A Padula una frittata per Carlo V

Padula, 10 agosto 1535. L’imperatore Carlo V, di ritorno dalla vittoria di Tunisi dove ha sconfitto il corsaro Barbarossa, si ferma in una tappa intermedia. La strada per Roma era ancora lunga e il viaggio verrà completato in sei mesi. Così predispone una sorta di campagna promozionale recandosi nelle città per far visita ai nobili locali. A Padula fece visita alla Certosa, la più grande al mondo con i suoi 51.500 metri quadrati, ben 9 mila in più dei Musei Vaticani. Secondo la tradizione i monaci, tra il visibilio della popolazione in festa, gli preparò un’accoglienza iper proteica. Una frittata di mille uova. Da allora, tutti gli anni, per celebrare questo evento, si rievoca la preparazione della frittata con un congegno meccanico in grado di reggere e cuocere 50 kg di uova. Un’enorme padella in metallo con i fuochi nella parte sottostante. Il salto della frittata non è permesso.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli editore, Roma 2015

Immagine: Certosa di Padula

Federico il principe cerca moglie

Nel 1515 Gugliemo del Monferrato e Francesco II Gonzaga stanno discutendo del matrimonio tra i loro rispettivi figli. Tutto era deciso. Maria Paleologo e Federico II si sarebbe sposati. Un matrimonio di interesse, si intende, che portava risonanza ad entrambe le famiglie. Certamente più ai Gonzaga che si portavano in casa la rampolla erede di una delle famiglie più nobili d’Europa. Le nozze, celebrate nel 1517 a Casale, non furono consumate per la giovanissima età delle sposa non ancora decenne. Qualche anno più tardi tutto sembra pronto ma nel frattempo i Paleologo hanno affrontato la guerra e sono andati in corso a ingenti spese. E di mezzo c’è Bonifacio che ha raggiunto l’età per governare il Monferrato. I tentennamenti e il prender tempo di Federico fanno prender parte alle trame anche Isabella d’Este che ottiene dal Papa Clemente VII l’annullamento del matrimonio. Nel 1530 altra pretendente per il neo scapolo Federico. Questa volta è Carlo V che, venuto per un mese a Mantova a concedere il titolo di duca a Federico, trova il tempo anche di proporgli sua nipote Giulia d’Aragona che le cronache non descrivono come un raggio di sole. Tutto procede fino al colpo di scena. Nello stesso anno muore Bonifacio e Maria ritorna in gioco come unica erede del Monferrato. Le nozze a Casale ritornano ad essere un tema caldo. Ma altro colpo di scena. Maria muore il 15 settembre. Il matrimonio vira sulla terzogenita ovvero Margherita e viene celebrato il 3 ottobre del 1531.

Il celebre dipinto ad olio di Tiziano ritrae Federico nel 1529. Ancora scapolo, alle spalle un matrimonio annullato e almeno due potenziali davanti. Quello che non viene detto è che in questa data, e almeno da 13 anni, continuava la relazione con Isabella Boschetti, già sposata con Francesco Gonzaga da Calvisano. Sarebbe stata un’unione impossibile.

Immagine: Federico II, ritratto di Tiziano 1529 (Prado)

Giulio Romano era un team leader. Palazzo Te l’azienda della Meraviglia

1529 Palazzo Te, Mantova. Si sta lavorando a ritmo di vogatori per concludere la Camera dei Giganti prima dell’arrivo di Carlo V (non verrà conclusa). Le pareti sono nascoste da gabbie toraciche di impalcature e ogni collaboratore è un’ape laboriosa intenta a produrre il suo miele migliore. Così nel cantiere dal tipo di rumore si riconoscono tutti i professionisti impiegati da Giulio. Una sinfonia di strumenti che non conosce sosta.

Giulio Romano era uno straordinario artista che ha portato a Mantova un nuovo modo di organizzare i cantieri di lavoro. Il suo ruolo si eleva a quello di regista coordinando le attività di ogni singolo collaboratore. Viene così continuata la grande rivoluzione di Raffaello che porta l’artista ad essere un uomo di fatica e anche di concetto. Giulio Romano rimane un disegnatore abilissimo e “capriccioso”, come direbbe Vasari. Ma non rimaniamo stupiti se a Palazzo Te non c’è un singola goccia di pittura uscita dal pennello di Giulio. Lui era lo stratega, il capocantiere, il direttore dei lavori. Al suo seguito tutta una schiera di pittori divisi per specializzazione (figure, paesaggio e animali), scultori, stuccatori, scalpellini e una sequela di garzoni che si occupavano di vetrate, pavimenti, giardini, fontane e altri più piccoli servizi. Così gli affreschi che vediamo a Palazzo Te sono il frutto di una orchestra di tantissime e abilissime mani di provenienza diversa, di nomi diversi, di competenze diverse ma tutte rispondenti alla stile di Giulio Romano. Provate la prossima volta ad osservare bene le pareti e a scomporre il fitto mosaico di delle diverse mani dei pittori che sono stati coinvolti. Eccoli i nomi che non leggete in modo diretto sulle pareti: Gian Francesco Penni, Rinaldo Mantovano, Benedetto Pagni da Pescia, Luca da Faeza, Gerolamo da Pontremoli, Fermo Ghisoni da Caravaggio, Anselmo Guazzi, Agostino da Mozzanega, Andrea e Biagio de’ Conti, Giovan Battista Mantovano, Francesco Primaticcio. Una vera orchestra.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987

