Durer e Mantegna uniti nel Castello di San Giorgio

1505. Durer a Venezia, Mantegna a Mantova. Un viaggio programmato per andare nella città dei Gonzaga e disegnare sul taccuino forme classiche, riferimenti alla Camera Picta

Durer ha respirato nella bottega del padre le attente mosse dell’orafo, si è chinato sugli sbuffi e sulle smorfie di chi è intento a ricamare incisioni. Tutto questo è stato bagaglio da collezione per chi come lui ha intrapreso la carriera dell’artista. Incisioni e xilografie sono una vera lezione di anatomia. Nel 1505 sbarca a Venezia, lo aspetta la commissione da parte dei banchieri Fugger: realizzare per la Chiesa di San Bartolomeo la cosiddetta Pala del Rosario. Con quest’opera Durer si presenta ai veneziani da veneziano: nell’opera i colori della pittura della laguna, i tratti veneti uniti a quelli nordici. Durer vive da veneziano: prende casa, scrive e parla con espressioni locali, si veste alla moda e prende lezioni di ballo. E Mantegna? Il pittore di corte dei Gonzaga, dopo aver dipinto i fasti della famiglia nella Camera Picta, si trova negli stessi anni alle prese con Isabella d’Este, insaziabile collezionista d’arte. Il pittore, ormai malato, rimaneva il più celebre esecutore dell’arte classica: corpi, colonne, decorazioni, natura, tutto aveva il secco linguaggio del marmo antico. I due non si conoscevano eppure Durer già ne copiava i modelli che a Norimberga arrivavano in bottega. Mantegna guarda alle statue antiche e ne ricrea le pose, Durer guarda a Mantegna e ne assimila le forme. Transfer di classicismo. E Durer, ormai a Venezia, aveva programmato una visita a Mantova per conoscerlo. Il 13 settembre 1506 Mantegna muore e Durer dovrà continuare a confrontarsi con lui solo dai modelli. Oggi la mostra al Palazzo Ducale di Mantova offre quasi un commovente incontro: nel Castello di San Giorgio dove fiera troneggia la Camera degli Sposi, le incisioni di Durer incontrano le forme di Mantegna. Prima una e poi l’altra. Guardatele così, come due metà ritrovate.

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