Calorie e stravaganze al banchetto di Alfonso d’Este

Ferrara, 24 gennaio 1529. Nel Castello di San Michele, edificato da Bartolino Plotino, fervono i preparativi per un grande banchetto. Si festeggia il ritorno dalla Francia di Ercole II d’Este e della sua nuova sposa Renata di Valois. Il duca Alfonso d’Este si è affidata allo scalco Messisbugo. La sala grande si presenta addobbata con grandi tende ricamate e per accogliere gli ospiti si svolgerà una commedia di Ariosto. Le trombe suonano. Comincia il banchetto. 104 ospiti prendono posto in una tavola unica lunga 40 metri, sulla quale troneggiano 25 sculture di zucchero alte più di mezzo metro. Ovviamente raffigurano Ercole. Nome nomen. Al soffitto sono appesi 48 candelabri. Ogni ospite ha a disposizione un coltello, una salvietta profumata, un panino al latte, una ciambella dolce, pistacchi sbucciati, sevonea (miele, zucchero e acqua aromatizzata) e una saliera da condividere. Più di cento piatti, di carne e di pesce, usciranno dalle cucine e sfileranno, senza un ordine di gusto odierno, come seducenti corpi. Messisbugo crea un menù che fa coniuga sapori italiani, tedeschi, spagnoli e francesi. Contenti tutti e dimostrazione di grande attenzione. Il ritmo dei servizi viene spezzato da brevi esibizioni musicali. Alla fine il duca consegna i doni agli invitati. Ora si possono aprire le danze. In conclusione, per rafforzare quanto già ingurgitato, una colazione – chiamata così perché a base di zucchero. Zucca, lattuga, frutta fresca e zuccherata. Il menù era senza paragoni per l’epoca. Ogni ospite avrebbe assunto circa 30.000 calorie.

Bibliografia: Focus, n.152 giugno 2019

Immagine: Nastagio degli Onesti, Botticelli (Prado, 1483)

 

 

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La Palazzina della Paleologa. Una scatola meravigliosa

Casale Monferrato, 3 ottobre 1531. Avviene il matrimonio tra Federico II e Margherita Paleologa. Nel frattempo Giulio Romano è alle prese con il cantiere della Palazzina per la sposa da costruire a ridosso del Castello di San Giorgio. Di forma rettangolare, l’edificio è una piccola scatola annessa alla Corte ma di fatto si tratta di una villa che si regala un belvedere sui laghi. Il passaggio con il castello avviene dal piano nobile attraverso la Grotta di Isabella, ormai trasferitasi in Corte Vecchia. Un passaggio coperto sul fossato porta direttamente nell’anticamera. Attorno una serie di piccole stanze: il camerino delle Stagioni (uno sfondato prospettico con coppie di colonne e pergolato), il camerino degli Armadi (con decorazioni di putti e imprese della famiglia Gonzaga), la Cappella della Resurrezione, la camera delle Grottesche e la Loggia. Margherita dormiva nella Camera detta del Poggio. Come non vedere un netto richiamo alle Logge Vaticane eseguite con Raffaello. La Palazzina viene abbattuta nel 1899 per ripristinare, così il pensiero dell’epoca, l’immagine medievale del Castello. Proprio lì, nel secondo torrione guardando frontalmente il Castello dal ponte, c’è un vuoto che ricorda la piccola villa di Margherita. La indica anche il dito di San Francesco nel dipinto di Francesco Borgani. Una scatola meravigliosa.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989

Immagine: Particolare del dipinto di Francesco Borgani, San Francesco supplica la Madonna (1612?)

