Raffaello, la bottega e gli studenti di oggi

Raffaello impara il mestiere presso il padre Giovanni. La bottega di Urbino è stata la sua stanza dei giochi ingombra di strumenti, voci, persone. Giovani maestri, apprendisti, garzoni. Tutti intenti nelle loro mansioni specifiche. A otto anni vede la bottega danzare con meccanismi studiati e prestabiliti. I ragazzini di dieci anni pestavano il colore e il gesso in un mortaio di porfido rosso, gli altri più grandi mescolavano il gesso con la colla e con un pennello rivestivano le tavole con questo impiastro facendo attenzione che risultasse liscia liscia come la guancia di un neonato. Altri giovani addetti alla doratura sembravano stregoni calando con un pennello di vaio leggerissime lamine d’oro sulla tavola. Quelli più grandi ancora passavano il carbone sulla carta pecora e trasportavano il disegno sulla tavola con la tecnica dello spolvero. Dai tempi di Cennini non era in fondo cambiato molto e Raffaello, se voleva diventare pittore, avrebbe dovuto seguire una serie di passaggi. Come prima studiare da piccino un anno a usare il disegno della tavoletta; poi stare con maestro a bottega, che sapesse lavorare di tutti i membri che appartiene di nostra arte; e stare e incominciare a triare dè colori; e imparare a cuocere delle colle, e triar dè gessi, e pigliare la pratica dell’ingessare le ancone, e rilevarle, e raderle; mettere d’oro; granare bene; per tempo di sei anni. E poi, in praticare a colorire, a ornare di mordenti, far drappi d’oro, usare di lavorare di muro, per altri sei anni. 

Tredici anni in tutto. Il tempo complessivo della scuola di oggi, dalle elementari alle superiori senza contare Università, specializzazioni, master e tirocini. Sempre disegnando, non abbandonando mai né in dì di festa, né in dì di lavorare.

Bibliografia: Antonio Forcellino, Raffaello. Una vita felice, Editori Laterza, 2006 

Immagine: Studio per due angeli

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Tutti i papi di Giulio

Giulio Romano nasce e vive in una Roma che sta avviando un programma di recupero dei monumenti antichi e di consolidamento di quelli moderni. Il 1500 scocca con il Giubileo, potente opera di marketing religioso e finanziario. Nel 1506 Giulio II pone la prima pietra della nuova Basilica di San Pietro, l’architetto è Bramante. Leone X creò il sistema di indulgenze per finanziarne la costruzione. I papi da pastori universali diventano principi, condottieri e politici che in modo machiavellico orchestrano strategie e sistemi clientelari per favorire i propri familiari. Ne è l’esempio Alessandro VI Borgia, il papa con cui nasce Giulio. E’ il periodo in cui il papa indossa anche l’armatura d’argento e combatte in prima linea con le truppe pontificie. E’ il caso di Giulio II detto il Terribile. Sono gli anni soprattutto dei meravigliosi cantieri: le stanze della Segnatura di Raffaello, la Cappella Sistina di Michelangelo e le Logge Vaticane. In totale furono sette i papi che Giulio Romano vide passarsi il testimone, sei in presa diretta e l’ultimo da Mantova. Innocenzo VIII, Alessandro VI, Pio III, Giulio II, Leone X, Adriano VI, Clemente VII, Paolo III. Michelangelo, data la vita più lunga, ha visto passare 13 papi. Raffaello solamente 6. Muore un anno prima di Leone X.

Bibliografia: Eamon Duffy, La grande storia dei papi, Mondadori 2017

Immagine: Papa Alessandro VI (Pinturicchio 1492-1495)

Federico il principe cerca moglie

Nel 1515 Gugliemo del Monferrato e Francesco II Gonzaga stanno discutendo del matrimonio tra i loro rispettivi figli. Tutto era deciso. Maria Paleologo e Federico II si sarebbe sposati. Un matrimonio di interesse, si intende, che portava risonanza ad entrambe le famiglie. Certamente più ai Gonzaga che si portavano in casa la rampolla erede di una delle famiglie più nobili d’Europa. Le nozze, celebrate nel 1517 a Casale, non furono consumate per la giovanissima età delle sposa non ancora decenne. Qualche anno più tardi tutto sembra pronto ma nel frattempo i Paleologo hanno affrontato la guerra e sono andati in corso a ingenti spese. E di mezzo c’è Bonifacio che ha raggiunto l’età per governare il Monferrato. I tentennamenti e il prender tempo di Federico fanno prender parte alle trame anche Isabella d’Este che ottiene dal Papa Clemente VII l’annullamento del matrimonio. Nel 1530 altra pretendente per il neo scapolo Federico. Questa volta è Carlo V che, venuto per un mese a Mantova a concedere il titolo di duca a Federico, trova il tempo anche di proporgli sua nipote Giulia d’Aragona che le cronache non descrivono come un raggio di sole. Tutto procede fino al colpo di scena. Nello stesso anno muore Bonifacio e Maria ritorna in gioco come unica erede del Monferrato. Le nozze a Casale ritornano ad essere un tema caldo. Ma altro colpo di scena. Maria muore il 15 settembre. Il matrimonio vira sulla terzogenita ovvero Margherita e viene celebrato il 3 ottobre del 1531.

