Una stanza tutta per il gelso. Il duca, i nodi d’amore e l’economia fiorente

aprile 1498, Milano. Il cancelliere ducale Gualtiero Bescapè scrive al duca Ludovico Sforza per informarlo che Leonardo da Vinci comincerà i lavori nella camera grande da le asse all’interno della Torre Falconiera del Castello. Leonardo risponde che sarà finita per settembre. Non si hanno notizie certe circa la funzione della camera: probabilmente destinato a cerimonie, rappresentanza ed è esposta nella parte più fredda. Ecco il motivo della decorazione con pannelli di legno per renderla più confortevole. La camera viene decorata da Leonardo come un hortus conclusus, un pergolato intricato, dove si assiste alla fioritura di sedici piante di gelso. Non si tratta di un semplice giardino illusionistico pensato per lo svago. E’ un piccolo tempio dedicato a Ludovico e a sua moglie Beatrice d’Este, appena scomparsa nel 1497. Il gelso, come riporta anche Plinio il Vecchio, è dicta sapientissima arborum ovvero tra le piante coltivate è l’ultima a germogliare ma, quando lo fa, avviene anche nello spazio di una sola notte, tanto che si può addirittura sentire far rumore. Saggezza ma anche velocità quasi feroce nella conquista del potere. Una citazione del suo nome, il Moro. Il gelso è un riferimento anche economico e un omaggio alle crescenti casse ducali grazie a questo alimento fondamentale per il baco da seta che, ormai dal 1442, Filippo Maria Visconti aveva contribuito a diffondere. I tronchi dei gelsi assumono le forme di colonne tali da creare una sorta di architettura. Il significato è davvero didascalico. Un’economia fiorente sostenuta dal gelso. Il Moro, il baco da seta come sostegno del Ducato di Milano. I nodi vinciani, che trovano spazio tra la selvaggia foresta di gelsi, raccontano dell’amore, comunque vero a dispetto della cinica politica, tra Ludovico e Beatrice. Negli ultimi studi e restauri, in occasione di Expo 2015, si è scoperto che lo spazio era chiamato la Camera dei Moroni. Una celebrazione del gelso mentre Savonarola brucia sul rogo, Vasca da Gama circumnaviga l’Africa, Colombo parte per il suo terzo viaggio nelle Americhe e scompare Caboto durante il Passaggio a Nord-Ovest.

Bibliografia: Federico Giannini, La sala delle asse di Leonardo da Vinci: un frondoso pergolato nel Castello Sforzesco, in Finestre sull’Arte, 2016

Immagine: Dettaglio Sala delle Asse o Camera dei Moroni, 1498

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1506. Muore Andrea Mantegna, rinasce il Laocoonte e molti altri fatti

14 gennaio 1506. Quell’anno doveva essere speciale e lo si capisce dalla meraviglia che esce dalla terra di Roma. Si rinnova l’interesse per l’antico e le rovine attraverso gli scavi, strumento di conoscenza e di appropriazione di nuovi materiali edili. Quasi si grida al miracolo: viene riportata alla luce la statua del Laocoonte in una vigna sul Colle Oppio.

Fine settembre 1506, Mantova. Lorenzo Costa termina L’allegoria della corte di Isabella, quarto quadro che doveva allestire i suoi personalissimi spazi in Castello. Il quinto sarebbe arrivato solo nel 1511 ancora per mano del Costa. Non poteva saperlo Lorenzo, o forse in parte sì, che cosa stava accadendo o cosa sarebbe accaduto in quel stretto giro di mesi. Una notizia la sapeva e lo riguardava da vicino. Il 13 settembre era morto Andrea Mantegna, il ruolo di pittore di corte sarebbe spettato a lui. A Mantova è di nuovo turno di peste: i cittadini rimangono, i Gonzaga fuggono. Francesco a Gonzaga, Isabella con i figli nella residenza di Sacchetta. Il 25 settembre muore Filippo il Bello, marito di Giovanna d’Aragona e Castiglia (detta la Pazza ma in fondo aveva i suoi buoni motivi per non essere del tutto lucida). Forse avvelenato da Ferdinando d’Aragona, suo suocero. A Ferrara, per la serie “fratelli coltelli” è tempo di congiura. Giulio e Ferrante d’Este provano a usurpare il potere ad Alfonso I e Ippolito. Lucrezia Borgia è in cinta e si ritrova in losche trame familiari che le ricordano Roma. E’ l’anno della posa della prima pietra del nuovo cantiere di San Pietro affidato a BramanteGiulio II, il papa guerriero, riconquista i territori di Perugia e soprattutto Bologna, conseguenza i Bentivoglio lasciano la città e il loro palazzo distrutto un anno dopo dalla furia dei cittadini.

