Vai a Roma, te lo dice Giulio!

Quando Giulio Romano arriva a Mantova trova un contesto culturale fortemente intriso di un classicismo quasi archeologico. Mantegna, Falconetto e Leombruno sono i pittori che promuovono un’attenzione quasi d’antiquariato verso la forma classica. Paride da Ceresara, l’umanista e astrologo di Corte, ha creato in simbiosi con Isabella d’Este un programma iconografico teso al racconto di personaggi dalle sfumature morbide, linguaggio erudito, simboli e favole. Giulio Romano irrompe sulla scena artistica con tutto il frastuono che può fare uno dei suoi giganti che tramortisce al suolo. Anche la Corte di Mantova segue la direzione romana e nel 1526 assume la direzione di ogni cambiamento divenendo il Prefetto delle Fabbriche. L’architetto Giovanni Battista Covo, declassato a suo assistente, viene allontano da Mantova. Alla “tenera” età di 46 anni gli viene suggerita una visita di Roma con tanto di lista dei luoghi da visitare (ovviamente preparata da Giulio). Nelle lettere che scrive al duca Federico II si firma “Baptista ch’impara architettura”. Leombruno invece nel 1524, mentre è alle prese con la decorazione della loggia del palazzo di Marmirolo, viene sostituito dal nuovissimo Giulio. Così finisce l’epoca del Mantegna e inizia quella di Giulio Romano. Nella continuità della forma classica e del precedente progetto di renovatio urbis ma con diversa, anzi, “nuova e stravagante maniera“.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987 

Immagine. Giulio Romano, Polifemo, Camera di Amore e Psiche

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Tre contrade, tre case. Gli indirizzi di Giulio Romano a Mantova

Le case d’artista a Mantova si raccolgono soprattutto attorno al nome di Andrea Mantegna. Infatti solo in città ne cambiò circa una decina prima di arrivare all’ultima vicinissima alla Chiesa di Sant’Andrea da dove poteva dirigere i lavori per la costruzione della sua cappella funeraria. E Giulio Romano? Appena arrivato a Mantova trova dimora in una casa (oggi non individuata) presso la Contrada di Pusterla ovvero tra via Principe Amedeo, Acerbi, Mazzini e Sauro). La permanenza è di breve durata perché il 13 giugno del  1526 riceve in dono dal marchese Federico II una casa in Contrada del Leopardo, proprio contigua alla Chiesa di Sant’Andrea. Qui nel 1528 venne accolto anche Benvenuto Cellini. Quanto vicina a quella ex di Andrea Mantegna lasciata nel 1506? Non lo sappiamo ma le ipotesi degli studiosi Marani e Amadei concordano nell’ipotizzarla in via Broletto a ridosso del transetto della Chiesa. vogliamo immaginare in questo fatto quasi un passaggio di consegne. Però non finisce qui perché nel 1544 Giulio si realizza la sua nuova dimora in Contrada dell’Unicorno ovvero nell’attuale via Poma. Acquistato nel 1538 dagli eredi di Ippolito degli Ippoliti per la somma di 1000 scudi d’oro, l’edificio viene ristrutturato e ricostruito secondo i suoi dettami che già aveva visto a Roma per esempio a Palazzo Caprini realizzato da Bramante e divenuto nel 1517 dimora di Raffaello. Bugnato al pianterreno e ordine binato al piano nobile. Il Maestro va seguito, sempre. Ad un primo sguardo già si capisce tutto. Mascheroni, invenzioni, regole portate all’eccesso, finestre a edicola. Il gusto classico non può mancare. Sopra il timpano una statua di Mercurio saluta i passanti. Originale marmo classico restaurato da Francesco Primaticcio. Nel 1800 viene restaurata da Paolo Pozzo. Oggi ci perdiamo molto della facciata originaria, soprattutto i colori che ci descrive Vasari contagiato da quell’arte stravagante, eccessiva, possente e comunque classica. Chissà che elogi quando venne ospitato nel 1541.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987. 

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Palazzo Caprini, Bramante 1510. Casa di Raffaello dal 1517

Le calze a maglia di un mercante mantovano

Giuseppe Domenichini era un mercante mantovano che realizzava calze lavorate a maglia. Non sappiamo dove si trovasse la sua bottega ma nella città dei Gonzaga chi lavorava la lana e altri tessuti si trovava tra Piazza Purgo e zone limitrofe. Nell’inventario dei suoi beni del 1586 solo elencante 2.300 paia di calze e 2.000 aghi. L’articolo in cui commerciava era la calza agucchiata che faceva confezionare da alcuni agucchiatori che si trovavano in campagna utilizzando filo di seta, lana o refe. Nel Rinascimento era ancora molto forte il lavoro a domicilio.