Il celebre dipinto ad olio di Tiziano ritrae Federico nel 1529. Ancora scapolo, alle spalle un matrimonio annullato e almeno due potenziali davanti. Quello che non viene detto è che in questa data, e almeno da 13 anni, continuava la relazione con Isabella Boschetti, già sposata con Francesco Gonzaga da Calvisano. Sarebbe stata un’unione impossibile.

Immagine: Federico II, ritratto di Tiziano 1529 (Prado)

Vasari, l’umanista Paride e il Palazzo del Diavolo

La cultura figurativa tra il 1490 e il 1520 segna le basi stilistiche che Giulio Romano trova al momento del suo arrivo a Mantova. La ricercatezza dei temi, la simbologia, la sensibilità e un sapere colto si trovano proprio da quando Isabella d’Este è diventata marchesa. Due dei maggiori umanisti, Mario Equicola e Paride da Ceresara, studiano per lei l’iconografia che gli artisti dovranno eseguire. In fondo tutto deve coincidere col suo gusto e i messaggi virtuosi. Paride, discendente da una nobile famiglia, è di professione poeta ma si trova ad elaborare i temi mitologici, allegorici e celebrativi di Isabella. Studiò inoltre i testi classici, l’astrologia, la cabala e i talmud ebraici. Nel 1532 a Mantova ricoprì la carica di Podestà ed abitò presso il cosiddetto Palazzo del Diavolo. Ogni città ne ha uno. La leggenda è spesso la medesima e vede l’intervento diabolico per realizzare il palazzo nel giro di una sola notte. L’edificio sorgeva dove oggi si trova la Fondazione della Banca Agricola Mantovana in corso Vittorio Emanuele. Nel 1520 Paride incarica il pittore Pordenone di affrescare la sua dimora dopo un rifiuto del Romanino. Così doveva apparire a Vasari in visita a Mantova: “fra l’altre belle invenzioni che sono in quest’opera, è molto lodevole, a sommo sotto la cornice, un fregio di lettere antiche alte un braccio e mezzo; fra le quali è un numero di fanciulli che passano fra esse in varie attitudini, e tutti bellissimi”.

Bibliografia: Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi 1987

Immagine: cartolina di Corso Vittorio Emanuele

Il Palazzo Italiano di Landshut. Giulio Romano parla tedesco

Mantova, Pasqua del 1536. Ludovico X, duca di Baviera, trascorre le festività dai Gonzaga, ospite di Federico II. Da poco poteva dirsi concluso il Palazzo Te ed era appena cominciato il cantiere dell’Appartamento di Troia. Ludovico ammira le meraviglie di Giulio Romano e Federico ovviamente lo conduce tronfio. Dirà così della villa sull’isola: “credo che in nessun luogo esista un palazzo come questo, con stanze, appartamenti e dipinti stupendi”. Ludovico se ne ritorna in Baviera con in testa un’idea: costruire il primo palazzo rinascimentale italiano in Germania. Il sogno si concretizza nella cittadina di Landshut. Nel 1534 invia il il pittore olandese Herman Posthumus a studiare da Giulio Romano, “depentore di rara, et eximia excellentia”. Così, con forme giuliesche, si costruisce il cosiddetto “Palazzo Italiano”: forme italiane mescolate a quelle tedesche. Il nuovo edificio si sarebbe unito al Palazzo Tedesco. Ludovico non bada a spese e convoca maestranze lombarde, soprattutto mantovane. Una squadra di venti operai per circa nove mesi all’anno e pagati di più rispetto ai colleghi tedeschi. Il cantiere prende avvio nel 1536 e si conclude nel 1543. Si notano gli elementi stilistici e le soluzioni realizzate a Mantova unite a quelle romane di Bramante e Raffaello. La disposizione delle stanze segue l’andamento di Palazzo Te e di Marmirolo. Strabilianti i rimandi alla Sala di Troia e alla Loggia dei Mesi. Il bugnato hanno tutta l’impronta di Giulio. L’artista superava così i confini nazionali e parlava anche tedesco.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989

Immagine: Interno del Palazzo Italiano, Landshut

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Palazzo Thiene e la domanda da chiedere. Palladio o Giulio?

