Borso d’Este non concede l’aumento

Ferrara 1468. Iniziano i lavori nel Palazzo Schifanoia per volontà di Borso d’Este. Il grande spazio di 24 metri, largo 11 e alto più di 7 metri sta per diventare il Salone dei Mesi. In soli due anni, il ciclo di affreschi viene completato da quella che Roberto Longhi chiamò Officina Ferrarese. Tra questi figura l’artista Francesco del Cossa. Mentre non figura Cosmè Tura. Il primo documento in cui viene citato è datato 11 settembre 1456. Ancora sotto la tutela del padre è alle prese con alcune figure dipinte a grisaille per il Duomo di Ferrara. Purtroppo andate perdute con il rifacimento dell’abside. Per gli affreschi del Palazzo Schifanoia i pagamenti di Borso non erano adeguati alla magnificenza dell’opera che si stava per completare. Nulla è servita la lettera del pittore che indirizzò al duca per chiedere un aumento. Scrisse infatti che il compenso ricevuto era consono al “più tristo garzone di bottega”. La lettera comunque non sortì nessun effetto e il Cossa a 34 anni decide così di far ripartire la sua carriera a Bologna e di portare i propri servigi a Giovanni II Bentivoglio. Dopo molte commissioni nel 1478 se lo prese lo peste.

Immagine: Trionfo di Minerva, Salone dei Mesi

Bibliografia: Riccardo Rimondi, Estensi, Edizioni Ferrara Souvenir, 2016

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Parmigianino, l’alchimia e la lettera di Giulio Romano.

Gli artisti, oltre alla loro attività, hanno altre mansioni e altri hobby che spesso li hanno distratti a tal punto da compromettere il loro lavoro principale. Vasari ce lo conferma anche per Parmigianino che nel 1531 riceve il prestigioso incarico di dipingere la volta della cupola della Steccata di Parma, la città dove è nato. Ma pare che in quel periodo l’artista fu alle prese soprattutto con strani esercizi di alchimia che lo distraevano dal cantiere: cominciò a dismettere l’opera, o almeno a fare tanto adagio, che si conosceva che v’andava di male gambe; e questo avveniva, perché avendo cominciato a studiare le cose dell’alchimia, aveva tralasciato del tutto le cose della pittura, pensando di dover tosto arricchire, congelando mercurio. I commissari dell’opera allora presero la decisione di sostituirlo con Giulio Romano, allora alle prese con il cantiere di Palazzo Te per il duca Federico II Gonzaga. Dapprima accettò l’incarico ma poi con diplomazia rifiutò l’affare e nel 1540 scrisse una lettera che diceva le prego mi diano consiglio in quelo ch’io me ne habia a fare de farlo ditto lavoro del quale mi son obligato a designare; essendo consueto fra noi pittori non entrare in li lavori d’altro se prima colui che lo ha principato non è accordato e satisfatto: il che non mi fu così detto. E poi continua dicendo che Parmigianino gli scriva una lettera et che dichiari esser contento ch’io faccia tale impresa. 

Il 4 aprile 1540 Parmigianino risponde a Giulio Romano. Quattro mesi dopo muore a 37 anni, come Raffaello.

Bibliografia: Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi 2016

Immagine: particolare della decorazione della Steccata di Parma

 

Quando Federico sgridò in una lettera Giulio Romano

Si sa che non è leggenda il non rispetto delle scadenze da parte degli artisti. In questo lungo elenco ci finisce anche Giulio Romano per il cantiere di Palazzo Te. Federico II non gli aveva comunque reso la vita facile a causa delle dense commissioni che solo con la sua organizzazione riusciva a gestire. Così Federico II nel 1528 (ovvero tre anni dopo l’avvio dei lavori) redarguisce l’artista in una lettera dal tono quasi familiare ma comunque molto diretta:

Iulio, perché intendemo che niuno pictor lavora alle camere nostre del Palazzo del Te, pensamo che non si finiranno né per tutto Agosto, come ne avete promesso, né per settembre, né per ottobre; et ancor ci siamo spassati che ci siate mancato di tanti termini che avete preso a finirle, ne avedemo che ancor quest’altro termine pigliato andarà molto inanti con poca satisfactione nostra. Però vi diremo che se le volete finire al termine promissone, che li facciate lavorar diligentemente; quando che non lo vogliate fare, provederemo de altri pictori che le finiranno. 

