Vasari e l’idea del primo hub moderno. Il modello per il Ducale di Mantova

1565. A Firenze è l’anno del matrimonio del figlio Francesco I e Giovanna d’Austria, figlia dell’imperatore Ferdinando I d’Asburgo. È lo stesso anno  della costruzione del corridoio vasariano per volontà di Cosimo I de’ Medici. Tempo di realizzazione 5 mesi. Cosimo era il secondo – e ultimo – duca di Firenze e quattro anni dopo sarebbe diventato il primo granduca di Toscana. Un passo avanti deciso verso la costruzione di uno stato moderno.

Un corridoio per collegare, proteggere, privatizzare. Si trattava di realizzare un percorso sopraelevato per congiungere Palazzo Vecchio, Ponte Vecchio e Palazzo Pitti che dal 1549 era stato acquistato da Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo. Il libero movimento della famiglia è da leggere nell’idea di un “palazzo diffuso” dove le singole parti, di epoche diverse, sono tenute insieme da collegamenti per un totale di oltre 500 metri. Non mancava l’aspetto teatrale e quello religioso lambendo proprio per il Teatro della Baldracca e la Chiesa di Santa Felicita.

IL MODELLO FIORENTINO. L’idea di un polo nevralgico e smart – quello che oggi chiameremmo hub – era venuta a Cosimo cinque anni prima. Era stato ingaggiato Giorgio Vasari per riunire le 13 più importanti magistrature fiorentine – dette Uffici – in un unico edificio posto sotto la tutela e la sorveglianza del Duca. A fianco infatti c’è il Palazzo Vecchio – all’epoca Palazzo Ducale – e dall’altra parte dell’Arno invece la residenza “suburbana” ovvero Palazzo Pitti. Dagli Uffizi al Giardino di Boboli passando per Ponte Vecchio che viene adeguato alla funzione: il celebre e tradizionale mercato delle carni fu trasferito e al suo posto inserite le più consone botteghe degli orafi.

L’APPLICAZIONE MANTOVANA. Un tale modello costruttivo viene ben presto assimilato e usato anche nelle altre corti che hanno simili “problemi” di spazio. Un caso analogo è quello del Palazzo Ducale di Mantova. Tanti edifici diversi, di epoche diversa, con funzioni diverse. L’azione di cucitura viene avviata con il duca Guglielmo Gonzaga che dal 1562 avvia la costruzione della chiesa di Santa Barbara. Tale struttura – la cappella palatina e privata della famiglia – sarà la stella polare dell’intero complesso di 35.000 mq. Dal 1595 con il duca Vincenzo I – il figlio di Guglielmo – il complesso sarà dotato di un ulteriore incremento di corridoi e gallerie coperte ad opere di Antonio Maria Viani, prefetto alle fabbriche ducali. È sorprendente la stessa analogia che prevede la comunicazione tra Corte Vecchia, Magna domus, il Duomo, la chiesa palatina, il castello e la Corte Nuova. Inoltre serviva per facilitare lo spostamento della famiglia. tra di diversi luoghi dello spettacolo. Il duca così si poteva spostare da un teatro all’altro, da quello privato a quello dei comici a quello aulico.

 

Bibliografia: Claudia Burattelli, Spettacoli di corte a Mantova tra Cinque e Seicento, Casa Editrice Le Lettere, 1999 – G. F. Young, I Medici, Salani Editore 2016 

Immagine: Veduta di una parte del corridoio vasariano 

Cavalli, teatri e scuderie. La strana combinazione a Mantova

C’è una strana e curiosa relazione a Mantova tra il teatro e i cavalli. Per prima cosa dobbiamo trasferirci nell’area del Teatro dei Comici e temporalmente siamo 3 anni dopo la nascita di Shakespeare. Nel 1567, sul lato del Cortile della Cavallerizza fronte lago, viene allestito un locale per le rappresentazioni a cui potessero accedere a pagamento anche i cittadini. Attraverso un corridore coperto era collegato alla Rustica. Prende il nome di Scena Pubblica. Non a caso c’è una via vicino al Palazzo che ha questo nome. Secondo Claudia Buttarelli la data è da posticipare al 1596 in quanto nella pianta – datata in questo anno – non compare la legenda con l’indicazione della scena pubblica. A questa data sarebbe da ascrivere all’opera del Viani.

