Parmigianino e Giulio Romano, artisti a due velocità

Parmigianino, alias Girolamo Francesco Maria Mazzola, condivide con Giulio Romano il periodo di attività in cui nell’arte avviene un cambiamento. Solitamente è chiamato Manierismo ma è un termine che chiude molte possibilità di espressione e tralascia infinite sfumature. Al di là di questo aspetto i due andavano a velocità diverse. Tanto veloce Giulio, quanto lento Parmigianino. Basti pensare al lavoro della Steccata di Parma. Ritardi, studio accurato della luce, mancanza di fondi: quasi 9 anni per un cantiere ben lontano dalla conclusione. La confraternita della Vergine Annunciata chi chiama? Giulio Romano. La richiesta è semplice: un dipinto per la decorazione dell’abside. In un anno eccolo servito.

Parmigianino fu un grande disegnatore paragonabile per curiosità, precisione e studio della natura a Leonardo. Molto prolifico. Oltre mille i disegni prodotti, considerati spesso delle opere finite a testimoniare estro e bizzarria. Soggetti molto diversi tra loro: mitologia, erotici, disegni dal vero come un topo morto. Anche Giulio era molto prolifico ma, si può dire, che non perdeva tempo nei disegni. Alcuni erano schizzi, soggetti appena abbozzati, a cui aggiungeva linee, toglieva ripensamenti. Diversi livelli, spesso sullo stesso foglio, per arrivare alla scelta finale. Una matassa ingarbugliata, quasi come un’opera futurista.

Immagine: Studi di teste e topo morto, 1530 (Galleria Nazionale di Parma)

 

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Mentre si costruiva Palazzo Te si faceva il primo viaggio intorno al mondo

Curioso come impariamo le singole storie senza interessarci spesso della Storia che vi scorre intorno. E’ il caso del Palazzo Te. Occorre incastrarla in un preciso momento di enormi mutamenti. Basta fissare le tre date di maggiore costruzione. Nel 1527 quando Giulio Romano & company erano alle prese con la Camera di Amore e Psiche accadeva il sacco di Roma. Nel 1530 viene incoronato Carlo V a Bologna. Nel 1535 Enrico VIII si proclama capo della Chiesa d’Inghilterra rompendo il rapporto con Roma.

Prima dell’avvio dei lavori del Palazzo va collocata inoltre la prima circumnavigazione del globo. Esattamente siamo tra il 1519 e il 1522. E’ morto Raffaello e Giulio riceverà la prima richiesta per un primo incarico da Federico II Gonzaga. L’impresa è di Antonio Pigafetta che porta a compimento la spedizione dopo la morte di Magellano (ucciso nelle Filippine dal capo locale Lapu-Lapu). Scritto in italiano con inserimento del dialetto veneto e parole spagnole, il diario di bordo è ricco di descrizioni dei luoghi visitati come la Patagonia, le Filippine e le Molucche. Si attraversavano gli oceani, si scoprivano altre popolazioni, culture e nuove terre mai viste prima. SI viaggiava. E il mondo si preparava a vedere un’altra meraviglia ancora inesplorata. L’arte, tutta personale, di Giulio. Un mix tra Raffaello e Michelangelo? No, molto di più.

Immagine: Isola di Timor, Indonesia. Particolare della mappa disegnata da Pigafetta nella Relazione del primo viaggio intorno al mondo, pubblicato tra 1524 e 1525 

Giovani, bravi e furbi. I collaboratori che rubarono i disegni di Giulio

Vi immaginate dei disegni rubati a Bramante, Michelangelo o Antonio da Sangallo mentre stavano progettando San Pietro o altri monumenti per il Papa? Significava perdere l’autorità su quella costruzione e rischiare che venga replicata. Diverso dall’emulazione per vanità e lusso a cui invece si sperava.

Il cantiere di Palazzo Te ha avuto certamente un forte potere attrattivo portando a Mantova artisti provenienti da altre città. Non di primissima qualità – se si esclude il Primaticcio che però lavoro solo un anno – ma soprattutto giovani, volenterosi e disposti ad imparare. Oltre all’occasione di lavoro offre la possibilità di stare a contatto con Giulio Romano e si presenta come una fonte di invenzioni da assimilare, replicare e addirittura rubare. E’ il caso di Dionigio Brevio veronese e Aurelio da Crema fuggiti da Mantova con molti disegni. Così scriveva Federico II a ai rettori di Verona il 19 novembre 1530: appresso le priego che le vogliano contentarsi de fare pigliare subito et de mettere in pregione uno Dionigio Brevio, pittore in Verona che sta su la piazza del domo all’incontro della barbaria sul canto, quale ha un fratello prete, che questo Dionigio ha robbati al mio superior delle fabbriche messer Iulio Romano molti dessegni che m’importavano e non vorrei che su quella forma ne fossero fatti di altri, perché voglio farli metter in opera nel mio palazzo che faccio fare e temo che costui non ne faccia copia ad altri et che in altri laghi siano messi in opera. 

