Il pranzo della domenica. Cristina di Svezia a Mantova

La Corte di Mantova, anche sotto i Gonzaga di Nevers, è stata un’affascinante meta per artisti, ambasciatori, giovani in odore di Grand Tour ed esploratori del gusto. Volti noti e meno noti. Quel novembre del 1655 sbarcò a Mantova la Regina Cristina di Svezia

Alla Corte del Duca Carlo II i preparativi erano precisi, vorticosi e ambiziosi. Il Palazzo Ducale venne tirato a lucido come mai prima d’ora: stracci bagnati sui pavimenti, squassi alla polvere sugli arazzi, legna nuova e quasi profumata per la bocca dei camini. In cucina Bartolomeo Stefani è lo scalco che dirige il traffico dei sapori. Tutto dalla sua testa esce e passa: dispensa, acquisti, piatti, scenografia. Sapori e colori a tempo d’orchestra. Dopo i rituali di corte, tra salamelecchi e ruote di pavone, il banchetto può avere inizio. La diplomazia ha più merletti di una dama fiamminga. La Sala preparata è la Camera delle Virtù. Nome nomen. Nel mezzo della tavola, con tovaglia rigorosamente bianca, troneggia un trionfo di zucchero  raffigurante il Monte Olimpo, con l’altare delle Fede sopra come la ciliegina seduta. Il menù è lunghissimo come d’occasione. Tre servizi di credenza e tre di cucina, una risacca di dolce e salato che muoverà tutte le papille di Sua Altezza Cristina. Si apre con il servizio di vivande fredde. Già con il primo piatto le bocche si meravigliano: fraghe lavate con vino bianco, servite con zuccaro sopra e tutto attorno conchiglie di zucchero intervallata da uccelletti di marzapane che sembrano nell’atto di beccare le fragole. Spettacoli da automi svizzeri. Fragole a novembre a Mantova. Lo Stefani vuole stupire cambiando l’ordine delle stagioni. Seguono altre portate: zuppa di piccioni, testa di cinghiale, gallinacci allo spiedo, corone di gelatina. Malvasia, zucchero e cannella: i sapori intorpidiscono perfino gli affari politici. Si passa al servizio caldo: uno ad uno sfilano a tavola passerelle di vassoi guarniti con minestra di polpe di fagiano, capponi, teste di vitello, pollastri ripieni, zuppa reale fatta di cantucci di Pisa stratificati con fette di cascio grasso, fette di zuccata, lancette di petto di cappone, latticini fritti in butiro. Suppa insupata con brodo grasso di cappone e panna di latte. Il barocco del gusto: tutto di tutto messo in scena. Non può mancare il giro di arrosti: coscia di daino, pernici arrosto in salsa d’aceto e gelsomini, crostata di zucchero e cannella, pasticcini alla genovese. Chiudono frutta, formaggi e verdure. Si alzano i coperchi per portare ai soffitti odori impregnanti di tartufi, ostriche, granchi, pere bergamotte. Biancomangiare per non rompere con l’apparenza della castità. Si sprigionano la stagioni nei bacili che portano alle narici le confetture di ribes, cedro, ciliegie, visciole, cedro candito, pesche. Mostaccioli reali e pinoli al muschio. A fine pasto un giro digestivo per ammirare le oltre cinquecento del Palazzo Ducale. I lanzichenecchi avevano già fatto la spesa di opere d’arte ma la bellezza del Palazzo rimane eterna. Salita sulla Camera degli Sposi, vista sui laghi e forse poca voglia di camminare sulle sponde. Fuori è novembre e il pranzo della domenica Cristina lo avrebbe ricordato per molto tempo. Alla sera sicuramente una tisana al profumo di bergamotto. Salute.   

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