Isabella d’Este si chiude in una parentesi d’arte. Commissiona ai fratelli Mola le otto tarsie lignee per creare gli sportelli che rivestiranno le pareti della Grotta. In quegli stessi mesi, prima della morte di Andrea Mantegna, aveva portato a termine il suo acquisto più cinico e ostinato. Il busto della Faustina di Mantegna, opera antica a lui tanto cara.

Bibliografia: Daniela Pizzagalli, La signora del Rinascimento, BUR 2013

Immagine: Lorenzo Costa, Allegoria della corte di Isabella, 1506 (Louvre)

1519. Un anno, un marchese e un imperatore

29 marzo 1519, Mantova. Muore il marchese Francesco II Gonzaga, Isabella rimane vedova e dà avvio al trasloco che porterà lo studiolo e la grotta dal Castello a Corte Vecchia. Federico II, il bel “puttone” come lo chiamava lei, si appresta a compiere il passo al quale era destinato. Diventare marchese (non poteva saperlo ma sarebbe diventato anche duca 11 anni dopo). Due mesi prima, il 12 gennaio, l’anno si era aperto con la morte di Massimiliano I. Carlo V si reca in Austria per raccogliere la potente e ingombrante eredità asburgica. Concorre per la successione imperiale. I rivali saranno i suoi antagonisti anche in futuro: Francesco I ed Enrico VIII. Si sa come va a finire. Carlo sbaraglia la concorrenza grazie all’appoggio influente dei banchieri Fugger. Il 28 giugno dello stesso anno, nella città di Francoforte, fu eletto Imperatore del Sacro Romano Impero. Nel 1519, mentre Magellano raggiunge le Indie, le Canarie e il Brasile, due giovani posizionano le loro pedine e diventano ciò che erano destinati ad essere. Non sanno ancora che a legare le loro vite ci sarà il Palazzo Te e Giulio Romano.

Immagine: Ritratto di un giovane Carlo V eseguito da Bernard van Orley (1516 circa) – pittore contemporaneo di Giulio Romano 

Spostarsi tra le delizie. La costellazione dello svago estense

Delizia fa pensare ad un dolce zuccheroso. Così doveva essere l’atmosfera in questi edifici suburbani ed extraurbani costruiti a Ferrara dagli Estensi. Rappresentano la manifestazione dell’abitare nel connubio tra natura e artificio in un luogo di svago, piacere e ispasso. Alcune erano dei semplici casini di caccia e tenute agricole, mentre altre erano delle autentiche regge o palazzi usati come sedi di rappresentanza. I nomi scelti rimandano proprio all’idea del luogo ameno e dell’ozio creativo. Le più antiche sono il Palazzo Schifanoia, Paradiso e quelle scomparse di Belfiore e Belvedere a sud della città. La prima delizia di campagna, costruita nel 1435, fu quella di Belriguardo a Voghiera per volere di Niccolò III. E poi poco distanti, circa 20 km dalla città, la delizia del Verginese e quella di Benvignante. Più vicino alla città c’è il castelletto di Fossadalbero. Qui, probabilmente, è nato l’amore tra Ugo e Parisina. In tutto erano 53 e costituivano una costellazione del piacere degli Este. Tra le altre, più distanti tra i 20 e i 60 km, si ricordano Villa Mensa, Villa Zenzalino, la delizia della Diamantina e il castello di Mesola. Questa è la delizia più remota e l’ultima ad essere costruita, per volere di Alfonso II nel 1578. Ancora vent’anni e tutte le delizie avrebbero mantenuto solo il sapore di un dolce sogno.

