Morel Favorito, storia di una celebrità prima di Giulio Romano

Nella Sala dei Cavalli sono in bella mostra i campioni di Casa Gonzaga, i cavalli favoriti di Federico II Gonzaga. Di questi conosciamo nome e cognome: Morel Favorito (l’arabo morello), Glorioso (con il mantello moschado), Battaglia e Dario con la testa agghindata da pennacchi. Degli altri non rimane traccia del nome. La nota di Conte Carlo stafiere del 7 dicembre 1521 ci permette di entrare nella Scuderia e fare la conta dei “cavalli che sono nella stalla di Sancto Sebastiano” ovvero prima della costruzione del palazzo di Giulio Romano. Oltre a quelli già citati, e dipinti nella sala dei Cavalli, sono presenti: el Coda Gaza, el Depinto, el Morello Pano, El liardo Balduco, el morello Spezacatena, el baio Lizardo, el baio No te ge pensa, el morel Meczanotte, el liardo Imperatore, el sasinà Marchis, el Matto Zanetto, el Morel del Riamo, el baio Bon Tempo, l’Arbo, el morel bonanotte, el Bel Cavallo, el Sorian de la Raza, el liardo Mosca Bona, el Sorian del Boschetto Vola.

Morel Favorito, l’unico che porta questo nome, si intuisce che doveva essere il preferito di Federico. Probabilmente non così giovane perché nei documenti si fa riferimento ad un problema agli occhi. La situazione peggiora: “el ditto Agnelo [il veterinario] l’ha fatto aprire et a trovato li rognoni et li reni marzi; parea che fusse uno pocho de telarina marza”. Il 19 ottobre del 1524 Morel Favorito muore ovvero tre giorni prima dell’arrivo di Giulio Romano a Mantova. Il cavallo dipinto nella Sala non può essere un ritratto dal vero. Probabilmente si utilizzò un disegno già esistente? O forse si tratta di un altro Morel Favorito? Capitava di utilizzare lo stesso nome più volte nel tempo e per cavalli diversi. La questione rimane aperta.

Bibliografia: Giancarlo Malacarne, Il mito dei cavalli gonzagheschi, Verona 1995 

Immagine: Morel Favorito, Sala dei Cavalli, Palazzo Te

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Famiglie e simboli. La battaglia dei messaggi cifrati, nascosti e divertenti

Il Medioevo confluisce nel Rinascimento. Non c’è una frattura tra i due periodi storici ma soprattutto continuità. Basti solamente pensare a tutto lo zoo di animali fantastici, creaturine, drolerie e simboli che caratterizzano le imprese e le arme araldiche delle famiglie. Paolo Giovio, esperto conoscitore di queste materie e promotore dell’uso degli emblemi, fa un lungo elenco di simbologie utilizzate in Italia e in Europa. Carlo di Borbone sceglie per sé un cervo con le ali, Lorenzo de’ Medici, un albero di lauro in mezzo a due leoni, Luigi XII un istrice coronato, Francesco I la salamandra (da non confondere con il ramarro di Federico II Gonzaga di cui si perde il conto al Palazzo Te), Galezzo Visconti un leone assetato con un elmetto in testa sopra un fuoco, Cosimo de’ Medici un diamante. Borso d’Este, di cui vediamo un immagine tratta dalla sua Bibbia, sceglie un unicorno che immerge il corno in una fontana legandolo all’azione di bonifica del territorio. Una purificazione dai veleni. Le famiglie si raccontavano e lanciavano messaggi politici attraverso un gioco coreografico, silente e dettagliato di forme ragionate e ben scelte.

Immagine: tratta dalla Bibbia di Borso d’Este (Taddeo Crivelli)

