Una casa dal sapore veneziano e la prima insegna a tre dimensioni

La Casa del Mercante sottolinea il vanto del suo proprietario. Una casa con bottega proprio di fronte a tutti gli altri mercanti che condividevano l’ombra lunga del portico broletto. Sfacciato, pavone, vanitoso. E’ il prototipo della nuova casa mantovana di chi era in commercio o in affari. Bottega sotto e casa sopra. Non c’erano le vetrine di oggi e la merce veniva esposta su banchi che affacciavano direttamente sulla strada. Sull’architrave, sotto i portici, sono stati scolpiti i prodotti. Un’autentica insegna commerciale del passato. Osserviamo una solita mattina di lavoro del nostro Messere.

Storia 3 meraviglia

Annunci

Le carpe ovvero la grande attrazione di Palazzo Te

Arriva un certo punto durante la visita del Palazzo Te che la guida si fa da parte e lascia l’attrazione ai pesci che boccheggiano nelle Peschiere. Eppure anche questo momento di distrazione può essere spiegato con una nota storica. Non tutti i pesci erano destinati a finire sui piatti di portata. Alcuni venivano allevati come animali da compagnia o addirittura scambiati tra le corti. Subito un esempio. Il 22 gennaio 1595 Margherita Gonzaga, allora duchessa di Ferrara, con una lettera ringrazia il fratello Vincenzo I per l’invio* di una carpa già inserita nella peschiera della reggia. Infatti le carpe mantovane pare fossero note e apprezzate per la loro docilità. Anche gli Este avevano una lunga tradizione sull’addestramento dei pesci. Le peschiere, presenti in moltissimi palazzi e giardini di corte, fungevano da svago. Le carpe erano addestrate in modo da venire a galla vicino al punto di emissione del suono di un campanello. Anche queste erano cortesie per gli ospiti. Si prestava grande attenzione alla pulizia e alla tipologia di piante acquatiche da inserire nella vasca delle peschiere. A Palazzo Te anche le carpe dovevano creare stupore e meraviglia.

*Come avveniva l’invio dei pesci? Il trasporto, in genere nei mesi invernali, avveniva su carro e i pesci venivano caricati all’interno di barili. L’acqua all’interno doveva essere cambiata più volte durante il viaggio.

 

Bibliografia. La cultura alimentare a Mantova fra Cinquecento e Seicento, Fondazione Palazzo Te 2018. 

Immagine. Peschiere di Palazzo Te

Prima e dopo Paccagnini. Pisanello come lo sbarco sulla Luna

Se la storia di Mantova va divisa in un prima e dopo Gonzaga – alias 1328 – la storia del Palazzo Ducale segue la figura di Giovanni Paccagnini, soprintendente alle gallerie di Mantova, Verona e Cremona. Prima e dopo il suo intervento del 1969 che portò alla riscoperta degli affreschi di Pisanello. Ma fino alla data dello sbarco sulla Luna dove si trovavano? Coperti da pannelli su tutte le pareti che, come una sorta di pellicola srotolata, rappresentano i membri della dinastia Gonzaga. I ritratti, eseguiti dai pittori Canti e Calabrò, risalgono al 1701. Scrivo al presente perché ci sono ancora ma hanno cambiato sede. Dopo l’intervento di Paccagnini sono stata traslati nella stanza prima. “Il Palazzo è un organismo vivente anche oggi” non è una frase fatta. Anche durante la mostra di Mantegna del 1961 gli affreschi erano ancora invisibili. La Sala al tempo si doveva presentare così. Discesa una breve gradinata si entra nella bella Sala dei Principi. […] Sul brolo si aprivano anche tre finestroni gotici, che vedonsi ancora dall’esterno, e che furono chiusi chiusi sulla fine del Settecento, quando, aperte le attuali finestre, le pareti furono decorate con ghirlande di foglie racchiudenti diciannove medaglioni, rappresentanti personaggi della famiglia Gonzaga. […] Le pareti, ed il camino sul quale vedesi lo stemma del regno italico eseguitovi durante il dominio napoleonico, furono rinnovate nel 1808. 

La guida del 1929 si sofferma anche sulla porta oggi murata. Si vedono ancora su di una parete le tracce delle finestre di facciata del Palazzo del Capitano, ed una porticina che forse comunicava col pianerottolo della scala esterna che saliva dal brolo (l’attuale piazza della Lega Lombarda).  

