Barbara cuore di mamma

Goito, venerdì 12 giugno 1478. Il marchese Ludovico II Gonzaga muore di peste nella sua villa dopo un mese di dolori ai fianchi e febbre alta. Si era rifugiato in una delle sue ville per scappare al contagio. La fortuna non l’ha premiato. Barbara di Brandeburgo è nel Castello e una volta appresa la triste notizia prende le decisioni di una donna forte, coraggiosa e tedesca. Le sorti di Mantova non finivano certo con Ludovico. C’era da sistemare la lunga sequela di figli e figlie. Oltretutto il marito non aveva lasciato testamento e lei, cuore di mamma, pensa che tra i figli non ci dovranno essere discordie. Così sarà lei a decidere le sorti per tutti. Barbara convoca tutti i figli e afferma che Ludovico le aveva detto a voce le sue ultime volontà ovvero che il territorio venisse spartito tra i tre figli laici maschi. Così inizia il dispiegarsi dei rami cadetti della famiglia.  La mossa politica non sarebbe certamente piaciuta a Ludovico ma si sa che la mamma è sempre la mamma. Oggi come nel Rinascimento. Non è un caso che la figura di Barbara nella Camera degli Sposi occupi il centro della parete nella scena della Corte come il fulcro di una costellazione di storie. Andrea Mantegna già lo sapeva.

Immagine: Barbara di Brandeburgo (fonte Wikipedia)

Fonte: Edgarda Ferri, La casa di Barbara, Tre lune edizioni, 2015

Annunci

Il contratto di Andrea Mantegna. Libero professionista e pittore di corte

Mantova, 1459. Andrea Mantegna arriva in città, accolto dai Gonzaga come una divinità in grado di trasformare in concreta bellezza i loro sogni di ambizione. Il contratto che gli viene offerto non ha eguali da nessun altra parte, famiglia e città. Pittore di corte, stipendio mensile, alloggio gratuito e generosa provvigione di legna e grano. E poi doni in denaro, oggetti preziosi, residenze estive di campagna. Aveva anche la libertà di poter accettare incarichi altrove. Si tratteggia la fisionomia del libero professionista di oggi che fiuta gli affari, ascolta le offerte e rilancia. Mantegna però si lamenta che che il denaro non arriva con la dovuta regolarità. Il marchese Ludovico II paga a caro prezzo l’ingaggio del miglior pittore in circolazione, costretto più volte a mettere mano ai suoi conti personali e a istruire i suoi tesorieri. Sua moglie Barbara di Brandeburgo, crediamo a malincuore, dovette impegnare alcuni gioielli per pagare i debiti più urgenti. Possiamo dirlo, Andrea non aveva un carattere facile. Nella sua residenza a Goito, probabilmente quella famosa Corte Buonmercato, si registrano screzi passeggeri e liti giudiziarie con i vicini. Con un giardiniere e con un sarto, con intarsiatori rei di avergli rubato delle stoviglie. E addirittura c’era una questione aperta relativa al furto di ben 500 mele cotogne. Pare che Andrea fosse già coinvolto in cinque processi. Pittore e imprenditore perché qualche provento gli veniva da rendite, terreni e case. Le sue spese più massicce erano per le figlie, entrambe fatte sposare in modo più che decoroso, e una collezione di antichità. L’ultima casa, dopo la decina che cambiò in città, l’acquista nel 1506 a ridosso della Chiesa di Sant’Andrea all’età di 75 anni.

Mantova, 13 settembre 1506. Durer, desideroso di conoscere Andrea, stava per arrivare nella città dei Gonzaga e passare qualche giorno con quell’uomo venuto direttamente dalla Roma classica. Appena gli  arrivò la notizia disse che quel giorno sarebbe stato il più triste della sua vita.

 

