Messisbugo tra mortadella e caviale

Di Messisbugo si hanno poche notizie. Le più sicure sono la morte avvenuta a Ferrara nel 1548 e la pubblicazione un anno dopo del suo manuale sui banchetti. Il suo nome è una formula composta e conserva già la sua professione. Sbughi era la famiglia di sua madre e in dialetto padano significa ingordo. Suo padre era invece un capitano di ventura albanese. A Ferrara fa la carriera del funzionario di corte scalando tutte le posizioni: amministratore, tesoriere, missioni diplomatiche e scalco. Non propriamente cuoco ma organizzatore e responsabile dei banchetti ducali. Carlo V, ospite di uno dei suoi banchetti, ne rimase colpito a tal punto da nominarlo conte palatino. Tra le sue ricette la mortadella, salcizzoni, persutti, polpette, pasta ripiena e torte d’ogni sorte. Compare anche per la prima volta l’utilizzo del caviale di storione e una ricetta di torta hebraica. Il suo corpo viene tumulato nel Monastero di Sant’Antonio in Polesine.

Immagine: Ritratto di Messisbugo (fonte Ferrara Nascosta)

Bibliografia: Ferrara una guida, Incentro, 2018

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AI tempi di Giulio Romano si leggeva l’Orlando Furioso

Ferrara 1526. Ludovico Ariosto a 52 anni trasloca nella sua nuova dimora che oggi si trova in via Ariosto 67. A quel tempo la contrada si chiamava Mirasole per la densità di verde presente in quella zona. Si tratta di una palazzina a due piani che fece ristrutturare dall’architetto Girolamo da Carpi. Sulla facciata si legge un’iscrizione che recita: parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non sordida, parta meo, sed tamen aere domus. Ovvero la casa è piccola ma adatta a me. E’ del precedente proprietario ma Ludovico l’ha mantenuta. Ai lati dell’ingresso due sedute per l’attesa degli ospiti. Proprio come dei clientes romani. Ludovico nel 1532 accompagna il duca Alfonso a Mantova che vuole cogliere l’occasione d’oro per poter parlare con Carlo V e potergli vendere i suoi famosi cannoni. Il luogo dell’incontro è Palazzo Te. Per Carlo è la seconda volta. Chissà Ludovico dove si sarà seduto al banchetto, se avrà scambiato qualche parere con Giulio Romano e quanti elogi avrà raccolto per il suo Orlando Furioso. Il testo viene pubblicato la prima volta a Ferrara nel 1516. Nello stesso anno Giulio è a Roma, ancora allievo di Raffaello e alle prese con le Stanze Vaticane, in particolare la Stanza dell’incendio di Borgo.

Nel 1532 al rientro a Ferrara Ludovico si ammala e morì dopo alcuni mesi di malattia. Il suo monumento funebre si trova a Palazzo Paradiso ed è opera dello scultore mantovano Alessandro Nani. Mantova era nel destino di Ludovico.

Fotografia: Casa di Ludovico Ariosto 

Bibliografia: Ferrara una guida, incentro, 2018

Casa_dell'ariosto

Quando Federico sgridò in una lettera Giulio Romano

Si sa che non è leggenda il non rispetto delle scadenze da parte degli artisti. In questo lungo elenco ci finisce anche Giulio Romano per il cantiere di Palazzo Te. Federico II non gli aveva comunque reso la vita facile a causa delle dense commissioni che solo con la sua organizzazione riusciva a gestire. Così Federico II nel 1528 (ovvero tre anni dopo l’avvio dei lavori) redarguisce l’artista in una lettera dal tono quasi familiare ma comunque molto diretta:

Iulio, perché intendemo che niuno pictor lavora alle camere nostre del Palazzo del Te, pensamo che non si finiranno né per tutto Agosto, come ne avete promesso, né per settembre, né per ottobre; et ancor ci siamo spassati che ci siate mancato di tanti termini che avete preso a finirle, ne avedemo che ancor quest’altro termine pigliato andarà molto inanti con poca satisfactione nostra. Però vi diremo che se le volete finire al termine promissone, che li facciate lavorar diligentemente; quando che non lo vogliate fare, provederemo de altri pictori che le finiranno. 