Le calze a maglia, che a noi oggi sembra l’ovvietà, per quel tempo fu un’autentica rivoluzione. Divenne una moda europea che modificò il gusto e la produzione e, per la prima volta, accadde una cosa incredibile. Non c’era bisogno del sarto. Le calze, realizzate con questa preparazione, sono uno dei primi prodotti che si potevano indossare subito dopo l’acquisto. E’ il primo pret-à-porter. In Inghilterra alla fine del ‘500 William Lee amplifica la rivoluzione perché si inventa il telaio da calze. Così si passo per un solo paio di calze dalle due settimane a mezza giornata. Tempi moderni.

Bibliografia. Maria Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba medievale, 1999

Gli agucchiatori ovvero l’arte mantovana delle berrette

Mantova oggi è una città di riferimento per la moda, basta pensare alle note Aziende in città e provincia che con i loro marchi promuovono anche il made in Mantova. Nel Rinascimento la città dei Gonzaga era conosciuta come uno dei più importanti centri di manifattura della maglieria con aghi. La berretta di lana ne era il principale prodotto. Nel 1513 venne istituita l’Arte delle berrette o dei berrettai, da non confondere con quella della Lana. Due parrocchie distinte. Dai documenti apprendiamo che sono circa 400.000 i capi realizzati. Venivano indossate sotto al cappuccio. Dopo il Cinquecento alle berrette si sostituiscono i cappelli. Quanto costavano? Dai 7 ai 30 soldi. Ancora oggi rimane traccia di questo antico mestiere nella toponomastica. Nel quartiere di San Leonardo si trova vicolo Agucchie ovvero gli agucchiatori che lavorano berrette e calze fatte a maglie. Il termine dialettale “gucia” significa proprio ferro o uncinetto utilizzato per lavorare ancora oggi maglie, calze e berrette. Chiedete alle nonne!

Bibliografia. Mria Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba Medievale, Il Mulino, 1999. 

Giulio Romano arriva a Mantova e diventa Mantovano

Roma, 1524. La missione di Baldassarre Castiglione è andata a buon fine, Giulio Romano si trasferirà a Mantova e presterà i suoi servigi a Federico II Gonzaga. Il conte e l’artista partono da Roma il 5 ottobre e arrivano a Mantova il 22. L’accoglienza dedicata a Giulio è quella che oggi si dedica alle pop star. Scrive il Vasari che il Marchese “gli mandò parecchie canne di veluto e raso, altri drappi, e panni per vestirsi”. Il kit di cortesia non finiva di certo qui: Federico gli dono uno dei suoi cavalli. Si chiamava Luggieri. Senza perder tempo i due raggiunsero a cavallo la zona chiamata il T. Riporta Vasari: “disse il Marchese che arebbe voluto, senza guastare la muraglia vecchia, accomodare un poco di luogo da potervi andare a ridurvisi tal volta a desinare, o a cena per ispasso“. Nella testa di Federico prendeva forma l’honesto ocio.

Nel giro di due anni Giulio ottiene tutto. Il 1526 è il suo anno. Il 5 giugno ottiene la cittadinanza onoraria, il 13 giugno riceve in dono una casa per gli eredi, il 31 agosto gli viene conferito il titolo di Vicario di Corte ed è nominato Prefetto delle Fabbriche della città e dello Stato. Scusate se è poco. Giulio più che Romano diventa Mantovano.