Il teatro comunque era composto da apparati in legno. Nel 1675 viene rifatto adeguandosi ai nuovi principi costruttivi: diversi ordini di palchetti, indipendenti e uno sopra l’altro. Dopo il 1733 sarà chiamato Teatro Vecchio. L’ultimo documento si riferisce al 1791. Cinque anni dopo, in pieno assedio francese, il teatro viene demolito per ricavane il legname. La stessa sorte toccherà alla copertura che il Bibiena aveva realizzato per il Cavallerizza. Il teatro si troverà, e continuerà ad esistere, proprio dietro alle Scuderie Reali che vengono costruite nell’ultimo quarto del Cinquecento per volere di Guglielmo Gonzaga. Oltre alle scuderie che ospitavano quasi cento cavalli, c’erano spazi funzionali come fienili e magazzini. Nel Settecento l’area sarà adibita per il corpo di cavalleria dell’esercito che ospiterà fino a mille tra cavalli e uomini. Nell’Ottocento le Scuderie Nazionali vengono demolite e diventano l’ennesima caserma austriaca in città.

Il famoso Globe Theatre, teatro di Londra nel quale recitò la Compagnia di Shakespeare, venne realizzato nel 1598 ovvero circa trent’anni dopo quello dei comici di Mantova. Dura poco meno di quindici anni perché nel 1613 viene distrutto da un incendio. Triste sorte di molti teatri data la loro natura lignea.

Un’altra curiosa relazione tra teatro e cavalli si trova nel Palazzo d’Arco. Il teatro si trova a sinistra del palazzo nell’area delle scuderie. Internamente sono conservate le colonne di ordine tuscanico e gli abbeveratoi mentre esternamente la precedente destinazione si intuisce da una testa di cavallo in terracotta posta verso il cortile interno. Già nel 1953 lo spazio viene concesso dalla Contessa Giovanna d’Arco all’Accademia Teatrale Francesco Campogalliani. Il teatro venne realizzato a spesa della stessa marchesa è aprì per la prima volta il 14 maggio del 1962.

 

Bibliografia: Scheda tecnica del Museo dei Vigili del Fuoco di Mantova – http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/MN200-00003/ – https://www.teatro-campogalliani.it/about-us/theater/ 

Immagine: Spazio esterno del Teatro del Palazzo d’Arco (fotografia di Lombadia Beni Culturali) 

L’invidia tra cugini, gli Invaghiti e le gallerie di statue antiche

La vicenda del collezionismo in casa Gonzaga può essere ascritta anche a contese e rivalità personali in famiglia. E’ il caso di Cesare Gonzaga che, dopo una carriera militare al soldo di Carlo V, acquista importanza anche a livello politico. Nel 1560 sposa Camilla Borromeo, nipote del Papa Pio IV e sorella di (San) Carlo Borromeo. Nel 1561 fonda nel suo palazzo  mantovano l’Accademia degli Invaghiti. Il palazzo è cambiato e oggi è sede della Accademia Nazionale Virgiliana. La via Accademia ricorda il tutto.

