vediamo un immagine tratta dalla sua Bibbia, sceglie un unicorno che immerge il corno in una fontana legandolo all’azione di bonifica del territorio. Una purificazione dai veleni. Le famiglie si raccontavano e lanciavano messaggi politici attraverso un gioco coreografico, silente e dettagliato di forme ragionate e ben scelte.

Immagine: tratta dalla Bibbia di Borso d’Este (Taddeo Crivelli)

Bibliografia: Eugenio Battisti, L’antirinascimento, Feltrinelli 1962

La Giostra e gli esercizi di stile di un cavaliere

Ferrara, via Voltapaletto. Si tratta di un nome bizzarro che è da rimandare al tempo degli affreschi mantovani di Pisanello. In quella che doveva essere la prima sala del Palazzo l’artista raffigura una Giostra. Cavalli e cavalieri alle prese con un torneo. Oggi l’opera di Pisanello è scissa in due sale: affresco e sinopia. La stessa scena in due sale diverse. Nella sinopia si notano alcuni cavalieri alle prese con particolari bersagli. Dopo la spiegazione pare scontato il significato del nome della via ferrarese. Il paletto da voltare era proprio un bersaglio chiamato anche paletto o quintana. Era detta anche giostra del saraceno. Si trattava di un termine medievale che identificava un gioco di destrezza in cui il cavaliere doveva colpire con la lancia la sagoma di un manichino armato. In seguito vennero inserite numerose variante che aumentavano il grado di difficoltà. Il paletto poteva essere piantato a terra in una via oppure essere all’interno di un piccolo edificio. Un vero esercizio di addestramento. Una giostra finta che serviva ad allenarsi per battaglie vere. La grande stagione dei Tornei non era ancora finita e le famiglie partecipavano con i migliori cavalieri. I Gonzaga erano ambiziosi e organizzavano i loro eventi proprio nell’attuale piazza Pallone o addirittura in Piazza Sordello. In grande stile.

Immagine: Sala di Pisanello, Palazzo Ducale Mantova

 

Ferrara come la Mesopotamia

Ferrara era una città acquatica a tal punto da assomigliare, per ironia, al territorio della Mezzaluna fertile. La città si è sviluppata sulla riva sinistra del corso principale del Po che nei pressi del Borgo di San Giorgio si divideva in due tratti ovvero il Po di Volano verso est e il Primaro verso sud. Un po’ come il Tigri e l’Eufrate. Nelle zone in cui si sarebbe sviluppata la città medievale galleggiavano due isole note come di Polesine di Sant’Antonio e del Belvedere. Il primo insediamento di cui si ha notizia risale al 757 d.C. quando i documenti riferiscono di un ducatus Ferrarie. Si trattava di un piccolo borgo fortificato a forma di ferro di cavallo. E’ il castrum di età bizantina costruito già prima del VII secolo per fronteggiare l’avanzata longobarda e controllare il fiume. Così come le prime civiltà controllavano e governava il Nilo. Alcune vie che oggi si percorrono a piedi un tempo erano corsi d’acqua o le loro rive come le vie Carlo Mayr e Ripagrande. Appunto la grande riva.

Fotografia: Ferrara dall’alto (fonte Wikipedia)

Bibliografia: Il Castello, Corbo editore1985

Il Bestiario mantovano. Nomi antichi e credenza popolare

L’arte popolare ha generato da sempre mostri, esseri deformi, ibridi e nomi che escono da un altro genere di vocabolario. In fondo i Bestiari del Medioevo custodivano creature fantastiche capaci di creare orrore e insieme meraviglia. Le credenze popolari hanno ancora la capacità di incutere gesti scaramantici e trattenere piccole verità perché parlano attraverso un codice semantico comune. Sono veri archetipi, nomi antichi dialettali che almeno una volta abbiamo sentito e che sembrano uscite dalla bocca dei nonni. Eccone alcuni provenienti dal bestiario mantovano.  BEGASUCHERA: ovvero il grillotalpa che cresce sotto il terreno nutrendosi delle radici delle piccole piante. Presente soprattutto negli orti. LOF: rappresenta la fame primordiale del lupo. GOSA: si tratta di un anfibio della palude e la sua pelle, come quella del rospo, contiene la bufotenina, una sostanza allucinogena. LUGARON: forma popolare e alterata del lugar ovvero del ramarro, tradotto anche come lucertola. Nelle campagne si credeva che avvertisse l’uomo dalla presenza delle vipere (da qui il termine di salvaòmeni). BABAU: non ha forma anche se si tratta di un umanoide che appare in ambienti dove si conservano le scorte come granai, cantine e dispense. E’ visto come un monito soprattutto per i bambini quando cercano di prendere gli oggetti di altri conservati in spazi nascosti. GALPEDAR: significa bellimbusto ma anche vigliacco. Nella cultura contadina invidia e gelosia non dovevano essere presenti. FAVAS: ricorda la fame quasi ossessiva che assillavano le popolazioni della Bassa. E’ un essere dalla forma non definita che quando può mangia talmente tanto da non potersi muovere. E se rimane senza cibo non ha nessun timore di sfamarsi. SIMSON: è la cimice di cui è difficile liberarsi. Secondo le credenze rappresenta il male senza ragione. DORMALORA: è un topo pigro che rappresenta l’essere contraddittori ovvero quelli che fingono e che mentono a proprio vantaggio. Non ama lavorare e non bisogna assolutamente fidarsi di lui. BUBA: da leggere al femminile, un folletto mammifero di carattere variabile che ruba gli abiti delle donne. Vive nei macchinari e negli strumenti agricoli, ci entra se incustoditi e ne blocca il meccanismo. Un buon mantovano ne deve conoscere almeno la metà. La sfida è lanciata.

Bibliografia. Il Bestiario di Sermide 

Immagine. Sebastian Munster, Cosmografia 1544

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Fotografia. Tratta dal testo “Etimologie mantovane” di Alessandro Badiali