Palazzo Te e le recensioni a cinque stelle

Fare recensioni oggi è diventato uno sport nazionale. Ma anche nel passato si registrano molte firme autorevoli di vere e proprie anticipazioni di TripAdvisor. A Mantova troviamo il curioso caso del Palazzo Te.

Già utilizzato nel Medioevo, questa zona della città era conosciuta come Tejeto che probabilmente deriva da un tardo latino tilietum, ovvero località ricca di tigli. L’area viene salvaguardata negli Statuti Bonacolsiani. Ma è con i Gonzaga che questo luogo diventa un paradiso tra l’artificiale e il naturale. Un’isola dentro l’isola che rimarcava la voglia di divertimento oltre le mura della città.

Barbara di Brandeburgo scrive nel 1480: “Nui tenemo quello loco del The per nostro piacere”.

Isabella d’Este invece: “desyderando nui de havere de le lepore vive per metterle suso le porte de Mantua dove volemo pigliare qualche volta piacere”.

Federico II Gonzaga chiederà invece a Giulio Romano “un poco di luogo da potervi andare a ridurvisi tal volta a desinare, o a cena per ispasso”.

E voi che l’avete già visto quale recensione potete dare? Se non l’avete ancora fatto dire che è arrivata proprio la giusta occasione con la grande mostra del 2019.

Bibliografia: I giardini di Palazzo Te, Del Gallo editori, 2018. 

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I leoni di piazza Sordello

Una domanda che non può sorgere spontanea. Quanti leoni ci sono o c’erano in piazza Sordello? Certamente non siamo a Venezia e la risposta si può decifrare meglio solo dopo una piccola spiegazione. Per capirlo vi porto a Quingentole, un comune in provincia di Mantova, per molto tempo sede di villeggiatura estiva del vescovo. Si tratta di una chiesa che si porta dietro la bizzarria stilistica del puzzle ovvero tante epoche racchiuse, a piacimento o controvoglia, all’interno di un unico spazio. I primi documenti certi della Chiesa, dedicata a San Lorenzo, sono del 1086 ma certamente la sua fondazione è precedente. La prima chiesa parrocchiale risale al 1400, abbattuta nel 1752 e poi ricostruita, restaurata e ampliata in circa cento anni. Cosa notate nel portale d’ingresso? Non vi svelo troppo ma si notano chiaramente due leoni. Non sempre hanno dimorato lì ma inizialmente ruggivano davanti al protiro della Cattedrale di San Pietro in piazza San Pietro quando la chiesa era di un pirotecnico gotico veneziano. Due leoni li abbiamo trovati. Gli altri si trovano nel portale d’ingresso del Palazzo Ducale per accedere a piazza Pallone. Si trovano sugli stemmi: dal 1394 Francesco I Gonzaga ottiene il leone di Boemia dall’imperatore Venceslao di Lussemburgo. Leone bianco rampante su fondo rosso. Sotto il voltone ruggiscono ancora tutto il potere che i Gonzaga stavano creando e accumulando. 

Anche queste sono pietre, particolari e picciole cose che fanno la differenza quando si leggono monumenti visti migliaia di volte ma osservati molto meno. Le pietre di Mantova, corso di tre lezioni (sabato 17 e 24 novembre, sabato 1 dicembre ore 15,30).

Per info e iscrizioni: corsi@asep.it – 0376391311

Reati nella Mantova del Seicento

Dopo la peste e il sacco di Mantova del 1630 la città è scossa da una serie di eventi criminosi ed è in balia di bande criminali. Una di queste il 28 gennaio del 1671 prende d’assolto la Cancelleria Ducale. Il 31 agosto del 1650 una banda di sicari armati di archibugi uccidono il Commissario dei Gonzaga, il capitan Gioan Battista Gozzi. Il 19 febbraio del 1666 viene pescato nel Rio presso San Giacomo il corpo di Angela Scudelata avvolto in un sacco.

La Grida del 22 settembre del 1659 vietava l’uso e il porto d’armi lunghe o corte, archibugi, stiletti, pugnali, pistole tranne la spada per i cavalieri e i gentiluomini. Questa limitazione veniva praticata soprattutto durante le fiere, le feste e il carnevale. Sopra le torri il Podestà faceva posizionare degli uomini di vedetta per avvistare i furfanti. Al suo segnale (tre colpi di campana) partiva l’inseguimento. E con la nebbia?