Bibliografia: Eugenio Battisti, L’antirinascimento, Feltrinelli 1962

Il Palazzo Te dopo Giulio Romano. Restauri, arredi e i Nevers

I Gonzaga Nevers hanno avuto la sfortuna di vivere nel terribile momento della guerra di successione spagnola, di avere come ultimo protagonista il fellone e sconclusionato Ferdinando Carlo e di essere arrivati dopo i Gonzaga. Forse troppo per parlarne bene eppure se non dovessimo tenere conto del contesto i Nevers hanno in realtà saputo dare quella continuità di famelici collezionisti e uomini di potere. Soprattutto con le figure di Maria Gonzaga e inizialmente di Carlo II. Delle oltre 4.500 voci dell’inventario redatto dal 10 novembre del 1665 vorrei porre l’attenzione sulla situazione del Palazzo Te. In quali condizioni era il palazzo più di cento anni dopo la morte di Giulio Romano? e come era arredato? Viene descritto come “un palazzo murato, capato, solerato, con porte, usci, finestre, vitriate, con giardino, frutiera, orto, brollo et altre sue qualità”. La Sala dei Cavalli è decorata con corami d’oro alle pareti, la Camera di Amore e Psiche con “apparamento di raso cremese con pizzo d’oro fodrato di tella rossa”: all’interno una tavola di marmo a otto facce, quattro scrittoi in ebano, sei sedie e due vasi d’argento. La Camera dei Venti ha invece un “apparamento di rasso turchino” ed è collocata una “lettiera tutta adorata et intagliata con diversi frutti, con la sua testiera, con figure sopra le colonelle, con sopra due matarazi di lana, con duoi cosini e piumazo”. Le coperte, per seguire la stessa linea, sono in turchino. Sotto alla loggia di David si registrano 14 statue in travertino. Così, quasi ogni camera, si compone generalmente di tavolini, scrittoi, apparamenti alti colorati, letti con materassi e sedie. Si registrano 10 quadri. Nella Sala dei Giganti c’è addirittura “un tavola di marmoro et nel mezo un giocho da schacho”. Nella cucina “un cavone longo da cucina di piopa, due tavole longe di piella, con li suoi cavaletti, un cavonselo di piella, rotto”. Nicolò Sebregondi aveva già realizzato l’esedra, seguendo, o molto probabilmente no, le volontà di Giulio Romano. Nel 1653 una squadra di pittori, decoratori e doratori lavora nelle camere delle Imprese e del Sole e di Ovidio. Si spendono 2.542 ducatoni per realizzare la decorazione scultorea al cosiddetto “fontanone sul The”. Si colleziona, si spende, si restaura. Ancora nel nome dei Gonzaga.

Bibliografia: Roberta Piccinelli, Collezionismo a corte, Edizioni Firenze 2010

Immagine: Esedra di Palazzo Te 

Rinascimento monstruoso. Bizzarrie e rarità tra Isabella e Federico

Il gusto per l’arte e il collezionismo di Isabella d’Este continua anche con il figlio Federico II Gonzaga che allestisce di altre curiosità il famoso studiolo. L’inventario steso dal notaio Stivini nel 1540, dopo un anno dalla morte della marchesa, registra: rami di corallo rosso e bianco, un calcedonio ed un prasio (pietra) con inclusioni sia allo stato naturale che appeso a catenelle. Poi conchiglie marine, “una corna di alicorno longa plami sette e mezzo la quale è posta sopra l’armarij suso duoi rampini torti alla fuora via, uno dente de pesso sopra alla fenestra longo tre palmi”. Questo eclettismo prosegue anche con Federico che aggiunge tra le altre curiosità: pessi marini et altri animali mostruosi cinque pessi columbi de mare, undeci lumache marine tra piccole e grandi, una pelle d’uno pesso marino monstruoso, uno cocodrillo grande et trei cocorilli piccolli, duoi dintature de pesso marino, una spada dil pesso chiamato pesso spada, una ganassa de lupo copeta da coramo per portare al collo a cavallo, duoi cocodrilli grandi. Tale madre tale figlioLa mostruosità, il brutto e il bizzarro mentre Giulio Romano era impegnato a San Benedetto Po nella ristrutturazione dell’Abbazia per l’abate Gregorio Cortese. Il Rinascimento è meno chiaro e coerente di come poteva sembrare.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore, 1979

Immagine: Animal Africanum deforme, tratto da Monstrum Historia di Ulisse Aldrovandi (Bologna 1642)

Il cavallo di Pordenone nel Broletto

Al tempo di Giulio Romano era facile poter osservare in una camera di un palazzo la rappresentazione di un cavallo. Immobile, di corsa, su un soffitto, maestoso. Ne avremmo osservato uno anche sulle facciate dei portici di via Broletto. Tra i civici 52 e 54, dove erano collocati la domus mercatorum e la stadera, era presente la figura del duca Federico II a cavallo. Un’immagine di forza, fierezza e di celebrazione della famiglia Gonzaga che aveva permesso alla città di crescere dandole ricchezza e prestigio. L’attribuzione è riferita al Pordenone ovvero Giovanni Antonio de’ Sacchis. Il pittore friulano ha raccolto le figure possenti di Michelangelo abbinandoli ai toni veneti, innegabile il richiamo a Giorgione. Così scriveva Vasari nelle Vite: il più raro e celebre […] nell’invenzione delle storie, nel disegno, nella bravura, nella pratica de’ colori, nel lavoro a fresco, nella velocità, nel rilievo grande et in ogni altra cosa delle nostre arti. Il Pordenone nello stesso periodo si occupa degli affreschi della casa di Paride da Ceresara nell’attuale Corso Pradella. I portici che si affacciano su via Broletto erano decorati con affreschi carichi di simbologia che annunciava fortuna e ricchezza. La cornucopia ad esempio era un chiaro riferimento ai successi economici. La figura di Federico II a cavallo oggi non è più visibile ma possiamo immaginarla come una citazione di un imperatore romano, possente ed energico. Sicuramente è stato visto da Giulio Romano. Chissà cosa avrà pensato, chissà se i lavori saranno passati sotto la sua supervisione visto che dal 1526 aveva assunto la carica di superiore delle vie urbane.

