Pomander, piccoli scrigni di profumo

Il profumo oggi è diventato una parola-scatola che contiene boccette, fragranze, essenze che mettono insieme un’intera stanza di marchi. Difficile scegliere un profumo che si abbini con la tua personalità. Ma anche nel Rinascimento era così? Davvero c’era una ricerca così particolare del profumo? 

Leggere Suskind trascina il vostro naso nella Parigi del Settecento e in alcune vie tra olezzi, tanfi, fetori e quasi vorreste chiudere le due parti del libro e scansarlo o profumarlo con una boccetta di seconda mano. Già nel Rinascimento le fragranze delle città non erano da seduta di toilette: il senso dell’olfatto si misurava in strada, magari vicino ad una conceria, sentendo il girovagare delle mosche sulla carne e sul pesce, specchiandosi in rigagnoli d’acqua ferma mescolata con i resti di verdure pulite del mercato vicino. Leggere Zola può risultare anche peggio. Ma nelle corti il profumo era etichetta preziosa, distinzione sociale, nuvola da passeggio. Non si poteva farne a meno. Dame e principi si circondano di profumo, corpo e abiti, guanti e anelli, capelli e perle. Quasi loro stessi diventarono dei profumi che indossavano calzature. L’origine di queste essenze è da bottega d’alchimia. Cervo, capodoglio, zibetto e castoro venivano cacciati per prelevarne il loro organo più intimo che, come un portagioie, conteneva il prezioso elisir. La distillazione delle ghiandole ha prodotto le famose e carissime essenze: muschio, ambra grigia (dall’intestino del capodoglio), zibetto e castoreo (proprio dal suo organo più intimo). La costruzione di un profumo non ammette intimità. Venezia e Firenze si contendono il primato di città regina dei profumi. A Venezia erano famosi i muschiari e i lissadori che realizzavano creme anti-età e tinture per capelli. L’occorrente per la scalata alle altane. Tutto questo si poteva annusare attorno alla tavola imbandita, oltre al brodo di cappone, ai trionfi di zucchero e alla pasta ripiena. Banchetto di nasi. Oltre al profumo liquido comincia la produzione di quello solido, cristallizzato in piccole palline che finivano nei cosiddetti pomander o pomo d’ambra. Magnifiche produzioni di oreficeria, piccoli scrigni cesellati a forma di sfera che dovevano contenere il profumo solidificato. Questa raffinata opera d’arte, appeso alla cintura tramite una catenella d’oro, era un diffusore di essenze. Profumo al guinzaglio. Una lezione italiana, imparata dai francesi e poi passata agli inglesi. Il profumo gira, il pomander si apre e le essenze migrano da un luogo all’altro, da una corte all’altra. I profumieri inventano, la nobiltà indossa, il popolo annusa.

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