Numeri, sale e sorprese. Quattro residenze dei Gonzaga nel 1540

1539 Mantova. Muore Isabella d’Este. Un anno dopo la segue anche il figlio Federico II. L’inventario del 1540-42 stilato dal notaio di Corte Odoardo Stivini, oltre a fare il resoconto degli oggetti conservati negli spazi di Isabella, fa la conta delle sale presenti nelle maggiori residenze dei Gonzaga. L’approssimazione è per difetto. Al primo posto il Palazzo Ducale con 135, segue a sorpresa il Palazzo di Marmirolo con 100 mentre Palazzo Te e Corte Spinosa ne hanno rispettivamente 22 e 20. Si registrano alcune riflessioni. Il totale delle sale a quel tempo su quattro residenze è di 277. Quasi la metà delle stanze odierne solo di Palazzo Ducale. Nel 1540 era appena terminato il cantiere di Giulio Romano nell’appartamento di Troia che consegna al Castello nuove sale a funzione celebrativa. La residenza di Marmirolo era la seconda preferenza dei Gonzaga che, a buon diritto, può essere definita un prolungamento suburbano e bucolico della Corte.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989. 

Immagine: Pianta del Palazzo Ducale, 1870

Una colubrina di nome Regina

A Ferrara, nei pressi del Castello, è visibile una copia di un’arma da fuoco utilizzata nel Cinquecento. Si tratta di una colubrina a cui le è stato dato il nome Regina. Fu chiamata così per la sua potenza di tiro in grado di arrivare oltre 4 km. Il suo costruttore è l’artigiano Annibale Borgognoni conosciuto come bombardiero di Trento. Annibale venne invitato a Ferrara nel 1554 dal cardinale Ippolito d’Este. L’artigiano per poco non ci lascia la vita nel momento del debutto dell’arma. Volendo dimostrare la brillantezza dello strumento perfino nel suo interno mise la testa nella canna dimenticandosi che era carica… Le cronache del tempo la descrivono come brillante e lucida più di uno specchio. La parte terminale venne abbellita da un diadema che serviva come mirino. Una vera Regina. Sul retro una figura umana che sembra sbucare per prelevare le munizioni e ricaricare il cannone. Avrebbe di sicuro attirato le attenzioni di Leonardo che già si era prodigato in studi, riflessioni e progetti anche per armi da fuoco come la spingarda.

Spingarda_a_cavalletto

Bibliografia: Ferrara una guida, Incentro, 2018

Immagine: Spingarda a cavalletto, Leonardo da Vinci

Bartolino uno di famiglia

Ferrara, 30 gennaio 1376. Nicolò d’Este dona a Bartolino Ploti una casa con corte e giardino situata nella contrada di San Gregorio e un’altra in quella di Sant’Agnese. Nicolò lo cita come “inzignerio et familiario”. Lo stesso rapporto così intimo si è instaurato con Francesco I Gonzaga durante la costruzione del Castello di San Giorgio. Alberto d’Este gli concederà la cittadinanza, diritti e onorificenze.

Oltre che architetto Bartolino era anche un uomo politico impiegato in missioni diplomatiche. Nel 1395 è a Lugo con il cancelliere ducale Nicolino Bonaccioli e nel mese di marzo viene fatto prigioniero. Sarà rilasciato solamente nei primi mesi del 1396. Nel gennaio del 1401 a Mantova è in veste di intermediario tra Francesco I Gonzaga e Nicolò III per un affare che riguardava i dazi di confine.

Con Bartolino si era in mani sicure. Architettura, affari e difesa militare.

 

Fotografia: Casa di via del Turco (fonte Wikipedia)

Bibliografia: Il Castello, Corbo Editore Ferrara, 1985

 

Un architetto per tre famiglie

Si conosce poco di Bartolino Ploti da Novara, architetto e ingegnere che in tre decenni lavora per tre famiglie: Este, Gonzaga e Visconti. Un vero record e una grande capacità di adattamento a contesti e necessità diverse. Non sappiamo la data di nascita né di morte, avvenuta entro il 1410.

Il 29 settembre del 1385 inizia il cantiere del Castello di Ferrara, nel 1395 inizia quello del Castello di San Giorgio di Mantova e nel 1400 è invitato da Gian Galeazzo Visconti per esprimere insieme a Bernardo da Venezia un parere sulla costruzione del Duomo. La delicatezza dell’incarico denuncia una grande fiducia nei confronti di Bartolino. Curioso anche come venga richiesta da famiglie in competizione tra loro. Passa a Mantova su mediazione e consenso degli Este. Lavora a Mantova prima come ingegnere militare nella difesa della città contro Bernabò Visconti e Cansignorio della Scala e trentanni dopo contro i Gian Galeazzo.