Bibliografia: Ercole Marani, Vie e piazze di Mantova. Analisi di un centro storico, 1984

Immagine: Santi Martino e Cristoforo, 1529, Chiesa di San Rocco Venezia (ante d’organo)

Giulio Romano con gli occhiali

Duolmi il non avere prima, e meglio servito V.S. scusandomi per la infermità degli occhi, che appena la domenica di Pasqua mi concesse il comunicarmi”. Così scrive Giulio Romano a Pietro Aretino il 27 aprile 1537 riferendosi ad un disegnoNon ci sono altri documenti in cui Giulio si riferisce ad un problema agli occhi ma quasi certamente si può ipotizzare, solo da queste poche righe, che lo accusava prima della data in cui scrive e che solo ha rubato questa poca d’oretta in far questo mal composto disegno. In questo momento Giulio Romano aveva terminato il cantiere di Palazzo Te, avviato la costruzione dell’Appartamento di Troia e delle Pescherie e probabilmente alle prese ancora con il Palazzo di Marmirolo. Lavora per Federico II Gonzaga da 13 anni intensi e stancanti. Il suo metodo di lavoro è diverso da quello di Raffaello. Non affida e non demanda, non ci sono allievi ma collaboratori. La parte dell’invenzione è tutta sua: idea, schizzo, disegno, cartone. Nulla lascia, tutto esegue in modo indipendente. Il lavoro da predisporre è tantissimo. Infatti sempre più si stacca dalla fase realizzativa dell’opera. Non dipinge ma dirige. Per questi motivi si può ipotizzare, più per gioco che per appurata indagine medico-storica, che Giulio Romano portasse gli occhiali. O comunque gli avrebbero fatto comodo. Quelli ad arco, senza stanghette laterali. Se non gli occhiali almeno una lente come quella che tiene tra le mani il futuro papa Leone X nel dipinto di Raffaello. La miopia ad esempio si diffonde soprattutto nel Rinascimento complice l’invenzione della stampa e in particolare con la produzione dei libri tascabili. E’ l’immagine ideale dello studioso: libro in mano e occhiali.

Bibliografia: Giulio Romano. Repertorio di fonti documentarie, a cura di Daniela Ferrari, 1992

Immagine: Raffaello. Particolare dell’opera Papa Leone X con il cardinale Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, 1519 

L’orologio di Giulio Romano e la necessità di tenere il tempo

Agostino Carracci, nel suo autoritratto, si presenta con un orologio da taschino nella mano destra, alzata come a testimoniare il tempo che passa o forse le sue abilità anche come orologiaio. Sì perché Agostino, sebbene la fortuna critica premi suo fratello Annibale, fu un artista di enorme talento soprattutto nell’arte dell’incisione. Lo spunto di questo quadro è relativo al rapporto tra l’artista e il tempo non come vanitas o natura morta ma proprio come la programmazione di un lavoro per un’opera, un edificio o un grande cantiere. Immaginiamo Giulio Romano alle prese con Palazzo Te. La suddivisione dei compiti, l’affannosa ricerca di collaboratori, la stesura dei disegni e dei cartoni e poi la moltiplicazione degli impegni con l’avvio della Palazzina per la moglie di Federico II e l’eterno cantiere del Palazzo di Marmirolo. Al pittore serviva tempo. Non sarebbe stato strano vedere Giulio Romano consultare un taccuino ed estrarre dalla sua tasca un orologio proprio simile a quello di Agostino. Ritardi, lettere di minaccia e accuse da parte di Federico. Giulio non aveva tempo. In fondo quella di un orologio portatile non era una novità assoluta. Erano già in voga nella metà del Quattrocento e nel 1490 nella corte milanese di Ludovico il Moro si fa menzione di “horologini piccoli et portativi”. Nei documenti non è segnalato un orologio di Giulio Romano. Ma da dove avrebbe potuto venire? Nel Rinascimento la città più all’avanguardia in questo campo è Norimberga. Materie prime abbondanti, abilità nella lavorazione dei metalli e tradizione da costruttori di strumenti scientifici. Anche Augusta, nello stesso periodo, diventa la capitale degli orologi. In Italia i primi orologi da persona risalgono alla metà del Cinquecento. Anche se imprecisi si segnalavano per essere uno status symbol. Venivano portati al collo con vistose catene e ritratti come principi e padroni del tempo. Così si dice lo portasse anche Enrico VIII.

