A Padula una frittata per Carlo V

Padula, 10 agosto 1535. L’imperatore Carlo V, di ritorno dalla vittoria di Tunisi dove ha sconfitto il corsaro Barbarossa, si ferma in una tappa intermedia. La strada per Roma era ancora lunga e il viaggio verrà completato in sei mesi. Così predispone una sorta di campagna promozionale recandosi nelle città per far visita ai nobili locali. A Padula fece visita alla Certosa, la più grande al mondo con i suoi 51.500 metri quadrati, ben 9 mila in più dei Musei Vaticani. Secondo la tradizione i monaci, tra il visibilio della popolazione in festa, gli preparò un’accoglienza iper proteica. Una frittata di mille uova. Da allora, tutti gli anni, per celebrare questo evento, si rievoca la preparazione della frittata con un congegno meccanico in grado di reggere e cuocere 50 kg di uova. Un’enorme padella in metallo con i fuochi nella parte sottostante. Il salto della frittata non è permesso.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli editore, Roma 2015

Immagine: Certosa di Padula

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Qui Ferrara. La tavola quotidiana di Ercole II

Ferrara, corte degli Estensi. Diversamente dai banchetti la tavola del duca aveva anche una vita quotidiana. Messisbugo ci fornisce il compendio calcolato. Le bocche da servire ogni giorni erano circa 100-120. Ogni giorno c’erano tre pasti: colazione, pranzo e cena. La colazione comprendeva anche fegato di maiale o di vitello. In ogni giorno da carne, in media 235, si contavano 175 libbre (60 kg) di vitello, manzo, castrato o maiale, 24 polli e 10 libbre (3,5 kg) di carne per fare le polpette alla sera. Nei giorni di pesce, in media 130, 165 libbre (57 kg) di pesce e 95 libbre (33 kg) di formaggio. E poi latte, burro, pane, vino, riso, vermicelli, legumi, verdure, frutta, bresavola, salsiccia, salami, prosciutti e mortadella. Nel corso dell’anno, per ricorrenze e festività, si aggiungono una quarantina di agnelli e capretti, quattro oche e quattro porchette. Si consumavano cinque mastelli di vino al giorno ovvero circa 2 litri a testa.

Da una rapida lettura già si capisce che la dieta quotidiana di un duca o di una Corte era comunque superiore alla nostra attuale e sbilanciata verso la carne. Per cento persone il consumo giornaliero di carne ad esempio era più di mezzo chilo. Complessivamente la tavola del duca ogni anno vedeva passare 14.922 kg di carne, 7.410 kg di pesce, 4.290 kg di formaggio, 73.000 litri di vino. Si può intuire perché la gotta fosse una delle malattie più diffuse tra i nobili del Rinascimento.

Bibliografia: Pierluigi Ridolfi, Rinascimento a tavola, Donzelli Editore, Roma 2015

Immagine: Ercole II, Nicolò dell’Abate

Il conclave più gustoso della storia

Bartolomeo Scappi è il cuoco che rappresenta il passaggio definitivo da una cucina medievale ad una rinascimentale. Papa Paolo III lo nominerà cuoco secreto ovvero a suo uso e servizio personale e così fecero anche Pio IV e Pio V. Nel 1549 muore Paolo III e i cardinali, come da tradizione, si devono riunire in conclave per eleggere il nuovo Papa. Ma l’assemblea procede a ritmo lento. Complotti, voti comprati, sussurri e missive segrete lavorano nell’ombra silenziosi. L’elezione dura da novembre 1549 a febbraio 1550. Per tre mesi i cardinali non possono lasciare il conclave e la Cappella Sistina, come di consueto, viene allestita per accoglierli, dai pranzi alla cena e fino al riposo. Avranno il privilegio di desinare con la cucina di Scappi. C’era una prassi rigorosa da rispettare. I piatti preparati dovevano essere trasportati in cesti rossi scarlatti con le insegne dei cardinali. I cesti venivano controllati e verificati affinché ai cardinali non giungessero messaggi. Soprattutto venivano proibiti la pasta o cibi la cui forma potesse contenere un bigliettino. Qualcuno affermò che, senza lo Scappi, il conclave sarebbe durate molto meno tempo. L’8 febbraio del 1550 viene eletto Giovanni del Monte conosciuto col nome di Giulio III. Le potenti figure di Michelangelo hanno guardato tutto, sanno segreti che non rileveranno mai.