Di ritorno da Roma, con oggetti e reperti, Cesare realizza nel suo palazzo un antiquarium grazie alla consulenza del vescovo Girolamo Garimberto e al mercante di antichità Giovanni Antonio Stampa. La Galleria, così come veniva chiamata, viene inaugurata nel 1565 e visitata l’anno dopo dallo Vasari: “bellissimo antiquario e studio […] pieno di statue e di teste antiche di marmo”. Afferma che i quadri presenti sono rari. Tra questi doveva certamente essere presente la Madonna della Gatta di Giulio Romano eseguita prima di trasferirsi a Mantova. Nel 1571 la collezione verrà visitata anche da Ulisse Androvandi. Negli stessi anni il duca Gugliemo, in risposta alla forte invidia che provava nei confronti del cugino, inaugura nel Palazzo Ducale i suoi interventi. Fa allestire gli spazi di Corte Nuova con le opere antiche acquistate a Roma. Il percorso che passa verticale dalla Sala di Manto alla Sala di Troia è un omaggio a Roma, alle origini mitiche della famiglie e al potere. La Galleria dei Marmi viene realizzata attorno al 1572 raddoppiando la loggia di Giulio Romano. Molto probabilmente, già nel 1579, fa progettare la Galleria della Mostra sotto la guida dell’architetto Facciotto. Aperta, contigua all’altra, affacciata sul cortile e luminosissima. E’ un’opera mai vista.

Così Guglielmo, dieci anni dopo, surclassa il cugino Cesare che nel frattempo ha spostato la sua corte a Guastalla divenendone il signore e adeguando la città al suo raffinato gusto avvalendosi del genio di Francesco da Volterra. Il ramo cadetto di Guastalla proseguì fino al 1678.

 

Bibliografia: Raffaella Morselli, Le collezioni Gonzaga. L’elenco dei beni del 1626-1627, Silvana Editoriale 2000

Immagine: Madonna della gatta 1523 (Museo di Capodimonte, Napoli) 

Il miniaturista di animali che viveva a Palazzo Te

Palazzo Te ospitava un giardiniere incaricato di occuparsi della cura delle piante, della serra e degli spazi verdi. Ma dal 1574, nel periodo del duca Guglielmo Gonzaga, il palazzo ospita anche i fratelli Ghisi, Teodoro e Giorgio. Teodoro ha la mansione di custode, retribuita secondo il registro del 1577, con la cifra di 12 scudi annui. All’interno aveva la sua collezione di stranezze, fossili, e altri reperti. Ulisse Aldrovandi, in visita più volte a Mantova, ne compila un elenco completo e dettagliato. Teodoro Ghisi, nato nel 1536, rimane avvolto dalla cultura di Giulio Romano ma la sua maniera oscilla tra il genere delle grandi e massicce figure solenni illuminate da una luce interna e raffigurazioni di scene con tante piccole figure, dal gusto ricercato e quasi fiammingo per il paesaggio. Dal 1571 è testimoniata la sua attività di miniatore. Negli ultimi anni di vita di Gugliemo partecipa alla decorazione del Castello di Goito insieme ad un equipe di pittori, in cui sono presenti anche Giulio Rubone e Ippolito Andreasi. La sua opera più eclettica è senza dubbio la pala d’altare Symbolum Apostolorum, datata 1588 e oggi conservata alla Alte Galerie di Graz. Il pittore nel 1587 è registrato tra gli stipendiati di Corte presso la corte dell’arciduca (fratello della duchessa Eleonora d’Austria) e guadagna 100 talleri al mese. Il pannello centrale, con una fitta presenza di animali, è una celebrazione della sua attività di miniaturista. Il cielo assume colori e sfumature che aprono al seicento maturo, di matrice olandese, che comincia ad accogliere sempre di più la notte e la luna. Il 9 settembre del 1601 Teodoro Ghisi muore a Mantova presso la contrada del Cigno ” de febre et fluxo in 13 dì de età de anni 63″.

Bibliografia: Manierismo a Mantova, a cura di Sergio Marinelli, Cariverona 1998

Immagine: Symbolum Apostolorum, particolare

Tra sogno e gioco. Giulio Romano direttore dei lavori di San Pietro

Immaginiamo di frantumare i limiti della storia e proviamo a non far morire Giulio Romano nel 1546 ma gli concediamo almeno un’altra decina di anni. Cosa avrebbe fatto? Sarebbe rimasto a Mantova al servizio dei Gonzaga o avrebbe scelto un’altra esperienza, ad esempio di ritornare a Roma? A Mantova ormai lavorava per il cardinale Ercole, soprattutto in ambito religioso, e l’interno della Cattedrale ne è la dimostrazione. Per avere ancora incarichi nella Corte avrebbe dovuto aspettare il 1550, primo anno da Duca di Guglielmo. Magari avrebbe fatto la Chiesa di Santa Barbara (e non Bertani) e si sarebbe occupato di raccordare le maglie sfilacciate del Palazzo Ducale.