Paccagnini avviò un programma di recupero e di valorizzazione del Palazzo attraverso una lunga fasi di studi e ricerche per districarsi nella selvaggia foresta di stratificazione stilistica. La notizia del ritrovamento dei 200 mq di affreschi venne data il 26 febbraio 1969. Ne diresse il completo distacco degli affreschi e il restauro eseguito da Ottorino Nonfarmale (una garanzia) e Assirto Coffani. Nel 1972 l’apertura al pubblico. Paccagnini ha fatto ricomparire una meraviglia rimasta per secoli invisibile e silenziosa. Un esercizio di immaginazione da provare. Prima e dopo Paccagnini. Perché nel 1969 l’uomo andò sulla Luna ma i suoi occhi tornarono a posarsi sugli affreschi di Pisanello.

Bibliografia. Nino Giannantoni, Guida al Palazzo Ducale di Mantova, 1929. 

Bibliografia. Encicolpedia Treccani

Immagine. Parete est e particolari degli affreschi 

Tra Erasmo e Montaigne. La prima guida per viaggiatori d’Europa.

1547, Carlo V alle prese con la battaglia di Muhlberg. Un anno dopo Tiziano lo immortala in questa tela. Mentre la guerra si consuma c’è chi viaggia. “Se parliamo d’alberghi, i migliori sono quelli francesi senza ombra di dubbio: accoglienza familiare, atmosfera casalinga, belle ragazze dappertutto”. Questo era il parere di Erasmo da Rotterdam, umanista e famelico viaggiatore europeo. Si ricorda in particolare di un piccolo albergo a Lione. Registra inoltre gli ottimi pasti e la biancheria pulita”. E’ rimasto colpito dalla presenza di belle ragazze. “Quando i viaggiatori se ne vanno, le belle figliole li baciano e li salutano con tenerezza”. Opposti sono i pareri sulle locande tedesche. “Quando arrivate nessuno vi saluta. Dopo aver sistemato il vostro cavallo, entrate nella stanza della stufa, stivali, bagaglio, fango e tutto”. Lamenta gli spazi comuni: “qui uno si pettina, un altro vomita aglio e c’è una gran confusione di linguaggi come alla torre di Babele. Come fare quindi a scegliere un albergo in un momento storico in cui si viaggiava tanto soprattutto a cavallo? Nel 1552 Charles Estienne pubblica la Guida delle strade di Francia, una sorta di antenato della Guida Michelin. Sono segnate le strade, i ponti, i posti dei briganti da evitare, le locande e il tipo di servizio che si può trovare. Trovano spazio anche le curiosità artistiche e storiche, i santuari, le opere moderne e le antichità da visitare. Il primo turista per eccellenza è Michel de Mointagne che girerà l’Europa anche per curarsi dal “mal di pietra”. Probabilmente era accompagnato da un segretario che doveva organizzare il viaggio: bagagli, alloggi e cavalli.

Così è stato il viaggio di Baldassarre Castiglione e Giulio Romano partita il 5 ottobre 1524 a Roma e giunti a Mantova il 22 ottobre. 17 giorni a cavallo o in carrozza passando per Loreto. Peccato non avere il diario di quel viaggio per realizzare una mappatura delle loro soste. Cosa hanno mangiato, dove hanno alloggiato e di cosa hanno discusso. Quali progetti stavano già nascendo per Mantova.

Bibliografia. Carlo Quinto, I grandi della storia, Mondadori, 1970.

Immagine. Ritratto di Carlo V a cavallo, 1548, Prado. 

Quando Giulio Romano fece da guida a Vasari

Mantova, 1541. Giorgio Vasari arriva per la prima volta nella città dei Gonzaga. Ancora è lontana la prima edizione delle Vite datata 1550. Giulio Romano sta ultimando i lavori della sua casa nella Contrada dell’Unicorno nell’attuale via Poma. Erano passati quasi tre anni dall’acquisto. Giorgio e Giulio si incontrano per la prima volta. Così Vasari ci descrive la scena in terza persona: “arrivato in quella città per trovar l’amico, senza essersi mai veduti, scontrandosi l’un l’altro, si conobbono, non altrimenti che se mille volte fussero stati insieme”. Giulio gli fece da guida e lo portò per quattro giorni a visitare tutte le sue opere: Palazzo Te, le Beccherie, le Pescherie e non poteva mancare una visita alla famiglia Gonzaga con tanto di tour all’interno di Palazzo Ducale per Corte Nuova e la Rustica. “Fra le molte cose rare che aveva in casa sua” Vasari prende nota del ritratto di Albrecht Durer (che lui scrive Alberto Duro). Una considerazione sulla casa. Si presentava con una “facciata fantastica tutta lavorata di stucchi coloriti, e dentro la fece tutta dipingere e lavorare similmente di stucchi, accomodandavi molte anticaglie condotte da Roma, ed avute dal duca, al quale ne diede molte delle sue”.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987

Ancora si cercano i nani di Mantova. Non smettiamo mai di farlo!