Nel 1399 costruisce la Chiesa di Santa Maria delle Grazie mentre nel maggio del 1400 è segnalato attivo alla fabbrica della Certosa di Pavia. Negli anni successivi è a Roma e soprattutto a Firenze dove è richiesta la sua consulenza per opere di fortificazione nella guerra contro Pisa. Bartolino era la persona giusta per difendersi e ricostruire su edifici già esistenti. Oggi ogni azienda lo vorrebbe perché aveva una altissima capacità di problem solving.

Fotografia: Castello di Ferrara (fonte Flickr)

Bibliografia: Il Castello, Corbo Editore Ferrara, 1985

Ferrara la città dei tre castelli

Il Castello di Ferrara nasce come difesa militare non tanto per i possibili attacchi di invasori esterni ma per proteggersi dalla ribellione dei cittadini. Nel maggio del 1385 si registra una forte rivolta popolare dei ferraresi contro gli Este. L’origine di tale ribellione era da collegarsi ad anni di una soffocante pressione fiscale ormai avvertita dai ceti sociali più elevati come una cinghia troppo stretta. La posa della prima pietra avviene nel giorno di San Michele, il 29 settembre, ovvero l’arcangelo che ha cacciato gli angeli ribelli dal paradiso. Non proprio un giorno e un santo qualunque. Il messaggio di Niccolò II era chiaro. Bartolino da Novara dopo una fase di studio e rilevamenti decide di costruire il palazzo sulle fortificazione precedenti risalenti al XIII secolo.

Gli altri castelli invece sono ormai un fantasma. Oggi nella stessa area si trova lo Stadio della Spal. Nell’XI e nel XII secolo Castel Tedaldo era una fortezza composita, una rocca al di qua e una rocca al di là del Po collegate da un ponte di barche. Il nome deriva proprio da Tedaldo di Canossa, nonno di Matilde e conte, tra gli altri, di Ferrara. Gli Estensi gli diedero la forma e funzione di fortezza imprendibile. Lo cita l’Ariosto nel canto XLII dell’Orlando Furioso. E’ dal Seicento che inizia il suo declino. Dapprima raso al suolo per ricostruire una fortezza più a misura della nuova dominazione pontificia. Nel 1805 è Napoleone che in parte lo demolisce. Durante la Restaurazione serve alle truppe prima del papa e poi austriache come alloggio. Furono i ferraresi a demolirlo definitivamente una volta terminate le guerre d’indipendenza. Se ne andava per loro un simbolo di oppressione. Terminava la sua vita un castello che ha attraversato ottocento anni di storia.

Il terzo castello viene denominato Castelnuovo in relazione al Castelvecchio ovvero il Castello di Bartolino da Novara. Venne costruito nel 1428 vicino alla Chiesa di Sant’Agnese, nella parte sud della città. Voluto da Niccolò III un secolo dopo venne parzialmente demolito da Alfonso II e con il terremoto del 1570 se ne perde quasi ogni traccia. Alcune rovine però sono tuttora visibili.

Fotografia: Castello di Ferrara (fonte Wikipedia)