Chissà cosa avrà pensato Federico visto che nel 1530 quando Carlo V visitò Mantova e il palazzo la Camera dei Giganti non era ancora finita. Chissà cosa avrebbe potuto scrivere ad Andrea Mantegna che per una sola camera (la Picta) impiegò nove anni. E’ sempre una questione di tempo (e di soldi).

Bibliografia. Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi. 

Immagine. Particolare della Camera dei Giganti

Dove sono le cucine di Palazzo Te? Tutti le vedono e nessuno lo sa

Palazzo Te è stato pensato da Federico II come una straordinaria macchina delle meraviglie con la specifica funzione di accogliere gli ospiti e farli stupire. Non solo honesto ocio. La Sala dei Cavalli, l’unico ambiente a portare questo nome, era lo spazio adibito agli eventi e ai banchetti come quello organizzato in onore di Carlo V nel 1530. Ma dove si trovavano le cucine? Come scriveva anche Leon Battista Alberti nel suo trattato De re aedificatoria queste dovevano essere né su gli occhi de convitati, né anco troppo lontana, acciò che i convitati possino haver le vivande che gli son portate né troppo calde, né troppo fredde, et sarà a bastanza che non sentino lo strepito de guatteri, de le padelle, et de catini, né la loro spurcitia. La loro posizione ci è nota grazie alla planimetria, probabilmente, di Giovan Battista Bertani realizzata nel 1576 per conto dell’antiquariato mantovano Jacopo Strada. Si trovano alla fine dell’ala napoleonica, nel luogo più frequentato del palazzo ma per ragioni diverse ovvero il bagno. La Cucina doveva presentarsi così: un unico grande ambiente con due forni circolari e uno stanzino da pasticci, comunicante con due tinelli dove i servitori consumavano i pasti. I tinelli sono visibili ancora oggi, all’ingresso sulla destra. Giulio Romano, anche se in piccola misura, anticipa le idee dello scalco Bartolomeo Scappi e mette in scena la cucina come uno spazio organizzato dotato di funzionalità e ambienti specializzati. Nulla poteva prevedere la fine poco decorosa del cuore nevralgico del palazzo perché da quelle cucine i servitori portavano nella Sala dei cavalli una lunga processione di profumi e sapori in ogni fantasia e foggia.

Bibliografia. La cultura alimentare a Mantova fra Cinquecento e Seicento, Fondazione Palazzo Te, 2018 

Immagine. Interno di una cucina italiana rinascimentale, Banchetti compositioni di vivande, Messisbugo 1549

Carlo V giocò a tennis a Mantova e perse sessanta scudi

1530 Palazzo Te, Mantova. Carlo V e Federico II giocano a tennis in un edificio chiuso contiguo alla Camera dei Giganti. L’edificio viene fatto costruire nel luogo dove erano già presenti le stalle volute da Francesco II Gonzaga. Del tennis abbiamo notizia in Italia già nel 1325 quando si svolse una partita a Firenze. Lo si chiamava “tennes” e proveniva dalla Francia. Inizialmente si fronteggiava due avversari lanciando sui due campi opposti una palla colpita solo con le mani. Poi si passò all’uso di guantoni e di racchette. I due settori del campo di gioco erano separati da una corda, da cui il nome della struttura che accoglie le partite: stanze della pallacorda. In seguito ci fu l’introduzione della rete. Alla fine del Cinquecento il gioco fu così popolare che a Parigi si registrano 250 sale per la pallacorda e dava lavoro a circa settemila persone. Al Palazzo Te l’edificio della Racchetta venne demolito nel 1784: lo spazio era coperto e prevedeva la presenza anche del pubblico. Il gioco della balletta o della racchetta si pratica anche a Palazzo Ducale. E’ recente il ritrovamento di tre ballette presso la Basilica di Santa Barbara: vennero realizzate con lana o pelle di animale, dal diametro di 50 mm. Che in Italia e in Francia si chiamavano appunto “palle sode”.

il 2 aprile 1530 Carlo V giocò contro alcuni nobili e così andarono le cose: et così giocorno a detta palla forsi quattr’hore, dove sua Maestà si exercitava molto bene et assai ne sa di tal gioco, et giocavano di vinti scudi d’oro la partita, dove alla fine sua Maestà perse sexanta scudi. 

