Le cortigiane ovvero l’arte della seduzione

20 febbraio 1958 è la data della Legge Merlin. Fine di un’epoca, di un mondo, di un cliché che sapevano di francese, di fumo e di profumo. Nel Rinascimento la prostituzione era tollerata e addirittura promossa. Lo strano caso di Venezia, cosmopolita sempre. 

Si parte dai numeri. Secondo un censimento del 1509 effettuato dal diarista Marin Sanudo se ne contavano 11.164. Preciso, significativo, esagerato. Già dal Trecento le cortigiane erano obbligate a trasferire attività e abitazione in un quartiere vicino a Rialto chiamato “Castelletto”. Ma non solo. Avevano dimora anche presso San Cassiano nelle case di proprietà della nobile e antica famiglia Trapani, in veneziano nota come Cà Rampani. Notate l’assonanza odierna? Quella zona si chiama ancora oggi zona della carampane dove è presente anche il Rio terà della Carampane che arriva fino al Ponte delle Tette. Esplicito. Da sopra questo ponte le cortigiane si affacciavano con tutta la loro mercanzia per attirare i passanti. La tradizione vuole che si trattava di un’imposizione voluta dal Governo per “distogliere gli uomini dal peccare contro natura”. Non tutto era così libero. Attività e comportamenti venivano regolamentati dalla Serenissima a suon di leggi, controlli e multe. Alla sera, dopo il suono della terza campana, le cortigiane dovevano rientrare. C’era un prontuario anche per l’uniforme. Dal vestiario virile e semplice per quelle più economiche fino alle gonne di raso per quelle di lusso. Nel Cinquecento circolava a Venezia un “bizzarro catalogo delle prostitute” che ne elencava 215 con descrizione, civico e prezzo. Una sorta di app diremo oggi. Ecco allora una breve carrellata da leggere con ironia e leggerezza immaginando la cantilena della parlata. Paolina Filacanevo esercitava nella Contrada di Santa Lucia per “30 scudi a botta”. Carissima. Oppure i 25 scudi per Licia Azzalina che abitava nella Contrada di san Marcilian in Corte di Cà Badoer. Cicilia Caraffa, nella Contrada di san Tomà, per 20 scudi. E poi alcune condividevano l’attività con i barcarol abitando presso la loro abitazione. Servizio taxi compreso. In mezzo alla classifica, da 6 a 8 scudi, le cortigiane che esercitava presso locande e osterie. Anzola Borella, Elena Driza, Marietta Vespa e Lucietta dall’Osso Pagan ditta Bernarda. In fondo alla classifica le alternative erano a costi inferiori. Lauretta Cavalcadora, Marietta Velera, Lucrezia Mortesina tutte a 1 scudo. Stando attenti a Cornelia Schiavonetta che tutti dicevano “ch’aveva indosso i cariòli”. La lista consigliava infine una sequenza di “femene ordenarie che sanno il fatto loro senza svodarte la scarsella” come Zanetta Buranella, Betta Franchetta e sua sorella, Marietta Longo, Laureta Picola, Catarina Tagiapiera, Marietta Bombardona, Orsetta Poca Terra, Betta Lavandera, Lucrezia Parisotta. L’autore anonimo della famosa lista conclude con ironia che “se uno gha borèsso, gringole e fisico per togliersi lo sfisio de provarle tutte sappia che dovrà sborsàr et spender la bona cifra in tutto de 1.200 scudi d’oro per goder dell’amicitia di tutte quelle 215 Signore…”. E a Mantova? Dirigetevi verso Palazzo Te sulla Strada del Principe, prendete una via traversa sulla destra, Vicolo San Crispino. Non aspettatevi un vecchio edificio dal fascino di rovina. Rimane solo la storia perduta, che adesso sapete, contenuta nel nome di un vicolo. Sacro e profano.

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