La Palazzina della Paleologa. Una scatola meravigliosa

Casale Monferrato, 3 ottobre 1531. Avviene il matrimonio tra Federico II e Margherita Paleologa. Nel frattempo Giulio Romano è alle prese con il cantiere della Palazzina per la sposa da costruire a ridosso del Castello di San Giorgio. Di forma rettangolare, l’edificio è una piccola scatola annessa alla Corte ma di fatto si tratta di una villa che si regala un belvedere sui laghi. Il passaggio con il castello avviene dal piano nobile attraverso la Grotta di Isabella, ormai trasferitasi in Corte Vecchia. Un passaggio coperto sul fossato porta direttamente nell’anticamera. Attorno una serie di piccole stanze: il camerino delle Stagioni (uno sfondato prospettico con coppie di colonne e pergolato), il camerino degli Armadi (con decorazioni di putti e imprese della famiglia Gonzaga), la Cappella della Resurrezione, la camera delle Grottesche e la Loggia. Margherita dormiva nella Camera detta del Poggio. Come non vedere un netto richiamo alle Logge Vaticane eseguite con Raffaello. La Palazzina viene abbattuta nel 1899 per ripristinare, così il pensiero dell’epoca, l’immagine medievale del Castello. Proprio lì, nel secondo torrione guardando frontalmente il Castello dal ponte, c’è un vuoto che ricorda la piccola villa di Margherita. La indica anche il dito di San Francesco nel dipinto di Francesco Borgani. Una scatola meravigliosa.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989

Immagine: Particolare del dipinto di Francesco Borgani, San Francesco supplica la Madonna (1612?)

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Piccola guida equina. Dove trovare i cavalli dei Gonzaga

Mantova, al tempo dei Gonzaga, era una città di cavalli. Famosi, apprezzati e valutati alla stregua di un dono politico. Un autentico souvenir che rappresentava il loro manifesta di superbia, ambizione e nobiltà conquistata. Ecco allora che mettere i loro cavalli anche sulle pareti dei palazzi significava un segno di potere. Oltre alla celebre Sala dei Cavalli del Palazzo Te quali altre rappresentazioni ci sono che li celebrano? Cominciamo dal Castello di San Giorgio. Un ciclo di ritratti di cavalli si trovavano nell’Appartamento di Troia realizzato da Rinaldo Mantovano e Fermo Ghisoni. Nella Camera Picta mettono in scena l’incontro tra Ludovico e il figlio Francesco. In Corte Vecchia vengono ritratti anche da Pisanello negli affreschi e sinopie che immortala le fasi di un torneo. Nella Galleria degli Specchi corrono sopra le teste dei turisti i carri del giorno e della notte realizzati da due collaboratori di Guido Reni. Lasciando il Comune di Mantova si trovavano altri affreschi equini nel Palazzo di Marmirolo, la sede preferita, e di Gonzaga, perché in fondo qui era la loro terra di origine. Nel Palazzo Ducale di Sabbioneta i cavalli diventano sculture lignee. Nella Sala delle Aquile sono collocate quattro statue equestri dove, tra gli altri, è raffigurato Vespasiano Gonzaga. Raffinati, bardati, truccati, con pennacchi, briglie e morsi preziosi. I cavalli erano una tradizione di famiglia al di là della funzione specifica del palazzo.

Bibliografia: Giulio Romano, Milano, Electa 1989. 

Immagine: Camera del Sole e della Luna (Palazzo Te)

Le grotte che non ti aspetti a Mantova

Mantova non è un centro turistico per la speleologia. Occorre sapere però che ci si può avventurare in particolari grotte realizzate all’interno dei due palazzi gonzagheschi. Cominciamo da Palazzo Ducale. Qui ce ne sono addirittura quattro. Due si trovano nella Sala dei Fiumi e si trovano opposte sui lati corti. Una del Seicento con lo stemma dei Gonzaga e l’altra del tardo Settecento con lo stemma di Napoleone. Sono lavorate a stucco e mosaico, telamoni ai lati, stalattiti e un raffinato gioco di conchiglie e sassi. La loro funzione era di rinfrescare e meravigliare. Erano fontane. Le altre due grotte parlano al femminile e si riferiscono a Isabella d’Este. Una è nel Castello di San Giorgio, prima sede del suo appartamento privato. La seconda si trova in Corte Vecchia e rappresenta il suo approdo vedovile dopo la morte di Francesco II. Erano scrigni silenziosi dove Isabella collezionava il suo insaciabile desiderio de cose antique. Oggi sono svuotati come le valve della conchiglia più preziosa. La quinta grotta si trova nel Palazzo Te. Nell’appartamento privato dove si trova il Giardino Segreto viene realizzata ai tempi di Vincenzo I una grotta dal sapore fiorentino. Probabile l’influsso della moglie Eleonora de’ Medici e la moda del ninfeo caro al Giardino di Boboli. Scherzi d’acqua dovevano sorprendere il visitatore anche con inaspettati automatismi nascosti. Infatti sono stati ritrovati resti di tubature e valvole. L’artificio gioca con la Natura.