Bibliografia: Luigi Carnevali, La tortura a Mantova, 1974  

 

Le città di notte nel Rinascimento

Girare di notte nel Medioevo e nel Rinascimento non era certo una passeggiata. Pensate all’atmosfera che avevate intorno: pochissime persone in giro, il rumore di qualche maiale o pantegana che rovistava tra i resti del mercato del giorno, quasi una totale oscurità tranne che per qualche fioca luce che proviene dai lumini nei crocicchi delle vie. Lì dove poteva trovarsi l’immagine di una Madonna o di un Santo, in genere in prossimità di una porta della città. Qualche fiore e una preghiera per dare conforto ai vivi o ai cari passati nell’altra vita. A Venezia queste immagini sacre si chiamavano cesendeli. Il governo della Serenissima nel 1450 ordinò che chi voleva camminare per la città dopo le ore tre doveva essere provvista di lume.

Così nasce per i nobili l’usanza di farsi accompagnare dai cosiddetti codeghe ovvero i portatori di lume. In realtà erano una sorta di facchini che si appostavano di sera presso le Procuratie di San Marco dove attendevano coloro che volevano farsi accompagnare a casa. Le cronache ci dicono che che l’invenzione del codega è dovuta ad un certo Pietro q. Osvaldo dal Capo.

Possibile che anche Mantova avesse dei codega? Non lo sappiamo ma senza dubbio in città c’erano i birri a controllare la situazione soprattutto di notte e regolare l’ordine pubblico. Si trovavano sotto l’edifici del Palazzo del Podestà, l’antica sede già della Curia Criminale. Birri ovvero dal termine arabo “birron” che significa giustizia. Infatti piazza Broletto era nota anche Piazza dei Birri. Ma questo è un altro capitolo che merita una storia a parte.

Bibliografia: G. Nissati, Aneddoti storici veneziani, 1897

Immagine: G. Zompini, Le arti che vanno per via nella città di Venezia

Un maiale finito sotto processo

Qui l’ironia si mescola al grottesco e al gotico. I maiali erano dei veri spazzini della città. Si poteva vederli liberi di circolare, vagabondi raccoglitori di tutto. Nel Medioevo, oltre ai processi e alla pena di morte date alle persone, venivano coinvolti anche gli animali. E’ il caso della cosiddetta scrofa di Falaise, un paesino della Normandia. Fu processata perché colpevole di aver ucciso un bambino. Prima il tribunale dove venne giudicata e condannata a morte. Poi, da rito, venne vestita in abiti da uomo, messa alla berlina e trascinata per le strade del paese fino al sobborgo di Guibray dove l’attendeva il patibolo. Il boia fece quello che doveva fare e poi l’appese alla forca di legno. Dalle cronache del tempo sappiamo anche la sua parcella: venti soldi e dieci tornesi.

Furono circa una sessantina i casi simili in Francia tra XIII e XVI secolo. E i giudici se la prendevano anche con altri animali come bruchi e lumache. Le cavallette della regione di Villenauxe invece vengono esortate dal giudice a lasciare la sua diocesi nel giro di sei giorni previa scomunica. Alcune di queste cronache persistono fino al XVIII secolo.

L’uomo e l’animale di fronte alla legge erano uguali e non c’erano discriminazioni. E per il boia, a dire il vero, cambiava poco. Questa è una delle tante curiosità che sentirete nell’itinerario che sto preparando per Halloween nel centro storico di Mantova.

Per info e prenotazioni: 3382168653 – valorizzazione.mantova@gmail.com

Bibliografia: Michel Pastoureau, Medioevo simblico, Editore Laterza, 2018. 

Kabbalah ovvero il Ghetto in numeri

Si sa che il Ghetto è un termine veneziano. In origine però gli spazi della città in cui viveva una netta prevalenza di ebrei erano chiamati Contrade degli Ebrei o Giudecche. Dopo il 1516 tutti si chiamano Ghetto. Troppo facile concentrare così l’evoluzione di uno spazio veneziano che ha attraversato varie fasi: al Ghetto Nuovo del 1516 viene aggiunto nel 1541 quello Vecchio e nel 1633 quello Novissimo. Nel 1790, data dell’ultimo censimento di Venezia, gli abitanti ebrei risultano 1.517: 189 bambini, 744 donne, 457 maschi adulti e 97 con più di settantanni. Si è passati dalle 199 unità abitative del 1582 alle 1.661 con un forte incremento di monolocali. Il Ghetto, complessivamente, rendeva alla Serenissima un ammontare di 250.000 ducati. Ogni anno. Lascio a voi il conteggio per i 282 anni di Ghetto.