Esistono i nani di Mantova? Andrea Mantegna nella Camera degli Sposi ci mostra certamente un personaggio di Corte dalle forme inequivocabili. La nana Lucia si occupava della crescita delle fanciulle di Barbara e Ludovico. Il famoso Appartamento dei Nani è stato raccontato a molti visitatori del passato della sua fantomatica funzione. Così la guida del 1929 lo descrive: questo groviglio di stanzette e cunicoli che formano una delle curiosità più care al visitatore di questa immensa reggia […] fu creato dal capriccio del duca Guglielmo. Vuole la tradizione, e lo ripetono le vecchie guide, che questa fosse l’abitazione dei nani di Corte. […] Propendiamo a ritenere che questo fosse un luogo di sosta donde più presto potessero salire, per la scaletta interna, nelle stanze ducali quando venivano chiamati ad allietare coi loro motti e frizzi l’annoiato padrone.

La favola di Rodari aiuta nell’esercizio di fantasia e capovolge la statica e fredda immagine di una Corte alle prese con la politica. In fondo sono ancora molti i visitatori che si aspettano di vedere l’Appartamento dei Nani o si ricordano di averlo visto qualche decade fa. Per la cronaca si tratta della riproduzione in dimensioni ridotte della Scala Santa del Laterano fatta realizzare dal duca Ferdinando Gonzaga in occasione della Pasqua del 1615. Una intercessione religiosa in formato lillipuzziano.

La curiosità sottende quasi sempre un abbraccio infinito fra la nota reale storica e l’aneddoto semi falso nato dentro la storia. Ci vogliono entrambi.

Bibliografia. Nino Giannantoni, Guida del Palazzo Ducale di Mantova, 1929

i nani di mantova

Quando la tela è mobile. La Cacciata dei Bonacolsi e la firma che ancora non ho visto

La prima opera che si incontra al Palazzo Ducale di Mantova è La cacciata dei Bonacolsi, la tela di Domenica Morone datata 1494. Turisti e mantovani sanno che è lì, a presentare l’avvenimento più importante della famiglia Gonzaga. La data del 16 agosto 1328 è lo spartiacque tra due famiglie, due città, due storie. Un prima e un dopo. Ma siete davvero sicuri che la tela è sempre stata nella posizione attuale? In una guida di Mantova del 1929 ce la presenta nel Castello di San Giorgio nella Sala delle Sigle. Tre scene in una: sulla sinistra l’entrata dei Gonzaga, in primo piano la battaglia con i Bonacolsi e in secondo piano la consegna delle chiavi della città a Luigi Gonzaga nuovo Signore. Sulla tela un cortocircuito storico: la scena del 1328 e la città contemporanea al pittore Morone. Sul fondo la facciata della Cattedrale ancora nelle forme veneziane degli architetti Dalle Masegne. Come un fossile rimane ad oggi l’unica testimonianza della chiesa prima dell’intervento di Niccolò Baschiera del 1761.

La tela in origine era stata pensata per ornare una sala del Palazzo di San Sebastiano. La guida del 1929 segnala che “l’ultimo duca, nella sua frettolosa fuga, lasciò in custodia ad un suo parente. Passò poi in mano degli Andreasi, quindi dei Bevilacqua; da questi ai Gobio e ai Forchessati, finché emigrò a Milano nella Galleria Crespi”. Infine acquistata dallo Stato quando la galleria fu venduta.

Piccolo focus. Avvicinatevi alla tela. A sinistra, in basso, sul plinto di un pilastro, trovate la firma del pittore. Dominicus Moronus Veronensis pinxit 1494.

 

Bibliografia. Nino Giannantoni, Guida del Palazzo Ducale di Mantova, 1929. 