Immagine: Giardino segreto e grotta (fonte Wikipedia)

Barbara cuore di mamma

Goito, venerdì 12 giugno 1478. Il marchese Ludovico II Gonzaga muore di peste nella sua villa dopo un mese di dolori ai fianchi e febbre alta. Si era rifugiato in una delle sue ville per scappare al contagio. La fortuna non l’ha premiato. Barbara di Brandeburgo è nel Castello e una volta appresa la triste notizia prende le decisioni di una donna forte, coraggiosa e tedesca. Le sorti di Mantova non finivano certo con Ludovico. C’era da sistemare la lunga sequela di figli e figlie. Oltretutto il marito non aveva lasciato testamento e lei, cuore di mamma, pensa che tra i figli non ci dovranno essere discordie. Così sarà lei a decidere le sorti per tutti. Barbara convoca tutti i figli e afferma che Ludovico le aveva detto a voce le sue ultime volontà ovvero che il territorio venisse spartito tra i tre figli laici maschi. Così inizia il dispiegarsi dei rami cadetti della famiglia.  La mossa politica non sarebbe certamente piaciuta a Ludovico ma si sa che la mamma è sempre la mamma. Oggi come nel Rinascimento. Non è un caso che la figura di Barbara nella Camera degli Sposi occupi il centro della parete nella scena della Corte come il fulcro di una costellazione di storie. Andrea Mantegna già lo sapeva.

Immagine: Barbara di Brandeburgo (fonte Wikipedia)

Fonte: Edgarda Ferri, La casa di Barbara, Tre lune edizioni, 2015

Il puzzle di Mantegna. Tre opere e quattro città

Mantova, 1462. Andrea Mantegna era arrivato in città da tre anni. Nel Castello di San Giorgio sta lavorando a una delle prime opere per i Gonzaga. E’ la Morte della Vergine, una pala d’altare che doveva decorare la cappella privata di Ludovico II e che probabilmente si trovava sotto la Camera Picta. Il punto di vista non tralascia molti dubbi. Doveva essere una finestra di illusionismo che ricreava perfettamente il tratto dei laghi e l’infilata del ponte di San Giorgio. In quel periodo ancora protetto da una copertura lignea. In fondo l’abbraccio sicuro delle mura, il borgo, le foreste e un’aria di controllo. Un’atmosfera padana che rimanda a Pio Semeghini. Immaginiamo Andrea Mantegna che, ritmando velocemente, fa spostare gli occhi dal paesaggio alla tavola e ancora al paesaggio. Una lenta danza di piccoli tocchi di tempera.

Nel 1588 comincia la prima odissea dell’opera e il primo taglio. La tavola finisce a Ferrara e viene elencata tra i beni di Margherita Gonzaga nella sua cappella privata. Per adattarla alla sua nuova collocazione viene privata della parte più alta ovvero un Cristo fra cherubini con l’animula della Madonna. Oggi si trova alla Pinacoteca Nazionale di Ferrara. La tavola centrale con la Morte della Vergine è al Prado di Madrid dal 1829, frutto del passaggio prima a Carlo I e poi a Filippo IV. Secondo molti studiosi l’opera si completa con una predella che si trova oggi agli Uffizi e che rappresenta l’Ascensione di Cristo, l’Adorazione dei Magi e la circoncisione.

Questa opera di devozione privata oggi è un puzzle che non è mai stato assemblato e che solo nel Castello di San Giorgio è stato ammirato nella sua completezza. C’è un filo rosso che unisce tre musei e quattro città. Mantova, dove l’opera è nata, Ferrara, Firenze e Madrid. Magari le tre tessere potrebbero ritrovarsi in una mostra che le possa riportare nel luogo in cui sono nate, di fronte ai laghi.