Chissà cosa avrà pensato Federico visto che nel 1530 quando Carlo V visitò Mantova e il palazzo la Camera dei Giganti non era ancora finita. Chissà cosa avrebbe potuto scrivere ad Andrea Mantegna che per una sola camera (la Picta) impiegò nove anni. E’ sempre una questione di tempo (e di soldi).

Bibliografia. Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi. 

Immagine. Particolare della Camera dei Giganti

Una storia d’amore fuori e dentro il Ghetto di Mantova

La mostra di Chagall non solo ha riportato una grande mostra in centro storico ma ha di fatto contribuito alla riscoperta della cultura ebraica mantovana. Il Ghetto, a due passi, ha contestualizzato, sottolineato, accompagnato. Uno stargate per un piccolo mondo fatto di silenzi e dettagli. Non tutto però finisce. La mostra lascia una grande eredità ovvero riscoprire con curiosità il quartiere ebraico e andare a caccia di storie. Ve ne racconto una perché in fondo tra poco è San Valentino. Vi siete mai chiesti come poteva essere anche crudele l’amore al tempo del Ghetto? Se Cupido ammaliava un cristiano e un ebreo cosa succedeva? Questo è capitato a Grazia de’ Rossi, mantovana di una famiglia di banchieri, è stata sospesa tra due mondi e soprattutto tra due uomini. Pirro Gonzaga, nobile cristiano di cui si era innamorata, e Jehuda del Fisigo, potente ebreo medico del Papa e consigliere del Re di Francia. Un dilemma che assomiglia ai portoni del Ghetto, un al di qua e un al di là. In questo caso non vince il cuore ma tutto il resto. Grazia però, sposando Jehuda, salpa su un viaggio mirabolante: segretaria privata di Isabella d’Este, lavora con Aldo Manuzio a Venezia, conosce Andrea Mantegna e visita Roma e Firenze. Per sapere di più vi invito a leggere Il Libro segreto di Grazia de’ Rossi (Longanesi, 1997) di Jacqueline Park. Fino a questo punto la storia si è intrecciata e sovrapposta alla fantasia. Il libro di Jacqueline Park prende le mosse da un documento autentico: uno scambio di due lettere tra la giovane ebrea invia a Isabella d’Este. Basta togliere alcuni personaggi ed emerge la figura di Pazienza Pontremola alias Grazia de’ Rossi. Il suo dilemma non riguardava due uomini ma se rimanere fedele ai crismi religiosi e culturali ebraici o se dare retta ai sentimenti verso un cristiano innamorato di lei. Il suo cuore era sospeso tra la Corte e la Sinagoga. La Marchesa suggerisce a Pazienza di sposare l’uomo cristiano: “et finalmente di far beato il povero Marco Antonio, il quale già tanti anni fervidamente vi ama, et per voi ha sostenuto longamente tante fatiche che tante ne sostenne Ercole ne’ suoi tempi”. Così termina invece la risposta di Pazienza: “Iddio m’ispiri a far cosa che il sia di honore et di gloria, et voi fra tante che il Spirito mi riveli ciò che ho da fare pregate per me et fare il simile alla purissima et innocentissima Grataphilea di V. Eccelentia alla quale riverentemente baso le belle et liberali mani. Addì XXIII d’Ottobre”. La storia di Grazia ci consegna un messaggio datato più di cinquecento anni ma custodisce tutta la forza e il coraggio di una donna che per Amore è disposta a mettere in gioco tutto perfino il suo credo.

Fotografia di “Istituto Mantovano di Storia Contemporanea”

Lettere d’amore tra Gonzaga

Per San Valentino è d’obbligo tingere d’amore anche le storie di Casa Gonzaga, tutte politica e affari. Vi porterò dentro un documento che stupisce per ingenuità e tenerezza.   Continua a leggere “Lettere d’amore tra Gonzaga”