Ma certamente la consacrazione assoluta sarebbe arrivata con l’incarico di architetto per la Basilica di San Pietro. Nel 1546 muore l’allora direttore del cantiere Antonio da Sangallo. Chi lo può sostituire? Giulio Romano avrebbe avuto davvero una possibilità di essere scelto? La risposta è sì. I pretendenti erano: il settantenne Michelangelo, Palladio e Vignola (non ancora affermati), Giulio Romano e Jacopo Sansovino (ai vertici nelle rispettive città di lavoro). Michelangelo sembra defilarsi affermando che l’architettura “non era arte sua propria”. Sansovino è alle prese con la ristrutturazione di Piazza San Marco. Ecco che, sognando e giocando con la storia, il pretendente più probabile poteva essere proprio Giulio Romano.

Fine del gioco. La storia la conosciamo e nonostante quella frase sarà Michelangelo a proseguire il cantiere di San Pietro. Ma i “se” permettono di allargare la storia e aprire quelle porte rimaste chiuse nel passato.

Immagine: Basilica di San Pietro, progetto di Michelangelo 

Nella Grotta di Isabella c’era il corno più lungo d’Europa

1571 Mantova. Il duca Gugliemo Gonzaga si appresta ad accogliere Ulisse Aldrovandi, naturalista e creatore della prima forma di museo di curiosità. Non poteva mancare la visita alle raccolte del Palazzo Ducale. Entra con Guglielmo nella riorganizzata Grotta di Isabella d’Este. Il naturalista con grandissimo stupore vede: un corallo di color rosso cupo della grandezza di quattro cubiti, […] un cammeo della grandezza di una spanna nel quale è scolpito l’imperatore Giulio Cesare, due nautili, […] simili a quello del duca di Ferrara, di colore biancastro, con macchie color ruggine trasversali, ma soprattutto analizza con precisione un unicorno della lunghezza di nove palmi e della circonferenza di tre palmi in quella parte dove s’innesta la pelle, […] fatto a spirale, è scanalato e contorto, di colore bianchiccio. 

Il corno di unicorno aveva un fascino incredibile. Ma quanti ne erano in Europa? Nel Cinquecento il professore di botanica Andrea Bacci elencava gli alicorni di Saint-Denis a Parigi, del re di Polonia, del Tesoro di San Marco, del Granduca di Toscana Francesco de’ Medici e del Cardinale di Trento. E poi si celebrava quello dei Gonzaga. Ulisse Aldrovandi lo giudicava il migliore insieme a quello di Sigismondo re di Polonia. Tra i due però era più lungo quello del Duca di Mantova. La competizione tra le Corti si misurava anche in corna, di unicorno. Il naturalista pensava che quello veneziano fosse di animale acquatico e non terrestre. Il narvalo ancora non era stato preso in considerazione. Si guardava un corno e si pensava “unicorno”.

Bibliografia: La Scienza a Corte, Bulzoni Editore, 1979

Immagine tratta da Monstrorum Historia di Ulisse Aldrovandi

unicorni Aldrovandi De quadrupedibus solidipedibus 1639

La breve e incredibile vita di Critonio finita a Mantova

Nella Contrada di San Simone si fronteggiano in amicizia la Chiesa della Vittoria e quella dei Santi Simone e Giuda. Qui c’è la tomba di James Crichton, una tra le giovani menti più incredibili del Cinquecento. E’ una storia mantovana di pugnali, sicari e omicidi.   Continua a leggere “La breve e incredibile vita di Critonio finita a Mantova”