Giulio Romano con gli occhiali

Duolmi il non avere prima, e meglio servito V.S. scusandomi per la infermità degli occhi, che appena la domenica di Pasqua mi concesse il comunicarmi”. Così scrive Giulio Romano a Pietro Aretino il 27 aprile 1537 riferendosi ad un disegnoNon ci sono altri documenti in cui Giulio si riferisce ad un problema agli occhi ma quasi certamente si può ipotizzare, solo da queste poche righe, che lo accusava prima della data in cui scrive e che solo ha rubato questa poca d’oretta in far questo mal composto disegno. In questo momento Giulio Romano aveva terminato il cantiere di Palazzo Te, avviato la costruzione dell’Appartamento di Troia e delle Pescherie e probabilmente alle prese ancora con il Palazzo di Marmirolo. Lavora per Federico II Gonzaga da 13 anni intensi e stancanti. Il suo metodo di lavoro è diverso da quello di Raffaello. Non affida e non demanda, non ci sono allievi ma collaboratori. La parte dell’invenzione è tutta sua: idea, schizzo, disegno, cartone. Nulla lascia, tutto esegue in modo indipendente. Il lavoro da predisporre è tantissimo. Infatti sempre più si stacca dalla fase realizzativa dell’opera. Non dipinge ma dirige. Per questi motivi si può ipotizzare, più per gioco che per appurata indagine medico-storica, che Giulio Romano portasse gli occhiali. O comunque gli avrebbero fatto comodo. Quelli ad arco, senza stanghette laterali. Se non gli occhiali almeno una lente come quella che tiene tra le mani il futuro papa Leone X nel dipinto di Raffaello. La miopia ad esempio si diffonde soprattutto nel Rinascimento complice l’invenzione della stampa e in particolare con la produzione dei libri tascabili. E’ l’immagine ideale dello studioso: libro in mano e occhiali.

Bibliografia: Giulio Romano. Repertorio di fonti documentarie, a cura di Daniela Ferrari, 1992

Immagine: Raffaello. Particolare dell’opera Papa Leone X con il cardinale Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, 1519 

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Luca Fancelli dà notizia a Mantova della scoperta dell’America

12 ottobre 1492, Bahamas. Fu la prima terra toccata da Cristoforo Colombo nel suo approdo nelle Americhe. Tralasciando le riflessioni circa errori di calcolo, un progetto finanziato perché “raccomandato” e il fatto che già tutti sapessero che la Terra era una sfera, si tratta certamente di una data che comporta una nuova visione del mondo. Si scoprono nuove terre, si scopre che non sono così poche rispetto alle acque. Le notizie, si sa, hanno procedure e tempistiche per raggiungere città, governanti, imperatori e poi lettere, copialettere, cavalli. Ma in questo caso la notizia vola. E’ il 22 aprile del 1493 quando a Mantova arriva da Firenze una lettera dell’architetto Luca Fancelli: avendo mandato il Re Ferdinando alcuni legni oltre al mare di Spagna, in tempo di sedici giornate scoprirono certe isole, e fra le altre, verso Oriente, un’isola grandissima, la quale aveva grandissimi fiumi e terribili montagne e molto fertilissimo paese et abitato da begli uomini e donne che vanno tutti nudi et il paese è abbondantissimo d’oro e sono persone cortesi e c’è copia di spezie et alberi altissimi a meraviglia, […] et i fiumi menano oro e hanno rame assai, ma non ferro, e molte altre meraviglie. 

Le informazioni, a tratte favolistiche, ricalcano quelle contenute nella prima relazione che Colombo aveva scritto al re Ferdinando d’Aragona e a sua moglie Isabella di Castiglia. Non poteva scrivere altrimenti ai suoi sponsor.

Bibliografia: Daniela Pizzagalli, La signora del Rinascimento, BUR 2001

Immagine: Jacopo Zucchi, Allegoria della scoperta dell’America, 1585

Jacopo Zucchi (1542-1596) era allievo e principale collaboratore di Giorgio Vasari partecipando alla decorazione del Salone dei Cinquecento e dello Studiolo di Francesco I nel Palazzo Vecchio.

Bosch e il gusto contagioso per i fiamminghi

Hieronymus Bosch nasce nel 1453 – anno della caduta di Costantinopoli – e muore nel 1516, lo stesso del trattato di Noyon in cui Milano diventa francese, dell’apertura del primo ghetto a Venezia e della pubblicazione di Utopia di Tommaso Moro. Giorgione era morto da 6 anni, Tiziano aveva circa 25 anni e Raffaello da appena due anni aveva terminato la Madonna della Seggiola. Questa era la temperatura dell’arte in Italia e che diventa modello anche per l’Europa dominata dal rapporto Venezia-Fiandre e paesi nordici. Bosch si inserisce in questo contesto. Viene apprezzato anche da un pittore ferrarese come Dosso Dossi che nel 1520 realizza Il viaggio degli Inferi citando partiture e pose di Raffaello e bizzarrie di Bosch derivate dal Trittico delle tentazioni di Sant’Antonio del 1505.