Immagine. Dettaglio Camera dei Giganti Fonte Flickr Abbiateci64

Anversa ovvero la Wall Street del Cinquecento

Europa, 1530. Giulio Romano è alle prese con il cantiere di Palazzo Te, Carlo V a Bologna viene incoronato re d’Italia e imperatore dal Papa Clemente VII, Federico II sta progettando il piano per portare Carlo a Mantova. Mentre succede tutto questo Anversa diventa la capitale del commercio e degli affari. Tutto il mondo passava di lì. Una città ricca, cosmopolita, brulicante di banchieri, inventori, uomini d’affari, agenti, geni e truffatori. Con i suoi 100.000 abitanti Anversa esporta merci per circa sei milioni di lire. A suggellare questo primato nel 1531 apre la Borsa. Il carattere di Fiera viene quasi subito a farsi serio e moderno: speculazioni, ricerca di capitali, assicurazioni, speculazioni, azioni e società per azioni. In una sola parola: affari. Una vera Wall Street del Rinascimento. Quattro fiere annuali, manifatture per tingere e rifinire i tessuti inglesi, moltissimi i stenditoi di lana in città, banchieri, magazzini, stamperie e una grande Zecca che ha le dimensioni di un vero e proprio borgo. Fonderie, officine del conio, lavanderia, cantina del vino, giardini, scuderie, le abitazioni dei servi, del maestro di zecca e degli orafi. Anversa è sicuramente uno dei gioielli più preziosi dell’impero di Carlo V. La fine del Cinquecento segna anche la fine delle fortune della città.

Bibliografia. Carlo Quinto, I grandi della Storia, Mondadori 1970

Claudia Conforti, La città del tardo Rinascimento, Laterza 2005 

Immagine. Municipio di Anversa, Wenceslaus Hollar 1648

Un palazzo per l’estate. Quando a Marmirolo arrivò Carlo V

1541, Marmirolo. E’ passato appena un anno dalla morte di Federico II. A Mantova è appena arrivato Giorgio Vasari e Giulio Romano lo accompagna in visita alle sue opere. Giulio da qualche anno aveva terminato il cantiere del Palazzo di Marmirolo. Secondo me non poteva mancare la tappa ad una delle più blasonate dimore estive dei Gonzaga. Oggi non rimane nulla di quel palazzo distrutto alla fine del Settecento. Proprio lì dove vigila il Municipio sorgeva una autentica delizia. La fabbrica viene cominciata già nel Quattrocento ma apparteneva già ai primi Gonzaga quando si chiamavano Corradi. Guidone nel Trecento era conte e signore di Marmirolo. Il palazzo a quel tempo si trovava all’interno del recinto dell’antico Castello e tutto intorno il corso d’acqua Redefossi. Poi venne ampliato da Gianfrancesco Gonzaga che spostò il palazzo fuori dalle mura del castello. Con Ludovico II e Federico I divenne un edificio sontuoso e destinato ad ospitare la famiglia e i suoi ospiti più prestigiosi. Nel 1530 venne in visita Carlo V e nel 1549 suo figlio Filippo II. Leandro Alberti nel 1550 descrive così il palazzo: “passato il lago vedesi il soperbo Palazzo di Marmirolo, fatto da Federico primo marchese con grand’artificio et non menore spesa, ove sono le molte ordinate stanze da alloggiare ogni principe et re, secondo le staggioni”. E se qualcuno può pensare che fosse un palazzo minore il cronista continua così: “Invero ella è una opera di grandissimo et bellissimo artificio et di non minor piacere, et massimamente nei tempi dell’està, onde si possono rinfrescare li riscaldati”.

Attorno erano presenti “vaghi et bellissimi giardini ornati di molte maniere di fruttiferi alberi, colle belle topie, dalle quali ne tempi idonei pendono i poderosi grappi di diverse maniere di uve”. E poi fontane e giochi d’acqua che rendevano questa palazzo una “comodissima fabbrica”. Le stanze interne, giudicate da Giorgio Vasari accompagnato da Giulio Romano, erano “non men belle che quelle del castello e del palazzo del Te“.