Non si trattava di spionaggio ma di appropriazione indebita per ritornare nella proprio città e cercare fortuna. Non c’è da stupirsi. Non furono gli unici artisti ad essere stati allontanati dal cantiere di Palazzo Te. Molti nomi sono presenti nei registri di pagamento solo per qualche settimana o mese e poi non sono più menzionati. Giulio docet.

Bibliografia: Daniela Ferrari (a cura di), Giulio Romano. Repertorio di fonti documentarie, 1992

Immagine: Progetto della Basilica di San Pietro di Bramante (1505)

Il portale della Dogana Vecchia. Gli omini di Giulio come nei Viaggi di Gulliver

Via Pomponazzo, civico 27. Potete trovare un portale che si riferisce all’opera pubblica di Giulio Romano. Si tratta di una storia di spostamenti, aggiunte e integrazioni. Nel 1538 Federico II decide di avviare il rinnovamento del Palazzo già occupato dal Consiglio degli Anziani in piazza Broletto. A quel tempo Piazza dei Birri. L’intervento prevedeva il cambio di destinazione a Dogana ed era affidato naturalmente a Giulio Romano, superiore delle vie urbane. Nel 1780 la Dogana venne trasferita da Paolo Pozzo nell’ex convento del Carmine nell’attuale via Pomponazzo. La Dogana Vecchia diventa Nuova. Rimane solo il portale. Un arco a tutto sesto dalle forme tozze, estensione delle colonne ioniche secondo i dettami vitruviani e piedistalli sproporzionati, trabeazione priva del fregio. Sono esplicite le invenzioni giuliesche: due piccoli facchini incastrati a forza nei pennacchi dell’arco che trasportano le merci seguendo la curvatura dell’arco. Dai Giganti di Palazzo Te ai personaggi microscopici: è come finire in un viaggio di Gulliver. Satira, allegoria, fantasia come nell’opera di Jonathan Swift ma solo duecento anni prima (la prima edizione viene pubblicata nel 1726). Un’opera di Giulio Romano da vedere esternamente che esce dai percorsi turistici standard.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989

Immagine: Portale della Dogana Nuova

L’artista tuttofare. Progetti, piante e pavoni d’India

Palazzo Te non è solo architettura costruita in mattoni e invenzioni di Giulio Romano. Federico II sollecita la sua rete di amicizia con le altre città italiane per farsi mandare piante da Napoli, Roma, Firenze, Genova e Ferrara. Al Palazzo vengono privilegiate le coltivazioni di alberi da frutto come limoncini, piro bergamotto, pomi granati dolci, brogne, albichochi, peri ma anche olive, mandole e castagne. Lo stesso Giulio Romano verrà coinvolto nel trasporto. Nella lettera del 27 gennaio Federico scrive ad Ercole II duca di Ferrara per inviare Giulio (concesso eccezionalmente) circa una commissione. Il duca di Mantova scrive anche Bigo Taffone, giardiniere di Ercole, per avere vinticinque piante di brogne verdazze et altre tante di arbichochi di bella sorte, el che consignarete a messer Iulio Romano che viene a Ferrara, che ne la barca che lo conduce egli me li mandarà et a presso mi farete sapere il costo, che si pagarano. 

Così risponde Giulio Romano: voglio essere la domenica di carnevale a Mantova con le piante da vostra excellentia commessomi, et Bigo Taffone le ha cominciate a cavare. Circa alli ovi delli pavoni d’India, dice messer Quaglino che non cie ne sono, perché non è il suo tempo da fetare fino a marzo, et quando serrà il tempo pigliarà l’impresa de mandarli a vostra excellentia. L’artista Giulio deve anche occuparsi di piante e pavoni d’India.

