Una storia d’amore fuori e dentro il Ghetto di Mantova

La mostra di Chagall non solo ha riportato una grande mostra in centro storico ma ha di fatto contribuito alla riscoperta della cultura ebraica mantovana. Il Ghetto, a due passi, ha contestualizzato, sottolineato, accompagnato. Uno stargate per un piccolo mondo fatto di silenzi e dettagli. Non tutto però finisce. La mostra lascia una grande eredità ovvero riscoprire con curiosità il quartiere ebraico e andare a caccia di storie. Ve ne racconto una perché in fondo tra poco è San Valentino. Vi siete mai chiesti come poteva essere anche crudele l’amore al tempo del Ghetto? Se Cupido ammaliava un cristiano e un ebreo cosa succedeva? Questo è capitato a Grazia de’ Rossi, mantovana di una famiglia di banchieri, è stata sospesa tra due mondi e soprattutto tra due uomini. Pirro Gonzaga, nobile cristiano di cui si era innamorata, e Jehuda del Fisigo, potente ebreo medico del Papa e consigliere del Re di Francia. Un dilemma che assomiglia ai portoni del Ghetto, un al di qua e un al di là. In questo caso non vince il cuore ma tutto il resto. Grazia però, sposando Jehuda, salpa su un viaggio mirabolante: segretaria privata di Isabella d’Este, lavora con Aldo Manuzio a Venezia, conosce Andrea Mantegna e visita Roma e Firenze. Per sapere di più vi invito a leggere Il Libro segreto di Grazia de’ Rossi (Longanesi, 1997) di Jacqueline Park. Fino a questo punto la storia si è intrecciata e sovrapposta alla fantasia. Il libro di Jacqueline Park prende le mosse da un documento autentico: uno scambio di due lettere tra la giovane ebrea invia a Isabella d’Este. Basta togliere alcuni personaggi ed emerge la figura di Pazienza Pontremola alias Grazia de’ Rossi. Il suo dilemma non riguardava due uomini ma se rimanere fedele ai crismi religiosi e culturali ebraici o se dare retta ai sentimenti verso un cristiano innamorato di lei. Il suo cuore era sospeso tra la Corte e la Sinagoga. La Marchesa suggerisce a Pazienza di sposare l’uomo cristiano: “et finalmente di far beato il povero Marco Antonio, il quale già tanti anni fervidamente vi ama, et per voi ha sostenuto longamente tante fatiche che tante ne sostenne Ercole ne’ suoi tempi”. Così termina invece la risposta di Pazienza: “Iddio m’ispiri a far cosa che il sia di honore et di gloria, et voi fra tante che il Spirito mi riveli ciò che ho da fare pregate per me et fare il simile alla purissima et innocentissima Grataphilea di V. Eccelentia alla quale riverentemente baso le belle et liberali mani. Addì XXIII d’Ottobre”. La storia di Grazia ci consegna un messaggio datato più di cinquecento anni ma custodisce tutta la forza e il coraggio di una donna che per Amore è disposta a mettere in gioco tutto perfino il suo credo.

Fotografia di “Istituto Mantovano di Storia Contemporanea”

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Kabbalah ovvero il Ghetto in numeri

Si sa che il Ghetto è un termine veneziano. In origine però gli spazi della città in cui viveva una netta prevalenza di ebrei erano chiamati Contrade degli Ebrei o Giudecche. Dopo il 1516 tutti si chiamano Ghetto. Troppo facile concentrare così l’evoluzione di uno spazio veneziano che ha attraversato varie fasi: al Ghetto Nuovo del 1516 viene aggiunto nel 1541 quello Vecchio e nel 1633 quello Novissimo. Nel 1790, data dell’ultimo censimento di Venezia, gli abitanti ebrei risultano 1.517: 189 bambini, 744 donne, 457 maschi adulti e 97 con più di settantanni. Si è passati dalle 199 unità abitative del 1582 alle 1.661 con un forte incremento di monolocali. Il Ghetto, complessivamente, rendeva alla Serenissima un ammontare di 250.000 ducati. Ogni anno. Lascio a voi il conteggio per i 282 anni di Ghetto.

A Mantova i numeri sono più bassi. Si parla di circa 2.000-2.500 abitanti che progressivamente scende soprattutto dopo l’annus horribilis del 1630. La crisi colpisce anche il Ghetto che si avvia verso il degrado. Due i fatti più gravi che suonano come una catastrofe. Il 31 maggio del 1776, in occasione delle feste per un matrimonio nell’ultimo piano, crolla l’intero palazzo seppellendo 65 persone. Il 9 marzo 1878 crolla un intero caseggiato a causa di un incendio di carta in vicolo dell’Olio.