Bibliografia: Ferrara una guida, Odòs Libreria Editrice 2018

Immagine: Delizia di Belriguardo, Sala della Vigna

Lo studiolo di Alfonso. Gli occhi del Principe su Ferrara

La via Coperta, costruita nel 1471, è la congiunzione tra la prima residenza degli Estensi, di fronte alla Cattedrale, è il Castello di San Michele che diventerà poi l’effettivo luogo della corte. Ha le forme di un camminamento protetto che nel corso del tempo diventerà preziosa “scatola” dove i duchi conserveranno i loro tesori d’arte. Proprio qui Alfonso I d’Este farà allestire le sue stanze personali ovvero i Camerini di Alabastro, una raffinata sinfonia di sculture antiche e seducenti pitture di Dosso Dossi, Tiziano e Giovanni Bellini. Lo studiolo, che dialoga idealmente con quello della sorella Isabella a Mantova,  si affacciava sull’affollato mercato della frutta e della verdura, nella cosiddetta piazzetta delle Ortolane. Alfonso è lì, visibile e invisibile allo stesso tempo agli occhi del suo popolo. Anche se a riposo e rinchiuso nelle sue stanze d’ozio, il Principe era presente, pronto a vigliare su Ferrara e uomo dalla profonda virtus repubblicana perché dedito al bene pubblico. Otia e negotia, la perenne divisione delle faccende di corte, qui trovano un sottile punto di equilibrio. Il Principe, anche quando si ritirava nella Via Coperta, doveva dare l’idea di lanciare il messaggio “sto lavorando per voi”. Un potente messaggio politico di potere e di sicurezza.

Bibliografia: Vincenzo Farinella, Alfonso I d’Este. Le immagini e il potere, 

Immagine: Via coperta, Ferrara

Calorie e stravaganze al banchetto di Alfonso d’Este

Ferrara, 24 gennaio 1529. Nel Castello di San Michele, edificato da Bartolino Plotino, fervono i preparativi per un grande banchetto. Si festeggia il ritorno dalla Francia di Ercole II d’Este e della sua nuova sposa Renata di Valois. Il duca Alfonso d’Este si è affidata allo scalco Messisbugo. La sala grande si presenta addobbata con grandi tende ricamate e per accogliere gli ospiti si svolgerà una commedia di Ariosto. Le trombe suonano. Comincia il banchetto. 104 ospiti prendono posto in una tavola unica lunga 40 metri, sulla quale troneggiano 25 sculture di zucchero alte più di mezzo metro. Ovviamente raffigurano Ercole. Nome nomen. Al soffitto sono appesi 48 candelabri. Ogni ospite ha a disposizione un coltello, una salvietta profumata, un panino al latte, una ciambella dolce, pistacchi sbucciati, sevonea (miele, zucchero e acqua aromatizzata) e una saliera da condividere. Più di cento piatti, di carne e di pesce, usciranno dalle cucine e sfileranno, senza un ordine di gusto odierno, come seducenti corpi. Messisbugo crea un menù che fa coniuga sapori italiani, tedeschi, spagnoli e francesi. Contenti tutti e dimostrazione di grande attenzione. Il ritmo dei servizi viene spezzato da brevi esibizioni musicali. Alla fine il duca consegna i doni agli invitati. Ora si possono aprire le danze. In conclusione, per rafforzare quanto già ingurgitato, una colazione – chiamata così perché a base di zucchero. Zucca, lattuga, frutta fresca e zuccherata. Il menù era senza paragoni per l’epoca. Ogni ospite avrebbe assunto circa 30.000 calorie.

Bibliografia: Focus, n.152 giugno 2019

Immagine: Nastagio degli Onesti, Botticelli (Prado, 1483)

 

 

La Palazzina della Paleologa. Una scatola meravigliosa

Casale Monferrato, 3 ottobre 1531. Avviene il matrimonio tra Federico II e Margherita Paleologa. Nel frattempo Giulio Romano è alle prese con il cantiere della Palazzina per la sposa da costruire a ridosso del Castello di San Giorgio. Di forma rettangolare, l’edificio è una piccola scatola annessa alla Corte ma di fatto si tratta di una villa che si regala un belvedere sui laghi. Il passaggio con il castello avviene dal piano nobile attraverso la Grotta di Isabella, ormai trasferitasi in Corte Vecchia. Un passaggio coperto sul fossato porta direttamente nell’anticamera. Attorno una serie di piccole stanze: il camerino delle Stagioni (uno sfondato prospettico con coppie di colonne e pergolato), il camerino degli Armadi (con decorazioni di putti e imprese della famiglia Gonzaga), la Cappella della Resurrezione, la camera delle Grottesche e la Loggia. Margherita dormiva nella Camera detta del Poggio. Come non vedere un netto richiamo alle Logge Vaticane eseguite con Raffaello. La Palazzina viene abbattuta nel 1899 per ripristinare, così il pensiero dell’epoca, l’immagine medievale del Castello. Proprio lì, nel secondo torrione guardando frontalmente il Castello dal ponte, c’è un vuoto che ricorda la piccola villa di Margherita. La indica anche il dito di San Francesco nel dipinto di Francesco Borgani. Una scatola meravigliosa.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989

Immagine: Particolare del dipinto di Francesco Borgani, San Francesco supplica la Madonna (1612?)