A Mantova i numeri sono più bassi. Si parla di circa 2.000-2.500 abitanti che progressivamente scende soprattutto dopo l’annus horribilis del 1630. La crisi colpisce anche il Ghetto che si avvia verso il degrado. Due i fatti più gravi che suonano come una catastrofe. Il 31 maggio del 1776, in occasione delle feste per un matrimonio nell’ultimo piano, crolla l’intero palazzo seppellendo 65 persone. Il 9 marzo 1878 crolla un intero caseggiato a causa di un incendio di carta in vicolo dell’Olio.

Il 21 gennaio 1798 i portoni del Ghetto vengono scardinati, demoliti, bruciati. I Francesi subentrano agli austriaci che avevano comunque mantenuto il Ghetto in una condizione di tranquillità. I portoni vengono portati nella piazzetta dell’Aglio e il grande falò rappresenta la fine della “segregazione”. Così cambia il nome in piazza Concordia.

Bibliografia: Francesco Jori, 1516 Il Primo Ghetto, 2016 – Emanuele Colorni, Mauro Patuzzi, C’era una volta il Ghetto, 2018

 

La storia di Mantova prima dei Gonzaga

Mantova e Gonzaga, è il binomio che tutti si aspettano appena messo il piede su un qualsiasi ciottolo di piazza Sordello. Ma in direzione ostinata e contraria vi propongo di risalire la corrente della storia e portarvi tra le pieghe di un passato tanto affascinante quanto nascosto.

Com’era la Mantova etrusca e romana? Difficile immaginarlo ma ci proveremo lo stesso grazie alle descrizione degli autori che hanno citato la città come “parva oppidum”. Porteremo i passi sui tracciati romani e medievali facendo parlare i dettagli, le scoperte archeologiche e il contesto di invasioni che ruotava attorno alla Mantova antica. Indagheremo come viveva un cittadino mantovano romano, dove passeggiava e quali attività faceva. La continuità col Medioevo è solo temporale perché fino al XII secolo si rimane nel perimetro di Piazza Sordello. Le acque, i laghi, i primi palazzi, la casa e la vita famigliare, le famiglie, il logorio del potere. Dove potevate incontrare un Bonacolsi e come furono le ultime ore di Rinaldo prima di essere sconfitto da Luigi Gonzaga? Si termina con la storia di una battaglia, di una mummia (non la sola in città) e di una tortura tremenda. I Bonacolsi sapranno prendersi la loro vendetta tre secoli più tardi…

Per info e prenotazioni: corsi@asep.it | 0376391311

Corso ottobre 2018 Arte

 

Un banchetto nel Ghetto di Mantova. Una Babele in cucina

La cucina ebraica nel Rinascimento era un intreccio di culture e sapori diverse che trovavano una nuova forma all’interno del Ghetto. I sapori del mondo spagnolo, tedesco, levantino e mediorientale trovavano una nuova combinazione di ingredienti che ancora oggi fondano i piatti cosiddetti “della tradizione”. Certamente le regole della Kashrut imponevano alcuni divieti: non mangiare la carne di “animali immondi” (cavallo, maiale, tonno, anguilla, trota), non cucinare la carne con il latte né consumare carne e derivati del latte insieme. La carne, così come il vino, dovevano essere kasher ovvero trattati in modo chirurgico e asettico perché non doveva contenere sangue. Queste regole, sia chiaro, sono alla base anche dell’attuale kashrut.

Ve ne dico solo alcuni: le sarde il saor, il carciofo alla giudea, la coratella, il brodetto. A Mantova pare erano molto apprezzati dagli ebrei ashkenaziti (tedeschi) i maccheroni bolliti e serviti in brodo d’oca. Ce lo racconta Merlin Cocai.

Ci è giunto anche il menù di un ricco banchetto mantovano in occasione della festa ebraica Purim del 1619. Tra i servizi di cucina sono presenti cassate (ovvero torte salate), latteruoli (pasticci di carne), pesce fritto in guazzetto, brodetto di pesce, agnello al forno, cappone arrosto, tacchino al limone, gallina con agliata e salsa di noci, mammella lessa all’agresto. Tra i servizi di credenza tortelli (quale il ripieno?) caliscioni, gnoccata, pignoccata, spongata (tipico anche dell’Emilia, una delizia!) cotognata, salsiccioni d’oca, lingua salmistrata, marzapane, confetti, riso con zibibbo e mandorle, bianco mangiare.

Trovate qualche analogia con i piatti di oggi? Una vera Babele che trovava accordi e giuste misure anche nella cucina. Trovate un ristorante ebraico e provate!