Bibliografia: Daniela Ferrari (a cura di), Giulio Romano. Repertorio di fonti documentarie, 1992

Immagine: Giardino di Palazzo Costabili, Ferrara

Tra sogno e gioco. Giulio Romano direttore dei lavori di San Pietro

Immaginiamo di frantumare i limiti della storia e proviamo a non far morire Giulio Romano nel 1546 ma gli concediamo almeno un’altra decina di anni. Cosa avrebbe fatto? Sarebbe rimasto a Mantova al servizio dei Gonzaga o avrebbe scelto un’altra esperienza, ad esempio di ritornare a Roma? A Mantova ormai lavorava per il cardinale Ercole, soprattutto in ambito religioso, e l’interno della Cattedrale ne è la dimostrazione. Per avere ancora incarichi nella Corte avrebbe dovuto aspettare il 1550, primo anno da Duca di Guglielmo. Magari avrebbe fatto la Chiesa di Santa Barbara (e non Bertani) e si sarebbe occupato di raccordare le maglie sfilacciate del Palazzo Ducale.

Ma certamente la consacrazione assoluta sarebbe arrivata con l’incarico di architetto per la Basilica di San Pietro. Nel 1546 muore l’allora direttore del cantiere Antonio da Sangallo. Chi lo può sostituire? Giulio Romano avrebbe avuto davvero una possibilità di essere scelto? La risposta è sì. I pretendenti erano: il settantenne Michelangelo, Palladio e Vignola (non ancora affermati), Giulio Romano e Jacopo Sansovino (ai vertici nelle rispettive città di lavoro). Michelangelo sembra defilarsi affermando che l’architettura “non era arte sua propria”. Sansovino è alle prese con la ristrutturazione di Piazza San Marco. Ecco che, sognando e giocando con la storia, il pretendente più probabile poteva essere proprio Giulio Romano.

Fine del gioco. La storia la conosciamo e nonostante quella frase sarà Michelangelo a proseguire il cantiere di San Pietro. Ma i “se” permettono di allargare la storia e aprire quelle porte rimaste chiuse nel passato.

Immagine: Basilica di San Pietro, progetto di Michelangelo 

Dieci cavalli di legno per Vespasiano

I cavalli corrono anche a Sabbioneta, per meglio dire marciano in modo trionfale. Non sono affrescati come a Palazzo Te ma sono scolpiti in legno. Si tratta di statue equestre policrome fermate nel loro incedere fiero e celebrativo. Le quattro statue si trovano nella Sala delle Aquile nel Palazzo Ducale di Sabbioneta. La serie completa era di dieci e si trovava nella Sala del duca d’Alba. Le statue sono andate perdute nell’incendio del 1815. Al centro troneggia la figura di Vespasiano Gonzaga.  Dietro di lui i suoi antenati: il padre Luigi detto Rodomonte, il bisnonno Gian Francesco (primo signore del feudo di Sabbioneta) e Ludovico, terzo capitano del popolo, appartenente al ramo principale dei Gonzaga di Mantova.

Vespasiano indossa già il Toson d’oro, onorificenza conferita nel 1585. Questo dato è confrontabile con un’altra informazione relativa alle statue. In una lettera del 4 luglio 1587 Paolo Moro scrive a Vespasiano da Venezia e afferma la commissione ad uno scultore veneziano. La soluzione della marcia equestre a fondo dinastico ha ispirazione spagnola ma il tema è tutto mantovano. I cavalli come segno di forza famigliare. Un carillon di dieci cavalli inizia la sua corsa nella città lagunare e terminerà a Sabbioneta.

Bibliografia: Chiara Tellini Perina, Sabbioneta, Electa 1991

Immagine: Sala delle Aquile

Le residenze suburbane di Mantova al tempo di Giulio Romano

Mantova, fine dell’anno 1526. Iniziano i lavori al cantiere di Palazzo Te. Giulio Romano non è alle prese con una assoluta novità. Le ville suburbane erano già presenti più o meno distanti dal cuore politico della città. La prima fu costruita nel 1506 appena al limite della terza cerchia e di fronte all’isola dove sorgerà il Palazzo Te. Si tratta del Palazzo di San Sebastiano, realizzato per volere di Francesco II Gonzaga sotto la regia dell’architetto e ingegnere Girolamo Arcari. Svago, distanza dal Palazzo Ducale, difesa e bastioni. Lo stesso che nel 1508 sulle rive del lago di Mezzo la villa di Poggio Reale allo scopo di fare ricevimento, portare gli ospiti e godersi l’affaccio naturale. Abbandonata e distrutto nel 1723. Le altre residenze extra urbane, più distanti dalla città, sono quelle di Gonzaga, Marmirolo (le preferite di Federico II) e Pietole. Quest’ultima è presente negli elenchi di Stivini con 13 camere. Tutte sono state realizzate con mattoni seguendo la tradizione e il materiale locale. Le decorazione pittoriche e i nomi delle camere si richiamano come una costellazione di corrispondenze. Cavalli, cani, imprese, mappamondi e i cicli dei trionfi che inneggiano alla genealogia dei Gonzaga e al mondo classico. Famiglia, svago e potere. Palazzine di piacere che costituiscono il modello per le seicentesche La Favorita e Palazzina di caccia di Bosco Fontana.