Bibliografia: Janello Torriani. Genio del Rinascimento, Fantigrafica, Cremona 2016

Immagine: Agostino Carracci, Autoritratto come orologiaio 1583 (Palazzo Pepoli, Bologna) Probabilmente si tratta di un orologio cosiddetto di San Filippo Neri

La scalata di Ferrante Gonzaga. Cavaliere, cortigiano, sovrano.

Guardando il ritratto si può pensare che, cambiando il volto con quello di Filippo II, forse il risultato non cambierebbe. La sua fu una vita all’insegna della guerra e della scalata personale al successo. Non un’evoluzione ma una sommatoria di titoli. La perfetta fusione tra il cavaliere e il cortigiano di Baldassarre Castiglione.

Ferrante Gonzaga si prenderà qui il suo meritato spazio per essere stato l’uomo di fiducia dell’imperatore Carlo V e centrale nella politica italiana del Rinascimento. A suo malgrado sarà anche il suo esecutore personale di omicidi sbarazzandosi di personaggi scomodi nei piani imperiali come è stato per Francesco Burlamacchi , Giulio Cibo Malaspina e Pier Luigi Farnese. Ferrante è stato il quinto figlio di Isabella d’Este e Francesco II Gonzaga. Nel 1523 è a Madrid alla corte di Carlo V. Nel 1526 è già capitano delle truppe imperiali, dapprima contro la Francia e nel 1527 durante il sacco di Roma. Nel 1530 comanda l’assedio di Firenze con il conseguente ritorno dei Medici. Ferrante doveva essere molto abile perché riuscì ad accumulare una serie di territori, titoli e cariche che lo portò nel 1531 ad ottenere addirittura l’onorificenza del Toson d’Oro. Anche lui non si tirò indietro nella cinica politica matrimoniale sposando Isabella di Capua e ottenendo il titolo di Principe di Molfetta. Questo si sommò agli altri: governatore di Benevento, vicerè di Sicilia dal 1535 al 1546, governatore di Milano dal 1546 al 1554. Si può acquistare una città? Ferrante l’ha fatto. La sua gloriosa collezione si arricchisce nel 1539 con la Contea di Guastalla diventandone il capostipite sborsando la cifra faraonica di 22.230 scudi d’oro alla contessa Ludovica Torelli. Sotto l’egida del Sacro Romano Impero di Carlo V ma sostanzialmente indipendente e con ampie libertà, Ferrante diventa così signore di uno stato piccolo ma tutto suo. Raffinato, luogo ospitale per cortigiani e letterati, con una zecca propria e un sistema difensivo dalla forma stellare a otto punte. Carlo V gli concesse addirittura lo scultore Leone Leoni che celebrò Ferrante come un forte condottiero antico che calpesta un satiro e un’idra simboli di vizio, invidia e calunnia. Un bel monito contro tutti.

Bibliografia: Elena Bonora, Aspettando l’imperatore. Principi italiani tra il papa e Carlo V, Einaudi 2014

Immagine: Ritratto di Ferrante Gonzaga, XVI secolo 

Un doppio di tennis tra i protagonisti del Rinascimento

Il Rinascimento è il secolo della pallacorda. Anche se nato prima, già a partire dal Duecento, è nel Cinquecento che trova la sua consacrazione grazie a giocatori di primo livello ovvero i principi. Avrebbero potuto giocare un doppio o un piccolo campionato i principali protagonisti della scena europea negli anni di Giulio Romano. Il re di Francia Francesco I, il re d’Inghilterra Enrico VIII, l’imperatore Carlo V e il duca di Mantova Federico II Gonzaga. Erano tutti giocatori appassionati e praticanti con regolare campo nei loro rispettivi palazzi. A dire il vero due di questi personaggi si sono affrontati: Carlo e Federico nell’edificio dedicato a Palazzo Te in occasione della visita dell’imperatore nel 1530. Tutti e quattro erano cavalieri e condottieri abili, atletici e prestanti. Solo gli anni, la dieta famelica e alcune cadute hanno modificato il corpo di Francesco I e soprattutto di Enrico VIII. Sarebbe stato un doppio davvero sorprendente con queste coppie: Carlo-Federico contro Enrico e Francesco. Attorno al campo le tribune dove avrebbero trovato posto ambasciatori, bisbigli, accordi politici, suggerimenti e scommesse. Anche a livello politico sono gli schieramenti che accompagneranno le cosiddette guerre d’Italia almeno fino agli anni 50. Nel 1540 morirà Federico, nel 1547 invece Enrico e Francesco.