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, 2015

Il Ghetto di Mantova. Dentro un’altra città

Non è un articolo sulla storia del Ghetto, impossibile in un numero di righe così limitato come quelle a cui sto pensando. E’ un invito a camminarci, entrare, sostare, rallentare il passo e trovare nuove visioni della propria città. Non chiedete permesso, entrate da dove volete meglio se dai punti in cui erano presenti i pesanti e alti portoni in legno che avevano il compito di separare. A fianco della Rotonda di San Lorenzo ne era presente uno che, addossato alle case che coprivano la Chiesa, venne tolto come gli altri nel 1789.

Il Ghetto è un mondo di sussurri, ricordi e vicoli che solo in parte hanno mantenuto il nome e la forma originarie. Il più autentico è Vicolo Norsa ovvero Regresso perché giunti lì si poteva fare un’unica mossa. Tornare indietro. Lo spazio, ristretto tra le attuali via Calvi, via Giustiziati, via Spagnoli, via Bertani e fino a via Pomponazzo ha accolto fino a 2.000 persone nel periodo di massima espansione. Non solo i condomini alti 4 e 5 piani, spesso con le gli ultimi piani in legno. I cortili, i revolti, le cantine, le vie strette. Le corticelle ovvero dei tunnel che portavano da una via all’altra in uno spazio buio e silenzioso. Tra una casa e l’altra si collocavano le sinagoghe, ben 6 oltre alle 3 chiese cristiane già presenti. Nessuna è rimasta. L’ultima, la Scuola Grande, ha resistito fino al 1940. Quella Norsa Torrazzo è stata spostata in via Govi e oggi è visibile ancora nel suo aspetto originario. La Casa del Rabbino vi mostra l’autentica ampiezza di via Bertani o meglio Via Tubo come era chiamata all’epoca, principale del Ghetto. Le vie avevano nomi precisi che oggi sono sfumati nella contemporaneità: via Spagnoli di oggi era la vera via degli Orefici ebrei, da non confondere con quella attuale che invece era per gli Orefici cristiani. Proprio lì dove inizia all’epoca c’era un portone che chiudeva l’area ebraica. Piazza Concordia di oggi era Piazzetta dell’aglio e non è difficile immaginare il perché. Anche la vicina Rotonda è un fossile dove si possono leggere a fatica i resti delle case che la ricoprivano. Se leggete una guida dell’Ottocento la ex Chiesa non viene nemmeno menzionata perché dicono distrutta. Fu riscoperta invece nel 1908 quando si ultima di demolire il Ghetto.

Solo un piccolo assaggio che non tiene conto dei mestieri, le professioni, i profumi, le botteghe, le atmosfere, i personaggi, i nomi e i passi che si spostavano da una via all’altra.

Per approfondire vi suggerisco i percorsi che ho ideato con l’Agenzia Norsa Viaggi in occasione della mostra di Chagall. Quale migliore occasione per leggere l’artista di origini ebraiche in relazione alla cultura mantovana.

 

Chagall a Mantova. Tra il Ghetto e i tesori dei Gonzaga

La mostra di Chagall allestita presso il Palazzo della Ragione è l’occasione per riflettere su due temi: la comunità ebraica mantovana e la città come attrattore di artisti. Vi presento le due proposte ideate e promosse insieme all’agenzia Norsa Viaggi.

CHAGALL E LA MANTOVA EBRAICA. Il Ghetto, istituito proprio nell’area dietro e attorno al Palazzo della Ragione, è un viaggio tra ricordi, dettagli e tradizioni perdute. La forma e i nomi degli antichi vicoli si sono persi ma rimane il fascino nostalgico di una parte di Mantova dove ogni tanto è bello portare i proprio passi. Visitare la Sinagoga Norsa Torrazzo, ricostruita in via Govi. è come fare un salto nel tempo. Gli affreschi all’interno del Palazzo della Ragione riportano al Medioevo dei Tribunali, delle sentenze e alla firma misteriosa dell’artista parmense Grixopolo.

I SOGNI DI CHAGALL E I TESORI DEI GONZAGA. Mantova da sempre ha affascinato gli artisti e la Corte della famiglia Gonzaga ha attirato i più grandi geni dal Medioevo all’Ottocento, basti solamente citare Alberti, Mantegna, Rubens, Tasso e Monteverdi. Chagall, nella città contemporanea, si inserisce in questa continuità e consegna alla città la sua arte onirica. Nella città più onirica. Provate a pensare al periodo delle nebbie, lo skyline che appare come una magia improvvisa. La visita del Museo Francesco Gonzaga ci porta nel mondo delle meraviglie collezionate dalla famiglia, autentici tesori e capolavori che trovano con Chagall un dialogo fatto di meraviglia.

Per info e prenotare la vostra visita: 3382168653 Simone Rega

Proposte di visita alla Mostra di Chagall e alla città di Mantova