Nera Mantova. Criminali, cimiteri e brutta compagnia

Quando si parla di Morte arrivano di conseguenza pessimismo, rituali scaccia guai, amuleti e perché no una manciata di sale grosso (perché quello piccolo si butta dietro le spalle se cade sulla tavola). All’interno della rassegna Alla fine dei conti ho creato una serie di itinerari guidati che ci portano sulle tracce della Morte in città. Vi siete mai chiesti come e sono morti e dove sono sepolti i Gonzaga e perché non hanno un’unica tomba di famiglia? Queste storie, mute come una tomba, le faremo parlare attraverso il linguaggio della pietra. La Mantova del Medioevo e del Rinascimento ha visto condanne, processi, esecuzioni che avvenivano nelle piazze che attraversiamo tutti i giorni. Proprio lì sono state bruciate streghe e assassini. I criminali venivano torturati con una serie di strumenti sulla pubblica piazza come spettacolo collettivo per finire poi in una torre dove di norma erano collocate alcune prigioni che fungevano da fermo temporaneo. La città, soprattutto nel Settecento, era una prigione diffusa. Il Castello, le torri e poi il famigerato Carcere della Mainolda che riporta alla tragica fine dei Martiri di Belfiore. Vi siete mai chiesti come un detenuto passava la sua ultima notte in carcere e chi si prendeva cura di lui? Il boia sarà l’ultima persona che sentirà vicino. Figura professionale che arriverà ad esempio a Norimberga ad essere il cittadino più ricco della città e in cui non erano ammessi sbagli. Il corpo decapitato proseguiva una nuova vita, quella scientifica. Dapprima illegalmente poi per concessione di alcuni Ordini religiosi veniva recuperato dai cimiteri per essere studiato. Solo dall’Ottocento, dopo la rivoluzione sociale portata dai francesi, i cimiteri hanno traslocato fuori dalle mura. Fino al settecento ogni chiesa aveva il suo camposanto. La Vita e la Morte vivevano gli stessi spazi. Mantova ha ospitato con i Gonzaga un’importante collezione di reliquie di Santi custodite in preziosi manufatti artistici. La Basilica di Santa Barbara ne era il contenitore privato. Oggi una parte della collezione si conserva nel Museo Diocesano. L’arte ha il potere di rendere preziosa anche la morte.

2

Reati nella Mantova del Seicento

Dopo la peste e il sacco di Mantova del 1630 la città è scossa da una serie di eventi criminosi ed è in balia di bande criminali. Una di queste il 28 gennaio del 1671 prende d’assolto la Cancelleria Ducale. Il 31 agosto del 1650 una banda di sicari armati di archibugi uccidono il Commissario dei Gonzaga, il capitan Gioan Battista Gozzi. Il 19 febbraio del 1666 viene pescato nel Rio presso San Giacomo il corpo di Angela Scudelata avvolto in un sacco.

La Grida del 22 settembre del 1659 vietava l’uso e il porto d’armi lunghe o corte, archibugi, stiletti, pugnali, pistole tranne la spada per i cavalieri e i gentiluomini. Questa limitazione veniva praticata soprattutto durante le fiere, le feste e il carnevale. Sopra le torri il Podestà faceva posizionare degli uomini di vedetta per avvistare i furfanti. Al suo segnale (tre colpi di campana) partiva l’inseguimento. E con la nebbia?

Bibliografia: Luigi Carnevali, La tortura a Mantova, 1974  

 

Un maiale finito sotto processo

Qui l’ironia si mescola al grottesco e al gotico. I maiali erano dei veri spazzini della città. Si poteva vederli liberi di circolare, vagabondi raccoglitori di tutto. Nel Medioevo, oltre ai processi e alla pena di morte date alle persone, venivano coinvolti anche gli animali. E’ il caso della cosiddetta scrofa di Falaise, un paesino della Normandia. Fu processata perché colpevole di aver ucciso un bambino. Prima il tribunale dove venne giudicata e condannata a morte. Poi, da rito, venne vestita in abiti da uomo, messa alla berlina e trascinata per le strade del paese fino al sobborgo di Guibray dove l’attendeva il patibolo. Il boia fece quello che doveva fare e poi l’appese alla forca di legno. Dalle cronache del tempo sappiamo anche la sua parcella: venti soldi e dieci tornesi.

Furono circa una sessantina i casi simili in Francia tra XIII e XVI secolo. E i giudici se la prendevano anche con altri animali come bruchi e lumache. Le cavallette della regione di Villenauxe invece vengono esortate dal giudice a lasciare la sua diocesi nel giro di sei giorni previa scomunica. Alcune di queste cronache persistono fino al XVIII secolo.

L’uomo e l’animale di fronte alla legge erano uguali e non c’erano discriminazioni. E per il boia, a dire il vero, cambiava poco. Questa è una delle tante curiosità che sentirete nell’itinerario che sto preparando per Halloween nel centro storico di Mantova.

Per info e prenotazioni: 3382168653 – valorizzazione.mantova@gmail.com

Bibliografia: Michel Pastoureau, Medioevo simblico, Editore Laterza, 2018.