Bibliografia. Kate Simon, I Gonzaga. Storia e segreti, edizione 2006

Immagine. La morte della Vergine, 1462

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Trittico degli Uffizi
Mantegna,_cristo_con_l'animula_della_vergine,_ferrara
Cristo con l’animula della Madonna

Il banchetto di Messisbugo a Palazzo Te offerto da Alfonso d’Este

Il 2 aprile del 1530 inaugurò il Palazzo Te. Carlo V, già a Mantova da una settimana, non poteva mancare. Il primo banchetto di benvenuto fu però offerto nelle sale del Castello di San Giorgio dove un cronista afferma che parteciparono 12.000 persone. Forse aveva perso il conto. Per il banchetto di Palazzo Te il neo duca Federico II chiese in prestito ad Alfonso d’Este lo scalco Messisbugo. Con una mossa più politica che di piacere Alfonso offrì l’intero servizio del banchetto. Sicuramente voleva esserci anche lui e approfittare dell’occasione per vendere a Carlo V qualche partita di cannoni. La politica è cosa sottilissima. Lo stesso Messisbugo ci descrive il banchetto allestito nella Sala dei Cavalli con un tripudio di ottanta portate distribuite in sei servizi. Carlo V rimane invece nella Camera di Amore e Psiche. Un assaggio dell’esorbitante lista: insalata d Endivia, cime di radicchi e altre mescolanza. Capponi appastati, allessi, freddi e lingue salate in fette. Fagiani stufati in pignata nel forno con Persuto tagliato. Anatre appastate coperte la metà di Tortelletti e l’altra metà con Maccheroni Napoletani. Mangiar bianco. Ostreghe Sgussate. Cinghiale in brodo lardiero. E così via. Poche verdure e moltissima carne con zucchero, salse e spezie. Ringrazia la gotta di Carlo. Alla fine del banchetto Federico II gli fece da guida per illustrare le camere del Palazzo. L’unico smacco è non aver mostrato la potente pittura della Camera dei Giganti, non ancora terminata. E Giulio Romano? Lo immagino presente al banchetto esibito come una succulente portata perché per i Gonzaga era un’occasione di vanto.

Bibliografia. Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli Editore 2015  

Immagine. Illustrazione tratta dall’Opera di Scappi, 1570

Quando la tela è mobile. La Cacciata dei Bonacolsi e la firma che ancora non ho visto

La prima opera che si incontra al Palazzo Ducale di Mantova è La cacciata dei Bonacolsi, la tela di Domenica Morone datata 1494. Turisti e mantovani sanno che è lì, a presentare l’avvenimento più importante della famiglia Gonzaga. La data del 16 agosto 1328 è lo spartiacque tra due famiglie, due città, due storie. Un prima e un dopo. Ma siete davvero sicuri che la tela è sempre stata nella posizione attuale? In una guida di Mantova del 1929 ce la presenta nel Castello di San Giorgio nella Sala delle Sigle. Tre scene in una: sulla sinistra l’entrata dei Gonzaga, in primo piano la battaglia con i Bonacolsi e in secondo piano la consegna delle chiavi della città a Luigi Gonzaga nuovo Signore. Sulla tela un cortocircuito storico: la scena del 1328 e la città contemporanea al pittore Morone. Sul fondo la facciata della Cattedrale ancora nelle forme veneziane degli architetti Dalle Masegne. Come un fossile rimane ad oggi l’unica testimonianza della chiesa prima dell’intervento di Niccolò Baschiera del 1761.

La tela in origine era stata pensata per ornare una sala del Palazzo di San Sebastiano. La guida del 1929 segnala che “l’ultimo duca, nella sua frettolosa fuga, lasciò in custodia ad un suo parente. Passò poi in mano degli Andreasi, quindi dei Bevilacqua; da questi ai Gobio e ai Forchessati, finché emigrò a Milano nella Galleria Crespi”. Infine acquistata dallo Stato quando la galleria fu venduta.

Piccolo focus. Avvicinatevi alla tela. A sinistra, in basso, sul plinto di un pilastro, trovate la firma del pittore. Dominicus Moronus Veronensis pinxit 1494.

 

Bibliografia. Nino Giannantoni, Guida del Palazzo Ducale di Mantova, 1929. 