Immagine. Sala dei Cavalli

Bibliografia. I giardini di Palazzo Te, Del Gallo Editore, 2018

Una storia d’amore fuori e dentro il Ghetto di Mantova

La mostra di Chagall non solo ha riportato una grande mostra in centro storico ma ha di fatto contribuito alla riscoperta della cultura ebraica mantovana. Il Ghetto, a due passi, ha contestualizzato, sottolineato, accompagnato. Uno stargate per un piccolo mondo fatto di silenzi e dettagli. Non tutto però finisce. La mostra lascia una grande eredità ovvero riscoprire con curiosità il quartiere ebraico e andare a caccia di storie. Ve ne racconto una perché in fondo tra poco è San Valentino. Vi siete mai chiesti come poteva essere anche crudele l’amore al tempo del Ghetto? Se Cupido ammaliava un cristiano e un ebreo cosa succedeva? Questo è capitato a Grazia de’ Rossi, mantovana di una famiglia di banchieri, è stata sospesa tra due mondi e soprattutto tra due uomini. Pirro Gonzaga, nobile cristiano di cui si era innamorata, e Jehuda del Fisigo, potente ebreo medico del Papa e consigliere del Re di Francia. Un dilemma che assomiglia ai portoni del Ghetto, un al di qua e un al di là. In questo caso non vince il cuore ma tutto il resto. Grazia però, sposando Jehuda, salpa su un viaggio mirabolante: segretaria privata di Isabella d’Este, lavora con Aldo Manuzio a Venezia, conosce Andrea Mantegna e visita Roma e Firenze. Per sapere di più vi invito a leggere Il Libro segreto di Grazia de’ Rossi (Longanesi, 1997) di Jacqueline Park. Fino a questo punto la storia si è intrecciata e sovrapposta alla fantasia. Il libro di Jacqueline Park prende le mosse da un documento autentico: uno scambio di due lettere tra la giovane ebrea invia a Isabella d’Este. Basta togliere alcuni personaggi ed emerge la figura di Pazienza Pontremola alias Grazia de’ Rossi. Il suo dilemma non riguardava due uomini ma se rimanere fedele ai crismi religiosi e culturali ebraici o se dare retta ai sentimenti verso un cristiano innamorato di lei. Il suo cuore era sospeso tra la Corte e la Sinagoga. La Marchesa suggerisce a Pazienza di sposare l’uomo cristiano: “et finalmente di far beato il povero Marco Antonio, il quale già tanti anni fervidamente vi ama, et per voi ha sostenuto longamente tante fatiche che tante ne sostenne Ercole ne’ suoi tempi”. Così termina invece la risposta di Pazienza: “Iddio m’ispiri a far cosa che il sia di honore et di gloria, et voi fra tante che il Spirito mi riveli ciò che ho da fare pregate per me et fare il simile alla purissima et innocentissima Grataphilea di V. Eccelentia alla quale riverentemente baso le belle et liberali mani. Addì XXIII d’Ottobre”. La storia di Grazia ci consegna un messaggio datato più di cinquecento anni ma custodisce tutta la forza e il coraggio di una donna che per Amore è disposta a mettere in gioco tutto perfino il suo credo.

Fotografia di “Istituto Mantovano di Storia Contemporanea”

Matrimoni a Corte. Perché era conveniente essere invitati

Matrimoni, battesimi, feste, banchetti e perfino onoranze funebri. Che cosa avevano in comune? La Corte poteva, come il pavone più colorato e vanitoso, mostrare tutta la ruota dei suoi colori. Cose di famiglia. Quali migliori occasioni, nel bene e nel male, mettere in scena tutto lo spettacolo di vesti, ricchezza, maniere e buon cibo. Le etichette andavano manifestate. In tutti questi eventi era doveroso essere presenti per esibire il proprio ruolo sociale e ascoltare gli ultimi pettegolezzi in fatto di moda, guerra, politica e amore. In fondo erano un po’ la stessa cosa. I grandi banchetti ad esempio si concludevano con la distribuzione di oggetti preziosi attraverso una sorte di moderna lotteria. Non era raro tornarsene a casa con una collana di perle o una veste preziosa. Ancora meglio nella Milano del Trecento quando per le nozze di Galeazzo I Visconti e Beatrice d’Este venne fatto dono agli invitati ben 1.000 vesti di seta d’oro e di panno paonazzo. Non male!

Bibliografia: Maria Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba Medievale, il Mulino, 1999 