Si tratta di una delle ultime opere di Giulio Romano o uno dei primi capolavori di Andrea Palladio? Probabilmente la verità sta nel mezzo. Gli studiosi sono quasi tutti concordi nel ritenere il palazzo progettato da Giulio e realizzato dal Palladio il quale mantiene molte forme giuliesche. I Thiene, committenti del palazzo, sono una delle famiglie più nobili di Vicenza e desiderosi di farsi notare e di poter accogliere gli ospiti in un edificio prestigioso. In effetti aveva le dimensioni di almeno un palazzo ducale occupando con i suoi 54 x 62 metri un intero isolato al centro della città. 3348 metri quadrati conservati dietro una facciata che si misura con Palazzo Te, Palazzo Strozzi e Palazzo Farnese. Non male per una famiglia soggetta a Venezia. Grandioso, autocelebrativo, decorato. Così avrebbe dominato la scenografia dell’infilata della strada Maggiore. Palladio viene coinvolto sin dall’inizio nella costruzione e si assume la paternità nei Quattro Libri. L’edificio, già quattrocentesco, aveva bisogno di un restyling. Chi meglio di Giulio Romano poteva intervenire? Sono note le conoscenze e le collaborazioni tra la famiglia Thiene e Giulio, la data in cui il Consiglio decide di chiamarlo in città (30 novembre 1542) e il mandato di pagamento di 50 scudi per il viaggio a Vicenza con un soggiorno di 15 giorni. Siamo nel gennaio del 1543. Il progetto d’insieme è giuliesco. Il bugnato al pianterreno, le finestre della sua casa romana, le sale disposte lungo un cortile centrale, l’entrata con quattro colonne a fusto rustico. Molto ricordava Palazzo Te. Il progetto non viene terminato da Palladio perché il figlio di Marcantonio, il committente, sposa una donna di Ferrara, diventa marchese di Scandiano e abbandona Vicenza e il palazzo di famiglia.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989 

Immagine: cortile interno di Palazzo Thiene

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Progetto del Palazzo Thiene, Quattro Libri, Palladio

Quando Giulio apriva la finestra e vedeva i fori imperiali

Giulio Romano era il continuatore di una nuova arte romana evoluta da Raffaello, Michelangelo e Bramante. Tuttavia non sarà banale ribadire che Giulio, a differenza degli altri, è nato a Roma abbeverandosi direttamente alla fonte classica. La sua casa natale, presso la via Macel de’ Corvi, si trovava all’interno del Rione Monti. La bellezza antica era talmente densa da avere dalla sua finestra di casa questo spettacolo: Foro di Augusto, di Cesare, di Nerva, di Traiano, le terme di Traiano e di Tito, la Domus Aurea e i mercati traianei. Dentro nei suoi occhi, da sempre, i modelli antichi che dialogavano con i nuovi edifici moderni. La via dove abitava Giulio Romano era adiacente alla piazza omonima costituita da piccole abitazioni popolari di origine medievale. Qui ha abitato per trentanni anche Michelangelo. La piazza fu demolita nel 1902. La casa di Giulio, dapprima di modeste condizioni, fu da lui stesso restaurata inserendo, come riporta Vasari, “un bel principio di finestre; il quale, per poca cosa che sia, è molto grazioso”. Al piano terra una profusione di mattoni a bugnato. Timpani e archi sempre a bugne. Purtroppo la casa non esiste più e l’aspetto è noto solo attraverso alcuni disegni. Elementi che trasferirà a Mantova e nella sua ultima casa nella contrada dell’Unicorno.

Bibliografia: Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi 1987

Immagine: Piazza Macel de’ Corvi 1752

La Palazzina della Paleologa. Una scatola meravigliosa

Casale Monferrato, 3 ottobre 1531. Avviene il matrimonio tra Federico II e Margherita Paleologa. Nel frattempo Giulio Romano è alle prese con il cantiere della Palazzina per la sposa da costruire a ridosso del Castello di San Giorgio. Di forma rettangolare, l’edificio è una piccola scatola annessa alla Corte ma di fatto si tratta di una villa che si regala un belvedere sui laghi. Il passaggio con il castello avviene dal piano nobile attraverso la Grotta di Isabella, ormai trasferitasi in Corte Vecchia. Un passaggio coperto sul fossato porta direttamente nell’anticamera. Attorno una serie di piccole stanze: il camerino delle Stagioni (uno sfondato prospettico con coppie di colonne e pergolato), il camerino degli Armadi (con decorazioni di putti e imprese della famiglia Gonzaga), la Cappella della Resurrezione, la camera delle Grottesche e la Loggia. Margherita dormiva nella Camera detta del Poggio. Come non vedere un netto richiamo alle Logge Vaticane eseguite con Raffaello. La Palazzina viene abbattuta nel 1899 per ripristinare, così il pensiero dell’epoca, l’immagine medievale del Castello. Proprio lì, nel secondo torrione guardando frontalmente il Castello dal ponte, c’è un vuoto che ricorda la piccola villa di Margherita. La indica anche il dito di San Francesco nel dipinto di Francesco Borgani. Una scatola meravigliosa.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989