Il 21 gennaio 1798 i portoni del Ghetto vengono scardinati, demoliti, bruciati. I Francesi subentrano agli austriaci che avevano comunque mantenuto il Ghetto in una condizione di tranquillità. I portoni vengono portati nella piazzetta dell’Aglio e il grande falò rappresenta la fine della “segregazione”. Così cambia il nome in piazza Concordia.

Bibliografia: Francesco Jori, 1516 Il Primo Ghetto, 2016 – Emanuele Colorni, Mauro Patuzzi, C’era una volta il Ghetto, 2018

 

Un banchetto nel Ghetto di Mantova. Una Babele in cucina

La cucina ebraica nel Rinascimento era un intreccio di culture e sapori diverse che trovavano una nuova forma all’interno del Ghetto. I sapori del mondo spagnolo, tedesco, levantino e mediorientale trovavano una nuova combinazione di ingredienti che ancora oggi fondano i piatti cosiddetti “della tradizione”. Certamente le regole della Kashrut imponevano alcuni divieti: non mangiare la carne di “animali immondi” (cavallo, maiale, tonno, anguilla, trota), non cucinare la carne con il latte né consumare carne e derivati del latte insieme. La carne, così come il vino, dovevano essere kasher ovvero trattati in modo chirurgico e asettico perché non doveva contenere sangue. Queste regole, sia chiaro, sono alla base anche dell’attuale kashrut.

Ve ne dico solo alcuni: le sarde il saor, il carciofo alla giudea, la coratella, il brodetto. A Mantova pare erano molto apprezzati dagli ebrei ashkenaziti (tedeschi) i maccheroni bolliti e serviti in brodo d’oca. Ce lo racconta Merlin Cocai.

Ci è giunto anche il menù di un ricco banchetto mantovano in occasione della festa ebraica Purim del 1619. Tra i servizi di cucina sono presenti cassate (ovvero torte salate), latteruoli (pasticci di carne), pesce fritto in guazzetto, brodetto di pesce, agnello al forno, cappone arrosto, tacchino al limone, gallina con agliata e salsa di noci, mammella lessa all’agresto. Tra i servizi di credenza tortelli (quale il ripieno?) caliscioni, gnoccata, pignoccata, spongata (tipico anche dell’Emilia, una delizia!) cotognata, salsiccioni d’oca, lingua salmistrata, marzapane, confetti, riso con zibibbo e mandorle, bianco mangiare.

Trovate qualche analogia con i piatti di oggi? Una vera Babele che trovava accordi e giuste misure anche nella cucina. Trovate un ristorante ebraico e provate!

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, 2015

Il Ghetto di Mantova. Dentro un’altra città

Non è un articolo sulla storia del Ghetto, impossibile in un numero di righe così limitato come quelle a cui sto pensando. E’ un invito a camminarci, entrare, sostare, rallentare il passo e trovare nuove visioni della propria città. Non chiedete permesso, entrate da dove volete meglio se dai punti in cui erano presenti i pesanti e alti portoni in legno che avevano il compito di separare. A fianco della Rotonda di San Lorenzo ne era presente uno che, addossato alle case che coprivano la Chiesa, venne tolto come gli altri nel 1789.

Il Ghetto è un mondo di sussurri, ricordi e vicoli che solo in parte hanno mantenuto il nome e la forma originarie. Il più autentico è Vicolo Norsa ovvero Regresso perché giunti lì si poteva fare un’unica mossa. Tornare indietro. Lo spazio, ristretto tra le attuali via Calvi, via Giustiziati, via Spagnoli, via Bertani e fino a via Pomponazzo ha accolto fino a 2.000 persone nel periodo di massima espansione. Non solo i condomini alti 4 e 5 piani, spesso con le gli ultimi piani in legno. I cortili, i revolti, le cantine, le vie strette. Le corticelle ovvero dei tunnel che portavano da una via all’altra in uno spazio buio e silenzioso. Tra una casa e l’altra si collocavano le sinagoghe, ben 6 oltre alle 3 chiese cristiane già presenti. Nessuna è rimasta. L’ultima, la Scuola Grande, ha resistito fino al 1940. Quella Norsa Torrazzo è stata spostata in via Govi e oggi è visibile ancora nel suo aspetto originario. La Casa del Rabbino vi mostra l’autentica ampiezza di via Bertani o meglio Via Tubo come era chiamata all’epoca, principale del Ghetto. Le vie avevano nomi precisi che oggi sono sfumati nella contemporaneità: via Spagnoli di oggi era la vera via degli Orefici ebrei, da non confondere con quella attuale che invece era per gli Orefici cristiani. Proprio lì dove inizia all’epoca c’era un portone che chiudeva l’area ebraica. Piazza Concordia di oggi era Piazzetta dell’aglio e non è difficile immaginare il perché. Anche la vicina Rotonda è un fossile dove si possono leggere a fatica i resti delle case che la ricoprivano. Se leggete una guida dell’Ottocento la ex Chiesa non viene nemmeno menzionata perché dicono distrutta. Fu riscoperta invece nel 1908 quando si ultima di demolire il Ghetto.

