Banchetto di carne e pesce? La Venezia del Cinquecento dice no

Si è soliti immaginare il lato godereccio e signorile del banchetto facendo la lista dei piatti serviti e degli abiti sfoggiati. A Venezia, ma non solo, erano emanate leggi speciali o suntuarie per regolare il lusso. Un esempio? Carne e pesce no. 

L’8 ottobre del 1562 esce il bando della Serenissima che riguarda i banchetti allestiti in occasioni speciali di eventi, matrimoni o feste particolari. Questa una delle regole più importanti: “non poter dare ad un medesimo pasto carne et pesce insieme”. Alcune regole anche sulla tipologia di animali consentiti: erano proibite le carni di selvaggina, i galli e le galline d’India. Alias niente tacchino. Vietati anche storioni, trote e pesci di lago. Le ostriche sì ma solo se gli invitati non superano le venti persone. La colazione si doveva limitare a frutti semplici di stagione: confetture e ciambelle. Dolce ma non troppo. Le leggi suntuarie funzionavano come freni moralizzatori: la ricchezza non va sprecata. Società, economia e fede sono un nodo troppo stretto. Per il Maggior Consiglio di Venezia non si tratta di suggerimenti: degli ispettori erano incaricati di fare irruzione nei banchetti e ispezionare le cucine. Era d’obbligo far svolgere le loro mansioni: il rischio si poteva tradurre nell’allontanamento di cuochi e scalchi o addirittura il pagamento di forti penali (50 ducati) o perfino la prigion e la galea. Stare a tavola non sempre allunga la vita. Lo scalco si trova a dover organizzare banchetti che a regola d’arte e di legge: sua preoccupazione era essere informato di bandi e leggi suntuarie. Non di sole ricette vive un cuoco. In effetti si fa fatica a credere che il banchetto, dall’allestimento al menù, doveva essere prima verificato e passato al vaglio della Magistratura. A Venezia erano i Provveditori alle pompe, presente dal 1514, incaricati di far rispettare le leggi sul lusso e la sua ostentazione. A loro lo scalco, e tutti coloro che partecipavano alla creazione del banchetto, doveva riferire “quando, dove, et a chi haveranno da servir”. Entro tre giorni dall’evento tutti dovevano poi comunicare ciò che era stato servito. Piatti a prova di verità. Si rischiava il posto e anche il prestigio. Certo è che le leggi suntuarie non erano rivolte ai nobili ma solo al popolo. Nessuna confusione di ruoli, nessuna scalata sociale. Come sempre cucina di popolo e cucina di signori.

Informazioni e documenti tratti da M. Montanari, I racconti della tavola.  L’immagine è una parte della Natura morta di Bartolomeo Arbotori, pittore piacentino attivo nel Seicento, come si legge dalla firma sotto la carpa.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...