Bibliografia. Kate Simone, I Gonzaga. Storia e segreti, edizione 2006 

Immagine. Trionfi di Cesare, Hampton Court – 1485-1505

Per la prima volta volano le aquile a Mantova

22 settembre 1433, Mantova. L’imperatore Sigismondo di Lussemburgo è in città per dare l’investitura ufficiale a Gianfrancesco Gonzaga. Piazza San Pietro è gremita e colorata come la più sontuosa e barocca tra le bomboniere. E’ l’occasione per fare bella mostra di sé: cavalli bardati e decorati, panni colorati che pendono come lingue in arsura dalle finestre dei palazzi, cortei di abiti, pose e preziosi che veleggiano avanti e indietro. La famiglia si presenta ed è pronta a passare di grado: da Capitani del Popolo a Marchesi. Il primo sarà proprio Gianfrancesco. Lo stemma dei Gonzaga per la prima volta si fregerà delle aquile imperiali: il campo viene inquartato dalla croce patente rossa e in ogni riquadro fa il nido un’aquila. Sono quattro in tutto. Ogni cosa ha un costo e tra queste il blasone necessita dello sforzo più faticoso che prende la consistenza di 12.000 fiorini. Il rapporto con l’imperatore non si esauriva con quel gesto. La Corte di Mantova comincerà comincerà a parlare tedesco perché si pianifica il prossimo matrimonio tra il primogenito Ludovico e la giovanissima Barbara della nobile casata di Brandeburgo. Sigismondo sarebbe morto quattro anni più tardi portandosi nella tomba la dinastia dei Lussemburgo. Non poteva sapere che uno dei suoi ultimi gesti da imperatore avrebbe suggellato la nascita di una parte della Camera degli Sposi. In fondo Andrea Mantegna aveva appena due anni e al limite aveva in mano i giocattoli in legno costruiti dal padre falegname.

Immagine: stemma a partire dal 1433. Fonte Wikipedia 

800px-Piero,_Sigismondo_Pandolfo_Malatesta_before_Saint_Sigismund_03

Sigismondo di Lussemburgo rappresentato come San Sigismondo nel Tempio Malatestiano di Rimini. Affresco di Piero della Francesca. Fonte Wikipedia 

Quando Federico sgridò in una lettera Giulio Romano

Si sa che non è leggenda il non rispetto delle scadenze da parte degli artisti. In questo lungo elenco ci finisce anche Giulio Romano per il cantiere di Palazzo Te. Federico II non gli aveva comunque reso la vita facile a causa delle dense commissioni che solo con la sua organizzazione riusciva a gestire. Così Federico II nel 1528 (ovvero tre anni dopo l’avvio dei lavori) redarguisce l’artista in una lettera dal tono quasi familiare ma comunque molto diretta:

Iulio, perché intendemo che niuno pictor lavora alle camere nostre del Palazzo del Te, pensamo che non si finiranno né per tutto Agosto, come ne avete promesso, né per settembre, né per ottobre; et ancor ci siamo spassati che ci siate mancato di tanti termini che avete preso a finirle, ne avedemo che ancor quest’altro termine pigliato andarà molto inanti con poca satisfactione nostra. Però vi diremo che se le volete finire al termine promissone, che li facciate lavorar diligentemente; quando che non lo vogliate fare, provederemo de altri pictori che le finiranno. 

Chissà cosa avrà pensato Federico visto che nel 1530 quando Carlo V visitò Mantova e il palazzo la Camera dei Giganti non era ancora finita. Chissà cosa avrebbe potuto scrivere ad Andrea Mantegna che per una sola camera (la Picta) impiegò nove anni. E’ sempre una questione di tempo (e di soldi).

Bibliografia. Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno, Einaudi. 

Immagine. Particolare della Camera dei Giganti

Ludovico e Barbara. Gli sposi che si dedicano alla moda

Nel capolavoro di Andrea Mantegna, noto con il nome di Camera degli Sposi (ad un prossimo post la spiegazione), sono raffigurati Ludovico Gonzaga e Barbara di Brandeburgo. Ovvero i due sposi. Già dalle raffigurazioni ad affresco e a tempera si può vedere come la Corte in cui lavorava Mantegna fosse già molto attenta in fatto di moda. Ludovico amava “vedere zoglie” ovvero esaminare di persona le perle e i balasci. Barbara invece si occupava di acquistare i tessuti migliori: velluti, broccati e damaschi. Era lei che teneva i contatti con un certo “magistro Antonio richamadore” al quale scrive di voler “certi pomi aranci e folie d’oro per mettere suso uno vestito de velluto verde per la Susanna nostra filiuola”. Anche Barbara ama i gioielli e segue personalmente le fasi di lavorazione dell’orafo. A Mantova aspetta l’arrivo del famoso Alvise zoielero veneziano che le propone in bella mostra “quelle perle che sono molto belle” e che non riesce quasi mai ad avere. Critica Ludovico che spende i soldi per fare la guerra. Tra moglie e marito… meglio non mettere perle.

Bibliografia. Edgarda Ferri, La casa di Barbara, Tre lune edizioni, 2015. 

Maria Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba medievale, il Mulini, 1999. 