Bibliografia: Ferrara una guida, incentro, 2018

La revisione della Gerusalemme conquistata passò anche per Mantova

Febbraio 1579. La lunga successione di eventi gonzagheschi ferma le lancette sul matrimonio tra Margherita Gonzaga e Alfonso II d’Este, ormai giunto al terzo. E’ in questo periodo che si colloca le reclusione di Torquato Tasso nella prigione di Sant’Anna. Verrà chiuso qui per sette anni dal 1579 al 1586. Il motivo uno scatto d’ira contro la Corte Ducale in occasione del matrimonio di Alfonso. Ma anche in precedenza si possono enumerare molti fatti che accusarono Tasso di comportamento pericoloso, rissoso e con scatti d’ira che gli hanno fatto assaggiare il carcere. Tra l’11 e il 12 marzo il poeta si ritrova già nella cella di Sant’Anna. L’Ospedale venne edificato nel 1445 proprio di fronte alla porta dei Leoni del Castello. Così Girolamo Mercuriale descrive le condizioni cliniche del Tasso: «rodimento d’intestino, con un poco di flusso di sangue; tintinni ne gli orecchi e ne la testa, […] imaginazione continua di varie cose, e tutte spiacevoli: la qual mi perturba in modo ch’io non posso applicar la mente a gli studi per un sestodecimo d’ora». Si dice anche se sentisse gli oggetti inanimati parlare. Ma queste sofferenze non lo portano ad essere «inetto al comporre». Qui il Tasso infatti continuerà a scrivere fino al 1586 anno in cui venne affidato a Vincenzo Gonzaga. Secondo il Duca Alfonso doveva rimanere un paio di mesi e invece non fece più ritorno a Ferrara. Mantova si trattò solo di una fermata temporanea perché il timore della pressione di Alfonso portarono il Tasso a scappare verso altre città. Bologna, Bergamo, Roma, Loreto, Avellino, Napoli. In questi anni, dal 1582 al 1593, si colloca la lunga gestazione della Gerusalemme conquistata ovvero la riscrittura riveduta e corretta della Gerusalemme liberata appena terminata nel 1581. Nel 1591 ritorna a Mantova e proprio qui, in una stanza del Palazzo Ducale, il poeta è alle prese proprio con la revisione dell’opera. La Loggia del Tasso, nell’Appartamento Grande di Castello, rievoca la sua residenza ma senza un fondo di verità. Aspettiamo uno studio più approfondito che possa individuare la stanza affollata dai suoi pensieri.

Bibliografia: http://www.ferraranascosta.it 

Immagine: Testo autografo della Gerusalemme conquistata

Un palazzo per l’estate. Quando a Marmirolo arrivò Carlo V

1541, Marmirolo. E’ passato appena un anno dalla morte di Federico II. A Mantova è appena arrivato Giorgio Vasari e Giulio Romano lo accompagna in visita alle sue opere. Giulio da qualche anno aveva terminato il cantiere del Palazzo di Marmirolo. Secondo me non poteva mancare la tappa ad una delle più blasonate dimore estive dei Gonzaga. Oggi non rimane nulla di quel palazzo distrutto alla fine del Settecento. Proprio lì dove vigila il Municipio sorgeva una autentica delizia. La fabbrica viene cominciata già nel Quattrocento ma apparteneva già ai primi Gonzaga quando si chiamavano Corradi. Guidone nel Trecento era conte e signore di Marmirolo. Il palazzo a quel tempo si trovava all’interno del recinto dell’antico Castello e tutto intorno il corso d’acqua Redefossi. Poi venne ampliato da Gianfrancesco Gonzaga che spostò il palazzo fuori dalle mura del castello. Con Ludovico II e Federico I divenne un edificio sontuoso e destinato ad ospitare la famiglia e i suoi ospiti più prestigiosi. Nel 1530 venne in visita Carlo V e nel 1549 suo figlio Filippo II. Leandro Alberti nel 1550 descrive così il palazzo: “passato il lago vedesi il soperbo Palazzo di Marmirolo, fatto da Federico primo marchese con grand’artificio et non menore spesa, ove sono le molte ordinate stanze da alloggiare ogni principe et re, secondo le staggioni”. E se qualcuno può pensare che fosse un palazzo minore il cronista continua così: “Invero ella è una opera di grandissimo et bellissimo artificio et di non minor piacere, et massimamente nei tempi dell’està, onde si possono rinfrescare li riscaldati”.

Attorno erano presenti “vaghi et bellissimi giardini ornati di molte maniere di fruttiferi alberi, colle belle topie, dalle quali ne tempi idonei pendono i poderosi grappi di diverse maniere di uve”. E poi fontane e giochi d’acqua che rendevano questa palazzo una “comodissima fabbrica”. Le stanze interne, giudicate da Giorgio Vasari accompagnato da Giulio Romano, erano “non men belle che quelle del castello e del palazzo del Te“.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987

Immagine. Municipio di Marmirolo, fonte Wikipedia