Immagine: matrimonio tra Vincenzo I ed Eleonora de’ Medici

Nera Mantova. Criminali, cimiteri e brutta compagnia

Quando si parla di Morte arrivano di conseguenza pessimismo, rituali scaccia guai, amuleti e perché no una manciata di sale grosso (perché quello piccolo si butta dietro le spalle se cade sulla tavola). All’interno della rassegna Alla fine dei conti ho creato una serie di itinerari guidati che ci portano sulle tracce della Morte in città. Vi siete mai chiesti come e sono morti e dove sono sepolti i Gonzaga e perché non hanno un’unica tomba di famiglia? Queste storie, mute come una tomba, le faremo parlare attraverso il linguaggio della pietra. La Mantova del Medioevo e del Rinascimento ha visto condanne, processi, esecuzioni che avvenivano nelle piazze che attraversiamo tutti i giorni. Proprio lì sono state bruciate streghe e assassini. I criminali venivano torturati con una serie di strumenti sulla pubblica piazza come spettacolo collettivo per finire poi in una torre dove di norma erano collocate alcune prigioni che fungevano da fermo temporaneo. La città, soprattutto nel Settecento, era una prigione diffusa. Il Castello, le torri e poi il famigerato Carcere della Mainolda che riporta alla tragica fine dei Martiri di Belfiore. Vi siete mai chiesti come un detenuto passava la sua ultima notte in carcere e chi si prendeva cura di lui? Il boia sarà l’ultima persona che sentirà vicino. Figura professionale che arriverà ad esempio a Norimberga ad essere il cittadino più ricco della città e in cui non erano ammessi sbagli. Il corpo decapitato proseguiva una nuova vita, quella scientifica. Dapprima illegalmente poi per concessione di alcuni Ordini religiosi veniva recuperato dai cimiteri per essere studiato. Solo dall’Ottocento, dopo la rivoluzione sociale portata dai francesi, i cimiteri hanno traslocato fuori dalle mura. Fino al settecento ogni chiesa aveva il suo camposanto. La Vita e la Morte vivevano gli stessi spazi. Mantova ha ospitato con i Gonzaga un’importante collezione di reliquie di Santi custodite in preziosi manufatti artistici. La Basilica di Santa Barbara ne era il contenitore privato. Oggi una parte della collezione si conserva nel Museo Diocesano. L’arte ha il potere di rendere preziosa anche la morte.

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L’unica piazza che ha avuto un ponte

Come quando fuori piove. Tutte le città vanno viste con lo stesso spirito del bambino che in un pomeriggio di pioggia battente sale in soffitta e apre il vecchio baule del nonno (in fondo chi non ne ha uno?). Si rovistano cianfrusaglie, ricordi, oggetti remoti. Mantova è proprio così. Ti sorprende rovistando anche tra le vecchie cartoline. Oggi vi presento una fotografia che rappresenta il Ponte di San Giorgio in una posizione davvero surreale. In piazza Sordello. Non si conosce il nome dell’autore. Brevi i dettagli tecnici: gelatina bromuro d’argento su pellicola piana diapositiva. Oggi è conservata presso l’Archivio Storico del Comune di Mantova. E’ il 1920 quando il Ponte levatoio viene smantellato e collocato temporaneamente il piazza Sordello. La storia è più complicata di così. Già nel 1911 aleggiavano i lamenti per il cattivo stato del ponte e della corsia per il passaggio delle vetture dovuto alle piogge, ai carichi pesanti e ad un acciottolato non omogeneo. Già veniva chiamato rudere. La Palata, ovvero la struttura centrale del ponte levatoio, venne dapprima smantellata e poi riprodotta in piazza Sordello dall’architetto Fossati. Il 23 luglio del 1922 si inaugura il nuovo ponte di San Giorgio, alle ore 8 del mattino. Era domenica. Seguì benedizione, rinfresco e primo attraversamento.

Un altro leone nella Mantova dei Gonzaga

I leoni a Mantova sembrano non finire. Questa volta il luogo dove riposa (anche se meglio usare il passato) è Piazza Erbe dove era collocata la spezieria dei Groppelli. Il capitello oggi ancora visibile è uno tra i cimeli rimasti della Casa abbattuta da una boma nel 1944. La spezieria aveva un’insegna a bassorielivo  che rappresentava un cervo accovacciato. Da allora è conosciuta come “la cervetta”. Al di sopra era collocato uno scudo dipinto che rappresentava un leone rosso rampante con stella sul capo in campo bianco. Questa era l’arma gentilizia della famiglia Groppelli. I capitelli non furono trascurati: cervetta su uno (emblema anche dei Gonzaga) e leone sull’altro. Rimane la cervetta, è scomparso il leone. Sotto il portico, proprio sul pilastro ad angolo, era presente un’iscrizione che recava la data di costruzione della Casa (1495). Secondo alcuni studiosi la firma della costruzione è dell’onnivoro e onnipresente Luca Fancelli. Da una singola pietra rimasta si può aprire e leggere un libro di storie.

Foto di Radio Base