I fiamminghi piacevano ai Gonzaga, soprattutto ad Isabella d’Este, e a Vespasiano che infatti ingaggia per le decorazioni di Sabbioneta Giovanni da Villa, pittore fiammingo morto tragicamente nel 1562 annegato nel fiume Oglio. Nel 1589 Vespasiano scrive ad Alessandro Farnese, che si trovava in Fiandra, il desiderio di “un par de quadri di pittura di Geronimo Bosio o almeno di quei buoni pittori suoi seguaci”. Il principe di Sabbioneta, oltre alle doti politiche, dimostra di avere sensibilità e fiuto per l’arte anche più “visionaria” come gli altri grandi imperatori-collezionisti: Carlo V, Rodolfo II, Ferdinando II e il suo castello di Ambras.

Bibliografia: Chiara Tellini Perina, Sabbioneta, Electa 1991

Immagine: Particolare tratto da Trittico delle Tentazioni di Sant’Antonio, Lisbona. 

Cooperare al tempo delle corti rinascimentali

Davvero sicuri che le Corti italiane nel Rinascimento siano in costante duello per tramare e colpirsi a vicenda? Forse non si può vedere solo il lato spietato. Una cosa però è certa, le Corti si guardavano per imparare, copiarsi, innovarsi e anche scambiarsi idee, artisti e opere. E’ il caso di Federico I Gonzaga che in una lettera dell’8 maggio 1481 chiede a Federico da Montefeltro una consulenza tecnica. Erano appena iniziati i lavori nella parte del palazzo che prenderà il nome di Domus Nova. Il palazzo che tutte le famiglie guardavano per avere ispirazione era proprio quello di Urbino, ampliato tra il 1466 e il 1472 da Luciano Laurana. Così scriveva Federico I: siamo desiderosi di accomodare questa nostra casa pro posse nostro, seguendo quanto è stato fatto a Urbino in quel palazzo, quale intendiamo essere singulare. Le richieste si spostano anche sugli interventi alle canne fumarie messe a punto da Francesco di Giorgio Martini. Alla fine Federico ottiene i rilievi del palazzo ducale. Forse il Montefeltro lo ha fatto perché a Mantova ha studiato nella Cà Zoiosa di Vittorino da Feltre? Non solo. Come scriveva Baudelaire: è un tempio la Natura ove viventi pilastri a volte confuse parole mandano fuori; la attraversa l’uomo tra foreste di simboli dagli occhi familiari. Le corti si corrispondono.

Bibliografia: Le corti italiane del Rinascimento, Mondadori 1985 

Immagine: Palazzo ducale di Urbino (wikipedia)

Borso d’Este non concede l’aumento

Ferrara 1468. Iniziano i lavori nel Palazzo Schifanoia per volontà di Borso d’Este. Il grande spazio di 24 metri, largo 11 e alto più di 7 metri sta per diventare il Salone dei Mesi. In soli due anni, il ciclo di affreschi viene completato da quella che Roberto Longhi chiamò Officina Ferrarese. Tra questi figura l’artista Francesco del Cossa. Mentre non figura Cosmè Tura. Il primo documento in cui viene citato è datato 11 settembre 1456. Ancora sotto la tutela del padre è alle prese con alcune figure dipinte a grisaille per il Duomo di Ferrara. Purtroppo andate perdute con il rifacimento dell’abside. Per gli affreschi del Palazzo Schifanoia i pagamenti di Borso non erano adeguati alla magnificenza dell’opera che si stava per completare. Nulla è servita la lettera del pittore che indirizzò al duca per chiedere un aumento. Scrisse infatti che il compenso ricevuto era consono al “più tristo garzone di bottega”. La lettera comunque non sortì nessun effetto e il Cossa a 34 anni decide così di far ripartire la sua carriera a Bologna e di portare i propri servigi a Giovanni II Bentivoglio. Dopo molte commissioni nel 1478 se lo prese lo peste.