Bibliografia: Hans-Peter von Peschke, Werner Feldmann, La cucina del Rinascimento, Guido Tommasi Editore, Milano 2002

Immagine: Cappella Sistina, Michelangelo

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Mappa dell’elezione di Papa Alessandro VII (1665-1667)

Vasari, l’umanista Paride e il Palazzo del Diavolo

La cultura figurativa tra il 1490 e il 1520 segna le basi stilistiche che Giulio Romano trova al momento del suo arrivo a Mantova. La ricercatezza dei temi, la simbologia, la sensibilità e un sapere colto si trovano proprio da quando Isabella d’Este è diventata marchesa. Due dei maggiori umanisti, Mario Equicola e Paride da Ceresara, studiano per lei l’iconografia che gli artisti dovranno eseguire. In fondo tutto deve coincidere col suo gusto e i messaggi virtuosi. Paride, discendente da una nobile famiglia, è di professione poeta ma si trova ad elaborare i temi mitologici, allegorici e celebrativi di Isabella. Studiò inoltre i testi classici, l’astrologia, la cabala e i talmud ebraici. Nel 1532 a Mantova ricoprì la carica di Podestà ed abitò presso il cosiddetto Palazzo del Diavolo. Ogni città ne ha uno. La leggenda è spesso la medesima e vede l’intervento diabolico per realizzare il palazzo nel giro di una sola notte. L’edificio sorgeva dove oggi si trova la Fondazione della Banca Agricola Mantovana in corso Vittorio Emanuele. Nel 1520 Paride incarica il pittore Pordenone di affrescare la sua dimora dopo un rifiuto del Romanino. Così doveva apparire a Vasari in visita a Mantova: “fra l’altre belle invenzioni che sono in quest’opera, è molto lodevole, a sommo sotto la cornice, un fregio di lettere antiche alte un braccio e mezzo; fra le quali è un numero di fanciulli che passano fra esse in varie attitudini, e tutti bellissimi”.

Bibliografia: Giulio Romano a Mantova, editrice Sintesi 1987

Immagine: cartolina di Corso Vittorio Emanuele

Tombe viaggianti nella Mantova di fine Settecento

Le tombe a Mantova hanno avuto tragitti inaspettati che hanno trasportato corpi, storie e devozioni. Da una chiesa all’altra o da una città all’altra. Curioso come quasi sempre ci sia una relazione con Giulio Romano. Emblematico il caso di Matilde di Canossa. Morta nel 1115, probabilmente di gotta, viene seppellita nella Chiesa di San Benedetto nello spazio tra il transetto e la sagrestia. Il suo corpo non c’è più perché nel 1632 per volere di Papa Urbano VIII viene prima trasferita in Castel Sant’Angelo e poi nel 1645 nella Basilica di San Pietro. La sua tomba è stata realizzata dal Bernini.

Gli altri personaggi raccontano di una corsa al collocamento nelle chiese più importanti. Duomo o Sant’Andrea. Alla fine del Settecento alcune chiese di Mantova vengono soppresse o abbattute. Per salvare il prezioso contenuto di opere, pale d’altare e sepolture si decide di trasportare il tutto in altre chiese. Una frammentazione di devozione e tombe di famiglia. E’ il caso di Sant’Andrea che accoglie i monumenti Strozzi (dalla Chiesa di San Domenico), Andreasi (dal Monastero del Carmine), Cantelmi (dal Monastero dalla presentazione di Maria al Tempio). Questi tre monumenti sono stati realizzati da Giulio Romano. Il Duomo, dopo una serie di proposte e alternative, accoglie invece il corpo della Beata Osanna Andreasi che dal 1505 era sepolto nella Chiesa di San Domenico. 

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989

Immagine: Tomba di Matilde di Canossa (Basilica di San Pietro)

 

Nani e giganti alla corte dei Gonzaga

La rarità e la stramberia hanno da sempre affascinato le corti italiane ed europee. Già nel 1345 erano al servizio dei Gonzaga un gigante di nome Guglielmone e il nano Frambaldo. I loro ritratti sono visibili nella Camera dei Capitani del Castello di San Giorgio. Nello stesso periodo si cita anche Rizza molinara conosciuta per la sua straordinaria forza. Un primo museo dei freak degno di Barnum. Andrea Mantegna rende evidente questa attenzione anche nella Camera degli Sposi e sulla parete che immortala la famiglia c’è posto anche per la nana Lucia. In fondo era una balia e aveva un fondamentale compito verso le giovani future spose di casa Gonzaga. Anche nel ciclo dei Trionfi di Cesare si nota un nano nel denso fregio di personaggi che sfilano. Isabella d’Este aveva già un nano chiamato nanino e gli procurò una compagna che chiamò nanina. Un nano armato lo si trova in sella nella Giostra raffigurata da Pisanello. A Palazzo Te i giganti sono ritratti nella loro caduta mentre salgono sul monte Olimpo. Muscoli, tendini e vortici di membra in caduta libera. Per Giulio Romano è materia scientifica da studiare fino a leggerne l’estrema tensione. Il gigante Polifemo nella Camera di Amore e Psiche è invece colto nella sua tensione amorosa verso la giovane Galatea innamorata di Aci e non di lui. Omnia vincit amor.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore 1979 