Numeri, sale e sorprese. Quattro residenze dei Gonzaga nel 1540

1539 Mantova. Muore Isabella d’Este. Un anno dopo la segue anche il figlio Federico II. L’inventario del 1540-42 stilato dal notaio di Corte Odoardo Stivini, oltre a fare il resoconto degli oggetti conservati negli spazi di Isabella, fa la conta delle sale presenti nelle maggiori residenze dei Gonzaga. L’approssimazione è per difetto. Al primo posto il Palazzo Ducale con 135, segue a sorpresa il Palazzo di Marmirolo con 100 mentre Palazzo Te e Corte Spinosa ne hanno rispettivamente 22 e 20. Si registrano alcune riflessioni. Il totale delle sale a quel tempo su quattro residenze è di 277. Quasi la metà delle stanze odierne solo di Palazzo Ducale. Nel 1540 era appena terminato il cantiere di Giulio Romano nell’appartamento di Troia che consegna al Castello nuove sale a funzione celebrativa. La residenza di Marmirolo era la seconda preferenza dei Gonzaga che, a buon diritto, può essere definita un prolungamento suburbano e bucolico della Corte.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989. 

Immagine: Pianta del Palazzo Ducale, 1870

Una colubrina di nome Regina

A Ferrara, nei pressi del Castello, è visibile una copia di un’arma da fuoco utilizzata nel Cinquecento. Si tratta di una colubrina a cui le è stato dato il nome Regina. Fu chiamata così per la sua potenza di tiro in grado di arrivare oltre 4 km. Il suo costruttore è l’artigiano Annibale Borgognoni conosciuto come bombardiero di Trento. Annibale venne invitato a Ferrara nel 1554 dal cardinale Ippolito d’Este. L’artigiano per poco non ci lascia la vita nel momento del debutto dell’arma. Volendo dimostrare la brillantezza dello strumento perfino nel suo interno mise la testa nella canna dimenticandosi che era carica… Le cronache del tempo la descrivono come brillante e lucida più di uno specchio. La parte terminale venne abbellita da un diadema che serviva come mirino. Una vera Regina. Sul retro una figura umana che sembra sbucare per prelevare le munizioni e ricaricare il cannone. Avrebbe di sicuro attirato le attenzioni di Leonardo che già si era prodigato in studi, riflessioni e progetti anche per armi da fuoco come la spingarda.

Spingarda_a_cavalletto

Bibliografia: Ferrara una guida, Incentro, 2018

Immagine: Spingarda a cavalletto, Leonardo da Vinci

Bartolino uno di famiglia

Ferrara, 30 gennaio 1376. Nicolò d’Este dona a Bartolino Ploti una casa con corte e giardino situata nella contrada di San Gregorio e un’altra in quella di Sant’Agnese. Nicolò lo cita come “inzignerio et familiario”. Lo stesso rapporto così intimo si è instaurato con Francesco I Gonzaga durante la costruzione del Castello di San Giorgio. Alberto d’Este gli concederà la cittadinanza, diritti e onorificenze.

Oltre che architetto Bartolino era anche un uomo politico impiegato in missioni diplomatiche. Nel 1395 è a Lugo con il cancelliere ducale Nicolino Bonaccioli e nel mese di marzo viene fatto prigioniero. Sarà rilasciato solamente nei primi mesi del 1396. Nel gennaio del 1401 a Mantova è in veste di intermediario tra Francesco I Gonzaga e Nicolò III per un affare che riguardava i dazi di confine.

Con Bartolino si era in mani sicure. Architettura, affari e difesa militare.

 

Fotografia: Casa di via del Turco (fonte Wikipedia)

Bibliografia: Il Castello, Corbo Editore Ferrara, 1985