Bibliografia. Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi, 1987

Immagine. Municipio di Marmirolo, fonte Wikipedia

Tutti correvano dai Fugger

Chi erano gli uomini più ricchi all’epoca di Giulio Romano e Carlo V? Ovviamente i Fugger. Una famiglia tedesca che grazie al commercio e alla produzione tessile si ritrova nel Rinascimento ad essere al vertice di tutti gli affari più importanti. Uno dei primi di cui si ha conoscenza è Hans Fugger, professione tessitore, presente nel registro delle tasse della città di Augusta nel 1367. Nel 1409, alla sua morte, lascia un patrimonio di circa 3.000 fiorini. E’ nel Quattrocento che i Fugger ottengono il successo. Il secondo ramo della famiglia riporta sullo stemma un fiore di giglio su su fondo blu e oro su gentile concessione dell’imperatore Federico III. Possono permettersi di creare una Banca che diventerà di riferimento in Europa. Giusto per dare un’idea. L’elezione di Carlo V a imperatore avvenuta nel 1519 costo circa un milione di fiorini d’oro, pagati per due terzi dalla casa Fugger. Persino i Medici e il Papa bussavano alla loro porta. Jacob Fugger fu noto come “il ricco”. Nel suo libro segreto figurano come debitori insolventi il Papa Leone X, Federico di Sassonia, Guglielmo di Baviera, Carlo V e meglio terminare qui. In cambio Jacob riceve da Carlo nuove proprietà in Svevia, nel Tirolo e privilegi sul porto di Anversa. Il suo patrimonio, in relazione ai parametri di oggi, valeva circa 450 miliardi di euro. Per immortalare la sua potenza economica si fa ritrarre sicuro di sé da Durer nel 1520. Guardatelo negli occhi.

Bibliografia. Carlo Quinto, I grandi della Storia, Mondadori, 1970

Immagine. Jacob Fugger di Albrecht Durer. 

Tra Erasmo e Montaigne. La prima guida per viaggiatori d’Europa.

1547, Carlo V alle prese con la battaglia di Muhlberg. Un anno dopo Tiziano lo immortala in questa tela. Mentre la guerra si consuma c’è chi viaggia. “Se parliamo d’alberghi, i migliori sono quelli francesi senza ombra di dubbio: accoglienza familiare, atmosfera casalinga, belle ragazze dappertutto”. Questo era il parere di Erasmo da Rotterdam, umanista e famelico viaggiatore europeo. Si ricorda in particolare di un piccolo albergo a Lione. Registra inoltre gli ottimi pasti e la biancheria pulita”. E’ rimasto colpito dalla presenza di belle ragazze. “Quando i viaggiatori se ne vanno, le belle figliole li baciano e li salutano con tenerezza”. Opposti sono i pareri sulle locande tedesche. “Quando arrivate nessuno vi saluta. Dopo aver sistemato il vostro cavallo, entrate nella stanza della stufa, stivali, bagaglio, fango e tutto”. Lamenta gli spazi comuni: “qui uno si pettina, un altro vomita aglio e c’è una gran confusione di linguaggi come alla torre di Babele. Come fare quindi a scegliere un albergo in un momento storico in cui si viaggiava tanto soprattutto a cavallo? Nel 1552 Charles Estienne pubblica la Guida delle strade di Francia, una sorta di antenato della Guida Michelin. Sono segnate le strade, i ponti, i posti dei briganti da evitare, le locande e il tipo di servizio che si può trovare. Trovano spazio anche le curiosità artistiche e storiche, i santuari, le opere moderne e le antichità da visitare. Il primo turista per eccellenza è Michel de Mointagne che girerà l’Europa anche per curarsi dal “mal di pietra”. Probabilmente era accompagnato da un segretario che doveva organizzare il viaggio: bagagli, alloggi e cavalli.

Così è stato il viaggio di Baldassarre Castiglione e Giulio Romano partita il 5 ottobre 1524 a Roma e giunti a Mantova il 22 ottobre. 17 giorni a cavallo o in carrozza passando per Loreto. Peccato non avere il diario di quel viaggio per realizzare una mappatura delle loro soste. Cosa hanno mangiato, dove hanno alloggiato e di cosa hanno discusso. Quali progetti stavano già nascendo per Mantova.

Bibliografia. Carlo Quinto, I grandi della storia, Mondadori, 1970.

Immagine. Ritratto di Carlo V a cavallo, 1548, Prado. 

Rinascimento bizzarro. La moda trasforma l’uomo in un salmone

Ratisbona, 1485. Si dispone che una donna della borghesia debba avere un certo guardaroba. Ecco la lista del corredo minimo: “otto vestiti, sei mantelli lunghi, tre vestiti da ballo, una veste di rappresentanza con tre paia di maniche in velluto, damasco o altre sete, un diadema, tre veli, un gilet di perle, una catena d’oro con ciondolo, un collier, tre o quattro rosari, tre cinture di seta e d’oro”. Si indossa e si beve per far durare la bellezza il più a lungo possibile.

Anche per gli uomini la moda significava colori e forti accostamenti, probabilmente anche più di quello delle donne. Lo storico Friedell ironizza su un uomo trasformato in salmone, tacchino, salamandra e uccello del Paradiso. A quale scopo? Lo spiega così: “le parures e gli abiti dei maschi invitano la femmina all’amore, proprio come succede per gli animali”.

Così avveniva nel Nord dell’Europa. La moda, come in una favola, trasforma l’uomo e la donna in bizzarri esseri colorati che anelano al potere.

 

Bibliografia. Carlo Quinto, 1970, Mondadori

Immagine. Carlo V d’Arburgo, ritratto da Jakob Seissenegger (1532)