Immagine: Particolare della Camera dei Giganti 

La fine dei cavalli di Casa Gonzaga. Epilogo di un marchio storico

Dopo almeno due secoli di dominio assoluto i cavalli dei Gonzaga agli inizi del Seicento si avviano verso il tramonto. Ne aveva appena decantate le qualità addirittura Ulisse Aldrovandi. E tempo prima Paolo Giovio scrive “non v’era niuno re in tutta l’Europa, il quale tenesse più numero né più eccellenti cavalli da guerra di tutte le sorti, di quel che faceva il marchese di Mantova“. Nel 1608, al tempo di Vincenzo, accadde l’inverosimile. Gli allevamenti furono decimati da una malattia contagiosa che in tre giorni decimò il numero dei cavalli. La cosiddetta “raza da casa nostra” quasi si estinse e al tempo di Ferdinando Gonzaga le stalle accoglievano 250 cavalli di cui solo 50 nobili e per il maneggio. Triste epilogo di un marchio che ha tradotto l’ambizione di una famiglia.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore 1979

Immagine: Cavallo con otto zampe, Ulisse Aldrovandi 1642 

Teodoro Ghisi e il suo museo di rarità

Nato nel 1536 a Mantova, Teodoro fu pittore e fratello del più conosciuto Giorgio professione incisore. La famiglia dei Ghisi abitava nei pressi di Palazzo Te. Fu allievo di Giulio Romano e figura tra i pittori stipendiati dai Gonzaga per le residenze di Marmirolo e Goito. Certamente uno dei più talentuosi, nel 1590 insieme a Ippolito Andreasi si occupò delle decorazioni della cupola della Cattedrale. Occorre recuperare la sua dimensione poco nota di naturalista, eclettico e illustratore di meraviglie naturalistiche. Era anche un collezionista che ha creato un piccolo museo all’interno della sua abitazione. Ulisse Aldrovandi lo visitò e documentò le rarità presenti: “cuore pietrificato di forma appuntita con un foro attraverso il quale la trachea entra nei ventricoli, un nautilo pietrificato, rostro di pesce sega dalla lunghezza di cinque palmi, un osso cariato”. Aldrovandi si servì delle abilità di Ghisi come pittore per i disegni dei pappagalli della duchessa Eleonora Gonzaga e probabilmente del corno di Unicorno del Duca Guglielmo chiamato “alicorno della Grotta”.

Bibliografia: La scienza a corte, Bulzoni editore, 1979

Immagine: Illustrazione del nautilus fossile (solo di repertorio)

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Angelica e Medoro, Incisione di Giorgio Ghisi su disegno di Teodoro Ghisi

Le forche inaugurate, la prima fuga e gli artisti curiosi

Voltone del Palazzo del Podestà, Bologna. Oltre che per il turistissimo effetto acustico è conosciuto per la presenza di due forche già utilizzate nel XVII secolo per le esecuzioni capitali. Questa era la funzione di Piazza Maggiore. Proprio qui perché in questo modo il condannato potesse vedere per l’ultima volta la basilica di San Petronio. Prima delle forche i condannati venivano impiccati e le funi appese alle finestre del salone del Palazzo. Esattamente come a Palazzo Vecchio a Firenze. Stessa scena dopo il tumulto dei Ciompi. Nel 1604 vennero allestiti i nuovi strumenti: le forche. Si conosce il nome del primo condannato a cui spettava l’onore di inaugurarle. Un tale Domenico Grundi. Riuscì a scappare mentre saliva la scala. Ripreso poco dopo e riconsegnato al boia. Non c’era scampo. Questi macabri eventi richiamavano curiosi, cittadini alla ricerca di indulgenze, anime pie e artisti. Sono noti gli studi anatomici di Pisanello e Leonardo da Vinci che, come giornalisti di cronaca nera, documentavano l’accaduto in cerca di pose e gesti.

Bibliografia: Bologna insolita e segreta, Edizioni Jonglez, 2018

Immagini: Studi di Pisanello sugli impiccati

Leonardo_da_Vinci_-_Hanging_of_Bernardo_Baroncelli_1479Disegno di Leonardo da Vinci, Bernardo Bandini Baroncelli che aveva avuto un ruolo fondamentale nella Congiura dei Pazzi. 

Giulio Romano designer. Tra bizzarria e funzione pratica

Giulio Romano si occupa anche di argenterie e di oggetti di uso quotidiano. Anche senza leggere i documenti è un particolare che non sfugge guardando il banchetto degli dei nella Camera di Amore e Psiche. Al centro una tavola di credenza fa bella mostra di sé. Piatti da parata, patere, vasi e stoviglie che funzionano come un’autocitazione. Bizzarria, uso pratico e funzionalità. Come un vero designer di oggi. Giulio evoca il suo mondo mitologico: conchiglie, cigni, scimmie, ippocampi, delfini, capre, sfingi e altre mostruosità. Alcuni dei suoi disegni: saliera confanetto a forma tartaruga, saliera dalla forma di conchiglia con piedistallo a forma di cigno, bacile con disegno interno che imita un vortice d’acqua, scaldaletto con girale di serpenti e testa di drago (probabilmente per il cardinale Ercole Gonzaga) e una culla a forma di navicella. Non sono sopravvissuti oggetti eseguiti su disegno di Giulio ma i lavori d’argenteria e intaglio del Seicento risentano senza dubbio delle sue invenzioni zoomorfe.

Bibliografia: Giulio Romano, Electa 1989

Immagine: Saliera, Collezione Smithsonian Design Museum