Ludovico e Barbara. Gli sposi che si dedicano alla moda

Nel capolavoro di Andrea Mantegna, noto con il nome di Camera degli Sposi (ad un prossimo post la spiegazione), sono raffigurati Ludovico Gonzaga e Barbara di Brandeburgo. Ovvero i due sposi. Già dalle raffigurazioni ad affresco e a tempera si può vedere come la Corte in cui lavorava Mantegna fosse già molto attenta in fatto di moda. Ludovico amava “vedere zoglie” ovvero esaminare di persona le perle e i balasci. Barbara invece si occupava di acquistare i tessuti migliori: velluti, broccati e damaschi. Era lei che teneva i contatti con un certo “magistro Antonio richamadore” al quale scrive di voler “certi pomi aranci e folie d’oro per mettere suso uno vestito de velluto verde per la Susanna nostra filiuola”. Anche Barbara ama i gioielli e segue personalmente le fasi di lavorazione dell’orafo. A Mantova aspetta l’arrivo del famoso Alvise zoielero veneziano che le propone in bella mostra “quelle perle che sono molto belle” e che non riesce quasi mai ad avere. Critica Ludovico che spende i soldi per fare la guerra. Tra moglie e marito… meglio non mettere perle.

Bibliografia. Edgarda Ferri, La casa di Barbara, Tre lune edizioni, 2015. 

Maria Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba medievale, il Mulini, 1999. 

Immagine. La Camera degli Sposi, parete delle Corte, 1465-1474

Tra Isabella e Mantegna, ritratti mancati.

Questo capitolo della rubrica “Con i se è un’altra storia” è dedicato a tre grandissimi artisti che si sono solamente sfiorati nella più celebre situazione di sliding doors. Quando si dice lui, lui e l’altro. Leonardo da Vinci, Andrea Mantegna e Albrecht Durer. Leonardo nel 1499, con l’arrivo dell’esercito di Luigi XII, fugge da Milano. Arriva a Mantova. Accolto dalla più celebre mecenate e amante delle arti: Isabella d’Este. Per qualche giorno Leonardo fu ospitato da Isabella che colse l’occasione per farsi immortalare (bella) dal ritrattista della Gioconda. Momento imperdibile per lei. La immaginiamo nel dare consigli a Leonardo per aggiustare il mento o nascondere le rughe. Il celebre ritratto del Louvre era una promessa per un ritratto ancora più importante. Non mantenuta. Avranno parlato di arte, musica, quadri e magari fatto una partita a scacchi. Chissà se Isabella avrà cucinato una sua famosa ricetta. Le stanze di Isabella erano nel Castello di San Giorgio, non lontane dalla celebre Camera degli Sposi, terminata da circa dieci anni da Andrea Mantegna, pittore di corte dei Gonzaga. Come hanno fatto Andrea e Leonardo a non incontrarsi? E se si fossero incontrati? Lo schivo Andrea lo avrebbe salutato velocemente o magari avrebbero fatto un pranzo di lavoro, ovviamente con Isabella. La scena appare già chiara. Non uno ma i due migliori artisti al suo comando. Ma Isabella è troppo furba e sa bene che proporre un’opera a due mani era rischioso e poteva finire come nel Salone dei Cinqucento a Palazzo Vecchio. Da lì a breve si sarebbe verificato il duello tra Leonardo e Michelangelo. Ecco la soluzione. Un doppio ritratto. Affiancare a quello promesso da Leonardo anche uno eseguito da Andrea. La più bella ritratta dai migliori. Chissà dove avrebbe messo questa sua pendant. Chissà.

Nel 1505 Durer compie il suo viaggio in Italia, soprattutto a Venezia, ma si ferma anche in altre città come Bologna, Mantova e Roma. Chiede di conoscere Andrea e fissa un appuntamento. L’anno è il 1506. La fortuna non è dalla sua parte. Andrea muore il 13 settembre 1506. Durer non fece in tempo. Molto si sarebbero scambiati: dialoghi, punti di vista, pensieri non detti. Quei due erano molto simili. Molte furono le citazioni e le riprese di Durer nei confronti di Mantegna: pose, forme, proporzioni. Magari proprio Durer avrebbe immortalato per sempre il volto di Andrea per consegnarlo alla storia. Immaginiamo questa scena. Isabella li vede passeggiare in un giardino pensile del palazzo, così vicini da vederne scintillare sogni e progetti. E lei, tra le pieghe del suo nuovo abito dalla foggia cangiante, non si teneva dalla gioia di avere Andrea e Alberto. Orgoglio femminile al potere.

Piazza Sordello. Big Bang of Mantua

Fino all’anno mille il vero cuore di Mantova, piazza Sordello oggi è la piazza più grande dove passi, direzioni e traiettorie prima o poi vanno a finire. Ma prima della famiglia Gonzaga era il nucleo della vita cittadina. Fuori le mura campagna. Dentro il potere.  Continua a leggere “Piazza Sordello. Big Bang of Mantua”