Piccoli dati tecnici. Sorprende come nel 1571 i giocatori di pallacorda si organizzino in una vera e propria corporazione diventando così professionisti. Nella sola Parigi nel 1292 c’erano 13 produttori di palle e tre secoli dopo i campi erano in totale 250. Forse Francesco I, per tradizione e storia, partiva in vantaggio? Il gioco in Francia era conosciuto con il nome di jeu de paume ovvero gioco di palmo perché inizialmente i giocatori non utilizzavano le racchette . Queste, insieme alla rete, furono introdotte proprio nel Cinquecento.

Immagine: Gioco della pallacorda, Germania, XVII secolo. 

Chi faceva il mestiere delle armi. Bande nere, ferite, fortuna e sfortuna

Nelle vene di Giovanni dalle Bande Nere scorreva certamente sangue di guerriero. Il padre era Giovanni de’ Medici. La madre era Caterina Sforza, signora di Forlì e Imola, discendente di Muzio Attendolo Sforza, il capitano di ventura che diede il nome di Sforza alla famiglia. Il suo nome comincia con Ludovico in onore dello zio Ludovico il Moro. Una situazione familiare al quanto complessa. Nasce nel 1498, l’anno in cui muore Carlo VIII, il re di Francia che aveva inaugurato le cosiddette guerre d’Italia. In Giovanni si notano tutti i segni del capitano di ventura. Il temperamento, le doti fin dalla giovane età, la fortuna e la sfortuna. Nel 1516 il suo primo incarico contro la Urbino di Francesco Maria della Rovere. A soli 18 anni si vedono in lui le doti del perfetto uomo d’arme e d’onore. Nel 1521, in occasione della morte di Papa Leone X, decise di annerire a lutto le sue insegne a righe bianche e viola. Così nascono le famose bande nere. Questo divenne anche il nome del suo esercito che ancora ricordo lo spirito delle compagnie tardo medievali. Nel 1523 passa al servizio degli imperiali e affronta le più grandi avversità per un capitano di ventura del tempo. Prima lo scontro con il condottiero francese Baiardo e poi gli svizzeri, l’esercito più temuto. Nel 1524, come succedeva a molti altri capitani, cambia partito e viene assoldato dai francesi. Nella battaglia di Pavia venne fatto prigioniero il re Francesco I. Da questo momento Giovanni lotta contro un altro avversario la sfortuna e la probabilità di essere colpiti. Come conferma anche l’Aretino nel febbraio del 1525 un colpo di archibugio in uno stinco e nel novembre del 1526 un colpo di falconetto in una coscia. Portato d’urgenza a Piacenza e poi a Parma per essere curato. La medicina non era ancora del tutto preparata alle nuove ferite ma Giovanni in tre mesi sembra recuperare grazie al supporto dei bagni termali di Abano. Qualche mese dopo è già tempo di ritornare sul campo ma questa volta al servizio del Papa contro Carlo V. E’ il tempo delle alleanze e contro alleanze. Emerge la qualità dell’audacia che lo porta a rifiutarsi di arrendersi e proseguire la sua battaglia contro i lanzichenecchi a Governolo. Qui il 25 novembre Giovanni venne colpito, per la terza volta, ad una gamba destra. L’arma fu un falconetto. Trasportato d’urgenza a Mantova viene curato da Abramo Arié, lo stesso medico delle ferite precedenti. Questa volta si decise per l’amputazione della gamba. Morì pochi giorni dopo a causa dell’infezione. Il suo corpo venne sepolto nella Chiesa di San Francesco, uno dei pantheon dei Gonzaga. Nel 1685 venne traslato nelle Cappelle Medicee accanto al corpo della moglie Maria Salviati. Così finisce il suo mestiere delle armi al contempo strumento dei potenti eppure mai domo spirito libero. E intanto Giulio Romano avviava il cantiere di Palazzo Te.

Immagine: Hans Holbein il Giovane, Lanzichenecchi in battaglia