Immagine: Particolare del dipinto di Francesco Borgani, San Francesco supplica la Madonna (1612?)

Tombe viaggianti nella Mantova di fine Settecento

Le tombe a Mantova hanno avuto tragitti inaspettati che hanno trasportato corpi, storie e devozioni. Da una chiesa all’altra o da una città all’altra. Curioso come quasi sempre ci sia una relazione con Giulio Romano. Emblematico il caso di Matilde di Canossa. Morta nel 1115, probabilmente di gotta, viene seppellita nella Chiesa di San Benedetto nello spazio tra il transetto e la sagrestia. Il suo corpo non c’è più perché nel 1632 per volere di Papa Urbano VIII viene prima trasferita in Castel Sant’Angelo e poi nel 1645 nella Basilica di San Pietro. La sua tomba è stata realizzata dal Bernini.

Gli altri personaggi raccontano di una corsa al collocamento nelle chiese più importanti. Duomo o Sant’Andrea. Alla fine del Settecento alcune chiese di Mantova vengono soppresse o abbattute. Per salvare il prezioso contenuto di opere, pale d’altare e sepolture si decide di trasportare il tutto in altre chiese. Una frammentazione di devozione e tombe di famiglia. E’ il caso di Sant’Andrea che accoglie i monumenti Strozzi (dalla Chiesa di San Domenico), Andreasi (dal Monastero del Carmine), Cantelmi (dal Monastero dalla presentazione di Maria al Tempio). Questi tre monumenti sono stati realizzati da Giulio Romano. Il Duomo, dopo una serie di proposte e alternative, accoglie invece il corpo della Beata Osanna Andreasi che dal 1505 era sepolto nella Chiesa di San Domenico. 

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989

Immagine: Tomba di Matilde di Canossa (Basilica di San Pietro)

 

Il Palazzo delle cento stanze. Marmirolo quasi come il Ducale

La residenza di Marmirolo era la seconda preferita dei Gonzaga, ovviamente dopo Palazzo Ducale. Le attenzioni della famiglia verso questa località si riscontrano già nel Quattrocento quando il primo marchese Gianfrancesco costruisce il Palazzo Vecchio. SI trattava di un edifico a pianta rettangolare, molto allungato e sviluppato in altezza. Merlato, turrito e sul fianco del canale Re dei fossi. Perpendicolare a questo Federico II fa costruire il Palazzo Nuovo. Ampio cortile, porticato sui quattro lati e un ponte che univa alla struttura più antico passando il fossato. E’ qui che Giulio Romano si trova a lavorare nei primi mesi dal suo arrivo. Tra il vecchio e il nuovo si possono leggere una serie di camere dai nomi che evocano decorazioni meravigliose. In totale le stanze erano 100. Nel Palazzo Nuovo: camera della colombara, camerino dell’uccelliera, camerino delle teste, camera dei corami, camera della vigna, camerino della fontana, camerino del zardinetto, camera della pontesella. Nel Palazzo Vecchio: camera dello struzzo, de Santo Antonio dove stano li falchoneri, dell’aquila bianca, due camere francesi, del cavallo, dei mirti, del grifone, del crogiolo, delle colonne, del lupo, dei cani, della volpe, degli uccelli, della cisterna, della torre, sala dei barbari, camerino dei falconi, delle armi, camerino delle ali, delle tortore, della museruola, del troncone, della ruota, del cane, della cerva, del sole. Lo splendore non finisce qui. Era stato fatto preparare l’appartamento di Margherita Paleologa moglie di Federico. Ecco allora una camera ditta la Marchesa, una dei melograni, due della cicogna, da le man in fede, camarino di Rodi, de la maiolicha, del mapamundj. La lunga descrizione sembra l’ordito che ricama un tappeto orientale.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore 1979 

Immagini: Impresa del guanto (su ceramica)

Oggi nulla è rimasto del Palazzo di Marmirolo. Solo documenti, una lunga serie di nomi e immagini del catasto teresiano.