Bibliografia. Carlo Quinto, I Grandi della Storia, Mondadori 1970

Ugo Bazzotti, Il banchetto degli dei. Percorso di approfondimento sul banchetto rinascimentale

Immagine. Mitelli, Zugh d’ tutt i zugh, acquaforte 1702

Gli orologi di Carlo V. Un imperatore che tiene il tempo.

Bruxelles, 1556. Carlo V abdica e gli succede il Filippo II che aveva sposato in seconde nozze Maria Tudor conosciuta come la Sanguinaria. Carlo V si ritira dalla scena europea che lo ha visto protagonista del Cinquecento e provvede a farsi costruire una casa nei pressi del Monastero di Yuste in Extremadura. La “casetta” aveva comunque otto grandi locali su due piani e aveva cinquanta religiosi che lo servivano: lavanderia, preparazione dei cibi, birra e consulenza medica. Così era stata pensata la “cella di fratello Carlo” afflitto da una logorante gotta che ne impedivano sempre più i movimenti. Torna ad occuparsi di un hobby a lui tanto caro ovvero la meccanica e l’orologeria. A Yuste si segnala la presenza di orologi planetari di Janello Torriani, orologiaio, matematico e inventore cremonese di nascita. Carlo V, oltre a due orologi planetari, possedeva altri tre piccoli orologi da petto creati da Torriani. Questi orologi, oltre ad essere la passione di Carlo V, avevano probabilmente anche una interpretazione medica. Tra gli oggetti che aveva portato con sé si registrano due astrolabi, un anello astronomico, una meridiana, due libri con tavole effemeridi, anelli d’oro e spille con pietre dalle qualità analgesiche e curative. In effetti la scelta del Monastero di Yuste per Carlo V era stata calcolata da Torriani attraverso formule astrologiche che avevano confermato essere il luogo più idoneo per la salute dell’ormai ex imperatore. Anche Torriani lo seguì e prese alloggio in un villaggio vicino al Monastero. Infatti Carlo migliorò ma venne punto da una zanzara che gli causò la la morte per malaria. Forse qualcosa sfuggì ai calcoli del Torriani…

Bibliografia. Janello Torriani, Genio del Rinascimento, 2016

Immagine. Astrario di Giovanni Dondi (museo della Scienza e della Tecnica di Milano)

Le ultime notizie relative all’oggetto risalgono al 1529 quando viene citato in occasione dell’arrivo in Italia di Carlo V, re di Spagna e Imperatore del Sacro Romano Impero. Riportato ormai come in cattivo stato di conservazione e necessitante di manutenzione, andò presumibilmente distrutto negli anni successivi Il Tractus Astrarii scritto da Giovanni Dondi (fonte Wikipedia)

Messisbugo e il suo piatto buono da morire

Ferrara 1529. La Corte di Alfonso I si preparava ad accogliere l’imperatore Carlo V. Ad organizzare il banchetto Cristoforo Messisbugo che per l’occasione creerà la cena che per volere del Duca doveva passare alla storia.  Continua a leggere “Messisbugo e il suo piatto buono da morire”

Bartolomeo Scappi ovvero il primo food blogger

Oggi una nuova categoria di utenti parlano di cibo e di prodotti enogastronomici. Sono i food blogger ovvero i turisti del cibo. Anche nel Rinascimento un famosissimo scalco ha scritto la sua Opera dopo molti viaggi ed esperienze sul campo. Senza smartphone. Continua a leggere “Bartolomeo Scappi ovvero il primo food blogger”