Immagine. La Camera degli Sposi, parete delle Corte, 1465-1474

Un percorso d’amore a Mantova

Quante volte camminiamo nella nostra città senza prestare attenzione alle storie silenziose che ci passano a fianco. Come un gioco della settimana enigmistica si possono unire tutti i luoghi che custodiscono storie d’amore dolci e tristi.  Continua a leggere “Un percorso d’amore a Mantova”

Tra Isabella e Mantegna, ritratti mancati.

Questo capitolo della rubrica “Con i se è un’altra storia” è dedicato a tre grandissimi artisti che si sono solamente sfiorati nella più celebre situazione di sliding doors. Quando si dice lui, lui e l’altro. Leonardo da Vinci, Andrea Mantegna e Albrecht Durer. Leonardo nel 1499, con l’arrivo dell’esercito di Luigi XII, fugge da Milano. Arriva a Mantova. Accolto dalla più celebre mecenate e amante delle arti: Isabella d’Este. Per qualche giorno Leonardo fu ospitato da Isabella che colse l’occasione per farsi immortalare (bella) dal ritrattista della Gioconda. Momento imperdibile per lei. La immaginiamo nel dare consigli a Leonardo per aggiustare il mento o nascondere le rughe. Il celebre ritratto del Louvre era una promessa per un ritratto ancora più importante. Non mantenuta. Avranno parlato di arte, musica, quadri e magari fatto una partita a scacchi. Chissà se Isabella avrà cucinato una sua famosa ricetta. Le stanze di Isabella erano nel Castello di San Giorgio, non lontane dalla celebre Camera degli Sposi, terminata da circa dieci anni da Andrea Mantegna, pittore di corte dei Gonzaga. Come hanno fatto Andrea e Leonardo a non incontrarsi? E se si fossero incontrati? Lo schivo Andrea lo avrebbe salutato velocemente o magari avrebbero fatto un pranzo di lavoro, ovviamente con Isabella. La scena appare già chiara. Non uno ma i due migliori artisti al suo comando. Ma Isabella è troppo furba e sa bene che proporre un’opera a due mani era rischioso e poteva finire come nel Salone dei Cinqucento a Palazzo Vecchio. Da lì a breve si sarebbe verificato il duello tra Leonardo e Michelangelo. Ecco la soluzione. Un doppio ritratto. Affiancare a quello promesso da Leonardo anche uno eseguito da Andrea. La più bella ritratta dai migliori. Chissà dove avrebbe messo questa sua pendant. Chissà.

Nel 1505 Durer compie il suo viaggio in Italia, soprattutto a Venezia, ma si ferma anche in altre città come Bologna, Mantova e Roma. Chiede di conoscere Andrea e fissa un appuntamento. L’anno è il 1506. La fortuna non è dalla sua parte. Andrea muore il 13 settembre 1506. Durer non fece in tempo. Molto si sarebbero scambiati: dialoghi, punti di vista, pensieri non detti. Quei due erano molto simili. Molte furono le citazioni e le riprese di Durer nei confronti di Mantegna: pose, forme, proporzioni. Magari proprio Durer avrebbe immortalato per sempre il volto di Andrea per consegnarlo alla storia. Immaginiamo questa scena. Isabella li vede passeggiare in un giardino pensile del palazzo, così vicini da vederne scintillare sogni e progetti. E lei, tra le pieghe del suo nuovo abito dalla foggia cangiante, non si teneva dalla gioia di avere Andrea e Alberto. Orgoglio femminile al potere.

Andrea Mantegna, di casa in casa.

Quando si parla di Casa del Mantegna si pensa subito alla sede in via Acerbi nel polo culturale tra Palazzo San Sebastiano, la Chiesa dell’Alberti e il Palazzo Te. Ma forse pochi sanno del suo senso collezionistico per gli immobili. Un proprietario di prestigio. Continua a leggere “Andrea Mantegna, di casa in casa.”

Arte e Medicina. Le malattie nel Rinascimento

Dietro ai dipinti si possono nascondere i segni evidenti di una società: moda, lusso, accessori, gusti e malattie. Proprio così. Gli artisti, soprattutto nel Rinascimento, hanno utilizzato il pennello come un bisturi, tracciando anche i contorni anche di malattie e disturbi. Così un quadro diventa una finestra sulla salute di un’epoca.   Continua a leggere “Arte e Medicina. Le malattie nel Rinascimento”

Durer e Mantegna uniti nel Castello di San Giorgio

1505. Durer a Venezia, Mantegna a Mantova. Un viaggio programmato per andare nella città dei Gonzaga e disegnare sul taccuino forme classiche, riferimenti alla Camera Picta
Continua a leggere “Durer e Mantegna uniti nel Castello di San Giorgio”