Solo un piccolo assaggio che non tiene conto dei mestieri, le professioni, i profumi, le botteghe, le atmosfere, i personaggi, i nomi e i passi che si spostavano da una via all’altra.

Per approfondire vi suggerisco i percorsi che ho ideato con l’Agenzia Norsa Viaggi in occasione della mostra di Chagall. Quale migliore occasione per leggere l’artista di origini ebraiche in relazione alla cultura mantovana.

 

Chagall a Mantova. Tra il Ghetto e i tesori dei Gonzaga

La mostra di Chagall allestita presso il Palazzo della Ragione è l’occasione per riflettere su due temi: la comunità ebraica mantovana e la città come attrattore di artisti. Vi presento le due proposte ideate e promosse insieme all’agenzia Norsa Viaggi.

CHAGALL E LA MANTOVA EBRAICA. Il Ghetto, istituito proprio nell’area dietro e attorno al Palazzo della Ragione, è un viaggio tra ricordi, dettagli e tradizioni perdute. La forma e i nomi degli antichi vicoli si sono persi ma rimane il fascino nostalgico di una parte di Mantova dove ogni tanto è bello portare i proprio passi. Visitare la Sinagoga Norsa Torrazzo, ricostruita in via Govi. è come fare un salto nel tempo. Gli affreschi all’interno del Palazzo della Ragione riportano al Medioevo dei Tribunali, delle sentenze e alla firma misteriosa dell’artista parmense Grixopolo.

I SOGNI DI CHAGALL E I TESORI DEI GONZAGA. Mantova da sempre ha affascinato gli artisti e la Corte della famiglia Gonzaga ha attirato i più grandi geni dal Medioevo all’Ottocento, basti solamente citare Alberti, Mantegna, Rubens, Tasso e Monteverdi. Chagall, nella città contemporanea, si inserisce in questa continuità e consegna alla città la sua arte onirica. Nella città più onirica. Provate a pensare al periodo delle nebbie, lo skyline che appare come una magia improvvisa. La visita del Museo Francesco Gonzaga ci porta nel mondo delle meraviglie collezionate dalla famiglia, autentici tesori e capolavori che trovano con Chagall un dialogo fatto di meraviglia.

Per info e prenotare la vostra visita: 3382168653 Simone Rega

Proposte di visita alla Mostra di Chagall e alla città di Mantova

Via dei Giustiziati e le tracce della Mantova Criminale

Quanto è bello camminare nelle città e leggere i nomi delle vie con i loro font originali, la loro vecchia denominazione e immaginarsi una storia. Mantova ne conserva ancora tante e in alcuni casi si leggono addirittura le contradeContinua a leggere “Via dei Giustiziati e le tracce della Mantova Criminale”

Le botteghe storiche di Mantova. Instagram, clic e aneddoti

Festività vuol dire tempo di regali e di acquisti. Ma significa anche passeggiare in un centro storico addobbato con luci ed installazioni floreali. Si possono fare entrambe le cose con più calma e scoprire le botteghe storiche. Ecco una passeggiata virtuale per le vie di Mantova davanti alle vetrine per guardarle meglio e leggere i segni più caratteristici. Per chi non c’è stato ecco una piccola guidaContinua a leggere “Le botteghe storiche di Mantova. Instagram, clic e aneddoti”

Uno dei toponimi più antichi di Mantova

Dallo studio delle fonti si può avanzare l’ipotesi che via Massari è forse il toponimo più antico ancora in uso nel centro storico di Mantova. Cosa c’entra con la Befana? Niente. O meglio tutto. Le “cose vecchie” a volte è meglio conservarle. Dicevamo… via Massari. Continua a leggere “Uno dei toponimi più antichi di Mantova”

Vecchi mestieri nella Mantova di una volta

Le vere botteghe storiche oggi stanno quasi scomparendo. Alcune rimangono per volontà, altre per tradizione. Regione Lombardia promuove bandi e premialità per tutelare questo bene prezioso. Piccolo tour nella Mantova del secolo scorso.  Continua a leggere “Vecchi mestieri nella Mantova di una volta”

La carrozza e il contachilometri del Rinascimento

Oggi i taxi, ieri le carrozze. Per spostarsi in città serve un mezzo agile, veloce, smart. Anche nel Rinascimento si sentiva la stessa necessità. L’invenzione è di un ebreo mantovano, Abramo Colorni. Proprio a Ferrara, luogo già all’epoca a misura d’uomo. Continua a leggere “La carrozza e il contachilometri del Rinascimento”