Immagine: Trionfo di Minerva, Salone dei Mesi

Bibliografia: Riccardo Rimondi, Estensi, Edizioni Ferrara Souvenir, 2016

Quando Federico sgridò in una lettera Giulio Romano

Si sa che non è leggenda il non rispetto delle scadenze da parte degli artisti. In questo lungo elenco ci finisce anche Giulio Romano per il cantiere di Palazzo Te. Federico II non gli aveva comunque reso la vita facile a causa delle dense commissioni che solo con la sua organizzazione riusciva a gestire. Così Federico II nel 1528 (ovvero tre anni dopo l’avvio dei lavori) redarguisce l’artista in una lettera dal tono quasi familiare ma comunque molto diretta:

Iulio, perché intendemo che niuno pictor lavora alle camere nostre del Palazzo del Te, pensamo che non si finiranno né per tutto Agosto, come ne avete promesso, né per settembre, né per ottobre; et ancor ci siamo spassati che ci siate mancato di tanti termini che avete preso a finirle, ne avedemo che ancor quest’altro termine pigliato andarà molto inanti con poca satisfactione nostra. Però vi diremo che se le volete finire al termine promissone, che li facciate lavorar diligentemente; quando che non lo vogliate fare, provederemo de altri pictori che le finiranno. 

Chissà cosa avrà pensato Federico visto che nel 1530 quando Carlo V visitò Mantova e il palazzo la Camera dei Giganti non era ancora finita. Chissà cosa avrebbe potuto scrivere ad Andrea Mantegna che per una sola camera (la Picta) impiegò nove anni. E’ sempre una questione di tempo (e di soldi).

Bibliografia. Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi. 

Immagine. Particolare della Camera dei Giganti

Una storia d’amore fuori e dentro il Ghetto di Mantova

La mostra di Chagall non solo ha riportato una grande mostra in centro storico ma ha di fatto contribuito alla riscoperta della cultura ebraica mantovana. Il Ghetto, a due passi, ha contestualizzato, sottolineato, accompagnato. Uno stargate per un piccolo mondo fatto di silenzi e dettagli. Non tutto però finisce. La mostra lascia una grande eredità ovvero riscoprire con curiosità il quartiere ebraico e andare a caccia di storie. Ve ne racconto una perché in fondo tra poco è San Valentino. Vi siete mai chiesti come poteva essere anche crudele l’amore al tempo del Ghetto? Se Cupido ammaliava un cristiano e un ebreo cosa succedeva? Questo è capitato a Grazia de’ Rossi, mantovana di una famiglia di banchieri, è stata sospesa tra due mondi e soprattutto tra due uomini. Pirro Gonzaga, nobile cristiano di cui si era innamorata, e Jehuda del Fisigo, potente ebreo medico del Papa e consigliere del Re di Francia. Un dilemma che assomiglia ai portoni del Ghetto, un al di qua e un al di là. In questo caso non vince il cuore ma tutto il resto. Grazia però, sposando Jehuda, salpa su un viaggio mirabolante: segretaria privata di Isabella d’Este, lavora con Aldo Manuzio a Venezia, conosce Andrea Mantegna e visita Roma e Firenze. Per sapere di più vi invito a leggere Il Libro segreto di Grazia de’ Rossi (Longanesi, 1997) di Jacqueline Park. Fino a questo punto la storia si è intrecciata e sovrapposta alla fantasia. Il libro di Jacqueline Park prende le mosse da un documento autentico: uno scambio di due lettere tra la giovane ebrea invia a Isabella d’Este. Basta togliere alcuni personaggi ed emerge la figura di Pazienza Pontremola alias Grazia de’ Rossi. Il suo dilemma non riguardava due uomini ma se rimanere fedele ai crismi religiosi e culturali ebraici o se dare retta ai sentimenti verso un cristiano innamorato di lei. Il suo cuore era sospeso tra la Corte e la Sinagoga. La Marchesa suggerisce a Pazienza di sposare l’uomo cristiano: “et finalmente di far beato il povero Marco Antonio, il quale già tanti anni fervidamente vi ama, et per voi ha sostenuto longamente tante fatiche che tante ne sostenne Ercole ne’ suoi tempi”. Così termina invece la risposta di Pazienza: “Iddio m’ispiri a far cosa che il sia di honore et di gloria, et voi fra tante che il Spirito mi riveli ciò che ho da fare pregate per me et fare il simile alla purissima et innocentissima Grataphilea di V. Eccelentia alla quale riverentemente baso le belle et liberali mani. Addì XXIII d’Ottobre”. La storia di Grazia ci consegna un messaggio datato più di cinquecento anni ma custodisce tutta la forza e il coraggio di una donna che per Amore è disposta a mettere in gioco tutto perfino il suo credo.

Fotografia di “Istituto Mantovano di Storia Contemporanea”

Lettere d’amore tra Gonzaga

Per San Valentino è d’obbligo tingere d’amore anche le storie di Casa Gonzaga, tutte politica e affari. Vi porterò dentro un documento che stupisce per ingenuità e tenerezza.   Continua a leggere “Lettere d’amore tra Gonzaga”