Arte e Medicina. Le malattie nel Rinascimento

Dietro ai dipinti si possono nascondere i segni evidenti di una società: moda, lusso, accessori, gusti e malattie. Proprio così. Gli artisti, soprattutto nel Rinascimento, hanno utilizzato il pennello come un bisturi, tracciando anche i contorni anche di malattie e disturbi. Così un quadro diventa una finestra sulla salute di un’epoca.  

Una recente indagine condotta dal Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche dell’Università di Torino afferma che Andrea Mantegna potrebbe aver dipinto nella Camera Picta i sintomi della neurofibromatosi di tipo 1. Il soggetto in questione è la cosiddetta nana di corte. Si tratta di una malattia ereditaria che danneggia soprattutto le cellule nervose e muco-cutanee. La sindrome si caratterizza dalla presenza di tumori benigni della pelle, di  diversa consistenza, e da macchie caffellatte. L’identikit pare corrispondere al ritratto eseguito da Andrea Mantegna. Analisi e deduzioni da Sherlock Holmes. Si può anche capire il perché. Mantegna è quasi fiammingo come concezione: per lui un volto è una storia da raccontare scendendo nei solchi delle rughe con la sua tipica pittura aguzza, pietrosa e precisa. Come un bisturi. Mantegna non imbroglia: i nove anni della Camera Picta – dal 1465 al 1474 – si leggono facendo rimbalzare lo sguardo sulle due pareti principali. Gli stessi protagonisti sono stati dipinti in età differenti. Meticolosa macchina del tempo. Ludovico II aveva pazienza. La malattia così dipinta da Mantegna sarebbe stata descritta da Ulisse Aldrovandi, medico e naturalista bolognese, solo nel 1592. Andrea Mantegna non fu certo il primo e il solo. Quentin Metsys, noto per l’attenzione alle forme grottesche, ha raffigurato in alcuni schizzi persone affette dalla malattia di Piaget che causava l’ingrossamento e la deformazione delle ossa. Lezioni leonardesche. Si è ipotizzato che per il Ritratto di giovane Botticelli abbia dipinto una forma di artrite della mano. Altre patologie hanno invece tormentato la vita degli artisti. Di cataratta hanno sofferto Michelangelo e Piero della Francesca, quest’ultimo addirittura perdendo la vista a sessant’anni. Jacopo da Pontormo morì per idropisia da malnutrizione. Così si riflette che il Rinascimento non è stata solo l’epoca d’oro dell’immaginario collettivo ma gli artisti morivano e spesso per le avverse condizioni di lavoro. Solo pochi si potevano dire infatti privilegiati. Molto dipendeva anche dal loro carattere. Benvenuto Cellini, noto per la sua vita sghangherata, soffrì tremendamente per una patologia dentale. Una dieta inadeguata o scorretta poteva provocare problemi molto più gravi. La più comune era l’infezione ai reni di cui soffriva Michelangelo. Le malattie non risparmiarono nemmeno le più belle. Nell’aprile del 1476 Simonetta Vespucci, musa preferita di Botticelli, morì a soli ventidue anni di tubercolosi polmonare. Pochi mesi dopo esser stata premiata come la più bella di Firenze in occasione della Giostra vinta da Giuliano de’ Medici. La Firenze del Rinascimento era anche questo: condizioni poco salubri delle strade, zone residenziali sovrappopolate, abitazioni fredde, umide e poco riscaldate. Le epidemie trovavano così vita facile. La casa, sembra un paradosso, era il terreno ideale per bronchite, polmonite e influenza. D’inverno come d’estate. Così si diffondevano disturbi gastroinstestinali e diarrea soprattutto dovuti alla mal conservazione del cibo. Il luogo di lavoro di un artista non era in condizioni migliori. Entriamo nella bottega di Michelangelo. Nei profondi raggi, che come spade entrano dalla finestra in alto, notiamo il pulviscolo del gesso e del marmo che danza festante. Granelli invisibili si apprestano ad iniziare il loro tragitto nei polmoni dell’artista. Senza ritorno. Nel corpo del Genio.

Bibliografia: Alexander Lee, Il Rinascimento cattivo

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