Dalla bottega alla moda. Preziosa storia dell’oro

Quando si pensa alla ricchezza si materializza il luogo comune delle monete d’oro, pesanti, sonanti, robuste. Ma in passato l’oro era cosa delicata, filigranata, che si intrufolava tra le pieghe della moda

L’oro era materiale di bottega. Lo si poteva quasi vedere attraverso i fendenti di luce che entravano nella finestra e mostravano il pulviscolo d’arte che gonfiava la stanza. Spesso rimaneva sulle guance dell’artista, dopo aver strofinato il pennello e fargli prendere capacità attrattiva per catturare la sottile foglia d’oro. Nella lunga stagione del Medioevo l’oro faceva da sfondo: paesaggio, cielo, aureole. Poi ha fatto irruzione il blu, Messer Lapislazzuli, che dall’Egitto e dall’Afghanistan finiva sui pennelli misericordiosi di chi dipingeva il velo della Madonna. Antonello da Messina ha fatto del blu una preghiera. E tutto d’un tratto ci si dimentica dell’oro: perfino il cielo prende la tinta del blu. L’oro scende dal gradino più alto in favore del blu: il lungo procedimento per estrarlo, quasi come una lezione d’alchimia, fanno del blu il pigmento più prezioso e costoso. Ma nel suo prezioso silenzio l’oro cova la sua rivincita: gli abiti delle dame di corte divengono strepitose opere d’arte, appesantite dalle pietre dure e dall’oro. In filigrana, come il filo di una matassa divina, viene intessuto nella trama del broccato e del velluto e non più applicato come ricordi medievali. Nelle botteghe donne e uomini si dividono equamente le incombenze: chi batte l’oro per ridurlo in sottilissime lamine e chi lo fila come un rocchetto di lana. Battiloro e filaoro. Bronzino s’ispira. Eleonora di Toledo ringrazia.

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