Bibliografia: Giulio Romano e l’arte del Cinquecento, a cura di Ugo Bazzotti, Panini 2014

Immagine: Palazzo di San Sebastiano 

Anche i principi del Rinascimento potevano avere Saturno contro

Dei principi rinascimentali si diceva che “non si sarebbino calzati un par di scarpe nuove, non si sarebbino mutati di camisa, nonché congiunti con le loro mogli senza aver lo astrolabio in mano”. Esagerando un po’ questo pensiero traduce la cultura del tempo che quasi tutto vedeva e traduceva attraverso la lettura del cielo. Stelle e astri si riflettono nella vita quotidiana, nelle scelte e negli avvenimenti. Così la posa della prima pietra di un edificio o di una chiesa, l’entrata in guerra, il matrimonio, le esequie e l’elezione del nuovo papa. Tutto era governato dal parere del cielo. Ancora più determinante, se si era principe, risultava l’esatto momento della nascita. Perché da questo dipendeva poi il tema natale e la decorazione iconografica che avrebbe accompagnato la futura politica di immagini del principe. Gli astrologi erano uomini di fiducia che spesso erano anche consiglieri e medici. Si servivano di strumenti particolari, dei calcolatori, per effettuare le loro misurazioni e determinare segno, ascendente, influssi. C’era quello per misurare le fasi della luna e degli altri pianeti, quello per gli aspetti dei pianeti ovvero per determinare la loro distanza. In congiunzione se uguale a zero, in sestile se a 60 gradi, in quadrato se a 90 gradi, in trigono se di 120, in opposizione se di 180. Quello che noi oggi sentiamo come “Saturno contro”. Altri strumenti del Cinquecento calcolavano la latitudo Veneris. Infatti il cielo non ha sempre la stessa configurazione, muta in base al movimento della terra e degli altri pianeti. Per questo occorre determinare con esatta precisione il momento della nascita. Nella Camera dei Venti a Palazzo Te, sulla porta della parete sud, è presente questa iscrizione di Giovenale: DISTAT ENIM QVAE SYDERA TE EXCIPIANT. Ovvero: Dipende da quali stelle ti ricevano quando nasci.

Bibliografia: Le corti italiane del Rinascimento, Mondadori 1985

Immagine: Strumento astrologico che misurava la latitudo venersi

 

Il licenzioso concorso di poesia nella Ferrara francese

Tra Mantova, Roma e Ferrara va in scena tra il 1525 e il 1535 un periodo lussurioso in versione grafica e poetica. Pietro Aretino nel 1526 compone i Sonetti lussuriosi trascrivendo in parole i disegni di Giulio Romano. A Ferrara nel 1535 alla corte di Ercole II e Renata viene indetto un concorso di poesia organizzato dal poeta Clément Marot. La città estense con la figlia del re Luigi XII risente del clima artistica francese e soprattutto delle provocanti e italianissime pitture della Scuola di Fontainbleau. Primaticcio aveva portato l’arte di Giulio Romano e pure qualche forma erotica molto vicina ai Modi. Il tema del concorso era la descrizione di una qualsiasi parte del corpo femminile con lo stile del blason. Dopo un’attenta valutazione della giuria al vincitore sarebbe andato un paio di guanti da parte della duchessa. Il successo fu grandioso. Il vincitore fu un certo Maurice Scève con una composizione sul sopracciglio. Nessuna volgarità. Solo licenziosità, versi raffinati e velate trasparenze di erotismo. Lo stesso Marot aveva partecipato con il blason intitolato Le beau Tetin ovvero “la bella tettina”. Dialoga bene con l’opera dell’anonimo francese che rappresenta i ritratti delle sorelle d’Estrées. Gabrielle fu l’amante di Enrico IV di Francia.

Bibliografia: Riccardo Rimondi, Estensi, Ferrara Souvenir 2016

Immagine: Anonimo francese, fine XVI secolo. Gabrielle d’Estrées e sua sorella